Il mare di mezzo

Gabriele Del Grande
Il mare di mezzo – al tempo dei respingimenti
Infinito     2010

raffaele taddeo

“Pensai alla copertina che avevo fatto su l’Unità con le foto dei detenuti…E fu brutta la sensazione. La sensazione di non sentirsi più liberi. Una sensazione che avevo già provato in Tunisia…Ma in Italia faceva un’altra impressione”. Impressione scacciata via, respinta, confinata in un ricettacolo della mente sepolto da massi di voluta speranza, da rievocato ottimismo perché qualche riga dopo il narratore del testo Il mare di mezzo scrive in maniera apodittica. “L’Italia era ancora un Paese libero. E avrei continuato a fare il mio mestiere [di giornalista]”.
Il dubbio che l’Italia ormai sia come tutti i paesi del Mediterraneo, come l’Algeria, come la Tunisia, come la Libia, come l’Egitto continua ad emergere pagina dopo pagina durante la lettura del libro di Gabriele del Grande. Se i  comportamenti degli italiani, delle autorità italiane nei confronti di coloro che stanno fuggendo dagli inferni del mondo è simile a quello degli altri paesi che da Sud si affacciano nel Mediterraneo, per quale ragione il grado di libertà deve essere diverso? Forse è solo più edulcorato, forse è solo più conclamato come nei film voluti dai padri della Padania, ma proprio per questo incomincia ad essere meno certo. Hannah Arendtnei suoi testi ci spiega che quando un paese incomincia ad accettare che diritti fondamentali siano cancellati per gruppi di diversi, anche solo concorrendoci con finanziamenti,  si intraprende una strada in discesa senza possibilità di fermarsi perché i freni inibitori della tenuta di civiltà si sono rotti, e si finisce in baratri al fondo dei quali ci sono i campi di concentramento per i dissidenti. Perché dapprima si sussurra che esistono le streghe, fra l’incredulità generale, poi si grida che sono tante finché entra nella convinzione comune che ci sono per davvero e poi si comincia a bruciarle col consenso di tanti e infine ciascuno può essere facilmente accusato di essere una strega. Così il potere domina, senza alcuna apparente censura ed eliminazione della libertà.
Il testo scritto da Gabriele Del Grande non condensa l’attenzione solo sulle responsabilità dell’Italia nel contrastare,  violando tutti i diritti, i processi migratori, ma, proprio come accennato prima, su quella di gran parte dei paesi che si affacciano dal Sud sul Mediterraneo. E’ quello del giornalista lucchese non un saggio, e neppure solo un reportage perché è intriso di spirito narrativo così che si legge con voracità e lascia stupefatti nello scoprire situazioni, misteri legati al mondo della migrazione, come quello dei giovani algerini scomparsi, svaniti nelle carceri tunisine senza sapere che fine abbiano fatto. E gli interrogativi più angoscianti si insinuano di soppiatto. Si approfitta anche di naufragi veri o procurati per impadronirsi di corpi da usare per altri scopi come il trapianto d’organi?
Si rimane poi oltremodo esterrefatti sul maltrattamento che gli eritrei subiscono da parte dei libici e sulla mancanza di responsabilità dell’Italia nei confronti di un popolo che è stato fra quelli assoggettati durante il periodo coloniale italiano. Un po’ di compartecipazione sulla sofferenza di questo popolo dovremmo pur averla, visto che per oltre mezzo secolo abbiamo abitato nel loro territorio e “forse” lo abbiamo anche sfruttato. Ma tant’è il fatto che gli eritrei fuggano da un governo guerrafondaio e militaresco, che subiscano maltrattamenti inenarrabili nelle carceri libiche, non indulge alcuna considerazione nei nostri governi, che anzi con il decreto sul respingimento tendono ad ignorare il sacrosanto istituto del “rifugio politico”.
La considerazione più amara viene dal fatto che le varie norme restrittive sulla immigrazione e la loro applicazione stiano trasformando la coscienza civile di persone, così che la antichissima legge dei marinai, non scritta ma fortemente sentita, per cui chiunque sia in pericolo nel mare deve essere a qualunque costo aiutato, incomincia ad essere ignorata. Chi si è attenuto, al di là di tutto, a questa regola solidaristica degli uomini di mare, è stato processato e ha visto la propria vita rovinata, almeno sul piano economico.
Si alimenta così l’indifferenza, il voltar le spalle, il considerare il male una banalità.

14-04-2010