La migration italienne dans la Suisse d’après-guerre

A.A.V.V. Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris, Sandro Cattacin (a cura)
LA MIGRATION ITALIENNE DANS LA SUISSE D’APRЀS-GUERRE
ÉDITIONS ANTIPODES, LAUSANNE, 2013, pp 390

Silvana Seghetti

La preziosità de L’émigration italienne dans la Suisse d’après-guerre consiste oltre che nell’argomento, tornato purtroppo di attualità dopo i risultati del referendum sull’immigrazione del febbraio scorso che riporta di fatto la Svizzera al periodo pre-Schwarzenbach, nell’appassionata oggettività del contributo di ciascun autore e nel fatto che per la prima volta si siano analizzati e studiati documenti mai recepiti fino ad ora e fondamentali per la piena comprensione del fenomeno.
La storia degli italiani emigrati in Svizzera nel secondo dopoguerra, che S. Cattacin e M. Oris definiscono nell’introduzione “l’apprendistato della xenofobia”, è fatta di prevaricazioni e di soprusi, di vite sprecate e di dolore come tutte le storie di emigrazione dei tempi moderni, ma con un finale di integrazione che ora si sta in qualche modo ridiscutendo. La conseguenza immediata del referendum è stata fino ad ora di bloccare tutti i contratti di ricerca tra la Svizzera e i paesi esteri, tra parentesi con perdite non solo per i ricercatori ma anche per le organizzazioni economiche elvetiche che contavano sui loro risultati, ma il timore più grande è che ciò dia nuovo vigore alle istanze antirazziste di tutta Europa.
Nelle tre parti in cui si divide il volume, la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera è stata analizzata sotto diversi aspetti: economico, politico, sociale e culturale, prendendo in considerazione sia gli immigrati con i loro problemi, sia le istituzioni cantonali che in alcuni casi hanno profuso energie e denaro per cercare di risolvere un “problema”, quello degli immigrati, considerato per molti anni solo un fatto puramente amministrativo.
I lavoratori italiani in Svizzera hanno vissuto per decenni i drammi di tutti gli uomini che decidono di emigrare per cercare una vita migliore, gente né di qua né di là, sradicata dalla propria terra, ma senza una nuova patria, la cui completa integrazione è passata – ed è stata obbligata a farlo per avere successo – oltre che attraverso la lotta per il riconoscimento dei diritti civili e politici, anche attraverso un lungo e a volte inconsapevole processo di individuazione della propria nuova identità culturale.
La prima parte dell’opera esamina gli aspetti economici e socio-politici della vicenda dell’emigrazione italiana in Svizzera, che ha inizio subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale quando l’economia elvetica ebbe immediato bisogno di migliaia di lavoratori per poter riavviare la macchina produttiva e, non bastando la forza lavoro interna, si rivolse all’estero e principalmente all’Italia, data la vicinanza geografica e l’eccedenza di manodopera. Per servizi quali ad esempio la ristorazione, la cura degli anziani e dei malati, ecc. non ci furono problemi perché si trattava di lavori scarsamente qualificati e sottopagati, ma per le industrie produttive come il settore delle costruzioni e il tessile emersero subito motivi di forte contrasto nell’ambito economico. Sappiamo che, se da una parte l’aumento di produzione provoca l’incremento della domanda di beni e servizi, quindi il rialzo dei prezzi e la conseguente inflazione, dall’altra parte l’immissione di stranieri sul mercato del lavoro interno provoca la diminuzione dei salari e contrasta l’inflazione creando così un forte squilibrio. Secondo C. Stohr la soluzione messa in atto dalle autorità svizzere fu la perfetta istituzionalizzazione del modello duale di mercato del lavoro indicato da M. J. Priore, che è quello tuttora prevalente nei paesi di arrivo dei flussi migratori: il capitale e la forza lavoro nazionali sono impiegati per assicurare la percentuale costante dell’attività economica, mentre i lavoratori stranieri vengono utilizzati per assorbire di volta in volta le fluttuazioni del mercato del lavoro e dell’economia del paese. I dispositivi di regolamentazione dei flussi migratori vengono messi in pratica all’interno di un quadro di riferimento del quale fanno parte, oltre a valori socialmente condivisi quali la percezione dell’immagine del lavoratore straniero da parte della collettività autoctona, anche le norme legislative vigenti in quel determinato momento.
Se la politica economica lo richiede, la figura del lavoratore straniero nell’immaginario collettivo può essere costruita o decostruita, forgiata o dissolta a seconda delle necessità del momento. La ricerca di C. Maire, basata su postulati analoghi a quelli degli storici culturalisti e dei teorici della sociologia visuale, ci mette a disposizione, al sito http://ccsa.admin.ch/cgi-bin/gw/chamelon, i poster e le immagini che formano la testimonianza storica di quanto è accaduto in Svizzera durante il periodo della grande immigrazione italiana.
Nei primi anni ’60 si comincia a parlare in Svizzera, a livello federale, di “problema” degli stranieri ed è per venirne a capo una volta per tutte che viene fondata la CFE, Commission Fédérale Consultative pour le problème des Étrangers. Nel suo capitolo M. Hirt sottolinea che si parte già con il piede sbagliato perché si parla di “assimilazione” dei lavoratori stranieri alla idee e ai valori della società svizzera, ignorando o quanto meno sottostimando l’importanza del portato culturale proprio dei migranti. Inoltre la CFE, istituita per trovare un punto d’incontro tra gruppi sociali diversi e con esigenze a volte diametralmente opposte, rifiuta il confronto con sindacali, patronati o associazioni culturali sia cattoliche sia di sinistra (FCLIS, ACLI, CGIL, CISL e altre), che intanto si andavano costituendo su pressante richiesta dei nostri connazionali. Sembra dunque una partita persa in partenza ma, inaspettatamente, a partire dalla metà degli anni ’70, dopo la bocciatura di stretta misura dell’iniziativa Schwarzenbach, la CFE comincia a parlare nei suoi documenti di “integrazione” dei lavoratori italiani e a propugnare la naturalizzazione degli stranieri. Ravvedimento? Conversione sulla via di Damasco? No, semplice necessità di ottenere un calo considerevole nel numero di residenti non svizzeri che in qualche modo, con la loro presenza, destabilizzano la sicurezza nazionale.
A. Maiolino si occupa del dibattito socio-politico nella Svizzera del secondo dopoguerra che si dipana tra “pericolo di sovrappopolazione straniera” e “mediterraneizzazione della Svizzera”. L’autore, basandosi sulle idee di Karl Mannheim, parte dal principio che gli esseri umani non formulano pensieri in quanto individui isolati, ma perché si trovano all’interno di gruppi sociali ben definiti e individuabili. Fu quanto accadde nel 1970 con Schwarzenbach il quale, centrando per l’appunto la discussione sulla nozione di sovrappopolazione, infiammò il dibattito intorno all’incompatibilità culturale tra svizzeri e italiani e diffuse una rappresentazione di paese nazionalista e segregazionista, la Svizzera, che quanto più dibatteva collettivamente questi temi tanto più se ne convinceva individualmente. Maiolino avanza l’ipotesi che questa rappresentazione della “svizzerità”, galvanizzata dalla sovraesposizione mediatica, abbia generato a sua volta, all’interno del CNI (cioè il Comitato Nazionale d’Intesa costituito nel 1970 a Lucerna tra FCLIS, Federazione Colonie Libere Italiane in Svizzera e Acli), una “politica dei marginalizzati” grazie alla quale i “diversi” ottennero per la prima volta visibilità sia politica sia culturale. Ma poiché ogni lotta sociale presuppone la conoscenza del proprio “io” culturale, cioè del proprio sistema di valori e di tradizioni, nonché della percezione della realtà che ci permetterà di attribuire un significato a tutto ciò che ci circonda, l’autore afferma che fu questa presa di coscienza, alla fine, l’elemento fondante dell’integrazione della comunità italiana in Svizzera. Dato, inoltre, che questa “marginalità” diventa centrale anche per la comprensione del proprio io sociale da parte del gruppo maggioritario, è bene che i paesi ricchi dell’occidente prendano atto di ciò che essi sono attualmente, cioè nient’altro che paesi d’immigrazione destinati a cambiare in breve tempo il loro assetto identitario. Infine, con buona pace dei ferventi anti-immigrati elvetici, Maiolino conclude che la mediterraneizzazione della Svizzera risulta oggi del tutto evidente nel campo del cibo e della ristorazione, dei mobili e della moda, al punto che i nuovi immigrati tamil, kosovari, turchi e nord africani imparano l’italiano per poter entrare in contatto con la maggioranza straniera già insediata in Svizzera e accedere in tal modo alla stessa emancipazione sociale ottenuta dai loro predecessori.
Tra le prime amministrazioni svizzere a mostrare interesse per gli immigrati italiani e per i loro problemi pratici ci fu quella della città di Losanna che nel 1971 aprì il BLI, Bureau Lausannois pour l’Intégration des Immigrés, con lo scopo di istituire e dare vita ad una commissione permanente formata da rappresentanti del municipio losannese e delle numerose comunità straniere, italiani in testa. Più tardi, nel 1978, il BLI fu sostituito dall’OCEL (Organisme Consultatif des Étrangers de Lausanne) con lo scopo ben più ambizioso di far giungere la voce degli immigrati negli ambienti politici, sindacali, economici e sociali della comunità e di mettere in campo altresì la questione del diritto di voto agli stranieri immigrati e stabilizzati. G. Fonte ci presenta i risultati della sua ricerca compiuta presso gli archivi cittadini che si dipana tra organizzazioni civili come il CSP (Centre Social Protestant), familiarmente detto Frat, e i patronati sindacali come quello aperto nel 1963 da CISL-INAS, tra i primi in Svizzera, seguito da CGIL-INCA, da ACLI e da CGIL-ECAP nel 1970. Tutte queste associazioni, oltre a combattere per il miglioramento delle condizioni di lavoro degli immigrati (famosa rimane, ad esempio, la lotta della Frat per l’abolizione dei famigerati contratti stagionali), fornivano aiuto nel disbrigo di pratiche burocratiche lavorative o assistenziali ed anche, cosa molto importante, corsi di lingua straniera aperti agli immigrati e alle loro famiglie. La comunità italiana però si era organizzata in associazioni informali già prima dell’apertura del BLI; la più importante fra tutte fu la riformata e rinnovata FCLIS, Federazione delle Colonie Libere italiane in Svizzera, fondata negli anni ’20 del Novecento da un gruppo di rifugiati politici e avversari del fascismo, che aprì a Losanna una delle sue prime sedi. A partire dal congresso di Lucerna del 1954, la FCLIS si batté per il riconoscimento dei diritti civili degli immigrati, per la loro formazione professionale e per la parità scolastica dei loro figli con corsi di lingua italiana intesi a rafforzare i legami con il paese d’origine. Negli anni ’90 il BLI-OCEL, andò pian piano perdendo efficacia perché era intanto mutato lo scenario sociale dell’immigrazione, altre erano divenute le esigenze dei nostri connazionali residenti a Losanna e altri erano i paesi dai quali provenivano i nuovi immigrati. Nonostante gli sforzi compiuti e i soldi spesi dalle istituzioni di Losanna per integrare i lavoratori stranieri e le loro famiglie, i risultati ottenuti non possono considerarsi pienamente soddisfacenti, forse per mancanza di coesione interna o per scarsa consapevolezza della propria identità culturale da parte del gruppo sociale maggioritario che si sentiva perciò minacciato dalla presenza di quei migranti che avrebbe dovuto accogliere.
Dopo aver esaminato i problemi economici e socio-politici e dopo aver constatato che, di fatto, l’integrazione dei migranti non si ottiene con la sola risoluzione dei loro problemi pratici, gli autori si occupano del discorso identitario che si sviluppa principalmente attraverso la lingua e attraverso l’individuazione del portato culturale proprio del migrante. Per questo la seconda parte della raccolta, dedicata ai problemi identitari, inizia con due saggi di M. La Barba per il primo dei quali, “Les ciné-clubs de la Federazione delle Colonie Libere Italiane” l’autrice sceglie il taglio storico. Le testimonianze da lei raccolte sono tanto più importanti in quanto la maggior parte di coloro che erano impegnati politicamente e nel sociale nei primi anni dell’emigrazione italiana in Svizzera, non sembrano avere oggi il tempo, o forse la volontà, di parlare della loro esperienza: i ricordi sono lontani e molto spesso dolorosi. Fu un manipolo di “visionari pragmatici”, come Zanier, Cannellotto, Beltrametti, Buonapace e Pollitzer e altri, ispirati dal precursore Dante Peri, che, a partire dall’inizio degli anni ’60, volle trasformare le CLI, nate lo ricordiamo ad opera di rifugiati politici del secondo conflitto mondiale per combattere il fascismo e la monarchia, in associazioni che favorissero lo sviluppo sociale e culturale dei lavoratori italiani in Svizzera. L’attività culturale delle CLI, che all’inizio si era concretizzata molto tradizionalmente in conferenze, mostre d’arte, ecc., esplose, letteralmente, a partire dal 1966, nei cineclub il cui principale ispiratore e motore fu Leo Zanier. L’intenzione inizialmente dichiarata era di dare voce alle “aspirazioni” degli immigrati italiani in Svizzera, ma col tempo si trasformerà – ed è questo il momento rivoluzionario, il cambio di passo compiuto sulla via dell’integrazione – nel riconoscimento della necessità che il lavoratore e la sua famiglia possano “partecipare da protagonisti alla vita culturale”. La cultura per il militante-animatore delle CLI non è dunque soltanto un progetto di conoscenza, ma anche di trasformazione e di emancipazione individuale, oltre che collettiva, e la proiezione del film, seguita dalla discussione alla quale, è bene sottolinearlo, partecipano anche le donne, rappresenta uno strumento di cultura privilegiato, perché permette agli spettatori sia di prendere coscienza della realtà nella quale vivono, sia di poter dar voce alle proprie idee e ai propri sentimenti. Secondo l’autrice restano molte le domande in sospeso e molti i punti ancora da indagare, sia riguardo agli effetti di questa esperienza sul vissuto di coloro che vi parteciparono come animatori o come spettatori, sia riguardo all’influenza esercitata dai cineclub sulla trasformazione culturale del mondo dell’emigrazione italiana e della stessa società svizzera.
Il secondo saggio di La Barba è un percorso di ricerca che intende indagare il rapporto tra storia e memoria, basato su una lunga intervista con Alvaro Bizzarri, operaio migrante e cineasta di fama internazionale, che ha rappresentato “l’eccezionale normale” dell’emigrazione italiana in Svizzera. Il risultato del confronto tra i ricordi di Bizzarri e lo studio del suo archivio, ricchissimo di documenti scritti, filmati e registrati su nastro, rivela la complessità polisemica della memoria, i suoi meccanismi di esclusione e di inclusione a tutti i livelli, sia collettivo sia individuale, in Italia o in Svizzera, delle associazioni o dei sindacati ed è proprio questa stratificazione che, secondo l’autrice, andrebbe ulteriormente approfondita. Ma dagli archivi risulta anche che il cinema di Bizzarri, e il cinema in generale, è stato lo strumento che ha aiutato i migranti italiani a comprendere la propria condizione, ad organizzarsi, a descrivere la propria esperienza, a esprimere i propri sentimenti e a dare vita ad una cultura nuova, “terza”, che non affiora direttamente nei ricordi di chi ha contribuito a crearla, ma che tuttavia esiste, una cultura totalmente originale e a volte ancora inconsapevole.
P. Barcella presenta un’altra parte importante dell’identità culturale di ciascuno di noi, cioè la lingua, analizzando il contenuto degli scritti scolastici dei migranti italiani che decisero in quegli anni, approfittando di nuovi accordi italo-svizzeri, di completare o approfondire i loro studi. I testi presi in esame, prevalentemente autobiografici, testimoniano la permanenza di un legame fortissimo con il luogo di origine oltre a dare una rappresentazione dinamica della società in cui si trovano costretti a vivere, delle difficoltà quotidiane incontrate nella loro condizione di immigrati soli, pieni di nostalgia e in una parola “stranieri”.
La terza parte dell’opera presenta i documenti relativi ad alcuni casi di discriminazione sul posto di lavoro. Così M. Pelli si avvale di testimonianze orali per guardare il complesso fenomeno dell’emigrazione dal di dentro, scoprendo tra l’altro, inaspettatamente, una pista molto importante, quella della relazione tra i sessi come terreno di confronto nel contesto migratorio (che è presente anche in altre realtà di emigrazione italiana come per esempio quella australiana), ma soprattutto stabilendo che le vittime della discriminazione, in questo caso i lavoratori italiani della metallurgia, non accettarono mai passivamente questo stato di cose, al contrario di quanto spesso riportato da una storiografia che si dichiara peraltro solidale con la loro causa.
C. Stohr conclude infine riportando brani della corrispondenza intercorsa negli anni ’50 tra i lavoratori e due organizzazioni sindacali di settori con forte presenza straniera, quello dell’orologeria e quello della lavorazione del legno. Combattuti tra protezionismo e paternalismo i sindacati svizzeri, invece di perseguire la finalità che sarebbe loro propria di diventare il punto d’incontro tra le esigenze dei lavoratori autoctoni e le difficoltà dei lavoratori stranieri, si fecero vincere dalla paura del comunismo, che in quegli anni di guerra fredda dominava la scena mondiale, e mancarono totalmente il loro bersaglio.
La lezione de La migration Italienne dans la Suisse d’après-guerre è semplice da definire e dovrebbe essere altrettanto semplice da mettere in pratica: poiché i popoli, come le idee, non si possono fermare e poiché ogni uomo ha il diritto di cercare condizioni di vita migliori, è più facile, e aggiungerei meno costoso, accettare i migranti e favorirne la loro integrazione invece che respingerli.