La talpa nel soffitto

Yousef Wakkas
La talpa nel soffitto
edizioni dell’Arco   2005

raffaele taddeo

I sei racconti raccolti in questo testo ripropongono la capacità narrativa di Yousef Wakkas, che sembra esprimersi con maestria quando deve creare personaggi fissati nelle loro caratteristiche e proprio per questo resi più umani, perché ogni uomo, pur nella dinamicità della vita che lo costringe a misurarsi, a mutare abitudini e comportamenti, mantiene alcuni aspetti di fondo che ne fanno un “unicum”, un tipo. Quando si riesce a fissare letterariamente quell'”unicum” allora ci si accorge che esso è parte dell’umanità perché ciascuno di noi è una monade che racchiude in sè tutta l’umanità.
La particolarità di questi racconti dello scrittore di origine siriana è da attribuire al mondo sociale che prende in considerazione: emarginati oppure appartenenti al mondo della malavita e del crimine, del carcere.
Genere non totalmente nuovo: anche Geraldina Colotti, nel suo Certificato di esistenza, crea personaggi dell’area carceraria scoprendo in loro espressioni di affettività che li riscattano e li fanno sentire parte dell’umanità.
Molto più raro che si creino personaggi di quel mondo e si sappia riconoscere in loro sentimenti di amore, di generosità. Raro perché tendiamo in genere a creare una netta separazione, relegando i carcerati nell’ambito della mancanza di umanità e sentimento.  Anche per allontanare la consapevolezza che il reato da loro commesso è spesso presente, in radice, in tante nostre infrazioni piccole o grandi.
L’andamento narrativo è condotto mediante sottile ironia per cui anche azioni, in sé raccapriccianti vengono stemperate e l’attenzione del lettore non si ferma su di esse, ma sulla psicologia del personaggio che man mano viene tratteggiato. Si prenda ad esempio il racconto O’ mariolo contento. L’attacco del testo è costruito con distacco, pur descrivendo un fatto drammatico: “L’uomo sul cavallo inclinò la testa e pianse, invocando la mia pietà. Un atto dimenticato da quando gettai il corpo del mio cane preferito nel burrone, dietro la fabbrica del pellame.”
E’ chiaro che la drammaticità viene attenuata dal richiamo del cane, così come successivamente la scena acquista qualcosa di grottesco quando fa riferimento al cavallo, il quale “A volte, per esprimere il suo biasimo sul mio operato, galoppava per ore, senza fermarsi né guardarsi dietro. E rientrava in stalla soltanto all’imbrunire, madido di sudore. Per tre giorni rifiutava di mangiare la zolletta di zucchero dalla mia mano e mi impediva ostinatamente di accarezzarlo.”
L’ironia è sottesa in tutto il racconto Palta Kerim in cui il personaggio è considerato dagli altri e dal “capo” un duro, che non guarda per il sottile e nella sua precisione è infallibile, com’è  irreversibile nelle decisioni. Eppure Palta Kerim diventa tenero e sensibile nello scoprire che l’uomo che deve uccidere è un “povero diavolo”, che non vive nel lusso, ma piuttosto di stenti. Così la sua inflessibilità scompare. L’ironia serpeggia insistentemente in questo racconto ove la cifra più significativa è il grottesco che si manifesta attraverso  la contraddizione fra il Palta esteriore e quello interiore; diventa tenero di cuore per un nonnulla e si scopre incapace di commettere qualsiasi azione cattiva. Palta Kerim, alla fine non può uccidere perché ha mangiato assieme alla sua vittima.
Anche il racconto Bubaker va in paradiso mette a fuoco la vita di disagio di tre stranieri. Non viene localizzato uno spazio che potrebbe essere qualunque parte dell’Europa, anche se la modalità di vita riconduce al nostro paese dove è possibile che, per tempi anche lunghi, delle persone possano trovare il loro rifugio in strutture edilizie abbandonate e con problemi igienici al limite della degradazione.
Ma in questo contesto trova spazio il sentimento di umanità, di compassione, di fede alla parola data, perché Bubaker possa essere accontentato nei suoi ultimi desideri.
In Yellow submarine sottilmente, quasi senza accorgercene siamo alla fine portati a considerare come le infrazioni, l’approfittare anche dei gesti di generosità degli altri per proprio tornaconto possa condurre quasi alla pazzia, perché è difficile sopportare la contraddizione che si genera in noi quando avvertiamo che le azioni che compiamo non sono corrette e coerenti con la nostra umanità.
Il racconto che dà il nome all’intera raccolta è invece più contorto perché ci sono frequenti salti temporali e/o spaziali che costringono il lettore ad una continua rifocalizzazione di tempi e fatti. Forse sarebbe auspicabile che Yousef Wakkas si ponesse il problema del lettore, che non sempre può avere la pazienza di seguirlo nelle sue sperimentazioni di organizzazione narrativa.

30-06-2007