La strega di Lezzeno

Da La strega di Lezzeno

Avevo colmato quasi la metà del percorso che ci divideva dalla quercia quando il sasso ha incominciato ad esser trascinato dall’acqua. Sotto di esso si era aperta una specie di voragine che lo ha fatto precipitare ma ha trascinato anche gran parte del terreno circostante. In quel momento io ero aggrappato ad un solido pino e avevo afferrato la mano di Luigi per portarlo fino a me.

Sotto i piedi di Luigi si è aperto il terreno.

Un baratro di 20 metri.

Sembrava che l’acqua avesse trovato una via sotterranea ed ora si mangiasse tutta la parte superiore. Ho tentato di trattenere Luigi, ma l’acqua, il fango rendeva poco ferma la presa. Gli ho gridato di afferrarsi a me con tutte e due le mani, ma lentamente inesorabilmente, mentre il mio cuore si gonfiava di spavento, paura, dolore, angoscia, la mano scivolava. Vedevo gli occhi di Luigi che senza dire alcuna cosa mi guardavano sperando che riuscissi a trovare una soluzione, ma si accorgeva che tutto era inutile. Leggevo nei suoi occhi la disperazione, la consapevolezza che di lì a qualche momento la sua sorte sarebbe stata segnata, che la sua vita sarebbe stata troncata. In un attimo mi è passato per gli occhi la felicità di Luigi, la sua spensieratezza, la sua gioia di vivere e mi sono disperato. Avrei voluto sostituirmi a lui, esser io nella sua posizione.”

Riprese un attimo fiato mentre noi tutti eravamo quasi impietriti sia per l’attenzione sia per la consapevolezza del dramma che si stava per compiere nel ricordo dello zio Andrea. Ci guardò uno per uno per un momento e poi ricominciò:

“La sua mano è scivolata via ed ho visto mio figlio sbattere senza aprire bocca, senza lanciare un grido per attenuare il mio dolore, contro un sasso e poi essere trascinato dalla corrente dell’acqua che sotto il sasso che c’era prima aveva quasi creato un letto di un torrente.

È scomparso nel giro di qualche secondo. Il tempo di dire un gloria. Sono rimasto lì in quella posizione inebetito per minuti. Poi la furia dell’acqua è incominciata a calmarsi. Il vento è diminuito e nel giro di mezz’ora il cielo è ritornato limpido e non c’era più un alito di vento. Intorno, il bosco non esisteva più. Alberi sradicati, rami spezzati, zone franate. Ho ripreso coraggio e mi sono diretto dalla parte ove Luigi era scomparso. Mi è rimasto un barlume di speranza che Luigi potesse essere ancora vivo da qualche parte. L’ho cercato per tutto il pomeriggio frugando, nel venire giù, in ogni anfratto della montagna. Non l’ho trovato. Quando ho visto che la luce ormai scompariva ho deciso di ritornare per non mettere a repentaglio la mia vita perché a casa c’era una donna e un bambino che deve ancora nascere e che ha bisogno di me”

Con queste parole il suo racconto terminò. 

Sua moglie l’abbracciò continuando a piangere in silenzio. Noi eravamo tutti ammutoliti.

“Quello che ancora mi rimprovero – aggiunse poi – è il pensiero che qualche presentimento mi era venuto. La giornata era troppo bella. Io non ne avevo vista un’altra simile da molti anni. Anzi forse non ne ho mai visto una del genere da quando sono nato. E poi non so se avessi potuto salvarlo facendo più attenzione, non andando a rinchiudermi, ad esempio, sotto quei sassi che  sono diventati i sassi della morte.” Mia madre se ne venne fuori con un detto popolare che per quanto retorico risulta efficace nel consolare le persone afflitte dal dolore della morte. Ella forse non sapendo che dire così parlò: “Dio si porta via le persone più meritevoli,  per abbellire il suo paradiso”.