Narrativa transnazionale

da Contraband of Hoopoe

Da Contraband of Hoopoe (Omnidawn, 2014)

Traduzione di Anna Aresi

Compro una salsiccia all’aeroporto in Polonia. Kiełbaska, kiełbasa, kabanos, kabanosik. Lei, la mia dote transcontinentale. Il bimbo sacrificale della mia lingua. Divinità straniere ci volano sopra, ripiene di foraggio. Se Dio me la fa passare, mi mangerò la salsiccia come una santa, circonfusa d’incenso, girando attorno a un tavolo con canti gregoriani. Variazioni folkberg. Il nastro trasportatore sputa la mia valigia. Con fare cospiratorio trasferisco la salsiccia dal bagaglio a mano alla valigia. Mi guardo attorno. Prego per la salsiccia mentre mi avvio alla dogana. Angelus – acquolina. Angelus – salivazione. San Giorgio sta per conficcare la lancia in un dragone sfrigolante. La valigia attraversa un ‘salsiccia-detector’. Che una vecchia salsiccia possa rinascere a nuova vita? La guardia mi prende da parte. La guardia alza la salsiccia in controluce. Il suo trofeo-babushka. “È una salsiccia sottovuoto”, dichiaro con orgoglio: ho introdotto una nuova specie! “Ma lei ha dichiarato: niente carne”, dice la guardia. “La salsiccia sottovuoto, non è forse carne?” “La salsiccia sottovuoto è salsiccia sottovuoto!” dico io, mentre l’angelo custode della mia salsiccia si divincola dalla luce. La guardia sbatte le palpebre quando ripeto con determinazione: “La salsiccia sottovuoto è salsiccia sottovuoto”. L’allitterazione ipnotica lo riporta alle acque dell’infanzia dove le anguille saltellano danze scozzesi. Oh dolce salsiccia in ostaggio. Santa degli arresti, ora pro nobis. Che la mia nuova specie abbia pietà di noi. Che sfugga ai confini. Oh, uccello da forno, il cui canto migratorio è una salsiccia salsiccia salsiccia… Cara salsiccia dei martiri. Patriarca sottovuoto. Che la Vergine Libertà se la ingoi.

Ellis I

portavano scatole portano piume portan trapunte portarono bibbie portavano candele portan cuscini portano vuoti e mappe portano botti blu di tristezza portano una capra viva portavano botti di cetrioli un vestito da luna di miele portano pinzette spillette bottoni portarono crocifissi portano uova di Pasqua mezze dipinte portavano il libro delle Ore portano coltellini tascabili portavano lacrime portano macchine da cucire portano scarpe di asino come portafortuna portavano un duende scuro e luminoso portavano bambini e fisarmoniche portavano pipe di ceramica portano paure portano lenzuola portano wurstel e pretzel e ciambelle, ‘beygals’ e ‘knishes’ portano la distanza da ciò che più hanno amato portarono vocali e consonanti portarono spezie e intersezioni portarono cuscini per dormire e copriletti hanno portato gli asciugamani portano mangani portavano mattarelli portano un portaspezie il dolore in cento dolori la speranza in cento speranze

Il contrabbando è disagio: la porta dell’aeroporto semichiusa attraverso la quale
sgattaioleranno fuori fantasmi e solide apparizioni che marceranno come
soldatini verso nuove frontiere. La musica del contrabbando è il jazz, l’im-
provvisazione, possibile solo grazie a una rigorosa preparazione.

L’uomo di Lascaux non imitava solo il mondo naturale – dipingeva
esseri immaginari con le corna, e altri misteriosi semianimali senza
vita. Era un trasgressore. Contrabbandava eccessi. Portava la
terza dimensione. Persino la mimesis di Aristotele si arrende e si apre
al deus ex machina, alla catharsis epifanica; al livello linguistico, alle metafore.

Joyce era un contrabbandiere di identità. Evanescenze. Tremolanti. In una
lettera al fratello Stanislao, Joyce catalogò le sue preferite:
un cocainomane, una spia austriaca, il fondatore del dadaismo, un
propagandista bolscevico. James Gavin dice che per Joyce: “intrigo
e pericolo volevano dire evitare il padrone di casa il giorno dell’affitto”.

E.D. contrabbandò Longfellow e Jane Eyre. Suo padre Edward
pensava che i libri contemporanei le avrebbero scombinato la testa, così lei li
nascondeva nel cespuglio di alloro o sotto il pianoforte. Cosa contrabbandiamo di lei
per la posterità? Le lettere che voleva bruciate dopo la morte. La carta di un
cioccolatino di Parigi con sopra una sua poesia. Una ciocca di
capelli rossi. Un foglietto con lo schizzo di una tomba sul retro.
Un francobollo da 3 cent. La ricetta di una torta di cocco. Due dagherrotipi. I relitti dei
suoi rebus che coprivano desideri e lentiggini.

Il contrabbando è un grande Uovo Kinder. Una matrioska. Un
pentimento. Il contrabbando è una porta socchiusa.

 

Senti l’apparizione? Le ali dell’upupa mi sbattono sotto
la camicia. Il suono huphuphup huphuphup mi trasuda dai capezzoli: i miei seni,
danzando al palo pagano, hanno la sindrome di Tourette. Ho i seni agitati
come se stessero cantando inni di chiesa, in ginocchio, in piedi, in
ginocchio. Devo fermarmi e massaggiarli con nuove ninnananne.

L’upupa è un messaggero dybbuk che mi chiacchiera nel reggiseno. Quest’
azione non è priva di precedenti: il re Salomone mandò un’upupa al di là
dell’oceano alla regina di Saba per spronarla alla conversione. Plinio non
disse niente dell’upupa. Dall’altro lato, Kirchner nel Collegio Romano aveva
un’upupa nella sua collezione di scheletri, tra ossa di aquile,
gazze, tordi e una scimmia brasiliana.

O valle di privazioni, mia Cloude of Unknowyng, prega per me, Upupa
epops. Riconvertimi alla meraviglia. Curami il cuore dal torbido
desiderio di tornare a casa. Sei tu che mi porti al di là dell’oceano, così come lui,
una volta, portò tutti gli uccelli del mondo in pellegrinaggio dal Simurg. A una nuova
terra in cui le ghiandaie non si annoiano e i fringuelli non lanciano semi ai
bambini.

Quando attraverso il confine mi viene il singhiozzo. L’ufficiale mi fissa i
capezzoli. Porto con me la meraviglia. Porto abbondanza. Risveglio in lui le
ali nascoste.

 

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Anna Aresi