Borgo farfalla

Mihai Mircea Butcovan
Borgo farfalla
Eks&Tra     2006

Adele Desideri

Butcovan è nato in Romania e vive in Italia dal 1991; possiede una buona conoscenza della lingua italiana e scrive una poesia epigrammatica, stretta e secca come il riccio di una castagna che punge e protegge, al suo interno, la tenera polpa. L’autore racconta con una lente matematica, analitica, e coglie, in un accenno stringato, in un particolare insolito, il senso del collettivo: “L’ignoranza è la proporzione/ tra l’anagrafe/ ed il sapere// E se è meno dell’unità…//” (pag. 25). Questa raccolta poetica si struttura in una versificazione corta e cesellata, il linguaggio è tecno–ermetico, le strettoie sintagmatiche giocano nevralgie di sensi: “Ma quanto tempo/ dovranno stare/ i nostri e vostri figli/ nei corsi di recupero?//” (pag. 85). Lo stile è freddo, ma nelle freddure delle parole passano significati laceranti; quasi, per pudore, si volesse nascondere il dolore. È un testo, Borgo Farfalla, sperimentale-ingegneristico in cui l’autore crea forti tensioni semantiche che, repentinamente, si  dissolvono dietro al fonema; c’è, in queste pagine, la paura del futuro, il quadro valoriale dell’eredità morale ed etica ricevuta nel paese di nascita e il sogno di quello che l’autore vorrebbe costruire hic et nunc; c’è la sofferenza, descritta anche con tinte ironiche, di chi arriva da lontano, con grande prostrazione, e non trova la dovuta accoglienza, il diritto d’asilo. Butcovan scrive un libro di denuncia, una poesia civile, una liturgia dell’esodo: “Vento ritmato/ Da preghiera abbaziale/ La schola cantorum/ Su un gommone attraversa/ Il sogno di una terra promessa//”(pag. 63). Le parole si aggrovigliano come reticoli metropolitani, l’una sull’altra; bisogna prestare attenzione, allora dal suono stridente esce il senso e nel fulmine di un’immagine si rivela un destino a ritroso: “Perché l’uomo/ Da dio/ Si fa lavare i piedi//”(pag. 37). In “Infanzia” (pag. 17), una delle liriche più incisive, mancano i verbi e il participio passato, aggettivato, determina, insieme al soggetto, la struttura duale del verso; il quale, scarnificato, genera la pienezza di una storia, tutta vissuta nella migrazione dalla propria terra verso quella promessa, con la costante passione della scrittura e della lettura. In “Cadetto in cadenza” (pag. 21), invece, nelle metafore irsute degli accenti linguistici, traspare la storia di un amore e di un’esistenza, che si apre al senso, sovrapposto, della libertà.

“Non cammino sulle acque//” (pag. 23), scrive Butcovan che coglie ed esprime il segreto del mistero: “Voglio andare/ A quel mare/ Uno di tanti/ Uno di quelli/ Che non gli vedi l’altra sponda/ Immenso/ M’immergo/” (pag. 23). Forse nel suo mare c’è spazio per ogni uomo, qualunque sia la sua nazionalità.

Adele Desideri

Questa recensione è già stata pubblicata in “Le voci della luna”, N. 38, luglio 2007, Bologna

14-12-2007