Editoriali

Editoriale – Gennaio 2019

Cari lettori, L’Europa non è più un continente per migranti!

cari nuovi collaboratori, questa è probabilmente uno degli editoriali più difficili che ho scritto dal 2003 data, dalla nascita di el-ghilbi, che si era definita rivista di letteratura della migrazione, sebbene le sue pagine fossero da subito – e rimarranno sempre – aperte alla letteratura tout court. Durante i sedici anni precedenti, i membri del comitato editoriale della rivista sono stati africani, europei, americani e le poesie e racconti pubblicati sono arrivati in diverse lingue e dall’Italia e da altre parti del mondo.

Ringraziamo di cuore tutti gli ex membri del comitato editoriale che per lunghi anni hanno volontariamente reso grande la nostra rivista.

A partire da quest’anno el-ghibli accoglie nuovi collaboratori, scrittori, poeti, docenti, studiosi di differenti origini. El-ghibli si adatta ai ricorrenti cambiamenti culturali, sociali e tecnologici attuali. Sono avvenuti tanti mutamenti nel mondo durante questi sedici anni, legati in larga misura alla rivoluzione digitale che in questi primi anni del ventunesimo secolo ha portato l’umanità a comunicare con una istantaneità mai immaginata prima. Sono cambiati in un brevissimo tempo gli strumenti e i modi di lavorare e comunicare a livello globale. Siamo precipitati nel caos di una nuova civiltà. Il mondo è più connesso, con il digitale azzeriamo virtualmente ogni distanza per comunicare, diventa ogni giorno più facile informarsi, interagire e paradossalmente i rapporti concreti, umani, tra popoli tendono a disconnettersi e peggiorare come quando eravamo tutti barbari.

La storia non ci ha insegnato nulla

Il risveglio di fanatismi religiosi di cui abbiamo parlato più volte nelle nostre pagine e i nazionalismi stanno precipitandol’umanità nell’abisso. In ogni angolo della terra, fin dentro al cuore della ex civile Europa, i ciarlatani “sbancano il botteghino” facendo ricadere la colpa di effettivi disagi sociali e economici sull’altro, il diverso, lo straniero. Le soluzioni proposte sono l’odio nei confronti dei colpevoli di turno. Col fine della presa del potere, dell’accaparramento ricchezze e del denaro, la politica convince le masse votanti della necessità di scacciare e schiacciare il più debole e soprattutto l’immigrato, definito invasore e inquinatore di culture e tradizioni. Nazionalisti scaltri sono stati eletti o sono sul punto di essere eletti ai vertici di paesi, città o regioni autonome che fino a ieri si vantavano di fronte al resto del mondo di essere democratici: Usa, Brasile, India, Italia, Francia, Olanda, Svezia, Danimarca, Spagna, Germania, Israele, ecc. Questi paesi citati sopra stanno correndo verso altri che hanno sempre ignorato i diritti umani: Russia, Turchia, Iran, Zimbabwe, Arabia Saudita, Egitto, Polonia, Ungheria, ecc.

Rohingya

Persino la birmana Aung San Suu Kyi rientra nei ranghi dei nazionalisti contemporanei più ripugnanti. Lei, la donna più perseguitata dalla dittatura militare del suo paese per motivi politici. Il mondo aveva sostenuto la sua lotta, l’aveva osannata per suo coraggio ed era stata pluripremiata. Nel 1991 ha ricevuto il Nobel per la Pace che non poteva andare a ritirare perché se fosse uscita dal paese non sarebbe potuta rientrare. Aveva scelto con abnegazione di rimanere prigioniera in patria e continuare a sfidare la casta dei militari. Una delle accuse assurde che pendevano sulla sua testa era quella di avere sposato e aver avuto figli con uno straniero, un britannico. Appena conquistato il potere, Aung San Suu Kyi ha tradito i propri ideali, deluso i suoi difensori ed è diventata complice dei militari e dei monaci estremisti buddisti nella pulizia etnica della minoranza musulmana Rohingya ancora oggi in corso nel Myanmar (Birmania). La sua posizione ufficiale è quella di difendere i militari che l’avevano perseguitata per circa due decenni, in nome della religione buddista, e di accusare suoi connazionali birmani musulmani Rohingya di essere stranieri e terroristi. Un comportamento degno dei fanatici musulmani seguaci di Bin Laden.

Cari lettori,

cari collaboratori,

siamo tutti migranti, siamo tutti mezzosangue

Tutti i popoli delle sponde nord e sud del Mar Mediterraneo sono misti di africani, mediorientali, europei. Andate a fare il test scientifico del dna per demolire ogni dubbio! È un test facile e costa poco. La storia dell’umanità è in primo luogo una semplice e inevitabile questione di gameti, direi di sperma. Finora non c’è umanità e nessun fatto storica senza sperma. Lo sperma del maschio italiano ha reso gravida femmine di popoli che vivono al di là delle sponde del Mare Mediterraneo. Viceversa maschi di differenti popoli si sono congiunti con femmine italiane. Il detto “Mogli e buoi dei paesi tuoi” è un espediente per illudersi di essere immuni al meticciato biologico. 

Per esempio l’Italia, costola più lunga che larga dell’Europa, collocata dagli Dei dell’Olimpo al centro del Mediterraneo, geograficamente più vicina alla Tunisia e alla Libia che al Belgio o alla Spagna, perenne crocevia di Europa, Africa e Oriente, non è sfuggita a un passato millenario di meticciato biologico, culturale, culinario, linguistico, etnico. L’Italia è terra di conquistatori e di conquistati, dove si sono praticati, ancora prima della conversione al Cristo di origine orientale, i culti delle divinità africane d’Egitto, delle divinità del Pantheon della Grecia Antica.

Oggi ci dicono che questa Italia ha paura di tutto ciò che in fondo è la sua essenza. In questo bel paese si parla una lingua influenzata dai vicini e lontani popoli del Mediterraneo, Balcani, cosiddetti barbari giunti dal nord nel corso dei secoli. La storia dimostra che l’Italia ha sempre saputo metabolizzare, assimilare invece di essere assimilata, la presenza pacifica o bellicosa di popoli, lingue, culture, religioni, usi e costumi di popoli emigrati da vicino o lontano.

Benvenuti nuovi collaboratori. Anche voi siete el-ghibli

Attraverso la letteratura, la poesia, i saggi, con la forza delle parole, l’armonia delle rime, lo spessore delle riflessioni, i fondatori e collaboratori nuovi e vecchi della rivista www.el-ghibli.org non devono stancarsi a fare crollare le alte mura di cinta delle paure dell’altro, di ogni forma di discriminazioni, ingiustizie.

Raccontiamo  l’Italia

Scriviamo e parliamo la sua lingua bella, ricca ma purtroppo ghettizzata, nelle librerie, biblioteche, atenei di tanti paesi del mondo e viceversa vogliamo tradurre in italiano e pubblicare e dunque riportare nei luoghi di cultura d’Italia racconti, poesie e saggi scritti dai nostri lettori, studiosi, conoscitori o meno della lingua di Dante sparsi in Europa e nel resto de mondo.

Perché noi, arrivati da fuori e locutori di altre lingue abbiamo scelto di scrivere e dare un contributo alla diffusione dell’italiano fuori dai suoi confini presunti naturali.

Perché sappiamo che la lingua di Dante figlia del latino ha influenzato, lasciato solchi nelle lingue, culture, letterature dei popoli dal Mediterraneo, ai paesi del nord Europa.

Grazie alla rivoluzione digitale (è facile “con un semplice clic”, come si dice in neo volgare italiano), tutti possono verificare quanto la letteratura italiana abbia avuto un ruolo importante per quella inglese. La rete digitale svela, senza farci cascare nel tranello delle fake news (altro modo di dire del neo volgare italiano), che tra il 1368 e 1378, Geoffrey Chaucer da Londra migrava verso la Toscana, in altre regioni d’Italia, d’Europa e ha conosciuto i testi di Dante, ha forse conosciuto Boccaccio, testi di Petrarca e di altri maestri del volgare e futuri padri della lingua e della letteratura italiana.

L’inglese  migrante, diplomatico, commerciante, si è ispirato al Decameron di Boccaccio per realizzare i Racconti di Canterbury diventato pietra miliare della letteratura inglese. Geoffrey Chaucer (1343-1400), è il padre riconosciuto della letteratura inglese, ispiratore di un certo William Shakespeare nato due secoli dopo nel 1564.

Oggi tanti uomini di cultura e d’immagine sostituiscono lampanti lemmi con innesti di scarto preferibilmente provenienti dalla lingua dei discendenti di Geoffrey Chaucer. C’è la tendenza sempre più diffusa di intercalare, una parola soprattutto in inglese in mezzo a un discorso in italiano. Spesso sono parole per lo più pronunciate male o semplicemente scimmiottate in maniera incomprensibile. Questa mistificazione fa colpo sul pubblico, sugli elettori, allora chi più chi meno dal politico, alla velina, al conduttore televisivo, al giornalista o all’imbonitore lo usano per aumentare il consenso o lo “share”. Sono atteggiamenti che il filosofo francese Guy Debord ha iniziato ad analizzare dal 1967 nella sua opera “La Società dello Spettacolo”, successivamente rivisitata e tradotta in italiano. 

Un altro paradosso serio, mentre un numero sempre più crescente di donne e uomini nel mondo è disponibile a spendere tempo e danaro per imparare e parlare perfettamente l’inglese, perché non vuole essere emarginato nell’uso delle tecnologie digitali e in tanti aspetti fondamentali delle vita quotidiana, l’Inghilterra o Regno Unito, ex Impero dove il sole non tramontava mai, si sta chiudendo a riccio nella sua isola tirandosi i remi in barca, tenta anche – e ci sta riuscendo – di allontanarsi dall’Europa.

In ogni caso, sarebbe sciocco da parte nostra ergerci a difensori della purezza linguistica. Non denigriamo gli innesti linguistici in inglese o altra lingua perché potrebbero produrre linfa e vitalità. Lo scrittore con radici plurilingue immette nei racconti e poesie espressioni in arabo, francese, inglese o altri idiomi. Come è noto parole con radici arabe, turche, persiane, berbere, greche sono diventate italiane e parlate quotidianamente in tutti i luoghi, case, uffici, ospedali, fabbriche, strade.

Anche in questo caso abuso degli strumenti digitali per pescare in rete qualche parola sbarcata da altre culture, quali salamelecchi, camicia, ragazzo, zecca, cifra, pigiama, zero, zenit, almanacco, dogana, algoritmo, algebra, carovane, sherry, lilla, cremisi, scarlatto, trippa, taccuino, magazzino, materasso, lacca, azzurro, buttero, bizzeffe, tamarro, darsena, arsenale, scirocco, zenit, caffè, limone, zucchero, arance, carciofi, zafferano, albicocche, elisir, casseruola, cassata, canditi, meschino, caraffa, assassino, scialle per dire  inch Alla. E poi i nomi delle città, ne cito solo una: Marsala, cioè Mar di Allah.

Navigando in rete ho ripescato nel sito della Rai queste frasi in perfetto italiano, attribuite a un certo Barbieri, di cui vi faccio uno spudorato copia e incolla, il quale sostiene che Colpisce più la lingua (araba) che la spada: “La nave era in avaria. L’ammiraglio uscendo dall’arsenale si lamentò degli acciacchi. Giunto a casa si buttò sull’alcova azzurra mangiando arance e albicocche con un po’ di alcol.” Tutte le parole che iniziano con la “A” sono di origine araba. Oppure:“Ho messo il caffè nella caraffa. Nella dispensa c’è una cassata con i canditi, nella casseruola un po’ carciofi.” Qui le parole con la “C” sono di origine araba. In questi due casi le parole cambiano significato quando passano nella lingua italiana.

Cari lettori, cari collaboratori,

le vie dell’invasione sono infinite

possiamo affermare serenamente senza rischiare il diniego che la lingua italiana così straripante di parole del mondo non è solo di Dante, appartiene lo stesso a chi come me è chiamato immigrato e la parla bene o in maniera tentennante. Allora se il cibo italiano con ingredienti e sapori immigrati da Africa, Oriente e America anche se poi vengono cucinati con diverse ricette, se i figli di immigrati nati, cresciuti nelle Americhe o in altri luoghi lontani dalla terra dei loro antenati, l’arabo siriano Steve Job, l’ebreo Zuckerberg per citarne solo due, sono le divinità della rivoluzione digitale che è sfociata in una nuova civiltà universale, se un bosco incendiato, una foresta distrutta in Africa ha delle conseguenza sulla vita e la salute in Europa, se un mare contaminato in America o riscaldare le case di Parigi, Milano, New York, Mosca scioglie i ghiacciai dei due artici, alza i livelli degli oceani capaci di cancellare intere città e civiltà, se il traffico automobilistico di Bombay o di Pechino inquina fino a Melbourne, se scompare l’Amazzonia di conseguenze anche Buenos Aires, Lima, Dakar, Casablanca, Londra, Ottawa, Johannesburg, Hong Kong, Seoul, San Pietroburgo, Tel Aviv … a cosa serve alzare muri, costruire recinti se l’umanità è incapace di fermare la distruzione di terremoti e tsunami, spegnere il fuoco dei vulcani e nemmeno sospendere l’azione dei venti?

Qualcuno mi potrebbe allora spiegare cosa vuol dire la parola immigrato? Chi sono gli stranieri? Chi invade chi e con che cosa?

Pap Khouma

L'autore

Pap Khouma

Pap Khouma

Pap Khouma, di origine senegalese, vive a Milano, dove si è sempre occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e svariate esperienze. Per dodici anni ha girato l’Italia, invitato da scuole di diverso ordine e grado a svolgere “lezioni” sulla storia e la cultura africana, e sui temi della multiculturalità. Per conto dei Provveditorati ha tenuto corsi di aggiornamento per insegnanti sull’integrazione, e per tre anni (1991 – 1994) ha insegnato italiano agli stranieri nei corsi di alfabetizzazione del Comune di Milano. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell’immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti (Africa/Italy: an interdisciplinary international symposium, Miami University, Oxford, Ohio; Immigration et intégration, Sénégal/ Italy/ France, Northwestern University of Chicago; Società multiculturale, Queen’s College of New York; Letteratura degli immigrati in Italia, Casa italiana of New York University). Dal 1990, quasi annualmente, si é occupato, per conto di centri studi, organizzazioni non governative ed amministrazioni comunali e provinciali, di ricerche ed approfondimenti, con relative pubblicazioni, sui temi già citati. Ha lavorato come responsabile della “libreria del viaggiatore” all’interno del Megastore B612 di via Muratori a Milano, e ha partecipato alla progettazione e all’ideazione della stessa, prendendo personalmente i contatti e i successivi accordi con le maggiori case editrici nazionali. Ha lavorato presso la libreria FNAC di Milano, dove si occupava in particolare del reparto libri in lingua originale. Iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri dal 1994, per quattro anni (1991-1995) ha firmato una rubrica su “Linus”, e ha collaborato con “l’Unità”, “Il Diario”, “Epoca”, “Sette”, “Metro”. Ha pubblicato Io, venditore di elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti ed. 1990), giunto oggi all’ottava edizione, adottato da molte scuole come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie scolastiche, ed è stato curatore e coautore del libro Nato in Senegal immigrato in Italia (Ambiente ed. 1994).
Nel 2005 pubblica Nonno Dio e gli spiriti danzanti e nel 2010 Noi neri italiani. E’ presidente della giuria del premio Sengor.

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