aritmetica dell’immigrazione

 

Ilaria Vitali
Aritmetica dell’emigrazione
L’Harmattan Italia, 2003
114 pp, 13.30 €

redazione el-ghibli

Può l’esilio divenire fertile terra d’incontro e di rinascita? Può il cambiamento linguistico generare strutture narrative e stilistiche innovative e originali?

Sono le domande alla base di questo studio sulla letteratura della migrazione, che vede come protagonista uno degli autori europei più interessanti del ventesimo secolo.

Aritmetica dell’emigrazione (L’Harmattan Italia, 2003) è uno studio che tratta il tema dell’esilio attraverso la figura di Milan Kundera, autore arci-noto al grande pubblico, ma ancora largamente sconosciuto al panorama critico italiano.

Partendo da una citazione dell’Ulisse di Kavafis, il saggio vuole costituirsi da subito come un’indagine sui problemi della migrazione e della comunicazione letteraria, seguendo la struttura di un viaggio a tre tappe, che analizzano ognuna un momento diverso del percorso letterario di Kundera nell’ottica del cambiamento.

La prima vuole essere un approccio al tema dell’emigrazione e dell’intercultura in ambito letterario. Avvicinandosi ad un autore come Milan Kundera è infatti legittimo porsi delle domande: domande sulla sua “doppia” appartenenza, sulla delicata questione dell’esilio, sulla sua condizione di émigré proveniente da un paese occupato, stabilitosi in Francia verso la metà degli anni settanta. A queste questioni se ne aggiungono poi altre, questioni filologiche: l’abbandono della lingua madre, il ceco, e la scelta del francese, questioni ancora più sentite nell’opera di un autore che ha sempre mostrato un grande interesse nei confronti della “parola” e che ha fatto della riflessione sulla lingua non solo una tecnica narrativa, ma il punto di partenza della riflessione e dell’interrogazione esistenziale.

La seconda entra nel vivo dell’opera di Kundera, concentrando l’analisi sui problemi della comunicazione e della ricezione. Nei romanzi di Kundera, la parola sembra sfuggire alla volontà stessa del mittente per acquisire significati sempre nuovi: paradossalmente, tanto più il messaggio è distorto e frainteso, tanto più acquisirà forza e potere. Ecco perché i personaggi dell’universo kunderiano – molto spesso degli “esiliati” – sono inermi di fronte alle “trappole” della comunicazione e ai malintesi semantici.

La terza ed ultima tappa del viaggio costituisce infine uno studio dettagliato sulle strategie messe in campo da Kundera per risolvere, o tentare di risolvere, i problemi della comunicazione, inter e intra-culturale. Nel saggio “Re-Integrating Europe” Petr A. Bilek aveva notato una realtà paradossale a proposito dell’opera di Milan Kundera: “the prose writer who made misunderstandings, misreading and misinterpretation one of his main themes, has been constantly misunderstood.”

È precisamente per rispondere a questi errori interpretativi che Kundera cerca di opporre al linguaggio “tout fait” una sorta di dizionario intimo, che trova la sua realizzazione concreta nel 1985, nel saggio “Soixante-treize mots”. In quest’opera, concepita come un vero e proprio piccolo vocabolario, Kundera si impegna a spiegare il significato intimo che imprime ad alcune parole – le settantatre del titolo. Non si tratta tuttavia che dell’esplicitazione estrema di un lavoro onomaturgico continuo, che attraversa trasversalmente tutti i romanzi di Kundera, in particolar modo quelli successivi all’esilio. Kundera non è infatti giunto al francese senza difficoltà, ma piuttosto attraverso un lavoro continuo di definizione e ricerca linguistica, riflessione sui poteri e le trappole della lingua. Partendo da questi presupposti, questo studio si propone di analizzare il Dizionario Intimo di Milan Kundera concepito come una tecnica e una strategia narrativa e stilistica, attraverso la quale l’autore definisce e ridefinisce continuamente il significato delle proprie parole – come spesso accade nella tradizione della letteratura émigré – cercando di risolvere a suo modo ciò che Mallarmé definiva “le défaut des langues”.

Lo studio vuole sfatare i luoghi comuni che spesso accompagnano l’esilio e l’emigrazione, mostrandone la demistificazione attraverso l’opera di Kundera e la sua ricerca, continua e costante sulla lingua e l’opera letteraria.

È dunque possibile tracciare una topografia del romanzo legata all’emigrazione di grandi autori come Nabokov, Rushdie e altri, che con le loro opere hanno ampliato gli orizzonti e i confini di letterature e culture diverse da quella di origine? Un dato appare evidente: con i loro spostamenti sulla cartina geo-politica, questi autori hanno disegnato una loro personale topografia della letteratura mondiale, tracciando con i loro percorsi evolutivi, la storia del romanzo così come la intende Kundera, ovvero “la mappa dell’esistenza umana”. Lo scrittore, che non è per Kundera né storico né profeta, ma piuttosto esploratore dell’esistenza, si appresta dunque a tracciare la sua personale carta esistenziale. Questa particolare topografia è oggetto d’analisi in questo studio.

Un saggio agile e di facile lettura, corredato di una bibliografia dettagliata dell’opera di Kundera (in ceco, in francese e in traduzione italiana) nonché di testi critici, articoli e studi interamente dedicati all’autore. Uno studio che interesserà gli “adepti” della francofonia – i romanzi di Kundera sono analizzati proprio a partire dal testo francese, corredato dalla traduzione italiana di Adelphi – così come gli studiosi del fenomeno dell’emigrazione in letteratura, e naturalmente tutti gli amanti dell’opera di Milan Kundera, terra ancoraincognita del panorama critico italiano.

Ilaria Vitali è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Ferrara e prosegue gli studi di dottorato di ricerca in Letterature Francofone presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna.

Marzo  2004