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Abdelmalek Smari, La trottola

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Scritto da Remo Cacciatori

Abdelmalek Smari, La trottola, Milano, Edizioni Selecta, 2019

 

Il romanzo di Smari parte dallo sguardo di una cicogna, che dall’alto di un ramo osserva i tetti di Hamma, estrema periferia nord di Costantina,  e si chiude sull’immagine di una voragine ad Algeri. Questo ideale percorso discendente della trama sembra essere confermato dal titolo di alcuni capitoli che seguono le tappe della narrazione (Lo scavo, La gente dell’abisso, Il cratere). Se la direzione nello spazio della storia è calamitata verso un suo sprofondare, la sua dimensione temporale è caratterizzata da un inesorabile “tempo [che] scorre veloce e muore” (p. 107), espressione con diverse parole più volte ribadita nel testo (p. 145, p. 155). Inscritte tra queste due coordinate spazio temporali, le vicende del romanzo si muovono come dentro i solchi prestabiliti di un destino maligno, che condanna le azioni dei personaggi ad essere goffe e inconcludenti. C’è molta forza e saggezza ed energia emotiva in questa storia, e in chi la narra c’è tutto l’amore che si può provare per la propria terra, ma il corpo vivo e vitale dell’Algeria qui raccontata, anche se “sembra a un passo dalla seconda liberazione sociale dopo quella politica” (p. 199), appare ammalato e sofferente, piegato nello sforzo di resistere  e lottare non solo contro i suoi mali, ma anche contro le medicine, più dannose della stessa malattia, con cui dottori dentro e fuori i suoi confini, pretendono di guarirlo. 

Emblema dell’Algeria e delle sue contraddizioni è il protagonista de La trottola, Nabil, diplomato e disoccupato, “un’erba che chiede solo di vivere” (p.22) ma anche “un ragazzo che sa porsi dei problemi esistenziali, pensando però poi di risolverli con il semplice fatto di porseli” (p. 9). Frustrato nelle sue aspirazioni ma combattivo, osservatore distaccato della società che lo circonda ma vittima di un sentimentalismo ingenuo e disarmante, pragmatico ma romantico,  questo moderno Don Chisciotte (p.77) si innamora perdutamente della sua Dulcinea, una presenza virtuale di un sito di incontri. Dania, questo il nome dal protagonista attribuito alla ragazza, forse americana, scatena nella mente di Nabil fantasie di fuga e il desiderio di nuove identità, che lo portano a un tentativo di espatrio, finito, prima di incominciare, in una prigione algerina. Dopo alcuni mesi di detenzione, il giovane, partito non praticante, ritorna nella sua città nei panni di un fervente fedele della religione  islamica. Il suo idealizzato amore per Dania, però, non è venuto meno, anche se è combattuto con quello verso Noor, un ragazzo omosessuale conosciuto precedentemente in un suo viaggio ad Algeri. Ora lo stato d’animo del giovane è ancora più confuso e turbato, titubante tra due impulsi amorosi e, soprattutto, incerto tra due mondi, l’Oriente o l’Occidente. Un invito di Dania ad Algeri per le celebrazioni dedicate all’anniversario dell’inizio della Rivoluzione di Novembre e una sottesa promessa di espatrio sembrano sbloccare le sue insicurezze, ma l’appuntamento si rivelerà essere una tragica trappola.

Nel corso del romanzo, la vita del protagonista, incapace di liberarsi dalla tela di ragno della sua cittadina, si ripete giorno dopo giorno all’interno di una limitata cerchia di personaggi, che il pettegolezzo tipico delle piccole comunità ha ridotto a macchiette. Ci sono, per esempio, “i due soldati”: uno, Barush, ex partigiano, ha combattuto nel 1954 la guerra di liberazione con cui l’Algeria ha conquistato l’indipendenza dalla Francia. Ormai anziano, è lo sberleffo dei bambini. L’altro, Kaias, è il gendarme a cui è affidato l’ordine del distretto di Hamma e rappresenta la nuova generazione di soldati, ma ciò che gli sta più a cuore è sempre il proprio tornaconto. Barush un tempo è stato difensore dei diritti dei cittadini e Kaias lo dovrebbe essere ora, ma non è un caso che entrambi, fisicamente, siano portatori di uno sguardo incompleto o difettoso, metafora di una duplice carenza morale. Barush, infatti, è cieco di un occhio, mentre Kaias è strabico, come a testimoniare, l’uno un passato non più in grado di vincere e l’altro un presente propenso alla corruzione.

Se questi personaggi sono le poco autorevoli “autorità” del posto, altrettanto poco credibili sono i suoi cittadini abbienti, i piccoli imprenditori edili, che, anche quando non sono apertamente senza scrupoli, come Hassene, o disonesti, come Halim, e hanno, invece, costruito il loro modesto benessere su una vita di sacrifici personali, come Khalti, non si sottraggono comunque al loro ruolo di sfruttatori. Perché ad Hamma prevale “la razza dei perseguitati” (p. 103), nelle sue varie manifestazioni. Ci sono i perseguitati dalla fame, cioè i giovani disoccupati, in cerca di lavori precari, come Nabil e i suoi amici “intellettuali” e ribelli, come lo sfortunato Lamin o il saccente Quat-z-yeux. Ci sono i perseguitati dalla legge, i non meglio precisati “terroristi”, che più che guerriglieri a volte sembrano essere semplici ragazzini spacciatori di droga, a volte delinquenti comuni o sbandati, come Periclu; in ogni caso, finiscono con l’essere i capri espiatori dati in pasto all’opinione pubblica.  

E poi, come sempre nei romanzi di Smari, ci sono i reietti, portatori di una saggezza “altra”, che va capita: Khaddor il folle; Noor, omosessuale sfrontato e intelligente, vittima di abusi da bambino e di continue minacce da adulto; Dauia, anziana e mendicante. Quest’ultima impersona una delle pochissime presenze femminili insieme con la commerciante (che di femminile non ha proprio nulla) incontrata da Nabil durante il suo infelice viaggio verso il confine tunisino; con la “ragazza che corre” (p. 71), oggetto del desiderio maschile; e con Fufa, la bambina che sa fare le giuste domande e sembra avere le giuste risposte (“Sono arrivati all’altezza di una fossa dove si raccoglie il letame “ecco un cratere!” le dice. Fufa si tappa il naso “che puzza! È meglio guardare le cose da lontano” p. 137). Ci piace pensare che questa assenza femminile sia voluta, progettata per essere notata, come a dire che se nel romanzo le donne non sono visibili è perché non lo sono  nella vita di Hamma, dove preparare da mangiare è “una delle dimensioni fondamentali della loro ragion d’essere” (p.115) e dove non si deve pronunciare in pubblico la parola “moglie”, per evitare che chi l’ascolta ti porti via la persona in carne ed ossa (p. 84).

Certo, in questa storia incontriamo anche Demy, l’amico transessuale di Noor, le studentesse e gli studenti universitari di Costantina, autori di una lettera manifesto da consegnare al Presidente algerino, nella quale rivendicano i diritti delle donne e degli omosessuali, ma nel loro caso, più che di personaggi si tratta di portabandiera di un discorso sacrosanto ma futuribile e, per il momento, solo ideologico.

Da un punto di vista narrativo sono più interessanti le chiacchiere dei cittadini di Hamma, così ricche di proverbi (“non è perché si è aratori che si arano persino i cimiteri”, p. 169), di massime religiose (Temete Dio e chi non teme Dio, p. 97, in corsivo nel testo), di espressioni gergali (non proprio di origine magrebina: “Cazzarola” p. 35, “Mizzica” p. 99), ma soprattutto di similitudini campagnole (e non è la prima volta che ciò accade nei romanzi di Smari). Grazie ad esse, sulle pareti delle case, a testimoniare la presenza delle televisioni al loro interno, troviamo “un’esuberanza di parabole simili a un’invasione di lumache” (p. 28); donne velate di nero e uomini in bianchi qamis appaiono simili a “una colonia di uccelli bianchi e neri” (p.45); ci sono “caffè chiassosi come mosche sulle bucce di angurie” (p.51); e insetti, colombi, gatti, galli e galletti; per non parlare di “un gruppo numeroso di formiche gigantesche con barbe nere e rosse” (p. 133).

Come i suoi personaggi, anche questo lessico, così legato a una precisa quotidianità,  contribuisce ad ancorare le vicende al loro  territorio. Questo linguaggio ci dice che il racconto di Nabil e dei suoi concittadini, imprigionati nelle maglie dei loro cliché, non è che l’allegoria di un paese, l’Algeria, più antico che moderno, ancora incapace di riappropriarsi del proprio futuro. “Sai qual è il problema di noialtri algerini?” si chiedono quasi ad ogni capitolo i personaggi del romanzo, e nessuno sa dare risposte e soluzioni convincenti. Infatti, in questo momento storico il popolo algerino, per la verità non diversamente da ogni altro popolo del pianeta, vive il sofferto passaggio tra due narrazioni, altrettanto chimeriche e manipolabili: quella che predica il recupero di una presunta appartenenza al proprio passato e quella che promette nuove identità all’altezza dei tempi, che però appaiono incerti e problematici.  

Le numerose scene di vita quotidiana presenti nel romanzo vanno lette, a mio parere, alla luce di questo dilemma che attraversa ogni sua pagina.  La ricostruzione della vita di una città di provincia, con i gesti della gente al mercato, le discussioni degli uomini nei caffè, le scaramucce, i litigi, le burle, così come le prepotenze, gli imbrogli e le furberie, non costituiscono il folklore esornativo della narrazione. Persino consolidati topos letterari come quello del contadino che in città è facile vittima degli scafati cittadini, qui rappresentati dai venditori di valuta o dai parcheggiatori abusivi, non si risolvono in calligrafici bozzetti naturalistici. L’attenzione di chi narra assomiglia piuttosto a quella di un etnografo. Certo, il suo sguardo non è imparziale, dietro ogni parola si sente la sofferenza e l’insofferenza dell’osservatore. Ma si tratta di uno sdegno non giudicante. Infatti se nella rappresentazione di queste scene non c’è compiacimento estetico, di fronte ai racconti di sfruttamento sul lavoro, di violenza, di ordinaria corruzione e illegalità manca una esplicita denuncia sociale. E non certo per una scarsa sensibilità verso questi problemi da parte dell’autore, sempre estremamente attento a segnalare le storture sociali. Il fatto è che Smari è uno scrittore che ama la complessità e non si sottrae mai alla sua sfida. Qui e altrove lo fa evitando facili giudizi, entrando nel merito delle contraddizioni, sottoponendo le sue storie allo sguardo di più punti di vista, trasformandole in sofferti e (ahimè) insolubili problemi. E così in La trottola i difetti morali, i comportamenti immorali e anche i pregi degli algerini  sono percepiti attraverso angolazioni e interessi diversi, che, non potendoci permettere in questa sede ulteriori distinguo, che pure si potrebbero fare, per semplificazione collochiamo in tre ambiti: quello del narratore, di Nabil (almeno prima della sua conversione) e di alcuni personaggi come Lamin e Barush; quello degli imam e di buona parte della popolazione da essi indottrinata;  e quello degli occidentali. Vale la pena di soffermarci su questo aspetto, non solo per la sua centralità all’interno del romanzo, ma anche perché affronta un intreccio di problemi che in buona parte riguardano anche gli italiani. E questo Smari lo sa.

Il punto di vista del narratore, soprattutto nei primi due terzi del libro, si serve di Nabil come suo portasguardo: Nabil “Si mette a studiare il mercato” e “si perde a riflettere”, p. 34; “Si appoggia al parapetto del ponte e segue là sotto altre scene della vita costantinese” p. 143. Nei comportamenti, nei dialoghi, registrati dal nostro scienziato sociale dei “costumi degli hammia” (p.67), emerge una sentita critica alla corruzione dei suoi concittadini, alla loro trasandatezza, nella cura di sé (quante volte nel corso della narrazione, si parla di “ciabatte”, di “ciabatte di plastica”!) e della propria città (gli edifici in rovina, le buche nelle strade, la sporcizia…). Nelle parole soprattutto di Lamin compaiono spesso attacchi al fatalismo degli hammia alla loro mancanza di iniziativa.  Ricercando le cause di tale inettitudine, Nabil, in una sua lettera, che, però, poi giudicherà “delirante”, parla di assenza di autostima: “La tragedia della nostra epoca scaturisce dalla natura dei rapporti tra due mondi dove in una esiste una malattia cronica, la follia di voler essere sempre là dove non si è, il cui sintomo principale è l’auto-disprezzo. Nell’altro invece esiste il rimedio per quello stesso morbo, che consiste nello spalancare le porte dell’accoglienza agli appestati facendone i propri cittadini, ma solo dopo aver dimostrato di saper ripagare anche col proprio sangue” (p.78). In tale quadro pessimistico non stupisce che pochi siano i pregi dei suoi concittadini indicati dal narratore, che si limita ad additare qualche segnale di solidarietà (p.148) e lealtà (p.191) o ad accennare al nif, all’orgoglio (p. 144), anche se a volte ridotto a sterile cocciutaggine. E poi c’è la rhama, la pietà, la stessa con cui “Dio… governa l’universo” (p.43). Ma sono, appunto, solo brevissimi accenni.

Più incline all’autoelogio e meno propenso all’autocritica è senz’altro il pensiero della gente comune. A differenza di Nabil, che almeno all’inizio del romanzo è sostenitore di un eclettico ecumenismo religioso e si mostra sempre aperto al dubbio, gli hammia appaiono molto influenzati dalle agguerrite prediche degli imam, che in maniera perentoria si scagliano in egual modo contro chi governa e chi è governato e per i quali i governanti inetti (che ormai hanno perso “i baffi” come dice un passeggero su un taxi collettivo), sono ciò che si meritano cittadini smidollati e privi di valori morali. Il filo conduttore di tali sferzanti sermoni è il miraggio della rivincita, che passa attraverso la guerra all’Occidente. Il Nabil della prima parte del romanzo si preoccupa dello scarso senso civico dei suoi concittadini, mentre gli imam puntano il dito contro la loro rilassatezza morale. Se diversi sono i mali da curare nell’opinione del narratore e dei suoi personaggi, diverse sono anche le medicine consigliate per la guarigione. Nelle moschee i predicatori, a caccia di proseliti, soffiano sullo spirito di rivalsa, sul sogno di un rinascimento islamico e puntano su un meccanismo retorico tristemente praticato non solo in Algeria: si tratta di costruire un nemico da odiare, l’Occidente, e inneggiare a “una sacra missione” per “essere pronti il giorno in cui i musulmani prenderanno il potere” (p.152, in corsivo nel testo). Ed è soprattutto nei momenti difficili, che tali incitamenti attecchiscono, come dopo aver visto in televisione lo scempio fatto su dei cadaveri da “un gruppo di soldati, invasori di un paese fratello” (p. 115). Allora la gente, “come i vinti di una battaglia” (p. 116) affolla le moschee, per avere un conforto alle umiliazioni viste e subite, per trovare uno sbocco allo sdegno e al proprio bisogno di dignità.

Anche il narratore, attraverso la voce di suoi personaggi, è più volte molto duro contro “l’imperialismo” occidentale e le sue forme di neocolonialismo, ma si guarda bene dal suggerire guerre sante, ben sapendo, come esemplifica la storia che racconta in questo romanzo, a chi ne sarebbe affidata la regia. Nella sua strategia discorsiva, la stessa apparente oggettività, con cui vengono riportati brani di prediche, diventa un mezzo per segnalare la sua distanza ironica, come quando un imam prescrive la necessità di farsi fotografare assumendo atteggiamenti guerreschi, per esempio accovacciati con un kalashnikov accanto, anche se finto. Tuttavia, con molta onestà intellettuale, nel romanzo non appaiono ricette alternative al fanatismo religioso, se non un implicito, cauto invito ad una profonda riflessione sulle proprie carenze culturali e politiche: “governante o governato, l’algerino non si è ancora fatto una cultura politica” (p. 148) pensa tra sé Nabil prima maniera, salvo, poi, anche questa volta, mostrarsi “poco convinto della sua posizione”.

Ma l’Occidente, oggetto di desiderio e di odio in questo romanzo, come vede, a sua volta, l’Algeria? Nella visione poliedrica che ce ne dà Smari l’ottica occidentale parla attraverso la voce di due americani: Robert e Claire. Lei è una giovane giornalista, che dichiara di apprezzare negli algerini il loro “machismo” (p.191). Nella sua candida confessione si alligna l’essenza dell’esotismo occidentale, che non sa “vedere” l’altro e l’altrove, se non proiettandovi il suo rovescio, i suoi desideri inconfessati. Ben più cinico è invece l’agire di Robert, che è un consulente di una agenzia di intelligence. Questo ex militare che si spaccia per docente di etnologia, giocherà un ruolo decisivo nel tragico finale della storia. Il suo pensiero viene sciorinato soprattutto in una conversazione al ristorante, tra finti elogi e giudizi trancianti

Può colpire che alcuni di quest’ultimi (gli algerini sono corrotti, sudditi e non cittadini, fatalisti rassegnati, creduloni, fedeli di una religione sostanzialmente rituale), sembrano compatibili, se non addirittura sovrapponibili a quelli che esprime il narratore attraverso i suoi personaggi magrebini. Ma, per rimettere i tasselli al loro posto, sarà opportuno scorrere l’elenco degli elogi di questo sinistro avventuriero, perché proprio da quella lista emerge con più chiarezza il sostanziale vizio alla base del suo argomentare. Infatti i pregi snocciolati da Robert partono da una presunzione di fondo, che, impedendogli di vedere nell’altro un portatore di una diversa visione del mondo con cui confrontarsi, lo appiattisce a un puro livello biologico, come se la sua identità fosse solo fisiologica e non il frutto di secoli di civiltà. In quest’ottica distorta gli unici aspetti positivi che la “razza” (p. 189) algerina è in grado di offrire sono la sua assenza di sovrastrutture culturali, la sua “felice ignoranza” (p. 190), le sue qualità primitive, selvagge. Allo stesso modo dei pregi, che rendono gli algerini “addomesticabili” (p.189), i loro difetti sono congeniti alla loro natura e quindi bisognosi di una robusta civilizzazione correttiva. È così che ciò che per un cittadino algerino (e non solo) sono piaghe sociali e culturali da sanare, diventa nella logica imperialista occidentale fonte inesauribile di risorse da sfruttare. Nell’ideologia razzista di Robert, infatti, anche l’Occidente è caratterizzato da istinti primitivi, addirittura animaleschi, ma il “vigore… predatore”, il “furore di vivere” (p. 103), la “vitalità traboccante”(p. 193) dei suoi popoli, “intessuta necessariamente di violenza” (id.) e necessariamente insensibile alla “cosiddetta morale” (id.), sono serviti e servono, a differenza dei popoli di altre “razze”, a piegare ai propri interessi le forze della natura e “orde di esseri non perfettibili” (id).

In questa ostinata messa in discussione di due culture, in questa pervicace volontà di un loro dialogo che rifiuti ogni violenza e ogni fondamentalismo da entrambe le parti, La trottola è simile agli altri due romanzi di Smari, ma prima di ritornare su questo tema, vediamo piuttosto le diversità tra i tre testi. In questa direzione è necessario tenere presenti i quasi vent’anni passati dalla pubblicazione di Fiamme in paradiso (Milano, il Saggiatore, 2000) e gli undici anni da L’occidentalista (Milano, libribianchi, 2008). In quel lasso di tempo il contesto è divenuto sempre più ostile a libere migrazioni e sempre più aperto alla comunicazione digitale. Di pari passo, si potrebbe dire, con tali mutamenti, nel primo romanzo si narrava del difficile approdo del protagonista a Milano, nel secondo del suo turbolento soggiorno, in La trottola, sempre secondo questa lettura in chiave storica, non è casuale che i movimenti del protagonista non riescano a uscire neppure dai confini del proprio paese. La sua non è una scelta regressiva, un recupero nostalgico delle radici, ma una drammatica resa. Nabil, come Karim e Samir, resta un personaggio in bilico tra due culture, ma per lui, ignaro del ruolo che svolge nel perverso meccanismo in cui è stato collocato, l’Occidente si limita ad assumere l’aspetto alettante e insidioso di un mondo immaginato e virtuale. A sua volta l’Algeria non è più la patria da rimpiangere, ma la terra che è difficile abitare e, nello stesso tempo, sembra impossibile cambiare. Spenti gli schermi dei computer e delle televisioni, è con questa realtà che ora deve fare i conti il protagonista. E Nabil, pur non rinunciando allo spirito critico dei protagonisti che lo hanno preceduto, lo farà senza sarcasmo e senza rabbia, con rispetto e umiltà. Anche se questo non gli impedirà, ancora una volta, di perdere la sua sfida.

Infatti, in tutte queste parabole raccontate da Smari c’è la stessa, tragica, matrice narrativa: quella di un eroe che può vincere la sua battaglia solo perdendola. Solitari, contro corrente, alla ricerca irrequieta di autenticità, diffidenti verso ogni dogma o ideologia, questi protagonisti sono destinati alla sconfitta. Che non si presenta, tuttavia, come una decadente scelta nichilista, ma piuttosto come offerta sacrificale, non importa se voluta o subita. La loro morte non appianerà certo le contraddizioni, non risolverà gli angosciosi dilemmi di cui si sono fatti portatori, ma servirà, quantomeno, a tenerli in vita nella coscienza di chi legge le loro storie. E in questo romanzo a farlo sarà Fufa, saggia bambina e futura donna, salvando, nella devastazione, qualcosa che è appartenuto a Nabil. D’ora in avanti il movimento della trottola, la stabilità del suo equilibrio e la continuità della sua durata dipenderanno solo dalla forza e determinazione che riuscirà ad imprimerle.

L'autore

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Remo Cacciatori

Remo Cacciatori, attualmente insegnante in pensione, è stato docente di scuola media superiore e animatore di numerosi progetti nell’ambito della formazione e dell’editoria scolastica, per la quale ha pubblicato antologie e curatele. Professore a contratto dal 2007 al 2016 presso Università degli Studi di Milano, si occupa di problemi di teoria del romanzo e di narrativa del Novecento.

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