La mia casa è dove sono

Igiaba Scego
La mia casa è dove sono
Rizzoli     2010

raffaele taddeo

Condivido l’opinione di  Igiaba Scego quando afferma che noi italiani non abbiamo fatto i conti con la nostra esperienza di colonialismo e ci siamo quasi sempre arroccati dietro all’idea che l’esperienza coloniale dell’Italia sia stata una ben misera cosa rispetto a quella di maggiore entità di nazioni come la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, ecc.

Man mano che gli scrittori provenienti dalla terra di Punt, dal Corno d’Africa, acquistano maggiore sicurezza, emergono con altrettanta maggiore chiarezza gli aspetti più negativi del comportamento italiano come colonialisti e, proprio perché non abbiamo elaborato sul piano di un dibattito storico  il nostro passato colonialista, i più attenti di noi sono presi da un senso di colpa che affiora, che fa sempre più rabbia perché si è voluto ignorare, nascondere, manipolare la sporca azione colonizzatrice dell’Italia. Negli insegnamenti a scuola l’esperienza colonialista italiana è stata quasi sempre sottaciuta o edulcorata per cui noi italiani ci siamo convinti di essere stati poco colonialisti, poco razzisti, ecc.

Si prova quasi un senso di vergogna a guardare, leggere questi uomini/donne che ci rimandano al nostro passato perché non ci siamo ancora liberati dal peso della storia, non abbiamo elaborato le nostre colpe storiche.

E’ questo il primo aspetto che colpisce leggendo il bel testo della scrittrice italiana di origine somala Igiaba Scego, perché manifesta, forse per la prima volta nei suoi scritti, la dura presa di posizione contro il colonialismo italiano e ancor più la condanna del periodo dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana, fatto che ci spiazza ancora di più perché se le stragi in Etiopia nel 35/36 possono essere addebitate a Mussolini, le responsabilità della politica italiana in Somalia dal ’50 al ’60 nel periodo della Amministrazione fiduciaria, è da addebitare ad un governo repubblicano venuto fuori dalla ‘resistenza’ e quindi da un governo “democratico”. Sono responsabilità che ancora ci appartengono e delle quali non abbiamo minimamente preso consapevolezza.

Un secondo aspetto che emerge in questo volume è quello del piano autobiografico, della sua posizione di persona italo-somala, per offrire un contorno più chiaro possibile della sua duplice identità, sovrapposta, non accostata per cui Mogadiscio è Roma e Roma è Mogadiscio.

Ed in questo quadro si staccano momenti significativi della esperienza di Igiaba Scego: la sua vita a Roma, le sue amicizie, il continuo conflitto con i coetanei, specie nella scuola primaria, per non soccombere di fronte a chiare manifestazioni di razzismo.

In questo scenario  emergono alcune figure parentali che hanno fortemente influenzato la vita della scrittrice: la madre, lo zio Osman, vittima di un attentato terroristico quando, influente uomo politico, stava cercando di consolidare la giovane repubblica somala che stava facendo i primi passi verso la propria democrazia, poi venuta meno forse anche a causa di questa  scomparsa.

La scrittura, semplice e piana fa sì che il libro si legga con interesse e piacevolezza,  anche perché la struttura autobiografica non è mai riproposta in modo piatto e/o solo puramente cronologico.

Qua e là emerge la caratteristica della poetica di Igiaba Scego, quella che in altra parte ho definito come fisicità, e potrei dire primarietà della fisicità. E’ il caso della crisi per i due anni di assenza della madre dall’Italia.  Non so se questo derivi da residui significativi della cultura  di derivazione somala, dalla modalità con cui la madre le raccontava storie di iene, leopardi, leoni,  dal contatto diretto con animali liberi come “gru, babbuini, capre, cammelli, falchi, galline, gatti, faine, termiti, dik dik”, certo è che quando Igiaba Scego deve descrivere un disagio lo mostra attraverso la dimensione somatica più che con descrizione di sentimenti o di pensieri.

Questo aspetto è in qualche modo in contrasto con il canone letterario italiano, ma forse europeo ove il dominio della mente sul corpo è sottilmente determinante e prioritario così che nella tradizione si rivelano pagine stranianti quelle in cui il fisico anticipa la consapevolezza della mente. L’episodio della “madeleine” ne  La strada di Swann  di Proust o il romanzo Sotto il sole giaguaro di Calvino ne sono chiare dimostrazioni.

Si vedrà nelle prossime produzioni della scrittrice se questo elemento sarà più raffinato e condensato in una più densa poesia o se verrà riassorbito all’interno della tradizione letteraria italiana.

30 ottobre 2010