La forma breve nella narrativa di Adrian Bravi

Giulia Corsalini

  1. Alcuni caratteri della narrativa.

Conosciamo la narrativa di Adrian Bravi soprattutto nella forma del romanzo; un romanzo non lungo, in cui il protagonista, che nella maggior parte dei casi è anche voce narrante, o comunque offre il punto di vista della narrazione, vive una serie di vicende riferibili a situazioni psichiche ed esistenziali di disagio, complicate e talvolta drammatiche, sebbene l’ideazione fiabesca [1], come ne L’albero e la vacca[2] e ne L’inondazione[3]; o lo svolgimento paradossale, come in Restituiscimi il cappotto[4], La pelusa[5], Il riporto[6] ne nascondano in parte la natura tragica; persino in Sud 1982[7], che è una storia di guerra e di sbandamento che ricostruisce un momento della storia argentina, si ha il senso che qualcosa sia spostato rispetto allo svolgimento doloroso di quella effettiva sciagura storica. Chiarificatore, e non solo per la poetica di questo romanzo, quanto afferma in merito Adrian Bravi in una intervista:

La guerra delle Malvinas era un evento storico con il quale bisognava fare i conti, prima o poi. Ma non tanto perché dovevo raccontare proprio quella storia che, in fondo, m’interessava anche poco raccontare. Il fatto è che mi sono sempre portato addosso i ricordi di un mio amico che era stato in trincea, e che poi è diventato un personaggio del libro, il Negro Pelè. Questo ragazzo, che abitava in una favela e col quale io giocavo a pallone (era bravissimo!), mi ha raccontato, alla fine di una partita, che era stato una ventina di giorni in trincea. E mentre lo raccontava gli veniva quasi da ridere. Lo raccontava con una leggerezza, e in un modo cosi disincantato che ho sempre pensato quanto sarebbe stato bello raccontare con quella stessa voce una storia tanto terribile. Mi raccontava, ad esempio, che il rancio non arrivava mai in trincea e i soldati dovevano sparare ai volatili che capitavano lì sopra. Più che la storia in sé, mi piaceva il modo in cui lui ce l’aveva raccontata quel giorno, alla fine della partita. Mi sono portato addosso questo ricordo per anni, pensando che prima o poi avrei dovuto provare a scriverlo. Questo è stato il motivo principale che mi ha spinto a scrivere il libro[8].

Quale che sia la modalità di distacco o straniamento prevalente, il fiabesco, la visionarietà, l’ironia, la comicità, il paradosso, Adrian Bravi ogni volta alleggerisce (che era, ma ormai il riferimento è abusato, la virtù che Calvino profetizzava per la letteratura del nuovo millennio), ma lo fa secondo una sua direzione, che non è, come spesso succede, prevalentemente stilistica o retorica  – sebbene la scrittura si appoggi ad un linguaggio colloquiale e si strutturi in periodi quanto più lontani dalle tradizionali architetture retoriche, non è la leggerezza dei minimalisti o dei laconici, non fa leva sull’omissione, Adrian Bravi cerca di non dire mai niente di più o di meno di quanto deve o vuole dire. Si tratta piuttosto di una disposizione di spirito e di toni; si nutre della tradizione letteraria sudamericana (sui rapporti con la quale, con uno studio specifico, si potrebbe dire molto), ma la si può interpretare anche con una categoria che è tra  le più radicate della nostra tradizione, la sprezzatura, che, nella reinterpretazione di Cristina Campo,  è, appunto, leggerezza, «con lieve cuore, con lievi mani, /la vita prendere la vita lasciare»[9]. E per questa via la narrativa di Adrian Bravi giunge talvolta al lirismo, un lirismo di immagini lievi, come quella del bambino che sale sul tasso e ne mangia le bacche per entrare in una dimensione fantastica in cui estraniarsi dal proprio presente di figlio di genitori separati; o quella del vecchio Morales, che naviga sulle acque del suo paese inondato in una reduce fedeltà al proprio passato.

Questo, e altro (un discorso lungo e a parte meriterebbero il lavoro e la riflessione dello scrittore sulla lingua), abbiamo imparato a riconoscere nei libri di Adrian Bravi. Ma negli stessi anni in cui scriveva e pubblicava i suoi romanzi, l’autore recanatese scriveva anche racconti, brevi, alcuni brevissimi, nei quali ritroviamo caratteri narrativi simili, ma con delle differenze, riconducibili solo in parte alla specificità compositiva  della forma breve .

Anche nei racconti c’è un narratore che parla il più delle volte in prima persona; anche qui lo sguardo è sempre spostato, lo svolgimento inatteso, l’esito imprevedibile (anche quando, come in Io il badato, la fine è annunciata), come succede sempre nella buona narrativa, anche quella che racconta le storie più naturali e consuete (che non è, tuttavia, il caso dei racconti di Bravi). Anche qui prevale l’ironia, che spesso giunge alla comicità, come nelle esternazioni del paraguaiano inetto a ballare il tango o nel variegato ritratto sociale dei dediti alla consuetudine dell’aperitivo; né manca la dimensione fantastica, come nel mondo sacrale e magico del tumuto, di legno, «con una testa allungata a tre punte e una scimmia col becco sulle sue ginocchia»; anche qui c’è la stramberia tragica del badato ucciso dalla moglie e protetto dalla badante; anche qui il dramma viene esorcizzato in pratiche ossessive, come quella del ragazzino orfano di padre che ha la passione di piantare chiodi. Anche nei racconti, in ogni caso, il peso della narrazione è il più delle volte lieve.

  1. I racconti autobiografici.

Adrian Bravi scrive dunque da tempo anche racconti, che viene pubblicando in riviste o raccolte miscellanee. Nel 2011 «El Ghibli»[10] ha presentato in un supplemento monografico – insieme ad una introduzione sull’autore e la sua opera di Raffaele Taddeo e ad una rassegna della bibliografia critica – tutti i racconti editi o solo scritti fino ad allora. Tra di essi, occupano sicuramente un posto di rilievo e particolare quelli di chiara natura autobiografica; come il racconto del primo arrivo a Recanati (Approdo a Recanati), la piccola città (tanto più piccola se confrontata con la città di Buenos Aires, da cui l’autore proveniva), in cui Adrian Bravi si è trasferito dall’Argentina e nella quale ora vive; o il ricordo del vecchio casolare dei  nonni, a San Fernando, a nord di Buenos Aires, dove lo scrittore ha trascorso l’infanzia, La casa accanto al fiume, le cui acque talvolta inondavano il quartiere (e quelle acque, che, salendo, costringevano il bambino a stare seduto sopra il tavolo della cucina per non bagnarsi, sono diventate per lo scrittore adulto materia duratura di ispirazione, dal romanzo Rio Sauce pubblicato dall’editore Paradiso, a Buenos Aires, nel 1999, a L’inondazione, al racconto I due fiumi, di cui dirò più avanti)[11]; o ancora, anch’esso legato all’Argentina, il ricordo dell’incontro, a distanza di settant’anni, di due fratelli, prozii dell’autore, di cui, nella piccola casa a Léon Suárez, «l’uno chiedeva in italiano e l’altro rispondeva in spagnolo», e che sapevano l’uno dell’altro soprattutto ciò che non la memoria ma l’immaginazione suggeriva loro, eppure si capirono; infine, la ricostruzione dell’occasione della telefonata che lo scrittore scambiò, giovane e inesperto poeta, con Borges:

“Pronto,” mi ha detto Borges con una voce bassa e tremante che scemava quasi fino a scomparire. “Buona sera maestro,” ho detto balbettando, “sono un giovane poeta, lei non mi conosce, volevo invitarla a fare due passi…” A quel punto il vecchio Borges ha cominciato a parlare ininterrottamente, come se mi dettasse qualcosa: un monologo di due o tre minuti circa in cui non capivo neanche una parola di quanto stava dicendo. Aveva la voce talmente bassa e spenta che era quasi impossibile cavarne qualcosa. A un certo punto, però, s’è interrotto e l’ho sentito respirare sulla cornetta. Ancora non so se si era fermato per i saluti conclusivi o per darmi la possibilità di chiedergli qualcosa. Forse si aspettava che io gli dicesse l’ora in cui andavo a prenderlo, oppure mi aveva semplicemente detto che era stanco o che non se la sentiva di uscire. Non sapevo cosa dire, cosa aggiungere. Stavo lì e basta, e dall’altro lato l’autore della Historia de la eternidad, in silenzio. Siamo rimasti qualche secondo così, lui aspettava me e io aspettavo lui; alla fine non so chi dei due ha attaccato il telefono per primo.

In questi racconti Adrian Bravi non sembra attingere al proprio passato per ricostruire la trama frammentaria di un percorso esistenziale, non c’è, mi pare, un disegno autobiografico seriale; piuttosto, all’autore preme fissare immagini e momenti, offrire al lettore scorci rapidi di speciale significato umano e valore lirico. In queste storie, in cui il dato autobiografico non viene rielaborato in invenzioni letterarie, contano soprattutto i luoghi e gli altri.

Solo in un racconto più recente, uscito nel 2015, dal titolo I due fiumi[12], l’autore sembra voler dare, attraverso due poli fondamentali del ricordo, una sintesi più ampia (sebbene il racconto sia brevissimo) della propria esperienza di migrante, figlio di gente emigrata; una parabola esistenziale legata a due corsi d’acqua, il Potenza, fiume dell’infanzia e della nostalgia per il padre in Argentina, e, ancora una volta, il fiume esteso come un deserto che scorreva accanto alla casa dei nonni a Buenos Aires, fiume dell’infanzia e della nostalgia per lo scrittore adulto, che si trova, invece, ogni mattina, andando al lavoro, ad attraversare il Potenza:

Ogni giorno, quando vado al lavoro, attraverso uno dei suoi ponti e mi fermo ad osservare il corso dell’acqua, la boscaglia vicino agli argini (l’altro giorno ho visto da lontano un airone sulla riva, ha immerso il suo lungo becco in acqua e poi ha spiccato il volo con lentezza); mentre l’altro, il fiume della mia infanzia, largo ed esteso come un deserto, ora si è trasformato in un fiume ideale, e spesso anche a me succede che quando racconto a mio figlio delle scorribande su quelle acqua torbide e piene di fango, mi si spegne la voce in gola e non riesco a finire la frase.

  1. Variazioni straniere

Nel 2015, la casa editrice EUM, le edizioni dell’Università di Macerata, ha pubblicato una raccolta di racconti di Adrian Bravi dal titolo Variazioni straniere; titolo che allude al fil rouge che unisce le diverse storie: protagonisti dei nove racconti sono infatti dei migranti, degli espatriati, degli stranieri; non direi che il tema è la migrazione, ma sicuramente essa sta sullo sfondo. Vediamoli brevemente.

Il primo racconto, Dopo la linea dell’equatore, già uscito in «El-ghibli» nel 2011 e vincitore del premio Jerry Essan-Massslo 2010, è la storia, anch’essa non priva di suggestioni autobiografiche[13], dei due viaggi per nave verso l’Argentina che un uomo compie all’inizio e alla fine della propria vita (la storia dunque di un’intera esistenza, come la forma breve riesce quindi spesso a fare, in pochi significativi ed emblematici raccourcis)[14]; nel primo viaggio, infatti, il protagonista è lattante, emigrante con i suoi; durante il secondo, che non porta a termine perché viene colpito da un infarto fatale, sta tornando, dopo un breve periodo di lavoro in Italia, nella patria che lo ha accolto da bambino. Nella sua memoria, come in quella del lettore, resta impressa un’immagine della prima traversata, un’immagine tramandata dalla madre, che ne custodisce il ricordo con la sofferenza di una colpa:

La nave sulla quale viaggiavano aveva attraversato da poco la linea dell’equatore ed erano finite le scorte di acqua potabile. Tutti i passeggeri erano in preda al panico. Franco non mollava mai il capezzolo della madre, forse aveva paura anche lui, lo teneva stretto tra le gengive. Nel capezzolo libero si erano attaccati altri bambini. Si bagnavano le labbra con quel poco di latte che riuscivano a succhiare. Le madri imploravano Maria di aiutare i loro figli. Maria faceva quel che poteva con il suo latte. I bambini che non sopravvivevano li avvolgevano in un lenzuolo bianco e li buttavano a mare. La madre di Franco ne aveva contati cinque e quel numero se l’era portato dentro come una colpa per il resto della vita.

Nel secondo racconto, Io, il badato (uscito in «il Reportage» nel gennaio del 2015), le cure e le delicate attenzioni della badante ucraina sono l’ultimo, caro, ricordo del vecchio malato, soffocato dalla moglie in preda ad un incontenibile attacco di nervi. La figlia di Liborio e il suo cappottino rosso (uscito in «Oltreoceano. Rivista sulle migrazioni», nel 2014) è invece la storia, quasi pendant antitetico della precedente, di una truffa perseguita da una donna straniera ai danni di un vecchio. Ne L’albino e il tumuto («El Ghibli», 2009), un ragazzo diverso, albino e bianco, in una tribù di neri, orfano e perplesso nei confronti del totem, il tumuto, alla cui volontà attribuisce la morte della madre, viene prima condotto a morte e poi salvato dal colore della sua pelle, che ha il candore della luna: «Dicevano “luna” e guardavano me; poi “bianca” e guardavano me. Alla fine mi avevano slegato […]». Il quinto racconto, Purtroppo non posso ballare il tango («L’accalappiacani», 2008), è dedicato al ballo argentino («un pensiero triste che si balla», secondo la nota definizione di Enrique Santos Discépolo), da cui è escluso il paraguaiano, inetto ma invidioso dei vicini italiani, che tre volte a settimana vi si esercitano in un balera di periferia. Nel racconto Il muro sulla frontiera (già in una raccolta di racconti, dal titolo Permesso di soggiorno, curata da Angelo Ferracuti ed edita da Ediesse nel 2010), la costruzione di un muro che impedisce agli slavi di passare la frontiera, mentre separa due mondi paralleli, quello delle guardie che vigilano sul muro e quello degli slavi che, bloccati, finiscono per essere impiegati nella sua costruzione, diventa occasione di lavoro e di vita: «A molti slavi piace la vita di frontiera. C’è addirittura chi ha fatto chiamare il resto della famiglia per vivere qui». Il protagonista de Il marito della selknam (in Parole di frontiera, Salerno 2014), così come la moglie che, ultima di una stirpe di indiani, ha scelto di morire nella Terra del fuoco, di dove era venuta, torna in vecchiaia nel suo paese natio. Nascere durante una rivolta («Crocevia», 2012) è la storia di un immigrato che sposa la figlia del proprio datore di lavoro e con lei  torna in Egitto, dove il figlio nascerà nei giorni della rivoluzione; ancora una volta la vita di un uomo in pochi episodi determinanti o esplicativi. Infine Gli espatriati (già in Parole per strada, Rovereto, 2010) è un breve apologo, la storia di una donna che chiude con una rete il proprio porticato perché le rondini, che ogni anno vi tornano a nidificare, la smettano di sporcare; le rondini, stremate dalla stanchezza, moriranno su quella rete, nel tentativo di entrare; anche la donna,  dopo qualche anno, morirà nella sua casa, in completa solitudine.

Storie dunque drammatiche o fantastiche; ma che più scopertamente rimandano alla contemporaneità e, almeno alcune, ne assumono le più esacerbate contraddizioni. Così, nel primo racconto, l’immagine della donna che allatta i bambini che rischiano di morire di sete e quella tragica dei bambini che, non sopravvivendo, vengono avvolti in un lenzuolo e buttati in mare, nel loro deciso realismo, hanno, nel nostro tempo, una forte allusività. C’è poi il racconto Il muro sulla frontiera – uno dei migliori, per il ritmo narrativo, che ricrea, in un modo che è insieme esitante e lucidamente kafkiano, la storia della costruzione del muro e la vita che si organizza intorno ad esso, baluardo della separazione e paradossalmente occasione di contatto. Nel racconto, in qualche modo, lo sguardo dubbioso del narratore e la spirale kafkiana della narrazione denunciano un’aporia storica, che nel finale acquista afflato epico:

Forse non riusciremo mai ad attraversare la frontiera, o forse la attraverseremo domani stesso, chissà. Noi aspettiamo perché è questo il nostro destino. Quando si realizzerà ciò che abbiamo aspettato forse capiremo che era meglio tornare indietro o non partire affatto.

Così, ancora, è difficile non caricare di una valenza allegorica con implicazioni sociali l’ultimo racconto, che si chiude con l’immagine della rete su cui vanno a morire le rondini sfinite dal viaggio. Muri e reti: è letteratura ma anche storia dei nostri giorni; e nella chiusa la scrittura, che pure parla di rondini, ha il peso di un’epigrafe:

L’anno dopo ha richiuso di nuovo il porticato e sono morte altre rondini. Dopo alcuni anni è morta anche la signora, da sola, in una stanza sopra il porticato. Da allora nessuno ha rimesso la rete, ma le rondini non sono tornate più in quel cortile.

E’ stato detto che la forma breve, la forma del racconto (o anche del romanzo quando manca di una struttura unitaria e organica), consente allo scrittore contemporaneo di concentrarsi su frammenti di realtà, rinunciando ad una visione totalizzante o d’insieme[15]. Ora, se questo assunto sembra in parte confermato dai racconti di Adrian Bravi, e specie da quelli autobiografici, per alcuni dei testi raccolti in Variazioni straniere esso sembra addirittura rovesciato: sembra che la brevità, la compressione delle trame e dei tempi, sia piuttosto la strategia narrativa di una visione larga, comprensiva ed etica del reale; la forza di alcune immagini, come quella dei piccoli migranti morti in mare in Oltre la lingua dell’equatore, o come lo stupefacente candore di luna del bambino che rischia di essere ucciso per la sua diversità; il valore allusivo che autorizza ad identificare un tempo storico e spazi riconoscibili nella dimensione atemporale e fantastica del racconto Il muro sulla frontiera; e soprattutto la disposizione allegorica  che si cristallizza nella forma canonica dell’apologo (per sua stessa natura pedagogico e dunque detentore di una visione d’insieme) ne Gli espatriati, permettono di parlare, almeno credo, di una interpretazione non circoscritta, né laterale, di una tragedia mondiale[16].

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[1] S. Pent parla di “realismo magico”, Il realismo magico di Bravi, «La stampa», 24. 9. 2015
[2] Nottetempo/Feltrinelli, Roma- Bologna 2013.
[3] Nottetempo,  Roma 2015.
[4] Fernandel,  Ravenna 2004.
[5] Nottetempo,  Roma 2007.
[6] Nottetempo,  Roma 2011.
[7] Nottetempo, Roma 2013.
[8] In A. Salvioni, Intervista ad Adrian Bravi,  Altre modernità, n. 2, 10 (2009).
[9] Cfr. C. Campo, Gli imperdonabili,  Adelphi, Milano 1987, pp. 97-111; i versi, citati dalla Campo, sono  tratti dal libretto d’opera Il Cavaliere della Rosa di Hugo vonn Hofmannsthal.
[10] «El Ghibli», anno 8, numero 32, giugno 2011.
[11] Il racconto dell’inondazione ritorna anche attraverso un’analisi delle parole del suo ricordo nel saggio di Adrian Bravi La gelosia delle lingue, Eum, Macerata 2017: «La parola inondazione mi fa pensare alle catastrofi recenti; crecida invece mi riporta alla mia infanzia e ai miei primi ricordi, di quando stavo a San Fernando. Abitavo in una vecchia casa accanto al fiume e quando arrivava la crecida mia madre mi metteva sopra il tavolo della cucina e mi lasciava lì sopra mentre lei, mio padre e il resto della famiglia si adoperavano per tenere a bada l’acqua che arrivava dal fiume (a ripensarci forse quel tavolo è stato e rimane il mio vero paese: oggi in particolare, se dovessi dire qual è la mia vera patria, direi che è quel tavolo lì). I miei primi disegni e forse le mie prime lettere le ho disegnate quando scendeva l’acqua e andandosene lasciava sul muro una sottile crosta di fango che io andavo a scalfire col dito sputacchiato, dopo essere stato messo sopra il tavolo da mia madre o da mio padre. La crecida aveva tutte intorno a sé anche altre parole che si riferivano a quel mondo e, anche se stavano un po’ discoste, facevano parte di un immaginario comune: barro (fango), camalotes (sorta d’isolotti formati dalle piante acquatiche), umbral (soglia) da dove entrava l’acqua e con la quale bisognava fare i conti ogni tanto», pp. 12-13.
[12] Uscito nella rivista «Nostro lunedì: periodico di scritture, immagini e voce (ideato e coordinato da Francesco Scarabicchi)», volume dal titolo Geografie del paesaggio, Ancona, Nuova serie n.3, p.10; ora anche in «Storia e Storie delle Marche. Società, cultura, migrazioni», 4, 2016, pp.194-195, con un’appendice biografica.
[13] Anche questo episodio ha un’origine autobiografica; accaduto ad una zia dell’autore, viene raccontato anch’esso in La gelosia delle lingue, cit.; un saggio che in effetti potrebbe essere studiato anche per i racconti che contiene e che vi assumono la funzione di exempla. «Non ho mai visto piangere mia zia quando raccontava questa storia in spagnolo, la sua lingua adottiva, anche se si vedeva che era molto colpita, nonostante fossero passati parecchi anni; quando però un giorno gliel’ho sentita raccontare in italiano, l’ho vista piangere per la prima volta. Allora ho pensato che esiste una zona intima della memoria dove il passato si fa voce in una determinata lingua,» scrive Bravi nel saggio, p. 25.
[14] Cfr. G. Ferroni, Vicende del narrare breve nel Novecento, in S. Costa, M. Dondero, L. Melosi (a cura di), Le forme del narrare, Atti del VII Congresso Nazionale dell’ADI (Macerata 24-27 settembre 2003), Edizioni Polistampa, Firenze 2004, pp. 235-248
[15] Cfr. G. Guglielmi, Le forme del racconto, in La prosa italiana del Novecento. Tra romanzo e racconto, Einaudi, Torino 1998; A. Guglielmi,  Dagli anni ’60 agli anni ’80: i percorsi della scrittura giovanile, in AA.VV, Sul racconto, Il lavoro editoriale, Ancona 1989, pp. 21-31; G. Ferroni, Vicende del narrare breve del Novecento, cit.;
[16]«Lo scrittore brevilineo non si sottrae alle responsabilità etiche e civili e fa della propria scrittura, equamente dosata fra lettera e metafora, ossimoro e analogia, un efficace saggio di lettura della realtà», G. Ruozzi, Piaceri e cure della brevità letteraria, in A. Curcio (a cura di), Le forme della brevità, FrancoAngeli, Milano 2014,  p. 111.

Nota bibliografica

Oltre alle pubblicazioni già ricordate, nel 2015 è uscita una raccolta dei racconti di A. Bravi tradotti in spagnolo, a cura di M. Palmieri, S. Cattoni, C. Parrella, Después de la linea del ecuador, La Sofia Cartonera, Facultad de Filosofia y Humanidades de la Universidad Nacional de Cordoba; nel 2016 è uscito  Le disavventure e i rattristamenti  di Nino Paletta, ispirato alla vita d’osteria, a chiusura di una traduzione di frammenti greci sul vino, Lo specchio dell’uomo, a cura di S. Sacchini, Armillaria 2016.  Sempre nel 2016, è uscito il racconto breve Gli zoppicanti , Viadana, FUOCOfuochino, Mantova.