Generazione che sale

Come Audrey Hepburn

Motivazione per il terzo classificato

Il racconto si avvale di una scrittura fluida e a tratti improntata a sprazzi di eleganza. Il tema proposto dal Bando del Concorso appare centrato con convincente dose di originalità. La costruzione della narrazione propone anch’essa una struttura che, scorrendo sotto gli occhi del lettore, lo conduce ad una conclusione improntata a un sorprendente approdo. Gli elementi descrittivi servono a calare progressivamente il lettore nel cuore del nucleo costituito da una tematica, di per sé complessa, che lascia affiorare a mano a mano la dolorosa ricerca di un’identità da parte della protagonista che, in questo caso, è anche la ricerca di un’identità sessuale. La delicatezza dei toni, la leggerezza del linguaggio utilizzato risultano sorprendenti, accompagnate, come sono, da una capacità di introspezione nell’animo femminile .

Come Audrey Hepburn

Il peggio è passato. La chemio sta iniziando a dare i primi risultati sul mio
corpo. I lunghi capelli biondi e soffici lasciano il posto a bandane colorate e,
guardandomi allo specchio, noto un certo pallore sul viso e diffusa magrezza addosso.
<<Cécile!>>. È Lorelle che mi chiama. Mi ero persa a guardare le nuvole fuori dalla
finestra della stanza d’ospedale: leggere e aggraziate come ballerine che danzano sulle
note del Lago dei Cigni. Che opera pazzesca! Certo, mi è capitato di andare da piccola a
teatro e vedere, insieme a mia madre, spettacoli magari più imponenti di questo. Ma a
mio parere Tchaikovsky e il Lago dei Cigni vincono su tutto!
Mi annoio a stare sdraiata su questa poltrona senza far nulla. Goccia dopo
goccia il medicinale scende lungo il tubo della flebo, lo sento entrare dall’avambraccio e
bruciare. Ormai lo sopporto abbastanza bene; le prime sedute invece erano state una
tortura. Avevo alzato un attimo gli occhi da una pagina del mio diario dell’anno scorso,
per guardare, appunto, le nuvole e sentire se provavo le stesse sensazioni che provai
allora. Il medico mi consigliò, sin dal principio, di riportare ogni avvenimento della
giornata, ogni sensazione provata, ogni pensiero, ogni cosa, fra le pagine di un diario: il
mio diario di bordo!
Ero assorta nei miei pensieri quando è entrata lei, chiamandomi per nome.
Quanto è bella baciata dai raggi del sole che penetrano timidamente nella stanza e con
quel suo sorriso sempre sulle labbra: sembra proprio una visione celestiale. La mia
bellissima visione. È stato davvero molto difficile farci accettare dal mondo, dalle nostre
famiglie e da noi stesse. Quanti pregiudizi, quante cattiverie per un amore che non
chiede di essere trattato diversamente da ciò che realmente è: amore.
La giornata che stavo leggendo inizia così. La ricordo ancora.
Il sole è particolarmente caldo oggi ed è un’ottima giornata per fare un picnic. Qui ad
Alençon non è una consuetudine avere un clima mite. Kaled mi passa un tramezzino.
Adoro sentire l’odore del basilico che si spande dagli angoli ed assaporare morso dopo
morso le fette di pomodoro: mi riporta a quel viaggio in Italia fatto con la scuola lo
scorso anno. Roma era magica e mi sentivo come in quel film con Audrey Hepburn,
Vacanze Romane. Il cibo poi, non ne parliamo. Mi viene ancora l’acquolina in bocca a
pensare agli spaghetti all’amatriciana, ai tranci di pizza con la mozzarella filante ed al
pane con pomodoro e basilico. Che sapore! Niente a che vedere con questa nostra
imitazione, riuscita non proprio all’italiana.
Di quel viaggio mi è rimasto impresso anche il viavai di extracomunitari al
lavoro fra i tavoli in quel ristorante dove mangiavamo spesso. Con loro, lavapiatti,
aiuto-cuoco, pizzaioli, tutti insieme, italiani e non, collaboravano in un’atmosfera molto
familiare! Cosa rara a vedersi.
Lui è il mio migliore amico, Kaled intendo, anche se il tramezzino è sulla
buona strada. È tunisino e anche se i suoi genitori vivono qui ormai da un po’ di anni,
non cambia nulla: per lui è stata davvero dura inserirsi a scuola. A me, al contrario del resto del gruppo, ha fatto subito simpatia ed ho cercato presto di costruire un legame:
una bella amicizia è stato il risultato (e che amicizia!). Kaled è un ragazzo sensibile,
dolce, intelligente, simpatico e ha delle buone qualità, invisibili ai pregiudizi di molti. È
anche un bel ragazzo: moro, carnagione fra il tabacco e il miele, lineamenti da principe
orientale, occhi scuri e profondi. Fascino e stile sono immediatamente visibili, almeno a
me.
Lorelle e Kaled sono i miei pilastri, coloro che mi spingono a non gettare la
spugna nei momenti di crisi. Come quando mi è stato diagnosticato questo cancro al
cervello. L’ennesimo motivo per essere additata come diversa. Sì, perché i malati di
cancro vengono guardati con un occhio “di riguardo”. Gli occhi della gente dicono
<<Poverina! >>. Compassione di facciata che non arriva al cuore. Non scaccia il panico
e non ferma le domande, la domanda: cosa fare prima che il tempo finisca: viaggiare,
leggere, vedere film e spettacoli, conoscere gli altri, “vivere” nuove esperienze. Non ne
avevo completamente idea in quei terribili giorni primi giorni. La paura stava facendo sì
che il bastardo prendesse più campo. Mi stavo lasciando andare. Ma loro sono stati lì,
più forti di me, a scuotermi, a farmi ragionare e sognare.
Profumo di orchidee. Amo questo dolce odore che la brezza leggera trasporta
per il parco, simile al volo delle piccole farfalle bianche che si vedono in giro a
primavera. Adoro anche sentire sotto il palmo della mano i fili d’erba umidi. Mi fa
ricordare quando da bambina, cadendo dalla bici, mi ritrovavo sopra questo manto
morbido e fresco che non mi faceva sentire molto il bruciore delle ferite “di guerra”.
C’era una farfalla, quando ci siamo conosciute, a disegnare una timida giornata
di marzo. Passeggiavo per il centro guardando le vetrine delle cioccolaterie e delle altre
boutique e la vidi volare vicino alla spalla destra. Lasciai perdere le vetrine e provai a
seguire il suo impercettibile volo. Credendo di seguire la piccola colorata guida
accelerai il passo verso il parco, direzione laghetto. Lorelle e i suoi colori erano lì. Il
rosso, come il basco che portava sopra i riccioli castagna. Il blu, come il mare dei suoi
occhi, che mi guardarono conquistandomi. Altre farfalle svolazzavano nello stomaco.
Lorelle, quando in seguito ripensammo al nostro primo incontro, mi confessò di aver
provato, allora, il mio stesso brivido. <<Piacere, Cécile>>, dissi. <<Piacere, Lorelle>>,
rispose. Iniziò così la nostra lunga conversazione che ci portò, poco alla volta, ad altro.
Si era da poco trasferita in città insieme al padre giornalista. Scoprimmo presto di essere
anche compagne di classe. Problema! Scattò fra noi un meccanismo che ancora oggi
non so spiegare bene. Era qualcosa di nuovo anche per me e lei, anzi, soprattutto per me
e lei. Il primo mese fu quello dello studio, della comprensione e della scoperta.
Cercavamo di capire cosa stesse accadendo e come fosse possibile innamorarsi.
In seguito mi capitò di leggere su internet una storia molto simile alla nostra,
solo che non era finita bene. Due ragazzi avevano scoperto di essere omosessuali per un
puro colpo di fulmine. Avevano iniziato a frequentarsi, incontrando presto la derisione
continua di molti. Uno dei due cedette all’angoscia, andandosene per sempre. La paura prese anche me, anche noi, ma la superammo lentamente insieme.
Il primo anno passò fra il segreto e l’incertezza. Volevamo essere sicure prima
di fare il grande passo e dichiararci, soprattutto alle famiglie. Quando avvenne, le
reazioni non furono tra le migliori. Mio padre rimase in silenzio, prese la giacca e si
andò a fare un lunga passeggiata per “schiarirsi le idee”; mia madre scoppiò in un pianto
interminabile, prese il rosario, che teneva sempre con sé nella tasca destra del pantalone,
e iniziò a pregare Dio di farmi “guarire”. Ma almeno loro, dopo la scoperta della mia
vera malattia, hanno accettato il nostro rapporto, perché vedevano che con lei vicina
rispondevo bene alle cure. I genitori di Lorelle, invece, non riescono ancora a darsi
pace.
A scuola le reazioni furono ben altre. Venivamo guardate con occhio indagatore
da tutti; dopo il nostro passaggio nei corridoi nasceva il bisbiglio. Noi allora ci
fermavamo, ci guardavamo negli occhi e continuavamo a camminare, come se nulla
fosse, tremando dentro.
A volte penso, continuando a guardare queste gocce che scendono lentamente
dalla flebo, se dimenticherò proprio tutto o se qualcosa, come quel profumo di
orchidee, o quel viaggio in Italia, o l’inizio della mia storia con Lorelle, o qualsiasi altro
ricordo o sensazione, riuscirà a rimanere ancorata alla mia memoria o finirà per sempre
nell’oblio. I dubbi adesso non servono. Voglio “vivermi” giorno dopo giorno più che
posso: l’ho imparato a scuola, <<CARPE DIEM>>. Voglio continuare a cogliere ogni
attimo con la stessa intensità di quel giorno in cui vidi il rosso, il blu, un sorriso.
Così, riportando alla mente vecchi ricordi e sperando di aggiungerne di nuovi,
scrisse sulle pagine, datate 29 Aprile del suo tanto caro diario, la mia dolce Cécile.

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.

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