Recensioni

Dal ventesimo meridiano

Raffaele Taddeo
Scritto da Raffaele Taddeo

Anna Belozorovitch, Dal ventesimo meridiano, Lithos, 2019
raffaele taddeo

Anna Belozorovitch questa volta, invece di offrirci testi di poesia o romanzi, si cimenta in un saggio dal titolo suggestivo “Dal ventesimo meridiano” che fa subito supporre che l’analisi tratterà di un’area geografica ad est dell’Italia, ma ad ovest della Russia. Il sottotitolo è ancora più accattivante “Migrazione, violenza e scrittura femminile tra Est e Ovest europeo”.
Il saggio si basa sulla lettura di testi di scrittrici provenienti da quest’area ma anche su tutta una serie di interviste in cui il tema centrale di discussione era la violenza in tutte le sfaccettature con cui si può esprimere.
Il testo della scrittrice di origine russa in tutta la prima parte mette a fuoco il concetto di violenza e come questo poi si addice alla letteratura della cosiddetta migrazione italiana, in special modo presente nelle scrittrici provenienti dall’est. Un dato già molto importante e interessante e su cui riflettere è che in generale sono molto di più le donne che gli uomini ad esprimersi letterariamente sia in generale nella letteratura della migrazione, ma in special modo in coloro che provengono dalle regioni dell’est.
Ci deve essere pur una ragione che può spiegare questo fenomeno. Una delle ragioni può essere suggerita dalla condizione della donna in questi paesi a regime comunista fino al 1989: “vi vigevano sistemi ‘anti- donna’, che promuovevano la ‘liberazione’ delle donne solamente in termini di partecipazione alla forza lavoro”. Ma non è solo la condizione di inferiorità voluta o determinata dal sistema politico, perché l’altro aspetto da prendere in considerazione è il fatto che in genere queste scrittrici sono portatrici di violenze subite.   La ricerca di Anna Belozorovitch non si accontenta di una facile risposta sul perché tante donne colpite da violenza raccontino.  Una ipotesi scontata potrebbe far suggerire che la scrittura rappresenta una modalità di salvezza e redenzione rispetto alla violenza subita. Le interviste hanno evidenziato due modalità che si manifestano nella scrittura. Da una parte un desiderio e volontà di non dimenticare, perché il tempo può sedimentare e far rimuovere completamente, ma dall’altra anche un desiderio di silenzio. Sembrano in contrasto queste due emergenze eppure sono entrambi presenti e anche coesistenti in una stessa scrittrice. Spesso è il silenzio dei fatti avvenuti in guerra che si preferisce tacere, che si desidera, se non rimuovere, non far partecipi gli altri. A volte è proprio il desiderio contrario che pone alla scrittrice quasi un’ansia di dover far conoscere cosa è accaduto. Non so se il grado maggiore di violenza avvertita porta a questo duplice atteggiamento, certo è che silenzio e testimonianza sono i due poli dialettici. Anna Belozorovitch in questa stringente analisi alla fine riscopre, rifacendosi alle analisi di Caruth, il ruolo della letteratura perché questa è interessata alla ‘relazione complessa fra il sapere e il non sapere’. “La parola appare come un’entità salvifica e potente, in grado non soltanto di ricostruire quanto è stato distrutto, ma di sfidare la violenza del passato risanando la breccia nell’esperienza temporale costituita da trauma”.
La scrittrice di origine russa approfondisce l’argomento mettendo in risalto la funzione catartica della scrittura perché “per poter narrare [ci] si allontana dalla propria storia”.   “La scrittura appare come uno dei possibili strumenti per ‘andare avanti’ con la propria vita, la testimonianza che la scrittura rende possibile raccontare ‘ciò che è accaduto’, [ma] è anche un modo per ricucire gli ‘stracci del tempo’ e avanzare nel futuro. Infatti “la scrittura offre la possibilità di ricostruire la propria identità. Ripensare alla propria vita, osserva Demetrio, significa creare ‘un altro di noi’. In questo processo di ricostruzione gioca anche un ruolo significativo l’allontanamento dal proprio territorio d’origine dove l’atto di violenza si è perpetrato.
Anna Belozorovitch poi analizza il rapporto fra l’opera scritta e il pubblico. Perché si scrive? che effetto produce e può produrre? Sono domande che vengono analizzate alla luce delle interviste fatte. Avviene comunque un incontro significativo fra autore e lettore, perché se “l’autore possiede, più o meno consciamente, un ‘messaggio per il mondo’,  che tenta di infondere nell’opera, dall’altra parte vi è un lettore che desidera, più o meno coscientemente, raccoglierlo, poiché entrambi percepiscono nell’opera letteraria un potere di innovazione di grande portata”.
L’analisi poi viene condotta sul come i testi poi arrivino sul mercato e si indaga sull’argomentazione se è corretto, conveniente che si sia creata una specie di nicchia nel definire queste opere come appartenenti alla letteratura della migrazione.   Viene anche preso in esame il significato che una tale appartenenza può avere per queste autrici.
L’altro aspetto che viene analizzato è la modalità con cui le autrici vengono prese in considerazione dall’industria libraria. Essere cioè donne e specialmente donne dell’Est sembra un marchio incancellabile. Pregiudizi, richieste assurde, manipolazioni di testi accompagnano l’avventura editoriale di non poche di queste.   La rappresentazione delle donne dell’Est è quella di lavoratrici domestiche, se poi giovani rubano il marito delle altre, infine sono prostitute. In tale quadro le pubblicazioni appartenenti alle autrici migranti sono “presentate come prodotti giovani e di tendenza” e le operazioni di marketing le presenta come “fashionable examples of a supposed cosmopolitac, multicultural cociety” e diventano, come afferma Anna Belozorovitch, agli occhi dei lettori “exotic object of litereary desire”.  Le case editrici spesso impongono loro schemi riguardante titoli, parole, espressioni che rendono il prodotto libro più commerciale.  Specialmente per queste autrici il loro testo viene considerato dal pubblico autobiografico e il marketing su questi testi fa di tutto perché ciò sia percepito come tale, per cui tutte le storie descritte sono riferite a storie vissute dalle autrici e non sono quasi mai viste come finzioni.  Vengono citati molti casi a proposito, da Marina Sorina ad Anilda Ibrahimi.
Come conclusione Anna Belozorovitch sottolinea il fatto che in questo processo di indagine sulla violenza si intrecciano due elementi il prima, il passato e il presente, ma come riformulazione e riproposizione di una identità da ricostruire, che non è solo dovuta alla migrazione, fatto che comunque costringe ad una riorganizzazione identitaria, ma spesso per queste scrittrici si somma anche il fatto della violenza a tutti gli effetti sia quelli derivati dalla guerra, quando è stata sperimentata, sia derivata dalla oppressione politica che  non valorizzava la figura della donna, sia infine, la dove è avvenuto da quella fisica.

Dicembre 2019

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".

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