La moneta d’oro

Ken Bugul
La moneta d’oro
Baldini Castaldi Dalai  2008

Itala Vivan

Questo nuovo romanzo della scrittrice senegalese Ken Bugul sorprende il lettore  abituato al suo narrare di impianto autobiografico, di cui in Italia sono noti  esempi preziosi, come Dall’altra parte del cielo, e il fortunato e attraente La ventottesima moglie.  Qui lo sguardo esce dal proprio sé individuale e tutto femminile per spostarsi su un paese e un continente chiamati con nomi fittizi ma trasparentemente allusivi al Senegal e all’Africa in generale. I protagonisti – una famiglia composta di padre, madre (innominati, quasi a rimanere dei tipi) e di due figli maschi, Mosè e Zak – partono dal villaggio di Birlane di dove sono originari e approdano tutti, seguendo il padre che apre la strada, alla  capitale Yakar (cioè Dakar) ove rimangono prigionieri di quel tragico sogno di riscatto che possiede tutti gli africani nel romanzo, il sogno di far fortuna nella città e poi al Nord, sfuggendo alla morsa di una situazione degradata e abbandonando il mondo rurale ormai distrutto.

Il primo a intraprendere il viaggio verso Yakar a bordo del mitico Orario, il bus che porta verso la città, è il padre, Ba’Mosè, che dopo aver visto naufragare tutte le speranze nate all’epoca dell’indipendenza e della liberazione dall’occupazione coloniale (cioè dei “vecchi padroni”, spiega il romanzo) grazie alla corruzione e all’incapacità delle élite postcoloniali (i “nuovi padroni”), sfumate tutte le sue possibilità di guadagnare da vivere per sé e per i suoi, si accoda all’ondata dell’emigrazione, diventando uno di quelli “che sono partiti”. “Bisognava assolutamente fare qualcosa – si dice  – bisognava partire, andare a Yakar o altrove, purché si partisse. Per non morire di vergogna” (p.115). L’uomo è accasciato dai rovesci finanziari, dalle tristi condizioni di salute della moglie assai malata, ed è amareggiato dal fatto che il tanto atteso figlio maggiore, Mosè, in cui aveva riposto immense speranze, mandandolo a studiare filosofia nella capitale, anziché fare carriera e ottenere successo, sia ritornato al villaggio povero in canna, a predicare la necessità di una rivolta impossibile e di una rigenerazione totale. Mosè è figura della giovane generazione di intellettuali delusi e amareggiati, perseguitati da un regime che non ha più nulla di ideologico ma è soltanto una consorteria di corruttele e collusioni che tiene insieme una nuova classe di sfruttatori.

Il padre Ba’Mosè, giunto in città, verrà inghiottito dal risucchio malefico della capitale degradata e finirà sfruttato e asservito, a rovistare senza fine nel gigantesco mucchio di immondizia che è ormai diventata Yakar; qui lo raggiungeranno in sequenza inarrestabile gli altri componenti della famiglia, che come lui diverranno schiavi  e vittime senza speranza del mucchio di rifiuti che si innalza in direzione di una mitica Gerusalemme.

A tenere insieme questa storia di atroce  decadimento progressivo v’è il filo d’oro della moneta magica, amuleto che la madre ha ereditato da un’ava e che affida al marito in partenza per la città: alla fine quest’orrido universo di povertà e servitù si tiene insieme in una visione salvifica affidata proprio alla mitica moneta d’oro (forse immagine della speranza), che dovrebbe un giorno guidare la marcia del popolo oppresso dopo che un terremoto, le cui scosse preliminari già si avvertono, abbia fatto saltare in aria la montagna dei rifiuti di Yakar popolata da ombre di reietti sopravvissuti a ogni sogno e speranza di dignità e redenzione.

Il romanzo è una protratta, violenta invettiva contro l’ingiustizia e la follia dell’uomo contro l’uomo, un attacco insieme visionario e realistico al sistema di sfruttamento di cui è preda il mondo e a cui soggiacciono, per ignavia, incapacità e debolezza, oppure per perfidia e volontà di sopraffazione violenta, tutti gli esseri umani. Ma è soprattutto una denuncia lucida e durissima del fallimento delle indipendenze postcoloniali in Africa, del tradimento delle classi dirigenti e del loro asservimento a un materialismo integrale, a una sete sconfinata di potere, che oggi si servono di demagogie pseudoreligiose e manovre ricattatorie per perpetuare lo sfruttamento. Il racconto prende le mosse da una solida intelaiatura storica in cui si collocano le vicende della famigliola di Birlane e dei suoi compaesani e  compatrioti, a partire dai moti anticolonialisti scoppiati fra le due guerre mondiali e dall’azione di una leva di ardenti intellettuali libertari, per passare agli anni Sessanta, quando “le lotte erano finite ed era incominciata la negoziazione” (p.35), ma poi “i problemi e le difficoltà si erano moltiplicati e la lotteria nazionale che era entrata nelle abitudini della gente sotto le mentite spoglie dello sviluppo sociale, aveva rovinato tutti”. Alla fine, “a Birlane e negli altri villaggi del paese tutto si andava degradando, e gli abitanti, frastornati dalla maledizione portata dagli anni Sessanta, non reagivano più. Se ne stavano lì, inerti, poi, un giorno, alle prime luci dell’alba, se ne andavano a uno a uno per non fare più ritorno. Scomparivano per sempre verso ovest, verso Yakar” (p.24). Ma l’ondata della fuga si amplia nel romanzo e porta gli africani a muoversi verso il miraggio del nord, dell’Europa e dell’occidente ricchi  ove salvarsi e ricostruirsi un’esistenza: anche qui, un nuovo disastro, poiché le schiere di migranti periscono travolti dalle barriere, dai mari e dagli oceani, ma ancor più della ineluttabilità di un disastro di portata cosmica. La voce di Ken Bugul si unisce a quella di altri scrittori e artisti africani che hanno lanciato terribili avvertimenti ai connazionali e al mondo intero, prefigurando mondi distopici e catastrofi che ingoieranno l’intera umanità, come la montagna di rifiuti che torreggia sopra Yakar, popolata da una torma di pezzenti che vagano come ombre disperate in cerca di sopravvivenza: basti pensare alle aspre ammonizioni del regista Sembène Ousmane, ai mondi rovesciati di Andourahman Waberi, alle grottesche e amarissime rappresentazioni di Ahmadou Kourouma – fra gli altri. E il livello mitico visionario non impedisce alla scrittrice di analizzare con feroce precisione i mali del suo popolo e del suo tempo, descrivendoli con acutezza, e chiamando in causa anche l’occidente, in una storia comune che oggi incombe sull’umanità tutta.