Interventi

John L. Stanizzi: La vita nei versi, la poesia delle radici.

stanizzi

  1. «Forte e gentile». 

        Iniziamo con una citazione da un’intervista pubblicata nel 2014[1] che sarà il punto di riferimento costante del presente intervento sul poeta John L. Stanizzi. Partiamo dalle primissime righe dell’articolo, righe che ci sembrano mettere a fuoco l’uomo Stanizzi –nella natura, nell’indole- prima ancora del poeta Stanizzi il quale, come tutti coloro che scrivono, crea le proprie parole conformemente alla sua essenza umana ed esperienza di vita. Né potrebbe essere diversamente, giacché la sostanza di un testo, sia esso prosa o poesia, è sempre riflesso della fibra etica e della vita di colui che gli dà forma. Se mancano integrità e forza d’ideali, se vita e affetti non sono a fondamento delle parole, non c’è scrittura -forte, integra, viva- e non c’è poesia: at all.

        Scrive in esordio d’articolo Deanna Elaine Piowaty:

He is a teddy bear among men. The kind of man you expect to take up space when he enters a room. But not because of his physical stature. It’s the gentleness of John L. Stanizzi that captures you. His capacity for bearing witness to the wild, ferociousness of life. Yet, not hurling the truth of this at you. Not even laying it at your feet, but handing it to you, with a flourish and a quiet bow.

        Leggendo queste parole, viene in mente la frase-emblema di una regione italiana. Non saprei dire, in tutta onestà, se tutte le regioni italiane abbiano un motto. A ogni modo, l’Abruzzo ce l’ha, ed è il seguente: «Abruzzo, forte e gentile[2]».

        John L. Stanizzi è americano[3]. Il cognome segnala origini italiane (non rimosse, anzi, più volte richiamate nelle poesie[4]). Le radici italiane del poeta sono però calabresi[5], non abruzzesi. Pure, nell’immaginazione dell’estensore, per subitanea (ma forse non troppo astrusa analogia) John Stanizzi è “l’Abruzzo”, dunque descrivibile appieno col motto che di quella terra intende cogliere i tratti essenziali: la forza (dei monti, delle valli, dei torrenti, delle marine, della natura in ogni sua manifestazione) congiunta alla gentilezza (degli abitanti). Un’altra immagine di forza maestosa e di magnanimità che Stanizzi, attraverso le sue parole e le sue immagini[6], fa venire in mente è quella dell’Appennino[7], il gigante metà-uomo e metà-monte che nell’immaginario di molti, in base alla nostra esperienza, è emblema del gigante buono.

      Quale che sia il termine di confronto, John Stanizzi produce in chi ha la fortuna di incontrarlo (anche solo via messaggi online) una sensazione di forza gentile. Una forza capace di rivelare realtà persino atroci, sempre però con garbo, senza scagliarle contro l’interlocutore, e insieme con decoro, senza adagiargliele ai piedi in atto servile. Dunque, una forza conscia del proprio potere (e sapere) ma che mai abusa di se stessa. Questo si avverte nell’uomo e nel poeta Stanizzi: solidità, energia vitale, esperienza e consapevolezza del mestiere, non di rado penoso, di vivere. Tuttavia, tale cognizione del male di vivere, dell’ingiustizia, delle menzogne del sistema[8] non prende mai la china del deleterio pessimismo o di una tetra malinconia. Un sapere-potere, quello di Stanizzi, che persino quando avrebbe ogni diritto di degenerare in amara autocoscienza e dura denuncia, si converte immancabilmente in corrente vitale: attiva, positiva, propositiva. Più di tutto, un sapere che non è mai brutale nei riguardi dell’altrui sensibilità e vulnerabilità: dice le cose che deve dire, ma con delicatezza, facendosi, appunto, parola poetica al fine di porgere con tatto, leggerezza e con un pizzico di disincantato umorismo, verità anche spiacevoli.

        In tale circolo virtuoso (sapere/potere, sentire, garbatamente porgere) non mancano vertiginose aperture sull’enigma dell’esistenza, e illuminazioni: inopinati, quanto epifanici, squarci sul cielo (inteso come figura di una casualità cosmica che ci sovrasta); folgoranti intendimenti del cosmo di cui facciamo parte e in cui non siamo se non infinitesimi granelli di sabbia esposti al capriccio cieco degli eventi. Granelli, sì, ma granelli etici, dotati di pensiero e sentimento; schegge di pura coscienza; senzienti atomi d’umanità che si interrogano sul proprio senso, sul mistero dell’essere e dell’esistere.

  1. The blissfulness of being a teacher[9].

«Insegnare non ha fatto niente per la mia anima. Mi ha dato un’anima»

    L’esergo è la traduzione dall’inglese di una frase contenuta nell’intervista della Piowaty a John Stanizzi. Per la precisione, fa parte di una risposta in cui il poeta parla della propria professione. Perché John Stanizzi è, sì, un poeta, ma è anche, anzi, è soprattutto un insegnante. Uno di quelli che amano profondamente il proprio mestiere, come si evince dal brano seguente:

I came to teaching late. I didn’t begin teaching high school until I was 40. And the revelation that this is what I was meant to do with my life was the single most profound experience of my life. Prior to entering teaching, I floundered around in a series of dull, unfulfilling, unchallenging, irrelevant jobs. I had gotten my teaching certificate many years before, in my twenties, but I was never called to the profession. […] I simply was not ready for it. However, ultimately, being a teacher came to mean everything to me. I am a teacher. That means that students, thousands of them, have depended upon me – still depend on me – for patience, guidance, friendship, understanding, and love. Being with high school kids for so many years has filled me with the spirit of youthfulness and the poignancy and preciousness of innocence. […] I learned volumes about […] the critical necessity of valuing their experiences. There are volumes to say about this question, but simply put: Teaching didn’t do anything for my soul. It gave me a soul. […]

 Teaching didn’t do anything for my soul. It gave me a soul: un assunto che chiunque scelga la professione dell’insegnante sa essere profondamente vero. Insegnare, cioè comunicare ad altri le proprie conoscenze, scoperte, percezioni (non escluse epifanie e illuminazioni), plasma e arricchisce l’anima (il mondo interiore: immaginativo, affettivo, cognitivo) di colui che agli altri, in quel moto d’apertura caratteristico di ogni atto comunicativo, si dona. Insegnare migliora e raffina la sensibilità dell’individuo; di conseguenza, raffina e rende migliore (più tersa, efficace, corposa) la parola di chi comunica. In questo caso, il soggetto è un poeta, e comunica tramite parole poetiche. Né è esagerato affermare che John Stanizzi è il poeta e l’essere umano che è, «forte e gentile», proprio perché ama (quindi sa) insegnare. In altri termini, perché ama (e sa) comunicare, ovvero donare e ricevere contenuti umani in uno scambio reciproco che rende spiritualmente più ricchi tutti i partecipanti all’atto comunicativo.

  1. Mistero, epifania, meraviglia.

    Una cosa sembra certa: gli squarci nel cielo (metaforicamente inteso) cui s’accennava prima, soltanto uomini dotati di anima (cuore, intelletto, senso etico, humanitas, coraggio) sanno aprirli e hanno l’audacia di inoltrarvisi per indagarli, di procedere verso il cuore della tenebra umana, di immergersi nell’oscurità del mistero dell’essere per trovarne la luce. Solo uomini sensibili e forti sanno prestare attenzione, a un tempo, all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo e, spaziando fra questi due poli in un iter ciclico di anabasi e catabasi, osano «aprire la finestra» e fissare lo sguardo sull’enigma dell’esistenza in tutta la sua varietà e complessità (persino orrore): su stelle, cielo, luna, solitudine di pietre, minimali fili d’erba:                                                    

Step off and carefully look between the blades
of grass that cover the earth […] … or in the coolness beneath
the stones that warm in thickened solitude
yet are windows for the summer child
who […],
… discovers there in the glassy, myriad shapes
of light between the branches of the trees,
departures from which we arrive as if we’d been
dreaming; […]
Look again and again into the sky
and say “The moon …” and if you speak of sadness
wear that sadness like a heavy coat,
and if you say “The moon’s a brilliant window …”
make of its light a lucent metaphor

       Soltanto colui che ha un’anima, alza lo sguardo al cielo, va in cerca della luce e arriva a scoprire, nella miriade di forme che questa assume fra i rami degli alberi, partenze (inizi, origini) da cui gli uomini arrivano quasi provenissero da una remota dimensione di sogno (una vita anteriore e altra ormai perduta?). Il mistero è lì: in quell’altrove di sogno alluso dai giochi cristallini della luce, in alto, nell’intricata grata arborea che a tratti s’apre e lascia trapelare sprazzi di forme iridescenti. Sì, il mistero è lì, e si mostra all’improvviso, nei varchi radiosi che, nell’incostanza e transitorietà del loro esserci, schiudono guizzi d’immenso, d’impensato[10].

     Che Stanizzi provi profonda gratitudine per il mistero celato nei più consueti casi della vita; che egli sia, socraticamente, conscio di sapere poco, quasi nulla, perché tante, troppe cose sfuggono all’umana capacità di comprensione, alla nostra limitata ragione; che egli abbia il dono –dei bambini, dei poeti, dei folli[11]– di provare meraviglia; che sappia cogliere, nel flusso ininterrotto dell’esistere, l’epifania in atto (ongoing) delle innumeri forme della luce e intuire un amore che tutto risana e chiarifica, traspare dalle sue stesse parole:

the older I get, the more I realize how little I know about everything. And yet … that has not been a disappointment. On the contrary, that ongoing epiphany has translated into a burgeoning sense of wonder and fascination with all the things I cannot ever know. […] The fact that so much is ungraspable, and that all of us are working against the clock for some little measure of comprehension, is what make it so fascinating to me […]; I am so thankful for great mysteries. Through the darkness, the melancholy, the grief, the joy, the wonder, and the foolishness, comes a continuous flow of appreciation for the power of love as a healer and a clarifier.

        Da questa gratitudine per il mistero, dalla coscienza che così tanto di esso ci sfugge e che ogni umano tentativo di comprensione è una corsa contro il tempo, perché l’uomo è ente transitorio, deriva la disposizione empatica e il rispetto verso ogni forma di vita che avvertiamo nei versi di Stanizzi. Dall’amore per l’esistenza nelle sue plurime sfaccettature e sfumature (dolorose, strane, gioiose, meravigliose) derivano la comprensione e la compassione per tutte le maschere che, sulla scena della vita, sono chiamate a recitare un ruolo infausto, per tutti coloro che nella performance hanno avuto parti secondarie o sono finiti dietro le quinte, nel cono d’ombra dell’emarginazione.

  1. «A life in the margins» vs the life in the lines.

        Come evidenzia la Piowaty, nelle poesie di Stanizzi si avverte un profondo rispetto per gli individui ai margini della società, una fraterna simpatia per l’anti-eroe[12]. Da tale rilievo, quasi per riflesso condizionato, sorge spontanea la domanda: “John, lei si è mai sentito emarginato[13]?”. La risposta del poeta non conosce, in apparenza, reticenze. A parlare, ora, è lo stesso Stanizzi che nella poesia SEASONS ON THE AVENUE narra di un se stesso ragazzino, raffigurandosi, nella seconda sequenza (Spring), chased by tough kids[14] che lo costringono a una fuga precipitosa a casa, dalla tutelare Sosie la quale lo libera dai bulletti facendo piovere loro addosso acqua bollente. Una situazione che lascia intravedere, se non emarginazione, quanto meno una difficoltà di integrazione cui sembra alludere l’accenno all’episodio di bullismo nei confronti di un ragazzino riguardato evidentemente come ‘diverso’, quindi vittimizzabile. Ma Stanizzi nella sua risposta va ben oltre quello che si può leggere nei versi di SEASONS ON THE AVENUE; nel rispondere non si limita a cenni estemporanei. Parla delle proprie difficoltà a scuola; dei voti bassi; dei genitori che lo affidavano alla zia o alla nonna; del senso di disorientamento provato al termine della scuola superiore, quando c’era chi partiva per il college, chi per la guerra in Vietnam (cui lui non partecipò), chi contro quella guerra (che condizionò la vita di una nazione) protestava; del matrimonio a soli vent’anni, della disoccupazione; e conclude, dopo tale vivida carrellata di istantanee del “poeta as a young man”, dicendo che si tratta di una storia troppo lunga da raccontare in una risposta a una domanda d’intervista: la storia di una vita ai margini (della cosiddetta società), storia che un giorno racconterà … forse:

Oh yes! Absolutely. And it’s a hell of a long story. I was the kid your mom told you not to hang around with. […] I was in and out of school […] horrible grades – actually, NO grades would be more accurate. An only child, my parents shuffled me back and forth between my aunt’s house and my grandmother’s house so they could have more time to themselves […]. Through middle school and high school, I did absolutely nothing. I took up space, and caused all sorts of trouble. After high school, I was utterly lost; all the people I knew were either on their way to college or on their way to Viet Nam. […] I never went to Viet Nam, and that is the story I tell in [the] poem [Confession]. No one was untouched by that war. […] I got married at 20, had four kids, I was uneducated, unemployed, and adept at drinking and drugging. Yes. I have absolutely lived my life in the margins, but, as I said, it is a very long story. Perhaps, someday, I’ll tell the whole thing.
  1. Transitions: le stagioni della vita.

        L’avventura della vita, sia essa «vita ai margini» o “nei margini”, cioè entro i limiti consentiti da regole e convenzioni sociali (esplicite o implicite) è segnata da tappe: inizio, svolgimento, fine; quindi, altri inizi, altri sviluppi, altri esiti, e così via. Queste tappe non si ripetono all’infinito, perché la vita umana non è eterna; tuttavia, nell’arco pur limitato della vita di un uomo si ripresentano periodicamente, in forme apparentemente nuove, ma nella sostanza identiche. Infatti, quale è l’essenza di nascite, evoluzioni, morti (fisiche e spirituali), rinascite, crescite, regressi e risvegli, se non il principio immutabile della metamorfosi con cui l’essere umano, per esistere, deve confrontarsi? Nel divenire, nel modo in cui l’uomo affronta eventi e mutamenti della propria storia (cambi di setting, personaggi, trama, copione) sta tutto il senso dell’esistere.

        Nella lunga storia di una vita, ci sono momenti critici, punti di passaggio, svolte: transizioni[15].  Per John Stanizzi, una transizione rilevante è stata l’abbandono dell’insegnamento a tempo pieno, il pensionamento e il conseguente senso di vuoto. Ma c’è stato un risvolto inatteso e positivo in tale transizione; infatti, il vuoto di attività lavorativa ha avuto come effetto collaterale un tempo maggiore da dedicare alla poesia, modificando le stesse modalità della scrittura (the way I approach my poems now):

The major transition […] is my retirement from full-time teaching. […] the most difficult part of retiring was […] all the worry about whether or not I would feel fulfilled, how badly I would miss the kids […]. Then, once the school year ended […] all of those concerns seemed rather small against that lovely backdrop of free time and the complete independence to create out of that time whatever I chose and at whatever pace suited me. […] Another pleasant surprise had to do with the way I approach my poems now. I had always felt the need to write when the free time to do so presented itself. I felt as if I were writing against the clock, so the bursts of writing had to involve stanzas or entire poems. What I have discovered now, though, is that I am able to focus on just one or two lines, and I can give those one or two lines several days, or how long it takes for me to feel as though I’ve gotten it somewhat right.
  1. Il segreto che salva: the blessing of poetry.

      L’esperienza lo insegna: ciò che esula dai ‘margini’ dell’orizzonte delle attese sociali, ciò che, per qualsiasi motivo, non rientra nei parametri ordinari o in un modello formalizzato di presunta normalità, rende diversi. E nessuno vuole sentirsi ‘diverso’. Essere considerati diversi è il primo passo verso l’estromissione dal sociale (che si tratti di partiti, sindacati, gruppi culturali o branchi delinquenziali poco importa: c’è un codice sociale anche fra coloro che vivono ‘ai margini’). Tutti tendiamo ad adeguarci a modelli che ci rendono parte di un qualcosa e (quel che più conta) che ci fanno sentire ‘normali’. Anche quando l’unicità eversiva del proprio Io è rimarcata, questo essere eccezione rientra pur sempre in una regola che l’eccezione contribuisce a confermare. La spinta è sempre, specie nell’odierna società globale, in direzione dell’uniformazione: apparire/essere come gli altri, rientrare negli standard per essere inclusi in un insieme, in un ‘gruppo’. Il ‘diverso’, invece, è isolato. È un outsider che subisce la censura sociale e familiare; spesso è oggetto di ridicolo quando non perseguitato. Meglio dunque, prudenzialmente, nascondere ciò che rende l’Io altro dagli Altri, ciò che lo fa … diverso. Diverso, sì, ma anche davvero speciale, anzi unico, per il solo fatto di essere semplicemente se stesso, cioè un individuo con un dono che non tutti hanno. La poesia, infatti, è un dono (a natural gift, a bliss).

      Malgrado il suo essere ‘dono’, la poesia (l’arte in genere) in alcuni ambienti era (ed è tuttora) considerata attività cui si dedicano persone fuori della norma (nel bene e nel male): individui ‘diversi’, appunto, per le più disparate ragioni. È, insomma, un dono ‘difficile’ da coltivare. Non c’è da stupirsi dunque se la poesia per John Stanizzi è stata, in principio, un segreto: una vocazione da tenere nascosta in quanto non rispondente alle aspettative sociali. Questo almeno pensava l’adolescente Stanizzi che, da ragazzo, era un atleta, ovvero quanto di più alieno dalla poesia e dall’arte si possa immaginare (sempre secondo gli stereotipi sociali):

When I was a kid […],I kept my poetry an impenetrable secret. No one knew I wrote poems. I was a jock in those days, and everyone knew that baseball players didn’t write poems, football players didn’t create art. At least, that’s how things were in my mind, so I kept it a secret. It wasn’t until my junior year of high school, thanks to a wonderful teacher who somehow learned my secret and helped me along, that anyone know. Oh, what a weight was lifted! Finally, I was allowed to be who I was. And today, even though there have been a few situations along the way where I’ve felt that high school mentality about poets, I feel extremely blessed to have been given this overwhelming compulsion to write. For me, every single deeper exploration is guided by, driven by my work. Without my poetry, myriad explorations would never ever have even occurred to me. 
  1. La vita nei versi.

    Per Stanizzi scrivere versi è vivere. E vivere, cioè scrivere, è esplorare. Ed esplorare -scrivendo, vivendo- significa provare la meraviglia continua della scoperta. Scrivere, infine, è il mezzo per scoprire la meraviglia nell’esistere, una pratica che assurge a metodo di vita. Metodo di cui lo scrittore compulsivo non può fare a meno, proprio come l’uomo, per vivere, non può fare a meno di aria, acqua, cibo. E come l’essere umano, specie un atleta, deve esercitare e usare il proprio corpo, per evitare l’atrofia, per non ‘perderlo’, così l’atleta della parola –lo scrittore, il poeta- deve usare ed esercitare il proprio dono di scrittura perché non si atrofizzi, ma soprattutto per non perdere il contatto con la propria natura più autentica (inner self) e con l’essenza che anima gli enti e il mondo (Anima Mundi, la chiamavano Yeats e, prima di lui, Platone nel Timeo[16]):

 My poetry has always been a means of survival, and I don’t mean that in any haughty, suffering-artist kind of way […] For me, my writing is every bit a part of me as the blinking of my eyes or my breathing. If I don’t exercise my body I begin to lose it […]. It’s the same with my poetry – if I don’t exercise it, I begin to lose it.

   Come il corpo, anche la scrittura richiede esercizio. Tale esercizio, l’arte dello scrivere, acquista il suo senso più vero quando è mezzo per conoscere se stessi (need for self-understanding[17]) e quando si fa strumento per conoscere gli altri, per entrare in comunione con il mondo e gli individui che in esso agiscono, condividendo lo stesso spazio-tempo di chi scrive (hunger to connect and engage with others in a language that resonates). Ogni scrittore avverte il desiderio di parlare all’altro da sé tramite la propria scrittura (mai pratica meramente autoreferenziale); sente l’urgenza di connettersi con l’altro e comunicare in una lingua che provochi risonanze nell’animo altrui, come giochi dell’eco in un dedalo di antri e cunicoli. È indispensabile un destinatario perché la parola scritta abbia un senso. Un mittente isolato nel proprio contesto (quasi atollo nell’oceano, con un mezzo espressivo e un messaggio da mettere in bottiglia e affidare alle onde della vita) non basta perché si dia comunicazione. La poesia, è come l’insegnamento: è viva in una movenza d’apertura. Concepita in solitudine, deve trovare una via per donarsi al mondo. La poesia è insieme messaggio e mezzo. Essa richiede, per attivare i suoi contenuti, un atto d’estroversione, perché si scrive, certo, per irrefrenabile spinta interiore, ma anche per una tensione centrifuga: per comunicare ciò che si scrive (quale che sia la forma, il genere, lo stile, il registro). La scrittura è un ponte di parole lanciato verso l’altro da sé al fine di ribadire una sostanziale kinship, una relazione di parentela, una comune radice di umanità e capacità di dialogo, pur nella diversità e varietà (di lingue, etnie, religioni, culture, idee, ideologie). Una diversità da riguardare quale punto di forza, soprattutto nella società multiculturale in cui viviamo.

      La poesia è, innegabilmente, mezzo di indagine introspettiva (auto-analisi) e di meditazione (sull’Io, sul Cosmo, sull’Essere, sul Tempo, sul Senso.). Nondimeno, il suo fine è anche l’inchiesta tesa alla conoscenza del nostro contesto storico e degli esseri umani che con noi ne fanno parte. La poesia, in altri termini, deve anche essere medium di dialogo fra le genti, luogo di incontro fra voci lontane (nello spazio, nel tempo) pure, voci sorelle. La poesia è scavo interiore per conoscersi, ed è mezzo per capire empaticamente l’altro; tuttavia è anche un modo per prendere posizione e può anche farsi istanza di denuncia (sociale, politica). Serve (“Perché la poesia in tempo di povertà” [= crisi]?) anche a stabilire un rapporto con l’ambiente in cui agiamo insieme ai nostri compagni d’esplorazione esistenziale. Dunque, può certo, la poesia, slanciarsi in esplorazioni cosmiche, speculare sul mistero (forse questo è il suo aspetto più affascinante). Può essere poesia-filosofia. Pure, deve essere anche poesia di realia. In breve, la parola poetica non deve perdere il contatto con il ‘corpo’: sociale, politico, umano. C’è poesia di mistici, ed è bella. C’è scrittura di fatti, parola che parla (persino urla) agli uomini, per gli uomini, e che di uomini parla, dei loro problemi, della loro non facile vita: anche questa è poesia, ed è, questa pure, bella.

    Le parole di Stanizzi, con cui concludiamo, esprimono, in tutte le loro forme, le fondamentali finalità della poesia: scrivere per parlare al mondo, per condividere, per intessere reti di rapporti umani ricchi e veri, per comunicare; scrivere per conoscersi e conoscere: per cogliere la propria dimensione interiore, per esprimere la tensione dell’Io a un costante divenire, per dar voce al bisogno che l’essere umano ha di confrontarsi con il mistero dell’essere e di porsi le domande che non hanno risposta, ma che egli deve porsi se vuole conseguire forma e perfezione. Perfezione umana, certo, pure, nei limiti dell’umano, perfezione.

     In base ai propri talenti, ogni uomo tende a realizzare il proprio fine (perficere). Un poeta non fa altro che tendere al proprio fine quando esercita, con costanza, abnegazione e amore, la parola poetica –il suo peculiare talento- nella speranza di divenire non solo un poeta, ma un uomo migliore:

My hope is that my readers will feel a kinship with me, that they will recognize in me a familiarity that makes them comfortable, that welcomes them in through a bond of common experience which becomes a kind of friendship. That’s my ideal […] I want to keep working toward becoming a better, clearer, more honest poet.

[1] Per le dichiarazioni d’autore, si veda l’intervista rilasciata da Stanizzi a Deanna Elaine Piowaty (25 gennaio 2014) (Link: http://combustus.com/john-l-stanizzi/) © Deanna Elaine Piowaty & Combustus, 25th. Jan. 2014.  Si ringrazia Deanna E. Piowaty per avere autorizzato l’uso dei propri materiali ai fini della stesura del presente saggio.
[2] http://www.rete8.it/cronaca/345ma-chi-ha-coniato-abruzzo-forte-e-gentile/
[3] Seconda generazione: nelle scienze politiche e sociali, è quella costituita dai figli, nati negli USA, degli immigrati.
[4] Poesie in cui sono ritratte figure e situazioni familiari o sono presenti rinvii alla cultura italiana.
[5] La famiglia Stanizzi, a quanto dice il poeta, è di origini calabresi. La prima generazione americana è quella dei nonni. La seconda generazione si identifica con i figli dei nonni (i genitori di Stanizzi). Il poeta appartiene, dunque, alla terza generazione, quella che tenta (secondo i sociologi) di ristabilire un legame (almeno ideale) con le radici (terra madre). Secondo gli studiosi di sociologia la “rimozione” delle radici sarebbe invece tratto distintivo della seconda generazione (cioè i figli nati in America da genitori italiani) per la quale l’integrazione nella nuova realtà socio-culturale è difficile (cfr. conflitto fra cultura familiare e quella del paese di cui sono cittadini per nascita, ma non per ‘stirpe’) e nei confronti della quale l’emarginazione può essere una realtà persino brutale.
[6] Stanizzi è uno straordinario fotografo della natura di cui riesce a cogliere la segreta bellezza.
[7] Si dice che la scultura del Giambologna ispirasse a Blake il suo Urizen, figura dalle connotazioni simboliche proprie che poco hanno a che vedere con la forza gentile dei magnanimi. Nella mitologia di William Blake, infatti, Urizen è l’incarnazione della legge e del sapere convenzionale. L’Appennino per noi è piuttosto emblema della forza della natura.
[8] Si veda, nella raccolta Dance Against the Wall (Antrim House, CT, USA, 2012), la poesia PROMISES AFTER ELLIS ISLAND (p. 61) in cui Stanizzi offre, in cinque icastici medaglioni preceduti da una breve strofa introduttiva, altrettanti quadri emblematici di destini umani che sono diretta conseguenza di promesse mancate o menzogne del sistema.
[9] Cfr. http://combustus.com/john-l-stanizzi/: “I have been blessed to be in a position to be able to offer some profoundly valuable things […] I have been blessed beyond comprehension.”
[10] Alla lettera: non-pensato, ciò che non è stato ancora o non può essere concepito dalla mente.
[11] L’etimologia della parola folle, dal Lat. follis (-em), in inglese fool (The sense evolution probably is from Vulgar Latin use of follis in a sense of “windbag, empty-headed person; v. ted. Windbeutel) è importante ai fini del senso particolare che diamo alla parola: folle denota ciò che è vuoto (come un sacco senza contenuto). Applicato a un poeta/ scrittore/ pittore (ecc), vuole, nelle intenzioni dell’estensore, segnalare la capacità dell’artista di farsi contenitore (‘vaso’) vuoto (privo di freni razionali, interessi materiali, catene fisiche) per lasciarsi invadere da un’ispirazione che trascende l’uomo e farsi campo aperto di un’intuizione. La poesia è (anche) un atto da mistici della parola, da grandi visionari.
[12] Ivi.: Throughout your works, there is definite respect given for the underdog. The anti hero.
[13] Ibid.: Have you yourself ever felt marginalized?
[14] Citazione libera.
[15] La parola transition e il nome verbale letting go, che l’intervistatrice usa nella sua domanda (In your poem, “Home Repairs,” you explore what foundations are necessary for healthy new beginnings. The letting go that must occur. You have recently gone through a major transition yourself.) compaiono nella poesia, FOG, TRANSIENT della terza parte di Ecstasy among Ghosts: thoughts of transition/ […] the illusion of/ not wanting let go.
[16] Guglielmo di Conches, Glosse al Timeo di Platone.
[17] Deanna E. Piowaty (cit.): How have you used the medium of poetry to reconcile your need for self-understanding with that universal hunger to connect and engage with others in a language that resonates?

 

L'autore

Avatar

Angela D'Ambra

Angela D’Ambra vive in Toscana fra Lucca, Siena e Firenze dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università di Firenze) nel 2008.
Dal 2010 traduce a livello amatoriale poesia postcoloniale in lingua inglese.
Traduzioni apparse su rivista: su El Ghibli ha pubblicato (dal 2010 a oggi) poesie di Desi di Nardo, Rudyard Fearon, Francis Webb, Gary Geddes, Glen Sorestad, David MacLean, Bruce Hunter, Patrick White, R. K. Singh, Bruce Bond, Kim Clark, Penn Kemp, Bruce Meyer. Su Caffè Michelangelo (2011): Desi di Nardo; su Sagarana (2014): Glen Sorestad, Alfred Corn, Bruce Bond, Laurence Hutchman (dal francese). Su Nazione Indiana: Gary Geddes (aprile 2014), Glen Sorestad (gennaio 2015).
Esperienze di insegnamento della lingua italiana e Humanities: Istituto il David, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira (Firenze); Harding University (Firenze)
Passioni: gatti, libri, Mozart, cinema e viaggi.