E’ la vita dolcezza

Gabriella Kuruvilla
E’ la vita dolcezza
Baldini Castoldi Dalai    2008

raffaele taddeo

La dimensione autobiografica che aveva dominato le opere precedenti di Gabriella Kuruvilla, (Media Chiara e noccioline e altri due racconti presenti nel volume Pecore Nere) scompare quasi totalmente in questa raccolta di racconti. Qua e là si sente ancora riemergere l’esperienza vissuta dalla scrittrice, ma in generale tutti i racconti mostrano personaggi che nascono dalla fantasia della Kuruvilla; pur se rispondenti a personaggi verosimili, se non proprio veri.
Un unico tema percorre tutte le storie: la solitudine, anzi l’angoscia della solitudine, da cui i personaggi non riescono ad uscire.
Una solitudine non raccontata solo nei aspetti esistenziali, ma vista specialmente nelle sue cause e a volte nei suoi effetti.
Ora è l’abbandono da parte di un uomo, oppure l’opulenza della vita dei genitori che tuttavia non hanno saputo consegnare valori e dignità, o ancora l’impossibilità di ritrovarsi una identità certa e confortante, ma a volte è la stessa tradizione che diventa causa di solitudine. In Matrimonio la consuetudine e l’abitudine hanno reso una ragazza infelice oltre che sola, ma anche chi si è ribellato alla tradizione rifiutando un matrimonio programmato e voluto da altri, ricade poi nella impossibilità di vita con chi non riesce ad accettare la tradizione di donna indiana.
La vita della borghesia medio-alta, priva ormai di valori e di dimensione etica fa da sfondo; perché gran parte delle storie vede come protagonisti uomini e donne appartenenti a questa classe sociale, ma a volte i personaggi appartengono anche alla classe lavoratrice, la quale anch’essa non sfugge a questo male quasi concomitante con l’avvento della urbanizzazione e metropolizzazione.
Il teologo Harvey Cox in La città secolare degli anni ’70, esaltava la dimensione metropolitana che a suo dire restituisce libertà attraverso l’anonimato, componente fondamentale della libertà perché sottrae le persone dal ferreo controllo sociale.
I racconti di Gabriella Kuruvilla ci dicono invece che la metropolizzazione conduce anche e specialmente solitudine, malattia che non ripaga della liberta derivata dall’anonimato.
La classe sociale, che risulta maggiormente affetta da una impossibilità di relazionarsi agli altri e di sentire affettivamente solidarietà e comprensione, è la borghesia benestante, anche se non è quella ricca e opulenta. Ma è proprio la borghesia, che sfrutta e oggettivizza le altre persone a proprio comodo.
Il tema dell’identità, altro tema fondamentale, si accompagna a quello etnico. Spesso è il colore della pelle che produce angoscia e incertezza di relazioni positive.
Lo sfondo generale di questi racconti è infatti quello multiculturale, multietnico, ed il colore della pelle è spesso di difficoltà.
La contrapposizione nero e bianco è un elemento costante presente in tutti i racconti. Ciò che è diverso nei racconti della Kuruvilla è che non sono solamente i bianchi ad essere borghesi, né i neri ad essere sfruttati. A volte sono gli stessi neri che hanno acquisito la falsa ascesa sociale dei bianchi ad essere insensibili, superficiali e privi di valori. Così, ad esempio in Nero a metà ove il personaggio causa della solitudine e tristezza, insensibile, è un uomo di colore, di origini incerte ma che “ha rinnegato la sua famiglia, povera e sporca, per farsi accettare e adottare da una società, opulenta e disinfettata. Disinfettata. Si veste all’italiana, mangia all’italiana, pensa all’italiana. Pensa di essere italiano. Ne ha bisogno. Ha bisogno di sentirsi uguale agli altri essendo assolutamente diverso da loro”
Ma sullo sfondo c’è anche l’India, con le sue tradizioni, la sua cultura, i suoi immigrati. Su 14 racconti almeno 10 hanno come altro paese di riferimento l’India.
La raccolta di racconti non vuole essere ancorata al tema della immigrazione, perché non si parla del fenomeno immigrazione e delle problematiche legate ad essa, anche se la quasi totalità dei racconti parla di immigrati, più o meno integrati. E la solitudine che pervade i personaggi, spesso deriva dal loro diverso colore e quindi dalla loro condizione di immigrati.
Ad una presentazione del suo bel libro Gabriella Kuruvilla ha definito i suoi racconti come delle foto uscite da “polaroid”, cioè istantanee senza ritocchi.
Io direi che sono dei “corti”, che attendono di essere rielaborati per una descrizione più ampia.
Che cosa rende importante e pregevole questo testo?
Da una parte la visione di un mondo ove l’aspetto migratorio è passato in secondo ordine e varie etnie incominciano a convivere in un territorio, senza frizione – paradossalmrente questa volta proprio per il fatto di essere di provenienza diversa. E’ la dimensione di una quotidiana vita multietnica e multiculturale, così come succederà nelle città italiane del futuro.
Ma la caratteristica forse più significativa è data dal linguaggio crudo e diretto, che descrive situazioni altrettanto crude.
E’ un linguaggio fatto essenzialmente per paratassi, che però non nasconde nulla. Significativo in questo senso è il racconto Dancehall, l’unico in cui si descrivono senegalesi, visti nella loro quotidianità, fatta di lavoro non soddisfacente, perché altro rispetto alla loro formazione; personaggi colti nella densità abitativa e nella ricerca di un rapporto affettivo, che, negato, si risolve in onanismo.

31-07-2008