L’amore precario

Martino Fausto Rizzotti
L’amore precario
Morellini 2011

raffaele taddeo

Le storie d’amore di personaggi appartenenti alla classe operaia avevano come supporto la fabbrica, il raggiungimento della sicurezza del lavoro, le lotte per conquistare maggiori diritti, valori stabilizzanti come la famiglia, i figli, la casa. Il tempo, la globalizzazione, la liberalizzazione del lavoro ha mutato tutto. I punti di riferimento ormai diventano altri. Anzi non ci sono punti di riferimento perché ogni cosa è inserita in tempi effimeri, per nulla stabili e scontati. Le storie d’amore ai tempi della globalizzazione, della liberalizzazione del lavoro subiscono la stessa sorte di incertezza, di volatilità, di rimandi, insomma di precarietà come quella del lavoro.
Gigi, il nome del protagonista di questa storia, è un assistente sociale precario, senza cioè un posto che possa dargli al sicurezza di un futuro stabile, appare incerto, sbandato in ogni azione che compie e gli affetti subiscono la stessa sorte. “Gigi provava una simpatia istintiva per i marginali; era un marginale anche lui, in fondo, ma col vantaggio di giocare in casa.” Sempre in lotta con se stesso e gli altri, sempre in diffidenza, salvo atti di generosità senza confini, Gigi è il tipico giovane non più giovane che si vede passare la vita accanto senza sapere se può mai afferrarla o se sarà trascinato via verso orizzonti invisibili e nascosti. In queste condizioni non riesce a stabilire dove fermare il suo cuore e, se lo sente palpitare, non è mai sicuro che sia per un fatto che gli interessa, per un fatto da cui può dipendere la sua vita e la sua felicità, perché ogni condizione di precarietà nasconde sempre una condizione di possibile infelicità. Sarà la pressione della persona che lo ama a farlo uscire finalmente allo scoperto e a costringerlo a non essere più infingardo con se stesso e a prendere in mano la sua situazione pur con tutte le incertezze della precarietà della vita.
Questa in grande sintesi la trama del romanzo.
Dal punto di vista strutturale il romanzo gioca molto sul dialogo, incontro di personaggi. Il narratore è esterno, extradiegetico. Non si evidenziano quindi particolari accorgimenti formali. Ciò che può essere particolare è che si muove all’interno del mondo della migrazione, con tutti i risvolti positivi negativi. Anzi, forse scopo primario del testo, è offrire uno spaccato di vita del mondo della migrazione. Man mano che il mito della classe operaia viene meno, subentra forse un altro mito, quello del mondo dei migranti, che per molti versi sostituiscono quel mito e ne impersonano la corrosione e lo sfaldamento. La realtà non è più ancorata alla ricerca di quei valori di laboriosità, di generosità, solidarietà che caratterizzava il mondo della fabbrica e delle ciminiere, ma è ormai un mondo postmoderno, ove ciascuno ha una sua verità, una sua moralità, una sua autonomia, ma proprio per questo una sua assoluta solitudine, che non sa come compensare. E’ il mondo della diuturna lotta per la sopravvivenza fatta di mille espedienti. All’epoca del mondo operaio c’era chi si ancorava alla “classe” operaia, come ad una sua patria, c’era altresì chi invidiava il mondo borghese e vi aspirava avvertendo che lo scopo della propria vita poteva essere quello di andare oltre la propria condizione di subalternità. Nel mondo della precarietà e della migrazione è stata fatta piazza pulita di ogni solidarietà di classe, di ogni ancoraggio a qualcosa di stabile. A mala pena resistono le amicizie, ma vissute sulla pelle, più che con profondi sentimenti.
La lettura è piacevole e scorrevole.

23-01-12