Generazione che sale

Il primo spettacolo

Motivazione per l’attribuzione del secondo premio

Il racconto si distingue in special modo per l’originalità della impostazione sia sul piano immaginativo che su quello della organizzazione linguistica. L’altro ritrovato  è se stesso che nel rispecchiarsi rintraccia una dualità con cui  dialoga e scopre le proprie contraddizioni; affiorano così tutti i propri dubbi. La narratrice si immedesima in altri anche in un provino teatrale evidenziando così la possibilità di far emergere da sé una molteplicità di identità. Il racconto sembra far tesoro di tutta la cultura narrativa siciliana in modo particolare di quella pirandelliana, il cui merito principale è stato quello di aver posto in crisi l’idea di una fissità dell’identità. L’io, la persona guardando dentro se stesso non solo può dubitare dell’unicità dell’io, ma può altresì capire appieno anche la dimensione dell’altro e così arrivare ad una comprensione totale dell’uomo in tutte le sue sfaccettature, da quelle sociali a quelle culturali.

Il primo spettacolo

Era terribilmente tardi. Ma almeno per quell’ora ci sarebbe stato un silenzio incondizionato.
Entrare in quel bagno significava chiudere con il resto del mondo; una bolla d’aria per la sosta del tempo. Il lato analitico di Sofia si faceva sentire nel cronometrare doccia e shampoo; un’ora esatta.
La sveglia avrebbe suonato tra sole cinque ore. La doccia era occasione di riflessioni. Si potevano raggiungere livelli altissimi di filosofia, magari banali, ma sempre attività di pensiero era.
Ti rendevi conto che …
– So’, sabato che fai?
Momento di pausa.
– Ti sembra il momento?
– Guarda che oggi è giovedì.
– Veramente venerdì, … è già passata mezzanotte.
– Appunto! Non ti organizzi?
– Sinceramente, a mala pena so che lezione avrò domani!
– Boh, non ti capisco.
– Che c’è da capire? Non puoi sempre organizzarti la vita, a volte puoi anche lasciar correre.
– Dico solo che dovresti sfruttare i giorni senza pensarci troppo!
– Pillola di saggezza delle 00:40?
– Saggezza? Ti pare …
Fortunatamente era già uscita dalla doccia. Una spazzolata, phon e via. Non era proprio il momento migliore per fermarsi a pensare. Cercando nei cassetti per un pigiama vide una felpa e restò un po’ a guardarla. Sembrava dialogarci con lo sguardo.
– Pensi di indossarla domani? Non eri quella che non programmava?
– Stai sempre a commentare …
– Solo per farti rendere conto di come cambi di continuo!
– Non si cambia, si scopre soltanto qualcosa di tanto in tanto!
– Beh, ma tu non eri quella dai jeans stretti con le cuciture ben delineate, i capelli sciolti e quel filo di matita tanto nero quanto intenso? Per non parlare della boccettina in borsa in caso non si sentisse più il profumo …
– Ma quanto sei simpatica? Perché non dormi piuttosto?
– Su dai, sarò più piccola di te, ma dammi ragione ogni tanto!
Lo specchio rifletteva quel viso limpido, chiaro, ben delineato e avere gli occhi castani non era male. C’è chi nel calore di in un paio di occhi scuri riesce a riscaldarsi.
La luce del bagno del bar di fronte l’università era di quelle che si accendeva da sola e se stavi ferma si spegneva perché non rilevava movimento. Quello specchio, quella mattina, era l’unico mezzo per capirsi e dirsi con le cuffie nelle orecchie: “Un’altra di quelle giornate ventose dove forse riesci a respirare troppo. Riempi bene i polmoni. Non puoi perdere questa chance. Ci sono passati in tanti, tu non fai differenza!”. Non si trattava di rendersi uguali agli altri, ma di trarre dalla massa se stessi. Trovarsi appunto.
Un passo fuori dalla porta.
– Alternativa oggi con questa felpa eh … capelli legati … mmmh …. Non avrai mica fatto pulizie stamattina? Perfino i tuoi occhi sembrano diversi. Mancano di, … non sono messi in evidenza! Si ecco!
– Probabile! Prendo tutto come un simpatico complimento!
– Dai esci il cambio … non penserai …
-Ieri ci ho pensato proprio quando non avrei dovuto. Mi ci sono scontrata per caso in uno dei cassetti. Non è roba mia, ma perché non potrebbe?
– Non hai più sedici anni, mi piace ma sembri un’altra.
– È soltanto un altro lato di me!
– Allora posso permettermi di iniziarti?
Stranamente non stava tossendo. Eccola quella nube che pian piano si scioglie nell’ossigeno,
prendendo tutto: lucentezza e opacità, colore, volume, tutto. O quasi. Pochi occhi addosso per fortuna, almeno per adesso.
– Sicura di questo nuovo incontro, So’?
-Non posso essere per sempre quella di ieri: “panta rei”, “tutto scorre”. Ricordi?
– Non fare la sapientona con me cara che ti insegno se voglio!
– Ci si rovina con quella scuola, – diceva ridendo -; il classico è una scuola che ti rovina non perché ti costringe a stare sui libri, ma perché ti apre la mente. La scuola in generale lo fa, ma questa davvero … arrivi a bloccarti male con certi discorsi facendoti domande e sfornando risposte che ne creano altre!
E intanto inspirava, inspirava … , ma sembrava gradire sempre di meno. Sofia era così: sempre uguale, sempre diversa. Nel suo DNA c’era l’inclinazione di esprimere con il movimento vispo delle sopracciglia e col cambiamento del volume della voce i suoi pensieri. Come quando fai assaggiare un limone a un bambino. Non hai il tempo di contare fino a tre che già si incurvano le labbra!
– E noi ci leghiamo al passato mentre il mondo scientifico-tecnologico guarda al futuro …
Scoprono, scoprono, scoprono … Ma conservano per poco.
– Ma come crei un futuro senza un passato? Non uscirebbero ogni giorno modelli di cellulari nuovi se non ci fosse stato un precedente modello.
– Ci vorrebbe un nuovo umanesimo … con qualche novità di tanto in tanto!
– Ma è grazie alle cose vecchie che ne crei di nuove!
– Reggeresti un nuovo sapore allora?
Non finì di rispondere che dovette tacere. Esempio di morbidezza quel bacio. Come una “celeste corrispondenza d’amorosi sensi” si incastonavano l’ un l’ altro. Come un fuoco d’artificio quieto del silenzio dei boschi. Cedevano insieme in una nuova passione sottovalutata da entrambi per lungo tempo.
– Preferisci la nuova me?
-Non ti credevo pronta ad un gusto nuovo … avevo paura di scontrarmi con te.
– È come accendere una candela che ardeva da qualche tempo! È da perfetti stupidi cercare il fuoco per bruciarsi e farsi male … come anche far finta di nulla.
Si abbassano le sue sopracciglia. Qualcosa cambia nell’aria. Il suo sguardo si ferma e aggiunge:
– È pur vero che la passione, la voglia di mettersi alla prova è forte. Troppo forte da tenere …
Non era mai stata brava a dire una bugia per intero e glielo si leggeva anche dagli occhi e dalle mani che toccavano le labbra, come se qualcuno le avesse sporcate. Era questo il suo clinamen: quel cambiamento di posizione delle particelle che poteva essere tutto. Una decisione, un’ emozione.
Quelle stesse mani poco dopo toccavano gli occhi.
– “E quindi non ti muovere per tutt’il tempo in che raccolgo il frutto della mia preghiera.”
Il corridoio è pieno di gente che scalda la voce, che parla al telefono, nessuno ha un copione: la clausola è chiara: “improvvisazione”. L’orologio, dalle lancette tanto grandi quanto lente, ha un fare da giudice, quasi come la regista che, masticando tutt’altro che silenziosamente, scruta ogni aspirante come fosse un alieno.
C’è chi esce con aria soddisfatta, chi delusa, chi quasi in lacrime; bisogna solo capire se di gioia o di sconforto. Quella porta bianca, serrata, riesce a contenere i discorsi. Sembra di essere in coda alla cassa del supermercato: ognuno ha un carrello più o meno carico di esperienza. In questo clima, tutt’altro che caotico, arriva il momento per Sofia di spezzare il silenzio.
-Buongiorno signorina!
-Buongiorno …
– Quante persone credi di essere?
Il silenzio parla chiaro: che razza di domanda è?
– Beh … una e tante.
-Dimmelo con un’artista.
– Pirandello!
– Spiegalo ad un farmacista.
– Potrebbe essere paragonata ai cambiamenti della materia: si cambia fisicamente ma non
chimicamente.
Sofia stessa si stupisce della sua risposta. Ecco il nuovo umanesimo; anche la scienza può toccare la filosofia.
– Bene. Adesso interpretami queste “una e tante”.
Il silenzio stavolta la avvolge al centro di quella stanza. Sta in piedi davanti ad una giuria e deve spogliarsi con le parole. Inizia.
– Una giornata, quella giornata, la giornata – rispose Sofia- una di quelle giornate ventose dove forse riesco a respirare troppo. Riempio bene i polmoni. Non posso perdere questa chance…
Fa una pausa. Il sottofondo musicale che sente nella sua testa cambia.
– Lo penso io, lo pensano quelli là fuori. Lo pensa la scrittrice quando sta per terminare il suo racconto, il pittore quando mescola i colori, lo stilista quando con ago e filo unisce stoffe di diverso tipo, la negoziante che sistema la vetrina. Puntano tutti alla hall of fame pur di guadagnare, di sopravvivere, di esistere. Basta essere se stessi con fantasia e originalità … Poi ci sono quelli come me che hanno bisogno di raccontarsi. Non lo faccio per egocentrismo, né voglio esaltare la mia cultura o la mia personalità … , ma penso che la vita sia il primo spettacolo che vediamo e che troppo spesso non viene messo in scena. Quelli che se gli chiedi : “Scrivi una storia” pensano alle guerre che affrontano ogni giorno, alle proprie e a quelle degli altri … perché in fondo tutti abbiamo avuto a che fare con un automobilista maleducato che pensa furbamente di prendere la corsia d’emergenza, o con un barattolo di yogurt scaduto da tre secondi chiedendoci: “Sarà ancora buono?”… piccoli misteri di vita che …
– Raccontami la sua di storia -, disse la regista mostrandole la foto di una sposa bambina.
Sofia si fa piccola. Abbassa lo sguardo e dopo un po’ lo alza con senso di rispetto.
– Giocavo fino a ieri con una bambolina di pezza guardando fuori dalla finestra il cielo incupirsi.
Provavo a immaginare un cielo azzurro come quello che spesso si vede in tv …
– Come ti chiami?- chiese una voce dalle spalle della regista.
– Miriam – rispose -. Mamma mi diceva che bella com’ero avrei fatto strada. Ma intorno a casa mia non c’erano più strade. Così un giorno “per assicurarmi una vita migliore” mi diede ad un signore che poteva avere la stessa età di mio nonno. Mi vestirono da principessa … , sognavo ad occhi aperti guardandomi allo specchio. Lo stesso specchio che rifletteva l’immagine di un omone alle mie spalle …
È stato lì che quella voce si materializzò. Una ragazza si alza. Il suo viso è rovinato da diverse ferite.
– Ma io mi ribellai. Ed ecco come mi ritrovo adesso …
Sofia si avvicina alla ragazza e a specchio segue i suoi movimenti. I loro sguardi cercano complicità ma non si toccano.
– Sono fuggita, da quel mondo che mi stava rubando la cosa più preziosa: il tempo. Il tempo di crescere, di giocare, di imparare, di colorare, di innamorarmi, di scoprirmi, di cambiare, e di restare ciò che sono. Potevo essere Miriam, potevo essere una studentessa, una sognatrice, una mamma, una Giulietta, un’Antigone, un giullare, un mago, un cavaliere, uno spettatore, un’interprete … oggi però ho deciso di essere una di quelli là fuori. Voglio essere fuga dalla realtà. Ho fatto un lungo viaggio per arrivare al viaggiatore. Voglio essere Sofia.

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.

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