Interventi

Let’s get together and feel #primalepersone

Raffaella Bianchi
Scritto da Raffaella Bianchi

No, eh, lo capisco, il ristorante nel piacentino, gli amici… no io ci sono andata in manifestazione. Davvero bello, sì sì, ti dico, ci voleva. Avevo bisogno di vedere tutta quella gente. Il clima che c’è nei social mi stava soffocando e anche nei posti pubblici, tipo nella sala d’aspetto del veterinario e persino alla sfilata del Capodanno cinese c’era gente che parlava bene di Salvini.

E alzano tutti la voce per far sentire a quelli che han vicino. Già, no, secondo me lo fanno per fare in modo che anche altri si indignino come loro, cercano un coro. Cercano il gruppo che li rassicuri. Fanno paura. Com’è che stai stellina? Cosa urli a fare questa roba vergognosa? No, non gli ho detto proprio così. Beh, comunque anch’io ho bisogno del gruppo e oggi il gregge era proprio grosso.

Sì, infatti secondo me la canzone più importante oggi non è stata Power to the People che era lo slogan della manifestazione, no, sì lo slogan era “prima le persone”, ma poi in inglese diventa “people first” e allora era in assonanza con la canzone che si è ascoltata all’arrivo. C’era un Dj che spaccava sul primo carro, sì un nigeriano che suona a Londra. Ho ballato come non ci fosse un domani per un sacco di vie.

Sì ero andata con un amico del gruppo con cui andiamo a mangiare il sabato mezzogiorno e ci siamo trovati con dei suoi amici. E no, avevo sentito tanta gente, ma poi ho dimenticato a casa il telefono e non ho mica visto quelli di Sunugal all’angolo delle poste a Palestro. La Franca mi aveva detto che si trovavano lì. Ah, già non la conosci. No, era una mia amica del corso gratis di arabo, figurati, delle colleghe non è venuto nessuno. Ma sì ero appena tornata in Italia e l’ho conosciuta subito, lei fa l’insegnante di italiano per le comunità di accoglienza dei migranti. Eh, però non avevo il telefono e non l’ho trovata. Magari domani la becco alla Cascina Casottello, vieni anche tu? C’è un anticipo dell’8 marzo. Ti ho mandato l’invito su Facebook.

Boh, si insomma ti stavo dicendo che Power to the People secondo me non era la canzone adatta, ma quella che ha rappresentato la cifra della manifestazione per me è stata One love. Non è che puoi fare una canzone da manifesta in battere; il levare è tutt’un’altra emozione mentre balli. Quella frase poi: “let’s get together and feel alllllright”. Secondo me è stato proprio questo a essere importante: trovarsi insieme e sentirsi bene. Questo sentirsi inadeguati di noi di sinistra negli ultimi anni ha da finire. Sì perché, così è chiaro che vincono loro. I partiti non capiscono un cazzo: hanno abbandonato la battaglia culturale. Non si può leggere Gramsci da nessuna parte a Milano, nelle biblioteche pubbliche non c’è, no, non le lettere, i quaderni. E che palle le lettere che chiede la carta e i libri alla cognata e tutte le sue questioni personali, mica è un reality. No, la teoria dell’egemonia. Eh, che se vuoi vincere prima devi essere quello a fare cultura, ma non la cultura con la c maiuscola, no, la cultura come way of life, come modo di vivere. Cioè dimmi cos’è trendy oggi? Tutte robe di destra. E noi di sinistra ci sentiamo una specie in via di estinzione, una minoranza di sfigati. E sono invece gli altri che hanno vinto perché, in cuor nostro li invidiamo, ma no, io no, ma io non conto. Io mi sento solo sola in questa giungla di tacchi dodici e di SUV bianchi.

Come perché bianchi? Perché sono il modello base, quello che costa meno dei poveracci che vogliono avercelo, ma non hanno i soldi per la benzina. Sono loro che dobbiamo riconquistare se vogliamo vincere. Come, come si fa? Bisogna che diventiamo di moda noi. No, guarda non lo dico io, l’ha detto Gramsci. Te lo giuro. Se non vuoi credere a me, credi a lui. Sant’Antonio, sì, certo.

No, non volevo offendere la religione, che poi oggi per fortuna che ci sono i cattolici che sembran più loro di sinistra di certi compagni della destra del piddì, no, dai, sì, scherzo, comunque è stato bellissimo. C’era un fiume di gente in piena che a un certo punto mi ha stordito. Mi son dovuta sedere. Eh sì ero anche disidratata che avevo ballato come se non ci fosse un domani, ah, sì quello te l’avevo già detto. Oh, sai che non c’era nessuno che vendeva l’acqua o la birretta. Solo Rifondazione, ma è arrivata per ultima alle 18,26. Sì che bello chiudeva il corteo, come una volta. Che bello! Eh, no, quattro gatti e le birre le avevano finite. Sono andata ad ingrassare un baracchino in piazza Duomo, ma era più onesto del solito ho pagato solo un euro e cinquanta l’acqua.

Ho sentito il saluto di Sala, breve, una frase per non egemonizzare il corteo. Ha detto che qui c’e’ un’altra Italia e si riparte da Milano. E secondo me si riparte da questa storia del sentirsi adeguati, dal senso di belonging, sì di appartenenza a qualcosa. Una volta c’erano più simboli adesso però c’era tanta gente come un venticinque aprile di tanti anni fa che mi ricordo eravamo duecentomila. Oggi addirittura duecentocinquantamila, no, ci credo. Ti giuro. Quando sono arrivate Amnesty e Emergency hanno dovuto far mettere da parte le loro macchine perché non entravano più in piazza Duomo, sì si son fermati ho visto io che la macchina di Emergency saliva su un marciapiede e non ci entravano. Allora ha defluito un po’ la gente, ma tanta se n’era già andata. No, no, la piazza era strapiena e non ci stavano. E no, più grande forse c’è quella attorno al Castello, ma se ci giri intorno.

Ho visto quelli del Centro Culturale Multietnico La Tenda, ma non ho notato la barba del professor Taddeo. E, magari si è fermato anche lui da qualche parte a vedere passare quella fiumana di gente. Sì, quelli con cui mi ero messa d’accordo o che sapevo che c’erano non li ho visti, troppa gente, invece sai chi ho incontrato? Micheletti e la moglie, quelli che avevano la figlia che suona ai Pomeriggi. Ah, già che tu non frequentavi La Tenda, eh, era uno dei primi autori che ha scritto con un autore di quelli della letteratura della migrazione. Sì aveva scritto con Saidou Ba la promessa di Hamadi, che era stato pubblicato da una grande casa editrice. Avevano le stesse facce di vent’anni fa lui e la moglie. No, non Saidou, Micheletti.

A proposito di facce conosciute, ho visto tante facce che conoscevo vent’anni fa. Avevano più rughe e, per esempio, c’era una che aveva la borsa di non una di meno che non mi ricordo se era amica della Ognibene, la mia prof di diritto e economia alle superiori, o se era una che faceva politica con Rifondazione e poi era passata a Forza Italia. Boh, confondo le facce. Anche un altro con naso a patata era un politico, ma non mi ricordo di che partito. Sì poi ho applaudito Gino Strada. Mi è passato proprio vicino, mah, stava dando un’intervista a un giornalista col telefonino. E poi ho incontrato la Sanchez, una mia ex collega. Ci siamo proprio viste faccia a faccia e lei mia ha riconosciuto subito e mi ha baciato: che bello! Erano più di vent’anni che non ci vedevamo. E adesso sta in Brianza e ci siamo dette che ci rivedremo, magari per una mostra o per andare a ballare. Non ballo più da tanto. Non so. Non trovo un posto che mi piaccia. Te l’ho detto, mi manca il senso di belonging. I posti che frequentavo prima di partire per l’estero, dove sono rimasta qualche anno, non mi piacciono più, sono cambiati loro o sono cambiata io e secondo me la sinistra si è dimenticata come ci si diverte senza menate. Sì i corsi di danza popolare al Bellezza, ma io voglio ballare, mica fare i corsi. I balli popolari sono belli perché si fanno così – mica devo fare un master e un ritiro spirituale per sentirmi parte di un girotondo.

Ecco, dovremmo fare più girotondi. Sì hanno fatto anche il flashmob, no, io no: ero incantata a guardare il corteo. Ho applaudito le barche arrivare, ho sognato con il giallo delle luci simboliche delle candele di Amnesty, ho ascoltato la musica di tanti cori, non c’era solo Bella Ciao. I Sentinelli sono entrati in Duomo con maledetta primavera e l’abbiamo cantata tutti stonando contenti. Hanno sempre la musica più figa, ma quest’anno il DJ davanti era spet-ta-co-la-re. Sì la musica, molto meglio dei discorsi politici, no, guarda cosa vuoi che dicano? Te lo dico io, qui noi dobbiamo ricominciare a divertirci a sinistra. Basta con quei funerali di comizi noiosi. Ma il PCI faceva le feste dell’Unità dove la gente magnava e ballava, poi si faceva il momento di riflessione, ma in genere si beveva il rosso. Adesso andrebbe un po’ organizzato diversamente, ma smettiamola con le lagne. Eh, sì peccato che eri nel piacentino. Ci saranno altre occasioni per vederci, ma questa di oggi, beh, è quello che sapevo fare meglio, andare alle manifestazioni, ma, no, ma va, ma che cariche della polizia? Ma noi siamo a Milano, ma figurati se il questore. Ma sai che non l’ho neanche vista la polizia. C’era il servizio d’ordine, ma finita lì. Sì anche i politici, Zingaretti e quell’altro che domani fanno lo spareggio per la segreteria del PD. Sì li ho visti, ma sai che erano nella parte del corteo più moscia? Me ne sono subito andata. Ero ancora con un mio amico quello del pranzo e una sua amica avvocato che fa l’accompagnatrice dei minori non accompagnati. Te la ricordi quella storia che cercavano persone? Ecco, sì, poi devo sentirla che mi faccio spiegare bene. Ci siamo scambiate il numero. Mah, c’era tanta di quella gente, ovviamente quelli di Riace, che abbiamo applaudito. Poi non so, non mi viene in mente adesso che sono stanca morta. Sì anche più leggera. Mi sento come se se ne fosse andato un peso dalle gambe.

Poi ho visto uno con la barba bianca nella Fiom che era un ciclista che mi ero fatta un bel po’ di anni fa, sì ti giuro, era lui, ma no, non mi ha vista, era dietro lo striscione che cantava. Comunque avevo fatto bene perché è un bel tipo, a parte il bianco, ed era lì, oggi. No guarda, gli uomini di sinistra sono sempre poco romantici, ma cosa vuoi? Mica si può andare coi leghisti. No, a me quelle cose alla Wertmuller non piacciono. Sì solo nei film. Non mi sento, davvero, no, neanche se uno è uno strafigo. Oh, ma per me la politica è importante. Ah, stavi scherzando? E scusa, sono troppo stanca adesso, non avevo capito. Va bene, dai, ci sentiamo, sì ci saranno altre occasioni. Oh, speriamo.

L'autore

Raffaella Bianchi

Raffaella Bianchi

Raffaella Bianchi è nata in Italia e si è poi trasferita in Inghilterra e in Turchia dove ha svolto la professione di docente universitaria in storia europea e relazioni internazionali.
Si occupa di studi culturali e ha pubblicato in riviste accademiche internazionali articoli sul ruolo della musica nella sfera pubblica e politica nel contesto risorgimentale italiano e in quello turco, in particolare riguardo il movimento rivoluzionario contemporaneo delle primavere arabe. Ha scritto qualche racconto per El-Ghibli e alcune analisi della letteratura della migrazione italiana.
Attualmente è ricercatrice presso il centro di ricerca REDESM (Religioni, economie e culture dell'area mediterranea) dell'Università dell'Insubria di Como e insegna alla primaria in una scuola multietnica milanese.

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