Dante

Il Paese dove il dolce si suona

Ahi Pisa, vituperio delle genti
del bel paese là dov’l sì suona
poi che vicini
Dante Alighieri. Inferno XXXIII.

Fu in quel primo viaggio che perdemmo l’aereo.
Mi spiego, o almeno cerco, poiché le ore e le coincidenze, i particolari non necessari al fatto sono caduti nell’oblio.
Partite da Buenos Aires la sera precedente, giunte a Torino a metà pomeriggio –quasi buio dato l’inverno inoltrato in questo continente-, trovata la pota di imbarco del volo coincidenza per Albenga, ci mettemmo a sedere.
Emy riprese la sua rivista e la sua mamma, dopo averne offerto anche a me, con fare amabile scartò un biscotto. Io mi disposi ad assaporare il tempo di attesa: guardarmi intorno, osservare come si comportano gli italiani, gli italiani dell’Italia, i gesti, l’abbigliamento… I veri italiani, questi che abitano in Italia, non noi italiani per modo di dire, italiani in terra straniera, italiani per i quali il paese natio è il paradiso perduto e anelano tornare, sia pure temporalmente, in tour di vacanza.
Eravamo rimaste da sole ad attendere, il gruppetto delle tre donne, in quello spazio aperto, dall’apparenza circolare. Ognuna immersa nei propri pensieri di nostalgia.
In quel tempo, di cabine telefoniche ce n’erano quasi da per tutto, specie poi negli aeroporti. E lì di fronte a noi tre o quattro cabine allineate aprivano le loro porte a vetri. Da una di esse ci giungeva una voce maschile e sonora, cercava di rassicurare un suo –o sua?- familiare che tutto era in ordine, che sarebbe arrivato più tardi…
La voce, pausata e signorile, risuonava chiara, musicale, armoniosa, seducente. La modulazione da tanto tempo non udita fu per noi fata incantatrice, strega maliarda, …
Finito l’incantesimo, ci avvicinammo al banco Alitalia a chiedere notizie del nostro volo…
«Signore, il volo è partito…L’abbiamo annunciato ripetute volte…».
Ci guardammo. Si udì con eco la nostra risata nello spazio vuoto.
Le hostess non poterono spiegarsi il perché.
Poi, non ricordo come proseguimmo il viaggio sino ad Albenga.

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Aurelia Rosa Iurilli

Aurelia Rosa Iurilli è nata a Ruvo di Puglia nel 1941. Con le ultime ondate di emigrazione, nel 1952 si trasferisce in Argentina. Affronta gli studi sino alla laurea in Profesora de Castellano y Literatura. Nel 1984 ritorna definitivamente in Italia e lavora come lettrice all’Istituto Giulio Cesare di Bari, oggi Marco Polo. Propone la sezione “Esecitazioni” per la Grammatica di Spagnolo del Prof. Alfonso Falco, dell’Università della stessa città, (Ed. Levante 1988), dove lei intanto svolge attività di lettrice.
Entrata in pensione, si dedica attivamente all’attivita letteraria. Compone poesie, racconti, pièces teatrali e un libretto per un’opera lirica, “Giusepe d’Egitto”, rappresentata nell’agosto 2012 sul sagrato della Basilica Santa Maria del Pozzo di Capurso, con musica del Maestro Palmo Di Venere. Quest’opera versa ancora sul tema dell’emigrazione, caro ai suoi studi e al suo pensiero, al quale ha dedicato non pochi lavori e pubblicazioni, tra i quali Della lingua ammaliatrice ovvero scritrici argentine nate in Italia (Laterza 2005).
Collabora con il Centro Studi di Americanistica.

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