Poesia transnazionale

Da Ewa Chrusciel, Of Annunciations

Da Ewa Chrusciel, Of Annunciations (Omnidawn, 2017)

Traduzione di Anna Aresi

Introduzione

Ewa Chrusciel (Cracovia, 1972), è una poetessa e traduttrice polacca da tempo residente negli Stati Uniti. Dopo la laurea in filologia polacca e il Master in letteratura inglese presso l’università Jagellonica di Cracovia, si trasferisce a Chicago, dove completa un Ph.D. in lingua e letteratura inglese presso l’Illinois State University. È ora professoressa associata di scrittura creativa e poesia al Colby-Sawyer College in New Hampshire. Chrusciel ha pubblicato due raccolte di poesie in polacco: Furkot (The Library Series of Studium: Cravocia, 2003) e Sopiɫki (Biblioteka Frazy, 2009), prima di passare all’inglese, sua lingua adottiva, con le successive raccolte: Strata (Emergency Press, 2010), Contraband of Hoopoe (Omnidawn Press, 2014) e Of Annunciations (Omnidawn Press, 2017). All’attività poetica, Chrusciel abbina quella di traduttrice dall’inglese al polacco di autori come Jack London, Joseph Conrad e Jorie Graham. Le sue poesie sono state pubblicate in numerose riviste americane e polacche e alcuni dei suoi testi sono apparsi in italiano su Il giornale e La freccia e il cerchio.

Questa terza raccolta in inglese di Chrusciel rappresenta un grande passo in avanti rispetto alle due precedenti. Se Strata serve alla poetessa polacca per trovare la propria voce in inglese–e la situazione di liminalità linguistica è inerente al titolo stesso della raccolta, che può essere letto sia in inglese come “strati” sia in polacco come “perdita”–e Contraband ribadisce e rafforza l’originalità dell’ispirazione e delle forme stilistiche di Chrusciel nel panorama poetico americano, Annunciations si mantiene in linea di continuità con la produzione precedente, ma con una sperimentazione formale e stilistica mai vista prima nella sua poesia inglese, nonché con un’urgenza contenutistica che tiene il lettore con il fiato costantemente sospeso.

L’intera raccolta è dedicata alla tragedia contemporanea di migranti e rifugiati, in tutte le sue sfaccettature. Secondo la poetessa americana Fanny Howe, Annunciations sembra una traduzione, la traduzione in poesia dell’esperienza di migranti e rifugiati cui viene così spesso negata la possibilità di espressione.[1] Frutto di una ricerca estensiva sui materiali più disparati – libri, interviste, documentari, giornali, etc. – la poesia di Chrusciel legge la vicenda dei migranti secondo la chiave dell’episodio biblico dell’Annunciazione, perché i ‘volontari’–come li chiama la poetessa–sono chiamati a rispondere con un “sì” o con un “no” al grido di aiuto di stranieri, rifugiati e migranti e, così come la Vergine Maria nel Vangelo, dal loro “sì” dipende la salvezza dei richiedenti aiuto. Così facendo, Chrusciel mira ad aumentare la nostra consapevolezza della situazione drammatica dei rifugiati e l’empatia nei loro confronti. Il libro sta in bilico sull’orlo del baratro che si apre tra il desiderio di aprirsi all’altro e la paura che l’altro genera in noi. Cosa significa dire di “sì” ad uno sconosciuto? Quali sono le implicazioni, positive e negative, che derivano dall’accoglienza dell’altro?

Caratteristica della poesia di Chrusciel è l’intreccio costante di temi e motivi che si rincorrono, sia all’interno del singolo volume che da una raccolta all’altra, così che ogni raccolta si configura sia come insieme a sé stante che come parte di un tutto più vasto in relazione a quella precedente e successiva. Tra questi temi e motivi spiccano in particolare quelli derivati dalle Scritture (non solo cristiane, ma anche ebraiche e islamiche) e dal mondo ornitologico (per esempio in Contraband la passione per il mondo ornitologico della poetessa si sovrappone al simbolismo del poema mistico persiano Il verbo degli uccelli). Anche in Annunciations sono presenti rimandi scritturali e riferimenti ornitologici, ma questa terza raccolta rompe con le due precedenti dal punto di vista formale, in quanto la poetessa abbandona quasi del tutto la sua caratteristica prosa poetica per cimentarsi invece con una varietà di forme versificate. Tale esplosione stilistica si può forse ricondurre al tema fondamentale che si snoda nella raccolta, la quale si offre come veicolo che dia voce alla diversità e unicità delle tragedie individuali e collettive di rifugiati e migranti, cui spesso è negata la possibilità di espressione. 

 

Non–Migrants’ Questions

What can you do, migrants? Calcified birds.
You perch on the trees at night.
You wear painted masks of scarabs. You have beaks.
You cast your nests. You pine on trees.
You needle. You roam the woods.
You wade through the freeze.
You come in a veil. You wait under a black chador.
You churn up grains, tides, whispers—
Your feet, dark banished nests, stitched wings of—
You perch in a fog. You sit on the camphor tree.
On a branch, on invisible stretchers. On a log, you pound.
It is a drumming station. On a log you pound your wings
until the dogwood hears.
You jump out of mouths with clumps of green.
With forsythia. You jump out of doorknobs.
You feather the chairs. Swallows exclaim the air.
Your feet—a precipice. Throat tips, ink stained. Miraculous
displacement –
Whisper the cliffs. Pound wings until the whole forest hears
until the logs spark into lumens.

Domande dei non migranti

Ma cosa potete fare, voi, migranti? Uccelli cementificati,
vi accoccolate sugli alberi di notte.
Portate maschere dipinte a scarabei. Avete becchi e
nidificate. Vi struggete sugli alberi.
Date fastidio. Vagate per i boschi.
Guadate il gelo.
Arrivate in un velo. Aspettate sotto un nero chador.
Macinate grano, correnti, sussurri –
I vostri piedi, nidi neri in esilio, ali rattoppate di –
Vi accoccolate nella nebbia. Sedete sull’albero di canfora.
Su di un ramo, su pali invisibili. Battete su un pezzo di legno.
È una stazione tamburellante, su di un legno battete le ali
finché il sanguinello non sente.
Saltate fuori dalle bocche con zolle di verde.
Con forsizie. Saltate fuori dai pomelli delle porte.
Impiumate le sedie. Rondini esclamano aria.
I vostri piedi – un precipizio. Punte di gola, macchie di inchiostro, miracolosa
dislocazione –
Sussurrano i dirupi. Battete le ali finché l’intera foresta non sente,
finché i rami non scintillano in lumicini.

 

 We Are the Bride

We were stuck for two days amidst the bombs in Ashrafiya.
A 10-year-old boy came in with a knife carrying
a wedding dress.
He cut the dress into many pieces and gave us each a piece.
We wore it on our heads and went out into the streets.
When snipers see it, they stop shooting.
What if we crossed Europe in wedding dresses,
our wavelengths stretching infinitely.

Siamo la sposa[2]

Siamo stati bloccati per dieci giorni tra le bombe di Ashrafiya.
Un bambino di 10 anni entrò con un coltello portando
un vestito da sposa.
Tagliò il vestito in tanti pezzi e ce ne diede uno ciascuno.
Lo indossammo sulla testa e uscimmo sulle strade.
Quando i cecchini lo vedono, smettono di sparare.
E se attraversassimo l’Europa in abiti da sposa,
con le nostre lunghezze d’onda che si distendono all’infinito.

 

A Migrant Balances on the Wire of a Dream

The drawing of foxes, the tentacles
of earth. Whisper the cliffs.
Pivot verticalities. Lumens. What
light admits.

Let there be a house.

Earth is air. News of luminous
itineraries slide
into shards, debris, annunciations. Flights

nest in windbreaks. Syllables
fly syllables. Syllables fidget
under seat belts.

What was your first syllable?

Light obscures me.

Do crystals conform?

Pictographs cradle in the air. Images
decomposed; ether into morphemes.
Syllabubbles enlipped.

The leaves of Mayflowers, monocots made
for vertigo, I have lived
centuries under the ice.

In relation to light,
the horizontal force drags our feet down,
the ancient plants shrink, and yet carry (in)
gymnosperms –
raw, ready, pining.

I saw Holy Trinities on trees
remain silent.

A woodcock will sit horizontally
until it spirals up
and I suffer vertigo.

Soon come trains. Fall as leap.

Un migrante in equilibrio sul filo di un sogno

I disegni delle volpi, i tentacoli
della terra. Sospirano gli scogli.
Imperniano verticalità. Lumi. Ciò che
la luce ammette.

Che possa esserci una casa.

La terra è aria. Notizie di itinerari
luminosi scivolano
in frammenti, detriti, annunciazioni. Voli

fanno il nido sui paravento. Sillabe
volano sillabe. Sillabe irrequiete
sotto la cintura di sicurezza.

Qual era la tua prima sillaba?

La luce mi oscura.

I cristalli si conformano?

Pittogrami cullati nell’aria. Immagini
decomposte; etere in morfemi.
Sillabolle a fior di labbra.

Le foglie della Mayflower, liliopsida fatte per
la vertigine, ho vissuto per secoli
sotto il ghiaccio.

In relazione alla luce,
la forza orizzontale ci tira giù per i piedi,
le piante antiche si restringono, eppure continuano a portarsi (dentro)
gimnospermi –
crude, pronte, desiderose.

Ho visto Sante Trinità sugli alberi
restare silenziose.

Una beccaccia si siederà orizzontalmente
finché non spiralerà su in alto,
e io soffro di vertigini.

Presto arriva il treno. Cadi con un salto.

 

Exilium

I lost my husband. I could not find him during the firing in
Hama. I took my ID with me, and my four children.
My mother and my 13 siblings live in Turkey. I am told life is easier
there. One day I hope to join them. My name is Hayam. I am
37.

The most important thing I took from Syria is my SIM card
for my old phone, which is inactive now, but I keep the SIM card. When I reached Lebanon, all I had with me was a plastic bag. My name is Ahmad. I am
25.

I took fear with me. When it strikes, I take my children and
run. When we ran the first time, we took a plastic
bag with
documents and photographs. My daughter took her
Tweety Bird.
She keeps her eye on it and in the evening she puts all the candies
she has inside it. My name is Muhammad. I am
38.

I took photos of my family and friends when I left our house in Tel Kelekh during the gunfire. Bullets perforated the walls. After crossing the border with Lebanon, I saw on YouTube that our house was demolished. My name is Joanna. I am 22.

I brought with me a wooden box which I bought in Baba Sharqi, a district of Damascus. The box is decorated with mussel shells. I keep my guitar picks in it. My name is Adnan. I am 25.

I took with me my fiancé’s lighter. It is an ordinary lighter. He wanted it back, but I never gave it to him. I did not tell my fiancé I was leaving. He supported Assad. I supported the revolution. We did not talk about politics, to avoid conflict. My name is Noor. I am 21.

I keep prayer beads, called tasbih, which means “to travel swiftly.” I had them on my neck when we left the house in Al-Raqqah. I take them off when I shower. There are 99 beads for 99 names for Allah. My name is Halima. I am 45.

I took golden bracelets from our house in Aleppo with me. I sold them to buy a tent in Lebanon. My name is Mariam. I am 23.

We took a kerosene lamp. We knew there were power outages in Lebanon every four hours. My mother, Fawza, took her sewing machine, which she’s had since childhood. We also took an old mortar. [the name missing]

I took a key with me. I come from Tel Kelekh in Homs province. Fayez, 25 years old.

Even though we left in the summer, I took a red winter jacket, a present from my father. Ruba, 4 years old.

I could not take my pigeons from Daara. My brother told me how to raise them and train them. I fed them out of my hands. Hussein, 16 years old.

I took my radio with me. I don’t let anybody touch it. When I leave the room, I close it in my wardrobe. I know the frequency & exact time of broadcasts. It is like being lost in the sea. The waves take you in all directions. I know the sea. I live in it.  Ali, 70 years old.

I took a scar on my belly. Ahmad, 65 years old.

I took a photo of my cousin, who drowned in the river while crossing the border with Lebanon. Khalil, 24 years old.

I took a cloth, tantal in Kurdish. My sister made it. The light beams out of it. Juma, 33 years old.

I took the Koran with me. I keep it in a special suitcase. Haj Zaher, 51 years old.

I took a photo of my lost son. He was 16 when they arrested him. I have not seen himsince. Ibtissam, 40 years old.

Exilium

Ho perso il marito. Non l’ho trovato durante gli spari di Hama. Ho preso con me la carta d’identità e i miei quattro figli. Mia madre e i miei 13 fratelli vivono in Turchia. A quanto pare la vita là è più facile. Un giorno spero di raggiungerli. Mi chiamo Hayam e ho 37 anni.

La cosa più importante che ho portato dalla Siria è la SIM card per il mio vecchio telefono, che adesso è inattivo, ma conservo la SIM. Quando ho raggiunto il Libano, tutti i miei averi erano in una borsa di plastica. Mi chiamo Ahmad e ho 25 anni.

Con me ho portato la paura – quando mi prende, afferro i bambini e corro. Quando abbiamo corso la prima volta, abbiamo preso una borsa di plastica con documenti e fotografie. Mia figlia prese il suo Titti. Lo tiene d’occhio e di sera ci mette dentro tutte le caramelle che ha. Mi chiamo Muhammad e ho 38 anni.

Quando ho lasciato la nostra casa di Tel Kelekh durante gli spari, ho preso foto di amici e parenti. Proiettili perforavano le pareti. Dopo aver attraversato il confine del Libano, ho visto su YouTube che la nostra casa è stata demolita. Mi chiamo Joanna e ho 22 anni.

Ho portato con me una scatola di legno che ho comprato a Baba Sharqi, un distretto di Damasco. La scatola è decorata con gusci di cozza e ci tengo dentro i plettri. Mi chiamo Adnan e ho 25 anni.

Ho preso con me l’accendino del mio promesso sposo. È un accendino ordinario, lo voleva indietro ma non gliel’ho mai dato. Non gli ho detto che sarei partita: lui sosteneva Assad, io la rivoluzione. Non parlavamo di politica per evitare scontri. Mi chiamo Noor e ho 21 anni.

Tengo un rosario, chiamato tasbih, che significa “partire all’improvviso”. L’avevo al collo quando ho lasciato la mia casa di Al-Raqqah. Lo tolgo quando mi lavo. Ci sono 99 grani per i 99 nomi di Allah. Mi chiamo Halima e ho 45 anni.

Dalla nostra casa ad Aleppo presi con me braccialetti d’oro. Li ho venduti per comprare una tenda in Libano. Mi chiamo Mariam e ho 23 anni.

Prendemmo una lampada di cherosene. Sapevamo che in Libano veniva a mancare la corrente ogni quattro ore. Mia madre, Fawza, prese la macchina da cucire che ha dall’infanzia. Prendemmo anche un vecchio mortaio. [senza nome].

Presi con me una chiave. Arrivo da Tel Kelekh dalla provincia di Homs. Fayez, 25 anni.

Anche se siamo partiti d’estate, ho preso una giacca a vento rossa, regalo di mio padre. Ruba, 4 anni.

Non ho potuto prendere i miei piccioni da Daara. Mio fratello mi spiegò come allevarli e allenarli. Mangiavano dalle mie mani. Hussein, 16 anni.

Presi con me la radio. Non la lascio toccare a nessuno. Quando lascio una stanza, la chiudo nel mio armadio. Conosco le frequenze & gli orari esatti delle trasmissioni. È come essere perso nel mare – le onde di trasportano in tutte le direzioni. Conosco il mare. Ci vivo. Ali, 70 anni.

Portai una cicatrice sulla pancia. Ahmad, 65 anni.

Presi una foto di mio cugina, che annegò nel fiume mentre attraversava il confine con il Libano. Khalil, 24 anni.

Presi con me una sciarpa, tantal in curdo. L’aveva fatta mia sorella, e irradia raggi luminosi. Juma, 33 anni.

Presi con me il Corano. Lo tengo in una valigia speciale. Haj Zaher, 51 anni.

Presi una foto del mio figlio perduto. Aveva 16 anni quando l’anno arrestato. Non l’ho più visto da allora. Ibtissam, 40 anni.

  

Telegram

e           i

We   f  l            wat    a       t    d       bo     f        th                            min

We  flo   in     wate   am   th   de   bod    fo      thir

We f   loat    in      water     amo   the dea bodi   for   thirt                  minu

we f l o a t w i w n a t a m e r o n g t h e a d b o d i e s f o r d e t h i r t y

We    float    in    water     among    the    dead    bodies   for   thirty  minutes.

 

Telegramma

a     i

Gall     mo i    c     r  c   i m    p   tr                min

Galle  iamo in          cq    ra   co  i mo    per tre

Galle ggiamo in         acqu     ra   i   cor i mor   per trenta      minu

g a l l e g g i a m o q i a n c q t r u a a i t i c o r p i m o r t r e n t a 

Galleggiamo   in   acqua   tra   i   corpi   morti   per   trenta   minuti.

 

Lost at sea, Cold and Planetary, They Long

for Narrative.

This is what the dead seek: to go in, to hurry back to bodies. If a human soul weighs twenty one grams, how many hummingbirds could one soul contain? How to steep in souls and grow large with each new one. Can the soul of a drowned refugee help an existing soul? Metanoia. A word to grow fat on. How will two souls conjoin? Will they unite or work side-by-side taking turns? Do they transgress the borders? Do they transpose? Disembodiment hurts. For now the task is to find a body. Hunting for home, a dark business. Will it be a jar that catches me like the wind? For now they wade through the waves, they refract flashlights and bend on the surface of the water, or, they roam on the beach, tapping the sand. They perch in a fog, they churn up grains, tides, whispers.

Persi nel mare, freddo e immenso, anelano

a una storia

Questo è ciò che cercano i morti: rientrare, affrettarsi a ritornare nei corpi. Se un’anima umana pesa ventuno grammi, quanti colibrì ci staranno in un’anima? Come infondere le anime e espandersi con ognuna. Può l’anima di un rifugiato annegato aiutare un’anima viva? Metanoia. Una parola da ingrassarci sopra. Come si congiungono due anime? Si uniranno o lavoreranno spalla a spalla, a turni? Trasgrediscono i confini? Si traspongono? La disincarnazione fa male. Per adesso l’obiettivo è trovare un corpo. Andare a caccia di una casa, un brutto affare. Ci sarà un barattolo a catturarmi come se fossi vento? Per adesso guadano le onde, rifraggono la luce delle torce e si chinano sulla superficie dell’acqua, oppure vagano sulla spiaggia, tastano la sabbia. Si accoccolano nella nebbia, macinano grano, correnti, sospiri.

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Pause to imagine a mynah bird from Syria
and a mynah bird from old Europe, placed in the same cage. An experiment. All they can do is stare at each other.

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Fermati e immagina uno storno triste della Siria

e uno storno della vecchia Europa, messi nella stessa gabbia. Un esperimento. Tutto ciò che possono fare è fissarsi l’un l’altro.

 

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[1] «This new collection of poems by Ewa Chrusciel gives astonishing attention to the migrants in our world. For those who love translation, these poems read as if half-original, half-version, just as they should, being both becalmed and capsized in spirit. Transparent sea-swells carry the submerged cries of humanity. This poet is a marvel at hearing at finding beauty where there is no good» Da uno scambio di posta elettronica tra Chrusciel e Howe.

[2] Ispirata al documentario Io sto con la sposa di Gabriele Del Grande.

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Anna Aresi