Entrare da una porta chiusa – Roberta Secchi

ENTRARE DA UNA PORTA CHIUSA

Scambi di scrittura tra persone recluse e non

Roberta Secchi

 

“Non è facile partecipare a un seminario di poesia, bisogna accettare di non sapere niente, per questo i più bravi a scuola hanno più difficoltà perché hanno più paura a lasciar cadere i risultati, le sicurezze, i luoghi protetti. Gli asini invece corrono liberi.”[1] Così Chandra Livia Candiani, poetessa milanese che da anni conduce seminari di poesia con i bambini di periferia e che ha di recente raccolto in un libro[2] alcuni dei loro mirabolanti componimenti. Una delle cose che ho più amato del libro è che nell’ultima sezione vi sono delle poesie di bambini rom e a questi testi non è stata corretta l’ortografia. Per esempio questa di Marius, dieci anni:

 

Il mondo

Un suono di violino avolge

il quore e le cose la luna

brila la gente riposa

il vento sofia e avolge

le ali dei uceli che fano

una aventura di suoni.

 

Queste parole disortografiche non hanno cittadinanza sul mio computer, che subito le segnala in rosso, così come gli asini sono i bambini che non sentono la scuola come una città fatta per loro, mentre i loro compagni ‘più bravi’ paiono essere i cittadini ‘ideali’ dell’urbe scolastico.

Dare spazio, sulle pagine stampate di un libro, a parole che ogni maestra cerchierebbe di rosso è un atto poetico e politico. Come permettere agli asini di correre liberi e di riconoscersi cittadini a pieno titolo del mondo della poesia. Se leggiamo questo componimento di Marius, siamo obbligati, per la mancanza delle doppie, a cercare una pronuncia che sarà simile alla sua, a cercare la sua voce. Togliendo le doppie, il bambino toglie peso alle parole e le rende ancora più impalpabili: crea un mondo in cui potrebbero volare benissimo, per esempio, le figure di Chagall.

 

Secondo un mio vecchio professore di Brera, Goethe diceva che una volta soddisfatti i bisogni essenziali, l’uomo è creativo (non ho mai trovato questa citazione, ma do fiducia al professore). Si può leggere questo pensiero in due direzioni: che la creatività è una cosa da benestanti, perché prima viene il soddisfacimento dei bisogni primari; oppure che, una volta soddisfatti i bisogni primari, l’uomo dovrebbe evolversi naturalmente verso la creatività, cioè non dovrebbe sedersi sulle certezze materiali acquisite, perché queste non sono che un trampolino per andare oltre.

In realtà oggi sappiamo che per chi è in situazione di difficoltà e non ha di diritto un posto assicurato nella vita, la creatività è uno strumento molto efficace per superare traumi, costruire autostima, elaborare aspirazioni e progetti, ritrovare una dimensione integra di sé. La creatività è infatti per eccellenza l’arte della persona integra, integrata con i suoi vari sé, anche in conflitto tra loro, connessa con le sue radici, forze, fragilità, curiosità, paure e aspirazioni. È un meta-strumento indispensabile a costruirsi o ri-costruirsi una vita. Chi è creativo sa correre libero nello spazio interiore dell’immaginazione, sa guardare e ascoltare il mondo, gli altri e se stesso oltre le cornici date, oltre i reticoli che ingabbiano ogni cosa in un ruolo già dato. La creatività è la più grande forma di libertà che possiamo darci in ogni dimensione della vita, e le arti espressive sono veicoli che ci orientano in questo senso. Educare alla creatività significa educare alla pienezza, al superamento di schemi riduttivi che producono conformismi malsani. Chi è a rischio di essere discriminato e chi rischia di discriminare traggono grande profitto dal mettersi in gioco nelle pratiche artistiche, perché possono ritrovare una dimensione intima e profonda in cui scoprono di essere pari.

 

Tra le varie arti, la scrittura creativa dà la grande possibilità di cambiare prospettiva  sul frusto linguaggio da cui siamo parlati quotidianamente, e di vederlo da una nuova angolatura: quella espressiva e inventiva, che diventa ponte tra il nostro mondo interiore e il mondo di fuori. Esercitarsi in questo senso significa rivitalizzare la nostra lingua, quella autentica, che “vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione”.[3]

Da diversi anni tengo laboratori di scrittura, possibilmente tra persone di diversa età ed estrazione sociale e culturale, perché si possano incontrare linguaggi diversi. I processi creativi che si accendono nelle nostre sessioni producono scritti che chiamo ‘riusciti’ se sono vivi, se in loro si sente quel rapporto con la vita cui accenna Calvino. Ogni lettore ci deve sentire, anche in poche righe, il profumo della vita. Questo profumo lo chiamo bellezza.

 

Una delle esperienze più profonde e illuminanti che ho fatto in questo campo sono stati i laboratori di scrittura incrociata Ti prendo in parola, parte di un vasto progetto che ha coinvolto diverse carceri del milanese e diverse biblioteche di quartiere di Milano nel 2014 e 2015, dal titolo: Incontri ravvicinati: colmare le distanze, sfatare i pregiudizi. In Biblioteca si può. Ho lavorato con cinque gruppi, tre di adulti e due di adolescenti. I percorsi di scrittura di adulti e adolescenti sono stati molto diversi, ma in entrambi i casi si trattava di condurre laboratori paralleli con le persone recluse e con quelle libere. Le persone non si sarebbero mai incontrate, se non a fine progetto. Io avrei fatto da staffetta per tutta la durata del lavoro (18 mesi), portando dentro i testi di fuori e viceversa.

Gli adolescenti reclusi con cui ho lavorato erano all’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria, abbinati a quelli di una classe prima, poi diventata seconda, del Centro di Formazione Professionale Canossa. I due gruppi non si sono mai potuti incontrare, per le esigenze di tutela dei minori reclusi.

Gli adulti, invece, erano 20 utenti  della Biblioteca Parco di Milano, in scambio con un gruppo di uomini e un gruppo di donne (che ho incontrato sempre separatamente) reclusi al Carcere di Bollate. I tre gruppi si sono incontrati solo due volte, nel 2015 al Carcere di Bollate, dopo essersi scambiati scritti di ogni tipo per un anno e mezzo.

Come è facilmente immaginabile, un simile progetto, capitanato dal Comune di Milano e cofinanziato da Fondazione Cariplo, ha richiesto lunghe discussioni e stesure su obiettivi, finalità, modalità di svolgimento… eppure, il primo giorno che da sola mi sono trovata a Bollate mi sono sentita precipitare nel vuoto. Mi sono chiesta, spingendo il portone d’ingresso: che cosa farai? Avevo la borsa piena di tracce di esercizi, di fogli, colori, testi, disegni… Ma la sensazione di spaesamento era profonda e tutt’altro che inadeguata: il lavoro maieutico sulla creatività presuppone sempre la messa in discussione dei programmi. Un laboratorio non può diventare un corso, in cui si segue una strada tracciata a priori… anche al conduttore è richiesto di essere creativo!

Da questa esperienza è nato il libro omonimo, Ti prendo in parola (Sensibili alle foglie 2016), che ho iniziato a scrivere a qualche mese dalla fine del progetto, quando ho capito che non avrei trovato in breve tempo i finanziamenti per proseguire l’esperienza. Ho scritto per non dimenticare e per dare voce agli scritti delle e dei partecipanti, scritti bellissimi, brevi, intensi, autentici e sorprendenti. Per motivi legati alla tutela dei minori, ho trattato solo i laboratori tenuti con gli adulti, mentre molti scritti degli adolescenti sono apparsi in diversi numeri della rivista dell’IPM Beccaria, il Bekka News.

Dal libro estraggo alcuni brani che affrontano tre punti cruciali del lavoro.

 

LA  SCENA IRRECLUSA: RISANARE L’IMMAGINARIO

 

Per cogliere il valore della scrittura in ambito carcerario è stato fondamentale leggere Nel bosco di Bistorco di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 1990). Così ho raccontato ciò che ho compreso:

 

Chi, durante la reclusione, non vuole soccombere a irreversibili depressioni, noie, rabbie, rassegnazioni, nostalgie, disperazioni e autocancellazioni, deve darsi un gran daffare. Deve allenare costantemente il corpo-mente a immaginare. Immaginare un futuro, ma anche una scena irreclusa  del presente, in cui coltivare pensieri, sogni e desideri, ovvero la propria interezza umana, risorsa indispensabile per non perdere la capacità di ripresa. Deve ritrovare la speranza vera, non retorica, di poter rientrare nel consesso umano nonostante gli errori fatti. Deve sviluppare l’immaginazione a livelli molto alti, per pensarsi diverso da quel se stesso che ha commesso il reato e potersi ricostruire una vita che non ricalchi i percorsi abituali. A volte questo comporta anche, come mi hanno insegnato molti detenuti, una certa ipertrofia dell’ego che deve farsi gran forza e ‘darsi aria’ per non considerarsi un numero, un nulla, un rifiuto. Un effetto paradossale dell’umiliazione insita in diversi aspetti della reclusione è proprio quello di risvegliare l’orgoglio in forma anche esagerata e, quindi, di contribuire ad allontanare la persona da un possibile umile ravvedimento.

(Ti prendo in parola, pagg. 9-10)

 

LA DERIVA DECORATIVA DELLE PAROLE

 

Sulle differenze di valore che la scrittura può avere in persone che hanno una vita diroccata, in crisi, ‘bloccata’ dal carcere, e persone che sono invece ‘libere’ e in situazioni di relativo agio:

 

Questo [la qualità non soddisfacente dei primi scritti prodotti in Biblioteca davanti al quadro di Marc Chagall La fidanzata dal viso blu] ha reso evidente ai miei occhi il diverso ruolo che la scrittura può avere nelle persone detenute e in quelle libere: nelle prime, spesso è una finestra che ci si apre con fatica sul muro da cui ci si sente circondati; nelle seconde, può essere affrontata con più leggerezza e corre il rischio di restare decorativa, superficiale, magari brillante ma poco illuminante. So che non è sempre così, e l’esperienza di questo progetto me lo ha insegnato. Ma è più facile cadere nella deriva decorativa delle parole con le persone libere che con quelle recluse: questo anche ho imparato in questo progetto. Le persone ‘libere’ – mediamente colte, mediamente benestanti e con il gusto di scrivere – che affrontano un tema di scrittura dato (e non stanno quindi scrivendo liberamente su un tema scelto da loro stesse, seguendo l’ispirazione quando e come viene) hanno bisogno di limiti molto chiari, di regole addirittura rocambolesche, di cornici difficili da rispettare per trovare quella tensione necessaria a tirar fuori ‘a comando’ il suono raro e sommesso d’una parola che almeno per un momento è vera.[4] Non stiamo ancora parlando di letteratura… ma di parole che siano più di un divertimento. Cerchiamo di estrarre da noi stessi dei testi, per quanto brevi, che non siano solo piacevoli esercitazioni, frutto delle nostre capacità e solidità intellettuali, ma riescano ad attingere a qualcosa di più profondo. Queste parole non vanno cercate nelle regioni più sicure e comode della vita che ci troviamo a condurre, ma in quelle sempre impervie, rischiose e fragili della nostra situazione esistenziale più profonda.

(Ibidem, pag. 206)

 

 

 

DIVENTARE SCRITTURA

 

[Qui] non si tratta di maneggiare un linguaggio poetico da salotto o da accademia, una culla del compiacimento o dell’ozio o anche solo del divertissement, bensì di trovare un linguaggio utile alla vita: metà promessa per il futuro, per il viaggio della vita che ricomincerà fuori, e metà lecita evasione nel qui e ora. Utile quindi alla vita di chi si sente in viaggio/in cammino, di chi – anche in situazione di ‘libertà’, relativo benessere e relativa serenità – “nella cella di se stesso è quasi convinto di essere libero”[5], ma sospetta di non esserlo del tutto.

(pag.10)

 

I miei non sono mai stati corsi di scrittura come quelli che si svolgono nelle scuole preposte a questo, anche perché io stessa non sono scrittrice. Potrei forse definirli laboratori di creatività attraverso la scrittura. Gli scritti che si producono in questi laboratori hanno il carattere non-finito di  appunti anche se a volte, quasi per caso, nascono delle perle, dei testi già con capo, corpo e coda che irradiano molteplici sensi. Un modo di esprimere il senso euristico di questo modo di lavorare è questo: non siamo tutti scrittori, ma tutti siamo scrittura. Scrittore è chi dedica la propria vita a quest’arte, ma tutti, qualsiasi cosa facciamo, ‘scriviamo’ le nostre vite con tutte le nostre azioni e le nostre esperienze, sì, ma anche con migliaia di parole che diciamo ogni giorno. Diversamente per esempio dalla tecnica del pittore (che usa colori, pennelli o altri strumenti che la maggior parte delle persone non maneggia nella vita quotidiana), la tecnica della scrittura si serve di parole, quelle stesse parole che tutti maneggiamo tutti i giorni (seppur quasi sempre a livello inconsapevole). Tutti abbiamo familiarità con le parole, siamo in certo qual modo esperti di parole. È sufficiente ritagliarsi uno spazio attento, formare un gruppo interessato, dare i giusti stimoli, e le parole vere emergono con facilità, dando conto di temperamenti, vissuti, percezioni e personalità diverse le une dalle altre. Il laboratorio nasce facendo cooperare le energie del gruppo, che consentono ai partecipanti di scrivere cose che sarebbero per loro impensabili nella solitudine di una stanza. Il gruppo può creare una sinergia dei desideri inespressi dei partecipanti i quali, sollevati dal senso di responsabilità individuale, si permettono di nuotare nell’atmosfera comune creata da chiacchiere, osservazioni, racconti, scambi di idee su letture condivise. A un certo punto si perde il senso del tempo, si è entrati, senza deciderlo coscientemente, in una dimensione in cui le finestre dell’interiorità non sono più serrate, e quando arriva il momento di scrivere, emergono parole autentiche che danno voce al momento presente e a tanti momenti passati accumulati dentro di noi.

(Ibidem, pagg. 20-21)

 

 

Ed ecco alcuni scritti nati nei laboratori:

 

ADYANATA

(esercizi d’assurdo, ovvero pensare l’impossibile)

 

Le scarpe nuove sono bucate per impedire all’acqua di bagnarmi i piedi

Nel buio risplende un gatto nero

Il rumore assordante delle piume che cadono

Il foglio scrive sulla penna

L’acrobata si allena per perdere l’equilibrio

I cetacei nel deserto mangiano fragole succose

Entro dalla porta chiusa

Scusate, ma ogni tanto ho bisogno di fare il matto per non andare fuori di testa.

 

OGGETTI VIVI

 

Una piccola cucina che mi ha regalato mio padre quando avevo nove anni e la ho tenuta finché ne ho avuti diciassette! Per me era una parte di me, no no, non era un oggetto, ci andavo sempre a dormire insieme e parlavo sempre con lei: “Cosa cuciniamo domani?” le chiedevo: “Ti piacerebbe se facessimo il riso?” Il riso era il mio piatto preferito. Questo accadeva in Ecuador, mio padre me l’aveva regalata a Natale. Era di alluminio color beige, c’erano sei fornelli e dentro c’era anche il frigorifero. Mi sarebbe piaciuto che anche mia figlia l’avesse potuta usare da bambina… adesso ha ventuno anni, ma i miei figli sono nati in Messico, ero sposata con un messicano, poi quando sono andati a conoscere l’Ecuador erano grandi ormai. Ma sai che rubavo il cibo a mia madre, lo nascondevo, così potevo giocarci con Margarita? Margarita è il nome della cucina, l’avevo chiama-

ta come mia nonna. Se tornassi a nascere, vorrei averla di nuovo.

(Paula)

 

Sei stato il primo regalo conquistato, voluto, chiesto e ottenuto da una promessa di compiti fatti, lezioni studiate, bei voti in pagella. Nera, piccola, perfetta, due belle maniglie ai lati, e la lucetta rossa sulla sintonia delle mille stazioni. Passavo più tempo con te che con i compagni di scuola, mi raccontavi storie, mi cantavi musiche lontane, cercavo le stazioni straniere, non capivo niente ma mi piaceva lo stesso ascoltare voci diverse per ore, tenendoti nascosta sotto il cuscino. Da allora altri apparecchi mi hanno tenuto la stessa compagnia ma non ti ho mai dimenticato, mia vecchia cara radiolina Grundig Boy.

(Francesco R.)

 

 

ALTER EGO

 

La luna.

Sento di essere sempre presente in alto a osservare. Ma senza i raggi di lei o loro, inesistente. Nel buio o nei telescopi della Cristoforetti o di Philae e Rosetta di Paolo Ferri. Sempre me stesso, ma esistere solo a tratti per quello che i raggi riescono a far apparire. Preciso ma lontano. Quasi inutile. Anzi francamente inutile ma a tempo con le maree, i mesi, i tempi delle nascite. Presente nelle poesie di Leopardi ma francamente inutile. A tempo con i licantropi, la pazzia dei viventi. Dipendo

da te o luce per esistere anche se sono sempre lì sopra l’albergo a V della nuova Fiera. Sempre lì nella testa dei leopardi. Speriamo di non cadere. Grazie.

(Carlo)

 

Si aggira per la savana, passo sciolto, sinuoso, senza fretta.

Occhio attento e vigile.

Il mantello nero, lucido di sole.

Nessuna fretta, e nessuna ansia.

Le basta una zampata al momento giusto per guadagnarsi la giornata.

(Betty)

 

RITRATTI IN FORMA DI HAIKU

 

Questi haiku sono stati composti senza aver mai visto la persona di cui si parla. La persona da ritrarre si è fatta conoscere scrivendo una breve autobiografia poetica, che abbiamo chiamato Anticurriculum perché ci siamo ispirati alla provocatoria poesia Scrivere il curriculum di Wislawa Szymborska. I nostri haiku non rispettano il numero di sillabe del modello originale giapponese.

 

L’uccello del deserto

fa nidi ovunque.

Vola verso il verde…

(Giorgio, ritratto di Rachid)

 

Il venticello lieve

infila la via

rallegrando la folla.

(Dolly, ritratto di Daniel)

 

 

Brave formichine!

Inventano nuovi giochi

con molliche di pane.

(Paolo, ritratto di Abdel Salam)

 

Nel quadro vedo

un prato. Sboccerà ancora

la bimba che era in me?

(Mario, ritratto di Fernanda)

La rosa con le spine

sprigiona

un ottimo profumo.

(Massimo, ritratto di Gabriella)

 

Nel sole caldo

Un pulcino si affaccia al mondo

È sogno o realtà?

[1]                  L’Huffington Post, 23 settembre 2015, intervista a Chandra Livia Candiani, di Nicoletta Moncalero

                https://www.huffingtonpost.it/2015/09/23/donna-bambini-poeti_n_8181358.html

[2]                 Ma dove sono le parole?, a cura di Chandra Livia Candiani con Andrea Cirolla, IL PRIMO AMORE, 2015 Effigie Edizioni

[3]     Italo Calvino, ‘L’antilingua’, articolo apparso su Il Giorno, 3 febbraio 1965

[4]     Italo Calvino, ‘La città scritta: epigrafi e graffiti’ in Collezione di sabbia, Garzanti, Milano 1984

[5]     “In the cell of himself is almost convinced of his freedom”, Wystan Hugh Auden, in ‘In memory of W. B. Yeats’.