Recensioni

Giorni di sole, giorni di neve

Fabrizio e Nicola Valsecchi
Giorni di sole, giorni di neve
Casa editrice Marna    2009

Sabatino Annecchiarico

Quando la memoria quasi secolare di Alfonso Dell’Orto è in grado di raccontare nel breve tempo che dura un volo tra Buenos Aires e Milano il proprio vissuto, iniziato da migrante italiano in pieno Ventennio fascista quando partì assieme a sua madre e sorella da Genova, sull’Augusta, “in terza classe perche la quarta non c’era” (p42); mescolata a quell’altra storia argentina vissuta durante gli anni bui in cui s’imponeva sulla popolazione del paese sudamericano il terrore militare; il lettore, portato dalla penna a quattro mani di Fabrizio e Nicola Valsecchi, autori di questo singolare caso letterario biografico, assorbirà ognuna di queste emozioni tra “angoscia e felicità, due sentimenti marcati a fuoco nella vita”, come lo stesso Dell’Orto rileva di se stesso nelle note introduttive dell’opera (p.9).
Un racconto vivo e reale. Fonde i propri sentimenti del passato nella contemporaneità di un ritorno per rivedere il suo paese natale, Piazza Santo Stefano in provincia di Como, dopo oltre settant’anni di vita all’estero portandosi con sé solo la valigia dei ricordi. Una valigia appesantita da quel filo di sole per Patricia, sua figlia desaparecida nel 1976 e introdotta nella prefazione da Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace nel 1980, come “la giovane assente, sempre presente, perché vive nel ricordo dei suoi cari e della gente” (p13).
Il 24 marzo del ’76 con un colpo di Stato i militari argentini s’impossessarono del paese per sette anni consecutivi impadronendosi di tutto l’esistente, compreso le vite umane. In quella tragica storia, che coprì l’Argentina con le notti più buie del terrore di Stato, furono circa trenta mila le persone, neonati e di ogni età, scomparse nel nulla. Una tragedia che trascinò nell’incubo la maggior parte della popolazione. Patricia, aveva appena ventun’ anni quando una notte di novembre del 1976, militari in borghese al comando del generale Miguel Etchecolatz, uno dei tanti squadroni della morte, irrompono nella sua abitazione nella città di La Plata, portandosela via davanti agli occhi dei suoi cari. Assieme a lei, scomparse nel nulla anche suo marito Ambrosio De Marco, di ventitré anni, anche lui desaparecido. Patricia e Ambrosio erano i genitori di Mariana che quella tragica sera aveva solo venticinque giorni di vita e che fu stranamente risparmiata dai militari, padroni della vita e della morte.
“Trent’anni sono passati. Enormi muri di silenzio, menzogne, omertà, speranza, paura, angoscia, amarezza. E disillusioni. Rivivo tutto questo in un semplice istante”(p.57/58). E lo rivive Alfonso in ogni istante della vita, dove la memoria, sempre ostinata, non gli darà tregua, mescolando ai ricordi d’angoscia, quegli altri pieni di felicità. “Era il 29 dicembre 1935. Uno splendido giorno di sole illuminava il nostro primo incontro con la realtà argentina. Papà ci ha abbracciati e i nostri volti brillavano di gioia in quella stretta festosa e agognata. Ci ha portati in un ristorante italiano per celebrare la famiglia di nuovo riunita. |…| Allora l’Argentina mi era apparsa subito diversa dall’Italia. Nel nostro paese c’era il duce. Si respirava aria pesante. Si cantava ‘Faccetta nera’ |…| Ci sarebbe stata una tessera per tutto. Per il lavoro. Per il pane. Per la farina. Per lo zucchero. E anche per non pensare”(p.44/45).
Gli autori presentano tutta questa storia con una scrittura leggera e scorrevole in superficie accompagnata da una buona dose poetica; ma acuta in profondità, man mano si cala nella memoria del protagonista, caricandosi d’intensità a ogni giro di pagina, al punto che il lettore non potrà sottrarsi da una costante riflessione della e sulla vita di quel passato ma oggi ancora attuale che coinvolge tutti, migranti e no, vivi e morti.

11-04-2010

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Sabatino Annecchiarico