Letteratura e potere

“Ci sono solo due tipi di scrittori:
quelli bravi e quelli no.” Ben Okri

La centralità di ogni evento era il testo e non l’autore (*)

“Noi chiamiamo ‘arte’ questa follia e ‘artisti’ coloro che ne sono afflitti (…) È questa follia che consente a un singolo essere umano di accedere a verità che appartengono a tutti gli esseri umani; di scrivere di amore, perdita, desiderio, paura e debolezza che definiscono la nostra condizione.” Taiye Selasi (1)

Per orientarmi meglio e per essere chiaro ho diviso in piccoli capitoli, di lunghezza più o meno uguale, le impressioni con cui ero uscito dopo la lettura del libro di Raffaele Taddeo “La ferita di Odisseo” col sottotitolo Il ‘ritorno’ nella letteratura italiana della migrazione. (2)

In questo scritto cercherò di parlare della letteratura in generale e di come – essendo essa una forma di potere – viene contesa tra i vari letterati.
La letteratura, come l’arte e la conoscenza, ci risparmia il disagio esistenziale che proviamo di fronte al mondo fondamentalmente informe.

La possiamo definire, prendendo in prestito una formula di Michel Foucault, come una “messa in discorso” del mondo. O per dirla con le parole della poetessa Gabriella Sica:

La letteratura è “un cesello per delineare profili e volti [della vita] e popolare spazi vuoti.” (3)

D’emblée propongo di tagliare dal sottotitolo l’espressione “italiana della migrazione”, non per censura, ma per puro tentativo euristico di vedere se nell’eliminare quelle parole il sottotitolo perderebbe qualcosa nella sua chiarezza o se, al contrario, il mantenerle crea invece una confusione inutile di cui il lettore attento non mancherà di accorgersi.

Quindi contesto il sottotitolo non certo per contestare all’autore la libertà di usarlo sotto quella formula e con quei termini, ma per il fatto che quella espressione, oltre ad essere imprecisa, è discriminante, perché viene applicata solo agli scrittori provenienti dal Terzo Mondo.

D’emblée, dico anche, quelle tre parole sono ingombranti poiché il libro spazia da Omero, a Dante, da Joyce, a Kundera, a Faulkner, dalle Mille e una notte alle soavi novelle del Boccaccio…

Tranne Kundera, che poi ormai fa parte dei cittadini europei, per chi crede nell’Europa nazione – anche se ha pubblicato i suoi libri per metà in lingua ceca e per metà in lingua francese – tutti gli altri letterati non mi risultano affatto migranti nel senso che il libro dà alla parola migrazione.

Purtroppo l’autore del libro – fondatore del Centro multietnico La Tenda a Milano nonché, da anni, cultore di letteratura – sembra aver abdicato di fronte a questa imprecisa denominazione. Tant’è vero che è stato egli stesso a coniare, per la produzione letteraria straniera d’espressione italiana nella stessa italica terra, l’elegante concetto di “letteratura nascente”.

Concetto che aveva accompagnato, nella dignità, la nascita e l’evoluzione di una nuova lingua e di una nuova sensibilità nella letteratura italiana odierna.

Ma ascoltiamo Taddeo Raffaele che ci spiega meglio quel concetto felice, essendone lui stesso l’autore: “Abbiamo organizzato incontri con gli autori e intanto abbiamo chiamato il nuovo fatto letterario Narrativa nascente. Avevamo intuito che qualcosa di nuovo e straordinario stava avvenendo. Il termine nascente stava ad indicare proprio questo. Significativa è la metodologia che abbiamo usato negli eventi che abbiamo costruito. Ogni incontro prevedeva l’analisi critica del testo, letture sul testo, colloquio con l’autore. La centralità di ogni evento era il testo e non l’autore.” (4)

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(*) Il lettore troverà i rimandi bibliografici alla fine dello scritto coi capitoli che li contengono.

Bisogna guardare al testo non all’autore. Infatti non si parla, nei circoli dei critici immigratologi, dell’opera o del rapporto che essa ha con il suo creatore, bensì degli acciacchi e disgrazie non dell’autore in quanto individuo autonomo e originale e esistenzialmente responsabile di se stesso, e solo di se stesso, ma come uno specimen di uno sciame d’insetti, anonimo, indifferenziato, senza storia né esistenza né responsabilità personali…

Per Orhan Pamuk (5) “Non è la presenza dei problemi sociali come la povertà, la violenza o il disordine politico di un paese marginale che distingue e caratterizza la letteratura del terzo Mondo, ma è la consapevolezza dello scrittore di trovarsi lontano dai centri dove si scrive la storia del suo mestiere, della sua arte con le conseguenze che questa distanza comporta.”

Vladimir Nabokov sembra dire la stessa cosa quando scrive in una nota alla fine del suo romanzo “Lolita” “Sarebbe puerile studiare un’opera narrativa al solo scopo di trovarvi notizie su un determinato Paese, o su una determinata classe sociale o sull’Autore stesso.” (6)

Ma proseguiamo con Taddeo: “… L’aver posto al centro il testo e non l’autore ha permesso di stroncare subito all’inizio ogni velleità folclorica. I dibattiti che si creavano riguardavano problemi linguistici e non curiosità sui paesi d’origine degli scrittori. […] Mi preme sottolineare che fin dall’origine siamo andati alla ricerca della letterarietà del testo.” (7)

Peccato che l’autore continui a ricorrere o forse a preferire la denominazione “migrante” a quella “nascente”. Dobbiamo riconoscere che è difficile resistere al termine “migrante” che è diventato un tremendo dogma.

Infatti l’espressione “Letteratura nascente” potrebbe essere un paradigma inesauribile per rendere conto di quel discorso che spesso nasce dallo stupore di un essere necessariamente solitario, di scoprirsi solo alle prese con la forza insopportabile ed ostile del mondo e dell’essere nel mondo; alle prese con quella massa schiacciante, liberticida ed inquisitoria per essenza, che è il gruppo con cui egli vive in comunità…

E sarà sempre così: anche nel caso della migrazione, l’individuo avrà da affrontare la legge del gruppo ospitante (che sarà per lui la sua nuova comunità), tanto da subirne i diktat, da sentirsi schiacciato e sentirsi, quindi, in dovere di resistere e cercare di divincolarsi…

Non c’è niente da fare: è una lotta spietata tra varie esistenze per avere un posto al sole, come gli alberi delle fitte foreste… non c’entra l’essere immigrato o giallo o bianco o gay o nano…

“Letteratura nascente” è dunque un paradigma che può tranquillamente rendere conto dell’impatto che può avere sull’individuo una situazione di vita inedita come quella di dover imparare una lingua nuova per l’immigrato e non solo per quello del Terzo Mondo, vivere fra gente nuova, “contaminarsi” con la vita culturale e sociale di questa stessa gente nuova e “contaminarla” a sua volta…

Tuttavia l’immigrazione non deve essere un marchio indelebile, un’identità esistenziale, perché essa non è che un incidente di percorso per un individuo che si trova, per un motivo o per un altro, nella necessità di cambiare contenuto e colore al suo habitat. Habitat di cui la struttura rimane uguale, per non dire la stessa, a quella dell’habitat lasciato.

“Un cambiamento d’ambiente – scrive ironicamente Vladimir Nabokov – è la tradizionale illusione sulla quale fanno conto gli amori, e i polmoni, condannati.” (8)

Cos’è migrare?

Cos’è migrare? È, dicono i vocabolari, spostarsi da un luogo ad un altro per gli esseri viventi. Così si dice: gli uccelli migrano, le mandrie di zebre migrano, gli uomini migrano, i microbi migrano… ma ciò che constatiamo spesso è che solo un cittadino proveniente da un paese del Terzo Mondo viene chiamato migrante!

Ci si dimentica, in questo senso, che il verbo migrare cessa di essere pertinente alla situazione dello straniero appena il migrante si stabilisce nel suo nuovo territorio.

Suggerirei a questo punto di adattare il nostro linguaggio alla nuova situazione, la nuova condizione del migrante divenuto stanziale; per questo fine abbiamo un termine molto elegante, molto preciso e non offende nessuno – tant’è che viene applicato persino a gente del primo mondo senza scandalizzare nessuno: si tratta del termine espatriato… a meno che si sia scelto proprio il termine migrante per significare allo straniero terzomondano che è un eterno intruso e che la sua permanenza è, e deve essere intesa come momentanea. Perciò l’intruso deve tenere pronte le valige, perché prima o poi sarà chiamato a liberare i luoghi.

Insisto sullo straniero proveniente dal Terzo Mondo perché solo lui è chiamato migrante, gli altri migranti sono chiamati semplicemente stranieri e sono comunque i benvenuti…

Ma considerata la pigrizia mentale che caratterizza la mente di chi classifica gli stranieri, non si può usare il termine espatriato, perché in questo caso quelle menti pigre non riescono più a gestire e quindi classificare le miriadi di individui e gruppi di persone che si aggiungono ai loro elenchi… avranno tutto il mondo addosso mentre adesso ne hanno solo un terzo: il Terzo Mondo appunto.

Lo straniero terzomondano è un intruso poiché ha lo statuto amministrativo-epistemologico di colui che deve necessariamente, un giorno o l’altro, lasciare il territorio che lo ospita ma che non è suo e non dovrà mai essere suo.

Dire che questo straniero è un intruso, in qualche modo una persona non grata, significa che tutto ciò che ci viene da lui sarà non grato: i suoi usi, i suoi suoni, il suo colore, le sue memorie, le sue particolarità, i suoi odori e persino la sua scienza e ovviamente, come nel nostro caso, la sua letteratura…

A proposito, i nazisti consideravano non grate persino la musica di Friedrich Hollaender, la fisica di Einstein e la psicoanalisi di Freud!

Ma torniamo al presente italiano: chiamare migrante solo lo scrittore che proviene dal Terzo Mondo è un sotterfugio per non amalgamare i due tipi di cittadini e le loro rispettive letterature.

Ma questi puristi classificatori, geni della mistificazione e dell’arte dei sofismi, trovano sempre il modo di fare durare nel tempo una tale migrazione e, di conseguenza, lo statuto di persona non grata dello straniero terzomondano.

Dicono “Ma noi col termine migrante intendiamo questo viaggio infinito nella nostra cultura e nella nostra lingua che lo straniero non smette mai di fare.”

E intanto questi puristi, eugenetici, mistificatori, non s’imbarazzano del fatto che Kafka, Beckett, Kundera ed un’infinità di altri autori migranti sfuggano a questa definizione, a questa stigmatizzazione, a questa esclusione…

Nascere è già in sé un atto di migrazione ontologico, forse è l’unico nostro viaggio vero prima della morte, unico nostro ritorno… venire al mondo non è forse un viaggio che si fa dall’utero, paese chiuso, buio, isolato e acquatico, verso un mondo fondamentalmente opposto: aperto, freddo ed ostile, luminoso, popolato ed aereo?

Anche lo spermatozoo è un essere migrante e lo è per essenza… persino una pianta che spunta dalle tenebre del sottosuolo è un essere migrante, visto che viaggia, seppur verticalmente, verso la luce del sole…

Anche i raggi del sole che viaggiano sono migranti, e forse è dai raggi del sole che i viventi hanno ereditato questo tratto – la necessità migratoria – che caratterizza fondamentalmente la vita.

Uscire per la prima volta in strada, conoscere la lingua e la cultura della propria madre, conoscere amici e altri spazi non sono forse forme di migrazione?

A questo punto, ogni volta che facciamo una nuova esperienza di vita, significa che lasciamo dietro di noi un mondo e ci tuffiamo in uno nuovo, migriamo insomma, e in maniera incessante… è un movimento che subiscono tutti gli esseri viventi.

Moda e tradizione

Quindi se il fenomeno del migrare è per natura umano e inscritto nel nostro DNA in quanto esseri viventi, esso non può essere un criterio di distinzione o di classificazione… sarebbe un errore metodologico grave ipotizzarlo, figurasi usarlo ed ostinarsi ad usarlo come criterio di distinzione e di classificazione delle persone.

È come se uno dicesse: “gli italiani della cittadina di Rho sono diversi dagli italiani di Rogoredo perché sono italiani”.

Assurdo, no?

Eppure è proprio questo che succede a livello mentale quando noi diciamo: “Questi scrittori (terzomondani presenti in Italia) sono diversi da questi altri scrittori (gli autoctoni) perché sono immigrati, dimenticando che il fatto di migrare è una condizione del vivente in generale, a cui non sfuggono gli stessi autoctoni.

L’unica situazione in cui il fatto migrazione può essere un valido criterio di distinzione, forse, è quella situazione in cui abbiamo da fare una comparazione tra il regno dei viventi e quello dei minerali… ma neanche lì ci sarà permesso di ipotizzare la fissità assoluta: morfologia della terra docet. Basta pensare alla teoria della deriva dei continenti e alla formazione delle Alpi…

La migrazione, o meglio una certa forma di migrazione, è uguale in questo ad altre situazioni inedite, di forte valenza emotiva, che lasciano in noi segni profondi.

Elenco a caso, tra un’infinità di situazioni inedite: l’inquietante mistero della vita stessa ad esempio, la coscienza dell’individuo di essere orfano e solo nel mondo, il dover fare fronte all’imperialismo della moltitudine, all’ammalarsi, all’invecchiare e al morire… oppure il caso delle nuove esperienze di vita che sconvolgono necessariamente l’essere, come la rinascita dopo una esperienza tragica, la persecuzione, la malattia grave, l’andro/menopausa, lo scoprirsi nonno coi capelli bianchi e la pelle laida e disfatta come il collo di una tartaruga, l’avere un successo politico folgorante, il fare una scoperta scientifica… la conversione clamorosa come quella di Agostino…

L’esperienza letteraria dei nuovi cittadini – tutte le produzioni di tutti gli autori sono semplici esperienze – può essere un processo lungo, ma dura finche dura l’atto del migrare perché poi essa finisce per assestarsi, sedentarizzarsi e diventare una fra le tante tradizioni letterarie salde ed acquisite del posto che la ospita.

L’esperienza letteraria dei nuovi cittadini inizia come moda letteraria, magari con un retrogusto d’esotismo, ma l’assuefazione non tarderà poi a farla tramontare, come tramontano tante altre mode, per rinascere poi in veste di una nuova tradizione, e così via.

A questo punto l’etichetta migrazione cessa di colpo di essere la colonna portante  di questa letteratura, perché il fatto migrazione altro non è che un episodio passeggero, seppur  notevole, che interviene nella vita di una persona segnandola, a volte anche fortemente, ma non potrà mai essere tutta la sua vita… ed è per questo motivo riduttivo che l’aggettivo migrante è improprio a rendere conto della letteratura prodotta dagli stranieri. Perché intanto l’immigrato continua a fare altre esperienze fondamentali e, magari, più sconvolgenti della migrazione stessa. Nel senso che essa diventa nel frattempo una routine senza stupore né interesse per l’autore, che non la considera più come fonte di preoccupazione o d’ispirazione…

E poi l’opera non si conclude che con la fuoruscita finale dalla scena del suo autore. E spesso essa non si conclude perché come dice Gabriel Garcia Marquez “la vita non ha ancora deciso”. (9)

E a volte l’autore muore durante la ricerca di questa conclusione prima ancora di poterla raccontare, per parafrasare ancora Gabriel Garcia Marquez. E solo colui che sopravvive all’autore avrà il privilegio di poterlo fare.

Anche Georges-Arthur Goldsmith fa la stessa constatazione: “Tutti gli scrittori – dice – perseguono forse qualcosa che sfugge loro e di cui ‘la sfuggita’ costituisce la sostanza stessa della loro scrittura,…” (10)

E allora ci stupisce davvero la pretesa dei critici della letteratura detta di migrazione di apporre, nei riguardi degli autori della stessa, dei giudizi definitivi e senza ricorso alcuno che etichettano meschinamente e una volta per tutte questi scrittori.

Forse il valore del libro La ferita di Odisseo (11) è la prova che non solo bisogna andare avanti, per trattare una nuova tematica inedita e ancora piena di stupore, il Ritorno appunto, ma anche che si può uscire dagli schemi di vedere nella produzione letteraria dei migranti provenienti dal Terzo Mondo una letteratura priva, se non addirittura indegna, di qualsiasi valore letterario;

una letteratura di testimonianza da consumare dai vari caritas urget;

una letteratura da “informatori” per i sociologi e per quei ridicoli e presuntuosi classificazionisti che si fanno chiamare etnologi e orientalisti.

Peccato che Taddeo abbia rinunciato a questo felice e pertinente paradigma barattandolo con l’orrenda ed inutile espressione migrazione, un’approssimazione che può significare tutto e quindi nulla…

Una tale denominazione serve l’ideologia dell’esclusione, non dello straniero in generale, ma proprio di quello straniero appartenente al Terzo Mondo che si trova a vivere e a scrivere in un paese del cosiddetto primo mondo.

Escludere, una pratica diffusa

Se dal punto di vista metodologico la parola migrazione, che è nata per stigmatizzare lo straniero ed escluderlo, è infondata e senza senso, perché ci si ostina a usarla ancora?

Un’ipotesi difendibile può essere questa:

visto che ogni forma d’arte e di sapere – e la letteratura è arte e sapere e non si fa coi buoni sentimenti, come diceva André Gide – è uno strumento non indifferente di potere e di egemonia;

visto che, come dice Michel Foucault,“Non ci sono rapporti di potere senza costituzione correlativa di un campo di sapere, né alcun sapere che non presupponga e costituisca nello stesso tempo relazioni di potere.” (12) ;

visto che il potere è fondamentalmente concentrato nelle mani di pochi individui (il padre, il maestro, il caporale, l’editore, il burocrate o il politico) e di poche nazioni (l’impero di turno e i suoi vassalli);

visto che i detentori di un tale potere non avranno mai, manco in sogno, l’idea di condividerlo e tanto meno di abdicare ad esso in favore di altri (non c’è democrazia che tenga);

visto tutto ciò, è ovvio che chi ha un potere, ha l’imperativo imprescindibile di difenderlo con tutte le armi e le forze a sua disposizione. Lo difende con delle narrazioni mistificatrici, la propaganda, l’astuzia, i ricatti, la forza bruta, e persino con le varie “coalizioni  e alleanze” celate con gli altri colleghi o soci di potere.

Si cerca il potere perché l’uomo vi vede una specie di plus-valore e poi, come l’aveva ben formulato Giulio Andreotti in una sua battuta famosa e molto profonda “il potere logora colui che non ce l’ha”.

In effetti se guardiamo intorno, quest’esclusione non è una specificità italiana: è una tendenza generale nei paesi che si sono autochiamati occidentali.

Ogni pretesto è buono per stigmatizzare i barbari in vista di escluderli … possiamo trovare tutte le mostruosità teoriche e pratiche create e coltivate per un tale scopo come la francofonia, la postcolonialità, la migrazione tra tante altre etichette.

Ancora oggi negli Stati Uniti le case editrici hanno tendenza ad anglossassonizzare il nome degli autori che non suonano anglosassoni. È successo con tanti italiani che si sono visti costretti a barattare i Giovanni, Francesco, Dino, Michele… coi vari John, Frank, Dean, Michael… idem per i nomi di donna.

“La Francia – scrive la scrittrice Taiye Selasi – ha tendenza a inglobare nella sua letteratura opere di scrittori nati in altre parti d’Europa: Samuel Beckett, Eugène Ionesco e Andreï Makine sono considerati scrittori francesi, anche se sono nati in Irlanda, Romania e Russia. Al contrario, gli scrittori nati nelle ex colonie francesi e poi emigrati in Francia di solito sono classificati come ‘francofoni’ anziché francesi, anche se – come nel caso di Leopold Sédar Senghor e Tahar Benjelloun – hanno preso la cittadinanza francese. Emile Zola era figlio di un immigrato italiano eppure di lui si parla solo come di uno scrittore francese, mentre Azouz Begag e Ahmed Kalouaz, nati in Francia da immigrati algerini, non sono quasi mai definiti semplicemente francesi.” (13)

Devo dire che la Francia, in questo, si mostra molto razionale e coerente: già, da quando si possono amalgamare i signori coi loro servi? O così almeno quest’eredità di stampo coloniale considera i due termini del rapporto colono/colonizzato.

Oddio, personalmente mi fa tanto piacere che scrittori d’origine algerina esclusi dalla francità tornino a fare parte degli scrittori della loro patria d’origine, perché l’Algeria ha sempre bisogno di altre personalità di cultura e di arte… le mancano parecchio.

E la Selasi aggiunge più in là nel suo articolo: “La classificazione della scrittura e degli scrittori non è mai innocua come sembra. Nata come strumento per naturalizzare lo stato, oggi continua a esistere per difenderlo. Definendo Beckett e Zola francesi ma Begag e Senghor francofoni, reinventiamo i confini difendendo quelli della Francia. Lo stesso vale per gli Stati Uniti: definire Taiye Selasi una romanziera statunitense, senza le virgolette, significherebbe minacciare i confini di un’America immaginaria. Qualche esempio: per Wikipedia il premio Pulitzer Junot Dìaz è uno scrittore ‘domenicano naturalizzato statunitense’, ed Edwidge Danticat è un’autrice ‘haitiana naturalizzata statunitense’, mentre la bionda esordiente Téa Obreht è ‘un’americana nata a Belgrado’.” (14)

Il paradosso di Sartre

Orhan Pamuk (15) riferisce una gaffe che Sartre aveva commesso, parlando della letteratura del Terzo Mondo. Secondo Sartre i terzomondani non hanno a che fare con la letteratura, possono solo avere bisogno di pane!

Si vede che l’esclusione è un fatto culturale, ambientale, come l’aria che respiriamo. E non c’è erudito che tenga di fronte a questo strapotere della cultura che ci culla nelle nostre contraddizioni e autosufficienze, che ci coltiva come un prodotto di largo consumo nelle sue vaste piantagioni dei luoghi comuni destinati a riprodurla, a diffonderla e a perpetuarla.

L’esclusione è un fatto (fato) di cultura. E qui si pecca non per mancanza di immaginazione o di sapere ma per la forza volitiva di questo fato culturale.

Sartre dimostra che è figlio fedele di quella cultura escludente, anche se tutta la sua vita egli aveva cercato di svincolarsene.

“Consigliare” al povero di non avvicinarsi alla letteratura con la scusa che è un lusso inutile per lui, che manca di pane e di medicina, è una scandalosa contraddizione perché proprio lui, Sartre, era uno fra i pochi letterati che vivevano dalla loro arte.

Senza quel mestiere, cosa sarebbe stato di lui? un uomo povero, ovviamente. E allora ciò potrebbe significare che una persona povera è una persona che, per una ragione o un’altra, manca di un mezzo di sussistenza… di letteratura nel caso di Sartre.

Ma Sartre era cosciente della tendenziosità di questo suo consiglio? Che fosse stato cosciente o meno, aveva dimostrato che era o un ignorante o un mistificatore… e in entrambi i casi egli, in quanto grande mente della demistificazione, sarebbe stato imperdonabile.

Comunque lui non aveva il diritto di privare un altro povero di accedere ai mezzi di sussistenza – che, ironia della sorte, Sartre possedeva e l’altro no – con l’assurdo pretesto d’essere appunto povero…

Assurdo e, direi, cinico era insieme questo atteggiamento da parte del grande Sartre. E poi il nostro filosofo sembra non avesse mai sfogliato o capito le famose foto fatte dai vari antropologi ed etnografi in cui vediamo esseri umani magari nudi ma mai senza un anello nel naso, un tatuaggio sulla pelle o un amuleto appeso al collo o sotto le ascelle.

E ciò in sé ci dice già che l’arte è paradossalmente naturale, è l’espressione della nostra umanità, è la nostra umanità perché l’espressione artistica è un’attività dell’intelletto umano generatrice di significati.

Ma i pregiudizi culturali tendono purtroppo a rinnegare a certi umani quella dimensione umana quando la relegano, come dice Sergio Simeone, “in una dimensione primitivista trascurando la sua identità contemporanea.” Quanto alla fame in Africa, prosegue Simeone “essa esiste … ma è fame di pane e di dignità culturale. Credere che anche gli africani non abbiano bisogno di nutrirsi di musica, teatro e pittura, che non abbiano il diritto di cementarsi nella rappresentazione fotografica delle loro realtà equivale a privarli della ricerca di un umano significato dell’esistenza, della facoltà di porsi delle domande, di ripercorrere le tracce della memoria, di soddisfare gli appetiti dell’anima.” (16)

Ironia della sorte, i pregiudizi nauseabondi di cui si lamenta Simeone gli vengono posti proprio sotto il naso, nelle pagine successive del catalogo, dalla sua collega, Michela Manservisi, quando ella nega agli africani “l’ansia di un’esistenza … piroettata nel domani semplicemente perché non hanno il futuro.” (17)

È la cancellazione, anzi, peggio, è una specie di delenda est rivolta alla dimensione umana degli umanissimi africani!

E l’incurante curatrice, l’esperta della psicologia e dell’arte della fotografia africane, ribadisce: “In un continente… dove il tempo non si guadagna né si perde ma si vive,…” (18)

Ma c’è un italiano che può spiegarci in italiano cosa possa significare l’espressione “il tempo non si guadagna né si perde ma si vive” ?

Dunque, vivere non vuol dire guadagnare il tempo di una vita?

Chissà quanto ha sofferto il giusto e onesto Simeone quando ha visto il suo bel saggio infangato da questa fandonia degna di una mafiosa dell’editoria…

Gli scrittori senza stile

In un articolo apparso sul settimanale Internazionale, la scrittrice Jhumpa Lahiri (19) descrive in un modo realistico la difficoltà linguistica dello straniero (da qualsiasi parte mondo egli provenga) che si mette a scrivere in una lingua che non è sua, cioè una lingua acquisita tardivamente.

“Controllo – scrive Lahiri – il dizionario dei sinonimi, sfoglio il taccuino. Infilo un nuovo vocabolo, appena letto la mattina sul giornale. Ma spesso i miei primi lettori scuotono la testa, dicendo semplicemente: Non suona. Dicono che la parola che vorrei usare è considerata ormai datata, che appartiene a un registro o troppo basso o troppo raffinato, che suona o lezioso o troppo colloquiale… Dicono che l’ordine delle parole non è autentico, che la punteggiatura non funziona. Non c’entra necessariamente la correttezza. Dicono che un italiano non si esprimerebbe così.”

E aggiunge un po’ più in là “…e non si può contraddire un madrelingua. Devo accettare che in italiano sono parzialmente sorda e cieca, per cui temo di essere una scrittrice spuria.”

Scrivere, per lo straniero in una lingua acquisita “cerebralmente” e après coup, significa produrre testi senza stile come diceva Beckett.

Lahiri paragona questi testi “senza stile” a una specie di pane sciapo. Il pane c’è, è qua sotto il nostro dente, ma il solito sapore non c’è.

In effetti nonostante la non indifferente ricchezza linguistica, nonostante gli sforzi immani e tutte le buone volontà del mondo che ci metta per produrre una frase, lo scrittore non-madre-lingua si rende conto – o gli viene rinfacciato o ricordato – che il suo pane rimane sciapo, poco cotto o bruciato, ma mai genuino, completo e del tutto apprezzabile. Insomma lo scrittore non-madre-lingua potrebbe sempre fare meglio.

Per consolarsi di una tale difficoltà espressiva, Lahiri ricorre all’immagine di uno che fa un bagno in una cascata: non serve ogni goccia, ma solo il necessario per fare un bagno.

L’abbondanza della lingua – e ogni lingua per i propri figli è ricchissima – sembra travolgere paradossalmente lo scrittore straniero.

Inoltre anche quando questi “scrittori sciapi” riescono a costruire una bella frase nella lingua secondariamente acquisita, non riescono a capire esattamente perché è bella.

Problema che non si pone nel caso di uno scrittore madrelingua, che conosce visceralmente la propria lingua.

Questa conoscenza speciale, viscerale, è data solo alle persone nate e cresciute in quella lingua e quindi solo loro possono essere recettive alla valenza emotiva che ogni suono ed ogni parola o espressione possano contenere, veicolare, evocare.

Questa valenza emotiva – giustamente incomprensibile da parte dello scrittore non-madre-lingua – è costituita da memorie e archetipi culturali millenari che la comunità conserva, coltiva e tramanda alle sue generazioni nuove già fin dal grido primale dei loro neonati, con le prime gocce di latte materno che questi ingurgitano per la prima volta nella loro vita.

Questo non significa che, negli scrittori stranieri, non ci sia un’archeologia delle parole, un’immensa ricchezza. Tutti i popoli ritengono che le loro lingue siano più ricche rispetto alle altre… ed è ovvio dato che conoscono meglio e di più le loro proprie lingue.

 

La tragedia di Nabokov

Nel suo Lolita (20), Nabokov fa dire a un personaggio della “nuova Inghilterra” che la lingua americana è ricchissima. Ma lui, l’inventore del personaggio, “opta” invece, com’è naturale, per la sua lingua russa. A questo proposito egli scrive nella nota alla fine del romanzo “La mia tragedia personale […] sta nell’aver dovuto abbandonare l’idioma per me naturale, la lingua russa, sciolta, ricca e indefinitamente docile, e nell’esser io stato costretto ad adottare un inglese di second’ordine, privo di tutti quegli attributi – specchio magico, nera tenda di velluto, implicite tradizioni e associazioni di idee – dei quali l’illusionista in patria […] può magicamente avvalersi per trascendere a modo suo il retaggio dei padri.” (21)

Personalmente mi sembrava di avervi letto le stesse parole di un arabo nei confronti della sua lingua araba…

Quindi nella loro lingua madre anche gli scrittori stranieri posseggono un ricco repertorio di parole stratificate di infinite sfumature e di memorie millenarie.

Ma in una lingua adottiva è proprio quest’archeologia, questa profondità millenaria, di ogni singolo suono, di ogni singola parola o espressione dalla più insignificante alla più elaborata e concettualizzata, che mancherà allo scrittore straniero; mentre il suo omologo autoctono, lui, un tale registro ce l’ha e in più ne possiede la chiave di lettura e di giudizio soprattutto.

Ecco perché a un certo momento la comunicazione tra il madre-lingua e lo straniero sembra rompersi: entrambe usano le stesse parole per dire realtà completamente diverse, opposte o incomprensibili e vice versa. È come scrivere un discorso italiano in carattere arabo e chiedere a una persona che sa leggere in arabo di capirne il senso.

Dunque allo scrittore straniero manca un’archeologia della parola, di quella stessa parola che ospita la sua arte. E questa mancanza lo priva dall’essere capito e, nei casi felici, lo porta a farsi capire solo a metà dal suo interlocutore autoctono, ambiguamente; dato che, gira e rigira, la letteratura è un processo di comunicazione, anche se un discorso non è mai del tutto chiaro, nemmeno fra interlocutori della stessa lingua, perché comunicare è interpretare ed equivocare.

Che fare, gettare la spugna?

No, perché è paradossalmente questo limite linguistico che dovrebbe dare coraggio, per non dire sfrontatezza, allo scrittore senza-stile di andare avanti aggiungendo con il suo infimo contributo un nuovo strato all’archeologia della parola che ospita le sue opere.

Anche perché non tutti gli strati archeologici di una data parola si sono formati nello stesso momento. L’archeologia, non solo delle parole ma di ogni cosa esistente, è in un continuo processo di formazione e di stratificazione.

E poi chi ha stabilito che il valore di una data opera debba dipendere dal solo criterio di poter sapere il perché una parola è bella o perché essa è brutta?

La storia della letteratura del mondo ci ricorda che ci sono innumerevoli capolavori prodotti da questo tipo di scrittori sciapi, senza-stile: Alessandro Mazoni stesso che era andato a sciacquarsi nell’Arno, Beckett, Konrad, Nabokov, Gibran, Kateb Yacine…

Comunque l’opera rimane sempre complessa e significativa, perché essa, come dice Jacques Derrida è il frutto di tutte le lingue che il suo autore abbia letto o sentito a cominciare da quella degli scrittori. (22)

 Criteristica selettiva

Intendo per il sostantivo criteristica quei criteri applicati sistematicamente da certi critici letterari, autoproclamatisi  “esperti”, nelle loro analisi della cosiddetta letteratura della migrazione.

Questi critici selettivi – chiamiamoli così – temono, come se fosse morte, di amalgamare la letteratura nobile, proprietà privata dei paesi detti occidentali, con la letteratura vu’cumprà, proveniente dal mondo non occidentale, soprattutto quella scritta, pubblicata e consumata nei paesi dell’occidente felice.

Per arrivare a evidenziare tali criteri, basta solo mettere a confronto due testi di analisi letteraria: uno che tratta di un autore del primo mondo e l’altro che s’interessa a un autore del Terzo Mondo. Da una parte i critici selettivi ci presentano gli autori del Terzo Mondo come privi di ogni spessore esistenziale, piatti, senza individualità; mentre un essere umano dovrebbe sempre essere più profondo di quanto lo si presenti e più ricco, indipendentemente dalla sua provenienza culturale, geografica, d’epoca, di età o di sesso… Eppure in altre sedi, di vera scienza, si parla dell’esistenza dei dialetti (sic!) nel mondo degli uccelli (23); intanto i nostri scellerati critici non smettono fino a oggi di negare alle persone umane le loro individualità e alle nazioni le loro innegabili particolarità; e nel caso della migrazione ci presentano l’individuo come se fosse un insetto e la sua comunità uno sciame d’insetti anonimi senza originalità, senza libertà e senza identità personale, modellatisi una volta per tutte da ere geologiche immemori!

Non sanno o fingono di non sapere, questi critici selettivi, che persino in un banco di pesce sospeso tra fondale e superficie gli individui sono in un irrequieto balletto di movimenti, di vibrazioni e di cambiamento di posizioni. E sono appunto questi movimenti che permettono paradossalmente al banco di tenersi rigorosamente fermo, sospeso, tra cielo e terra.

Dall’altra parte invece, nel caso del primo mondo, la stessa critica selettiva ci presenta il collega del migrante, lo scrittore occidentale, come il cittadino di un paese nazionale continuatore di una tradizione letteraria nazionale originale, leader, lunga, di buona qualità e ben nota a tutte le epoche e a tutte le nazioni… e in oltre, all’interno di questa tradizione-quadro, la stessa critica selettiva s’ingegna a presentarci l’autore che ne proviene come un’individualità refrattaria ad ogni tentativo di omologazione, fuori dagli schemi, inconfondibile con il suo gruppo, immune contro l’anonimato, sempre originale, sempre all’avanguardia rispetto alla tradizione letteraria della sua nazione e complementare da pari a pari: se la tradizione gli fornisce lo strumento che è l’arte di scrivere e di creare, lui le restituisce la moneta con delle opere originali, significativi, insuperabili e arricchenti.

 

Disastri epistemologici della critica selettiva

In ciò che segue cercherò di offrire i risultati dei miei tentativi personali di esemplificare il discorso “due pesi due misure” in cui eccelle la critica selettiva.

1)      – Caratterizzazione degli scrittori terzomondani

In “Dell’eleganza della negazione” (24), un testo di analisi letteraria migrante, si leggono negatività di questo genere:
migrante spossato,
la colpa,
rompere i rapporti,
ribellarsi al padre,
una commovente letteratura minore,
senza gloria,
perdura il dolore,
catena familiare spezzata,
la lingua rivela la volontà di identificarsi con la comunità ospitante [non è un adattamento ma un’alienazione!],
negato e ri-negato…
schiacciato dal peccato di tradimento,
disobbedienza al padre e alla patria,
la chiara e determinata volontà di totale assimilazione.

Da parte sua Taiye Selasi (25) riferisce altri criteri che lei ha notato circa i critici di questa megagalassia di culture e di sensibilità che è la letteratura detta africana.
Preciso che il caso della critica del discorso sulla letteratura africana si applica a quello sulla letteratura cosiddetta migrante.

Letteratura africana? L’autrice Taiye Selasi la trova una definizione vuota di senso perché tradisce un disprezzo da parte dei critici selettivi per le complessità delle culture africane e per la creatività dei loro autori, che fingono d’ignorare che la letteratura è universale e riflette le dinamiche del cuore umano, che non conosce razza. E se l’arte è universale, quest’Africa, che essi ci presentano come monolitica, è la più disparata possibile, figuriamoci gli immigrati in Italia…usare l’aggettivo “africano” [o migrante] significa che le sfumature di quel continente [o dei continenti del Terzo Mondo] non meritano attenzione; significa che questa complessità è spesso liquidata come un sintomo di primitività tribale.
Questi critici perversi si stupiscono che un romanzo di un’autrice, presunta africana,Taiye Selasi stessa, parli “di una famiglia, non di fame e povertà”, perché lei “dovrebbe essere” solo una sociologa travestita da romanziera.

Se lei e un altro scrittore della Germania scrivono ognuno un romanzo su una storia d’amore, a lei i critici selettivi chiedono “che cosa pensa della politica estera del presidente del Ghana?”  ma al suo collega tedesco la politica estera della signora Merkel non dovrebbe concernerlo né da vicino né da lontano.

Al tedesco come allo statunitense, bianco e maschio soprattutto, i critici selettivi chiedono delle loro riflessioni sulla loro arte, del loro stile, delle caratteristiche della loro scrittura, della vita interiore dei loro personaggi, al ghaneano, indiano, dominicano o, meglio ancora, all’immigrato i critici selettivi si rivolgono come a dei rappresentanti delle loro genti… (26)

2)      – Caratterizzazione degli scrittori del primo mondo

Ho scelto l’intervista di Teresa Franco al poeta Jamie McKendrick (27) per vedere su quale soggetto fra l’autore, la sua opera o la sua comunità d’origine portasse l’intervista, e quale tipo di argomento l’analisi critica contemplasse, lasciando al lettore stesso di paragonare i termini usati in quest’analisi con quelli usati nelle due analisi appena citate qui sopra.

“Mi accoglie in maniera molto informale a casa sua, mette su l’acqua del tè, mi chiede il permesso di fumare.”
“sta traducendo l’intero romanzo di Ferrara di Bassani per Pinguin”.
Ha “studiato letteratura inglese”.
Ha capito…, all’età di 15 o 16 anni, che voleva scrivere poesie…
“Traduco, scrivo recensioni per riviste, anche per riviste d’arte; e poi insegno nei vari collegi.”
Non pensa “che la biografia di un poeta sia importante.”

I viaggi sono stati importanti anche per te…? (badate bene l’intervistatrice non usa la parola immigrazione anche se l’autore aveva vissuto per quattro anni in Italia ed è proprio questa differenza di linguaggio che rende sospetti il linguaggio e chi lo adopera).
Preferisce “non sentire il peso, anche solo psicologico, di appartenere a un’istituzione” [figuriamci a una comunità o un branco!]

“E come sono i rapporti con gli altri poeti e scrittori inglesi?” domanda l’intervistatrice a cui non viene mai in mente di chiedere sulla politica estera di Cameroun e dei suoi conflitti con la regina, i problemi irlandesi, scozzesi, la memoria colonialista…

L’intervistatrice si guarda bene dal non amalgamare la cronologia creativa dell’autore, perché l’opera del poeta non è statica, essa evolve col tempo e si arricchisce con l’acquisizione di nuove esperienze di vita. Una legge che sembra non concerna affatto lo scrittore terzo mondano.

Il ricorso agli italianismi sono “una peculiarità soprattutto della mia prima raccolta, forse anche della seconda”… In seguito il poeta ha deciso di usare “parole che sono facilmente comprensibili dal contesto” parole come dentici, pescispada, camorristi(!), spacciatori(!)… ma in linea di massima preferisce “non usarle spesso, perché cambiano il ritmo della poesia…” niente spazio alla cosiddetta contaminazione o a quella creolizzazione cara allo studioso Armando Gnisci (28).

Poi, più in giù, da inglese, il McKendrick non ama i poeti americani quando scrivono in spanglish e spiega all’intervistatrice e ai lettori: “cercando di fare due cose, spesso se ne fa meno di una.”

Il disegno sulla copertina del libro, può essere un argomento interessante, ma non per lo scrittore detto migrante.

Il poeta afferma che, pur condividendo un tema generale tra le sue poesie in una data raccolta, “ogni poesia deve nascere per sé. Non deve essere dettata da un tema.”

Faccio notare che nel caso di un poeta del Terzo Mondo, immigrato per giunta, non solo una sua poesia, una sua raccolta, o la sua opera omnia ma tutta la sua vita e persino la sua morte sembrano dettate da un unico ed eterno tema: la migrazione.

Il McKendrick precisa anche che il poeta non è la società, e che questa non è stata costruita per lui, ma gli viene data.

Ecco il rapporto tra società e individuo nel primo mondo; un rapporto di reciproca libertà, non come quello che può avere il poeta migrante, una specie di appendice del gruppo, una formica operaia.

Non è detto che, se la poesia di McKendrick è malinconica, lui possa o debba essere altrettanto malinconico. No, niente autobiografismo sbrigativamente esplicativo come nel caso degli autori del Terzo Mondo che scrivono a casa degli altri, nella lingua degli altri.

L’opera dell’inglese può contenere “tanta memoria del passato, anche se non è il mio passato.”

“Micòl pronuncia la frase…” dice l’intervistatrice. “Micòl è un personaggio…” risponde il poeta e entrambi si mettono a parlare dei personaggi… di Catullo…“Per concludere, che cosa puoi dirci del tuo ultimo libro?” (29)

L’intervistatrice non afferma nulla ma chiede con cautela, forse anche con timore, all’autore di parlarle di una sua opera…

Graeco non legitur

Eppure carne sul fuoco non manca per esplorare l’universo illimitato di un autore o di una sua opera, africano, europeo o altro che sia… carne sul fuoco come ad esempio la genealogia dell’opera, la sua originalità, la sua simbologia, la varietà dei personaggi, le loro fissazioni, le loro curiosità sessuali e quelle proprie all’autore, gli amori, i valori, l’uso delle metafore, la creazione di miti personali, il modo di iniziare, l’uso del tempo, della persona, l’ironia, il poetico o il patetico, l’uso degli aggettivi, circonlocuzioni ed elissi, neologismi, la Storia e le storie secondarie, il mestiere, il rapporto con il padre o la madre o i loro sostituti, rapporto con la tradizione letteraria locale ed universale dell’autore e dell’opera…

Ma, agli occhi dei critici selettivi, tutti questi vasti campi che fanno di un autore uno spirito altrettanto vasto e ricco sembrano riservati al solo letterato occidentale.

Al suo collega/omologo non occidentale, soprattutto a quello migrante, sono riservate vacuità e menzogne del tipo: “gente che non si sposa ma compra la moglie con capi di bestiame o magari col fuoco in cambio” (30)… “Villaggi di cannibali che mangiano persone, fuoco e perfino la cenere”…

“Gente che sarebbe capace di uccidere pur di riuscire a far cadere la pioggia.” (31)

Eppure stando all’antropologo senegalese Cheikh Anta Diop il sacrificio dei bambini non esiste che nella tradizione biblica; gente senza spiritualità, fatalista e senza responsabilità morale, senza coscienza; gente che non conosce l’angoscia esistenziale, la crisi mistica o, come direbbe Nabokov, la curiosità metafisica…sono queste ed altre fandonie ancora, che i critici selettivi riservano agli scrittori non occidentali, soprattutto a quelli soprannominati migranti.

Inutile dire che si tratta qui di una forma di disprezzo per questi individui e per i loro popoli, che dovrebbero racchiudere nelle loro sensibilità tutte le barbarie che l’immaginazione umana – soprattutto quella dei colonialisti e dei loro propagandisti, etnografi e missionari – abbia mai potuto inventare. Ma i critici selettivi spesso dimenticano questo e prendono alla lettera leggende, miti e metafore presenti nel linguaggio dei popoli non occidentali e nelle lingue adoperate dai loro artisti, scrittori in prima istanza, modificandoli così e ridicolizzandoli. Questi critici tendenziosi tacciono spesso l’interpretazione allegorica.

Franca Miglietta (32) ha azzardato un’interpretazione per un rito che la dice lunga sulla cosiddetta assenza di razionalità nei popoli (non popolazioni come dice lei) africani. E poco importa il modo in cui si svolge il lavoro della ragione, tanto è sempre essa che governa gli atteggiamenti e le azioni degli umani. “C’è sempre un po’ di pensiero anche nelle istituzioni più stupide” diceva Michel Foucault. (33)

Il rito in questione è il divieto tabù di raccontare le storie durante il giorno, previa la scomparsa immediata di tutto il bestiame precipitando così la comunità nella povertà più assoluta.

Sembra un rito assurdo, da mente primitiva, mentre l’intento è quello di “non allontanare la popolazione attiva dal lavoro dei campi e dalla cura dei bestiame.”

Essere dello stesso paese, della stessa religione o cultura o lingua, non significa che l’individuo condivida tutto con il suo gruppo, o che il suo più debole gorgoglio gastrico abbia la stessa voce di questo gruppo. Perché tutto quello che abbiamo in comune non è che la sovrastruttura che deve essere rielaborata personalmente da ogni individuo, assimilata diversamente. Sovrastruttura che deve assumere in ogni sensibilità una forma originale e prendere perciò un significato diverso, non condivisibile con gli altri.

Si può immaginare l’immensità del ridicolo quando applichiamo un discorso del genere agli scrittori stranieri migranti presenti in Italia considerandoli identici, siamesi quasi, cloni gli uni degli altri, solo perché sono persone del Terzo Mondo che vivono in Italia.

L’ostinazione con cui si continua ad amalgamare queste realtà esistenziali e culturali, astronomicamente diverse le une dalle altre, tradisce un disprezzo per le complessità e le originalità delle culture di questi autori, della loro creatività e delle loro originali ed irrepetibili (a meno che si tratti di un plagio) opere.

Parafrasando ancora un’altra volta la Selasi, si può dire che i critici selettivi tendono a liquidare le complessità culturali e personali degli scrittori non-mardre-lingua come sintomi d’esotismo o di primitivismo tribale; insomma un modo di dire graeco non legitur.

 E l’uomo inventò il ritorno

Non è il ritorno in sé, o la partenza: quando uno se ne va, che costituisce l’evento, ma è quel che succede prima, durante o dopo l’assenza o la comparsa, e che sarà comunque motivato da altri eventi concomitanti.

“In una vecchia e squallida casa nel nord di Londra vive una famiglia di uomini: Max, anziano ma ancora aggressivo patriarca, suo fratello Sam, più giovane inefficace, e due dei tre figli di Max, nessuno dei quali è sposato – Lenny, un po’ ruffiano, e Joey, che sogna di avere successo come pugile. In questa sinistra dimora arriva il figlio maggiore, Teddy, che, dopo aver trascorso gli ultimi sei anni ad insegnare filosofia in America, torna con la moglie, Ruth, a casa a trovare la famiglia che lei non conosce ancora e a presentargliela. Come il gioco progredisce, i fratelli più giovani fanno passi sempre più oltraggiosi nei confronti della cognata finché non sono arrivati praticamente a fare l’amore con lei davanti al marito stordito ma stranamente distaccato.” (34)

La vita, nella più piccola comunità costituita o costituibile, come ad esempio la famiglia di Max qui citata, dipinta da Harold Pinter in Backhome, non si riduce alle faccende di un suo membro ritornato dopo un’assenza più o meno lunga, ma è affare di tutti gli altri membri della sua famiglia: ognuno a partire da sé vi contribuisce… ed è così: perché il ritorno è un passo in avanti nella vita, anche se il termine contraddice o tradisce il fatto.

Detto questo, non si capisce poi perché il ritorno dell’immigrato inglese riesce appena a destare l’interesse della sua famiglia (sarebbe meglio dire: la bella moglie desta l’interesse sessuale nei giovani fratelli del marito), mentre il ritorno di un immigrato terzomondano debba sempre coinvolgere non solo la sua famiglia o i suoi amici, ma tutta la sua comunità che è a volte, come nel caso del mussulmano, di dimensioni intercontinentali!!!

Il ritorno è sì un ritorno, che si svolge però in altre dimensioni, parallele, ma mai le stesse. Il ritorno è simile al ritorno di un oggetto mobile che si sposta a spirale, cui il senso può anche, a un certo momento del suo moto, confondersi con quello di un movimento già avvenuto; ma mai questo ritorno sarà una replica identica, una seconda vita di quel percorso remoto e finito… perché il nuovo percorso si svolge in un modo inedito su altri piani, originali, inediti.

Questo ritorno impossibile lo dimostra, forse meglio di qualsiasi altra opera, l’opera di Kafka dove “non c’è viaggio che per non arrivare” come lo dice Georges-Arthur Goldsmith  (35)

E poi, secondo lo stesso Goldsmith, “Andare altrove è farne un qui.” (36)

La persona non è più la stessa, i luoghi, le persone, il linguaggio, gli affetti, i tempi …  e persino il senso della vita e delle cose non sono più gli stessi. Prima erano cose, ora sono altre cose.

Il ritorno, da questo punto di vista, non è un ritorno nel tempo, reale, come se si trattasse di un libro già letto che consultiamo scoprendo ogni volta gli stessi personaggi affaccendati nelle loro stesse vicende.

Il ritorno è mito: assomiglia quindi a un nuovo seme, un nuovo paradigma di vivere e di significare il mondo per l’individuo e per il gruppo, com’è stata la partenza.

Credere in un ritorno vero è come supporre che ci possano essere delle realtà, individui o gruppi, refrattarie al passaggio del tempo, cioè alla corruzione del movimento che non risparmia proprio nulla, dalla più infinitesimale particella dell’atomo fino alle masse cosmiche delle galassie.

Detto questo, è un tratto tipico della mente umana immaginare, per puro scopo euristico o ludico, conscio o inconscio, altri mondi ed altre dimensioni dell’esistenza che rimangono tuttavia fondamentalmente impossibili, se non sotto forma di immagini, appunto, di mere speculazioni…

A questo punto non è tanto il cambiamento o non cambiamento che possono spiegare l’armonia o la disarmonia del migrante (ritornato) col suo gruppo quanto è in quale modo questo cambiamento avviene.

Il ritorno, se esiste – ed esiste poiché l’abbiamo inventato – è un mito fra tanti altri fertilizzanti culturali di cui la vita non può mai privare i suoi figli.

E se gli scrittori che hanno in più un’esperienza migrazionale sembrano fissati su tematiche tipiche della natura della loro condizione esistenziale attuale è perché si sentono scrittori impegnati. Insistere sulle problematiche della condizione della loro migrazione significa insistere su un tratto della loro vita attuale. Ma la loro vita non si riduce a quella attuale.

Il loro scopo non è testimoniare delle difficoltà della loro vita – chiedendo magari mercé e pietà (anche se l’editoria e i critici selettivi premono in quel senso) – ma è quello di cercare di prendere coscienza tramite la loro arte per portare avanti i loro progetti esistenziali. Del resto avrebbero fatto la stessa cosa se fossero rimasti nel proprio paese fra la propria gente, nella giungla o su Marte. Il loro impegno è sempre un impegno socio-politico e culturale in veste estetica.

E allora il critico letterario ha il dovere morale e soprattutto intellettuale di guardare non il dito che indica l’impegno ma l’impegno stesso. Cambi la condizione di vita a questo scrittore migrante e vedrai che cambiandogli la causa della sua lotta, la lotta in sé rimane, non cambia d’aspetto.

Ecco, la lotta, l’impegno, la coscienza, l’aspirazione alla libertà, alla dignità e alla dolce vita sono elementi che costituiscono la poetica di ogni scrittore. La sua migrazionalità è proprio secondaria poiché non è in realtà che un incidente di percorso, uno fra le miriadi dei particolari che costituiscono la sua essenza d’uomo.

Ridurlo al solo fatto d’essere un immigrato è disumanizzarlo: la sua umanità consiste nella sua originalità mentre quella riduzione lo affoga nella anonimità.

La sua umanità consiste nel suo individualismo, mentre quella riduzione lo affoga nel gregge.
La sua umanità consiste nello scegliere una sua comunità a cui egli aderisce con libertà, mentre quella riduzione tende ad escluderlo dal gruppo di sua scelta, imponendogliene un altro.

La sua umanità consiste nel dare la sua versione del mondo come va, come lui lo vede o pensa che vada, mentre quella riduzione lo costringe a fare il portavoce dei luoghi comuni, dei vari conformismi e delle scadute verità entomologiche dello sciame d’insetti a cui appartiene

“Il ritorno – come dice Salah Metnani riportato ne La ferita di Odisseo – è in realtà una nuova tappa in avanti, … anzi non c’è mai un ritorno.” (37)
Dante non diceva altro nel suo canto su Ulisse. Il suo canto sembra dirci che il ritorno non è un ritorno ma un passo in avanti e in più nella vita.

Infatti il vero senso della vita è quello di andare sempre avanti, anche perché non si ha alcuna scelta. Forse è per rimediare a una tale dolorosa verità che l’uomo s’inventò il ritorno, le varie età d’oro, il paradiso perduto, l’illusorio tempo ritrovato…

Il ritorno è un mito non di più: esso fa pensare al passeggero che risale il corridoio di un treno in marcia nella speranza di ritornare alla stazione di partenza.

Il ritorno di chi non è mai partito

Se c’è per assurdo un ritorno, ciò significa che non ci sia stata nessuna partenza, ovverosia il viaggiatore crede, con il suo spostamento nella geografia, che sia anche ritornato indietro a livello psicologico… mentre è sempre un’esperienza nuova che egli fa anche se la chiama ritorno.

Certo le novità vengono modellate secondo la nostra misura, i nostri gusti e il senso che noi diamo a queste stesse novità che entreranno a fare parte della nostra sensibilità accresciuta e saranno sempre carne della nostra carne.

Di questa impossibile staticità dell’essere, lo scrittore parigino Pierre Fréha rende meglio l’idea quando dice “Io non apprezzo tornare nello stesso posto due volte, come leggere lo stesso libro non mi entusiasma, soprattutto se mi è piaciuto.” (38)

Ciò che ci attira e che ci sembra essere una nostra metamorfosi, si manifesta quando la necessità di cambiamento è tirannica, cioè la prima volta. Ma una volta il veni, vidi, vici sia consumato, non ci resta alcun bisogno particolare di tornarvi. Vale a dire non è più possibile rifare il bagno nelle stesse acque di una… cascata.
Essendo, la vita, solo partenza (forse solo la morte è il vero ritorno), il ritorno non può esserci… anche perché, come dice ancora il globe-trotter Pierre Fréha “Io sono un turista, diavolo… Con il loro statuto di Yabanci [straniero in turco] che mi appiccicano, non devo più pensare di diventare uno di loro, di fare come se stessi vivendo a casa mia. È casa loro…” (39)

Amareggiato, intanto M. Fréha ritorna da dove non è mai partito, cioè rimane lì, fermo nella sua ebraicità algero-francese: non parte per la islamo-Turchia. Cerca di trovare nella sua disgrazia una consolazione “Sono lieto di essere un estraneo… L’esasperazione che mi danno le norme turche in materia di statuto degli stranieri […] ha avuto ragione dei miei sforzi sinceri di integrazione.” (40)

E finisce per rassegnarsi che ognuno di loro è ben arroccato nel proprio mondo, ognuno rimane a fare parte integrante del proprio vecchio mondo. Nessuno ritorna perché nessuno parte.

Quindi più che di partenza e ritorno, sarebbe forse meglio parlare di disponibilità e diffidenza.

Quanto al ritorno di uno che non è mai partito, nemmeno fisicamente, io ci vedo un mero esotismo, se non una pretesa o uno scherzo…

Dove può ritornare una Igiaba Scego “nata in Italia” se non ha mai conosciuto in vita sua la Somalia, il luogo del suo presunto ritorno?

E che dire del presunto ritorno di quest’altra scrittrice, Gabriella Ghermandi?

Il suo, sarebbe stato un ritorno autentico se non fosse stato dirottato per l’usurpazione di un’identità (un’appartenenza biologica) che non poteva essere sua, perché la Ghermandi è, da parte del padre, di sangue e di cultura italiani; da parte della madre è di sangue e di cultura etiope-italiani, come lo afferma questo tratto della sua biografia.

Da “Enciclopedia de Estudios Afroeuropeos”

She was born in Addis Ababa… to an Italian father and a mixed-race Ethiopian mother…
In a 2005 interview with Ubax Cristina Ali Farah, she described her earliest ‘racial’ and cultural perception thus: “My mother brought me up as a white person, hence enjoying privileges which were denied to other [Ethiopian] children. […] As a child, my mother suffered her being of mixed-race. The [Italian] nuns educated her as if she was white, while people in the community excluded her for being ‘white’…” (41)

Se le sue esibizioni teatrali vengono considerate per quelle che sono – cioè un’aderenza basata su una scelta libera e ricercata, come si sceglie di fare musica rock, o di praticare yoga, di ripercorrere la parte, un terzo, del suo retaggio culturale etiope – allora in quest’ottica, la sua arte evita l’esotismo e diventa autentica.
Ma se lei pretende invece un ritorno ad una cultura, che forse non aveva mai condiviso pienamente col popolo etiope, allora la sua arte non può essere che un esercizio di esotismo.
E se lei si ostina a crederci, sarà o ingenua o romantica o comunque romanticamente ingannata; altrimenti non si sarebbe rassegnata di fronte al fatto di essere rifiutata, pur gentilmente, dagli italiani di souche, a causa del terzo della sua impurità biologica.

Nel mio articolo, Isbn e passaporto pubblicato sulla rivista El Ghibli (42), avevo fatto l’ipotesi che la passività di fronte a un tale inganno e auto-inganno dell’autore può nascondere una specie di furbo opportunismo: pur di sfuggire all’umiliazione insostenibile dell’esclusione, gli autori figli di coppie miste o di quelli detti di seconda generazione si vestono da immigrati…
È una tristezza, ed è il minimo che possiamo dire.

Il ricatto

Ai figli di famiglie miste o a quelle persone chiamate “di seconda generazione”, non viene riconosciuto né culturalmente né editorialmente una piena appartenenza alla cultura italiana. E spesso loro stessi sembrano aderire, beatamente o per impotenza, a quest’esclusione, quando accettano culture estranee presunte originarie pur di non privarsi di un’identità…

Non è esclusione ficcare una Scego o una Ghermandi, cittadine italiane a tutti gli effetti, con passaporto e tutti i diritti, almeno sulla carta, nel limbo degli stranieri, quando consideriamo straniera la loro letteratura e quando le obblighiamo, via l’editoria, ad assumere il frutto del loro peccato originale, quello di non essere state di puro sangue italiano?

D’altronde – e qui aggiungo un’altra ipotesi – queste vittime sono costrette a fare buon viso a questo trattamento da apartheid: o accettano la loro fasulla condizione di migranti – e avranno – un luccichio, il minimo possibile, di apparenza nella vita spirituale e culturale del paese ospitante, oppure rifiutano e non avranno che la morte nell’anonimato totale.

Ecco perché sembra che gli “scrittori, i poeti della migrazione, salvo eccezioni, non manifesta[i]no il desiderio di un’altra identità, dopo averne perduta una a causa della necessità di partire. E sembrano vivere fino in fondo la situazione di assenza di una identità.” (43)

Alcuni ancora, pure Ben-Jelloun e Amin Maalouf tra altri esempi, hanno dovuto rinunciare addirittura a tutto ciò che li rende impuri, faccendoni francesi, ma nonostante questo loro buon proposito, in buona fede, l’altra parte, la gente del primo mondo che li ospita, non li accetta nel suo olimpo bramato, ricercato e implorato.

Come può questa parte, la Francia, accettarli, se non accetta nemmeno le sue discendenze di sangue che continuano ad essere tacciati da immigrati di generazione 1, 2, 3,… N?

Sembra che i terzomondani, immigrati in un paese del primo mondo, siano condannati a generare saecula saeculorum la stirpe degli immigrati. È per questo che continuiamo a sentir parlare di seconda generazione, terza, quarta e via discorrendo.

Dignità e territorio

Detto questo, aggiungo che un’identità non si perde nella situazione di spostamento o di cambiamento di domicilio; semmai essa viene arricchita dai flussi delle nuove esperienze esistenziali come l’apprendimento di altre lingue e di altri modi di vivere e di percepire. Esperienze  che tuttavia costituiscono una parte piccola, infima, infinitesimale, rispetto alle altre esperienze che la persona nella sua dimensione cosmica acquisisce in ogni istante della sua vita, di giorno come di notte, grazie alle illimitate forze di immaginazione, di memorie personali, ancestrali e biologiche, grazie ai sogni e ai poteri della creatività e della meditazione…

Quindi non è la letteratura, ma sono le forze centrifughe dell’esclusione che paradossalmente “stanno forse faticosamente affermando che la libertà dell’uomo [un certo uomo, l’immigrato del Terzo Mondo, guarda caso] non consiste nel suo rapporto con il territorio, ma proprio nella liberazione da questo rapporto.” (44)

E chi ha detto che la libertà sia segno di mancanza di radici? Metafora per metafora, si può dire che l’albero non può vivere senza radici?

A questo punto gli uomini ebbri di libertà non hanno niente da invidiare al popolo rom, per la sua cosiddetta libertà leggendaria: la terribile condizione di vita di questo popolo non trova più niente di simile, nemmeno nel mondo dei cani. Nessuno può né ha il diritto di negare che i rom vivono l’inferno, ovunque si trovino.

E perché i rom sono dannati?

Perché, semplicemente, essi non hanno un territorio, come dicono gli etologi. Nel “Parlamento degli istinti”, come lo chiamava l’etologo Konrad Lorenz, il possesso di un territorio è un deputato/istinto molto importante, indispensabile, che ha il potere di veto. Se la voce di questo istinto non viene riconosciuta e la sua richiesta non soddisfatta, tutte le altre deliberazioni scadono…

Nei fatti della loro vita i rom sono considerati come dei parassiti e continuano perciò ad essere trattati come le pulci dei cani delle grandi e poveri metropoli del Terzo Mondo.

E non sarà certo la perfida poesiola di qualche incosciente romantico o la vue d’esprit di qualche cinico stratega, confiscatore dei territori dei popoli vinti, che riesce a convincere le menti lucidi della fandonia di dissociare il fatto d’essere libero da quello di possedere un territorio…

La lunga storia degli ebrei – che si confonde con le infinite persecuzioni e umiliazioni – e l’esito felice di aver ritrovato una terra loro ci insegnano che chi non ha terra e sovranità su quella terra, semplicemente non ha dignità né diritto alla dignità.

Detto questo non intendo confondere il radicamento nel territorio con un nazionalismo sciovinista generatore di odio e di guerre.

Un altro esempio storico: Eretz Yisrael

Dopo l’affare Dreyfus, Theodor Herzl, giornalista e fondatore del sionismo, scrisse: “Se persino la Francia dei Lumi vuole la morte degli ebrei, allora dobbiamo avere una terra per noi. Uno stato di cui saremo i padroni.” (45)

Quando gli ebrei venivano maltrattati dai loro “ospiti” attraverso la storia, loro subivano e basta. Certo non sempre senza resistenza, ma comunque subivano per il semplice motivo, una necessità assoluta, che non avevano una loro terra che li proteggesse…

Anche qui, come nel caso dei rom, per cui i furbi e i romantici hanno inventato un’illusione di dignità, si è inventato per gli ebrei il loro genio tipico e l’arte straordinaria, per non dire sovraumana, di cavarsela per fare loro dimenticare la tragedia d’essere dei precari storici… un tale inno al genio degli ebrei è sfociato poi negli infamanti protocolli di Sion e l’immagine dell’ebreo malefico e cospiratore a cui i pogrom zaristi e più tardi i fascio-nazisti avevano cercato di trovare la soluzione… finale!

Adesso gli ebrei della diaspora non dovranno più fuggire i Torquemada dei cattolici spagnoli per buttarsi nelle braccia di quelli ottomani islamici, perché lo stato di Israele è là che li difende, se vogliono rimanere là dove sono… e se non vogliono subire, seppur il minimo sguardo antisemita, lo stesso stato gli garantisce un’accoglienza dignitosa nella terra degli ebrei… cosa che i rom non se la possono nemmeno sognare, almeno per ora…

I popoli a cui i colonizzatori hanno usurpato la sovranità sulla propria terra, hanno vissuto un identico stato di umiliazione e di sofferenza tragiche… l’Algeria e gli algerini ne sanno qualcosa: si ricordano quando preferivano mangiare l’erba e dormire su letti di spine alla feroce oppressione dei coloni francesi…

I rom, e tutti i popoli che potranno cadere nelle stesse condizioni dei rom, sono l’emblema di una vita e di una dignità impossibili.

Non bisogna confondere l’identità, che è un fatto culturale mutevole come muta la forma di un albero a seconda delle spinte biologiche di crescita e degli elementi di cui si nutre, con il fatto di non avere un territorio.

Un territorio ha di culturale solo l’aspetto ma la sostanza è biologica, come ci insegna la scienza etologica: il possesso e la difesa di un territorio è una necessità biologica, di sopravvivenza, per il topo, per i cani, per gli uccelli, per gli insetti, per i germi, i primati e ovviamente per il capostipite di tutte queste bestie, l’uomo… non c’è smentita che tenga.

Quanto al compito politico che l’autore de La ferita di Odisseo assegna alla letteratura della migrazione, mi sembra un compito a dire poco incongruente. Personalmente, una tale conclusione non la capisco.

Perché poi questo ruolo politico incombe sulla sola letteratura della migrazione? Sarà una sorta di fai da te, cioè prima che ti spogli io dalla tua terra è meglio che lo faccia tu? È questo?

È chiaro che l’intento dell’autore era quello di attribuire un ruolo di avanguardia a una letteratura così sciagurata, pensando di trovarle un grande impegno a cui la letteratura classica o le letterature nazionali non hanno pensato o non sanno pensare ancora.

Però, così come è stato formulato questo ruolo, la letteratura diventa uno strumento che cade a fagiolo per aiutare i predatori colonizzatori a riappropriarsi delle loro colonie perdute.

Predatori che non aspettano che questo tipo di “abiure” per rientrare nel pieno diritto di possedere i territori degli altri, senza bisogno né alcun disturbo di dover muovere guerre infinite di distruzione e di sterminio per raggiungere tale fine. 

Dell’editing

L’omologazione non si ferma a questa messa in un sacco unico delle varie sensibilità provenienti da varie realtà culturali e storico-geografiche, ma essa si estende all’intento perverso da parte di certe case editrici di spingere l’esclusione fino alle sue estreme conseguenze, nel nome di preservare le specificità culturali e linguistiche degli autori stranieri, quando fanno sì che la lingua non venga nemmeno corretta nei minimi suoi errori, dando idea così che lo scrittore migrante sia un deficiente, un essere agrammatico, mentre l’uomo – come lo definiva il Nobel messicano, Octavio Paz – è per essenza una scimmia grammatica.

“La presenza dei refusi in questo libro – afferma l’Editor Claudio Maria Messina – dipende da una precisa scelta editoriale. La lingua del testo è in effetti la lingua del protagonista…” (46)

E nella quarta di pagina, l’editor ribadisce il suo concetto chiarificando cosa intende per protagonista “Ed è anche per questo che ho voluto che la redazione non toccasse di una virgola il traballante e affascinante italiano del dottor Kamsu.”

Se una tale passività nei confronti della lingua di Dante fosse avvenuta nel campo di un’indagine  sociologica o psicolinguistica per studiare, mettiamo, l’apprendimento della lingua italiana da parte di un adulto straniero e seguirne l’evoluzione e i suoi impatti, felici o meno, sulla vita del protagonista o su quella della comunità linguistica ospitante, allora una tale scelta editoriale rimarrebbe giustificabile, anzi auspicabile…

O se un tale morbo logico-linguistico fosse stato voluto dall’autore stesso per sua scelta, l’avremmo accettato nostro malgrado non come morbo o perversione dovuti all’incapacità o alla deficienza dell’autore, ma come una sua originalità; basta che l’autore lo faccia con coscienza, e la sua distorsione della lingua diventa gusto e, in quanto tale, non sarà più discutibile. Anzi quella sua distorsione della lingua diventa una regola di quella stessa lingua.

Ma per uno straniero – a una data tappa dell’apprendimento della “sua” nuova lingua – scrivere un romanzo nella lingua che si possiede, significa fornire materia prima per edificare (mi permetto di usare una terminologia industriale o meglio poetica, da poesis) contando sulla complicità positiva dei critici e degli editor.

Detto questo, ricordo che se scriviamo in una data lingua, non è certo perché vogliamo essere assimilati, cosa a cui è impossibile credere, a meno di essere ipocriti, ma perché vogliamo parlare al pubblico di quella lingua nella sua lingua; anche perché il buon senso raccomanda sia agli italiani sia ai loro ospiti stranieri di usare l’italiano come lingua comune: tutti, autoctoni e stranieri, possono imparare una lingua, ma non possono ognuno di loro imparare tutte le lingue del centinaio di comunità che si trovano in Italia.

Ma che una tale violazione della lingua avvenga nell’intento di creare un esotismo da dare in pasto al pubblico italiano assetato di spettacolarizzazione e annoiatosi dalla sua ormai decadente(?!) letteratura, rimane comunque un fatto ridicolo, inammissibile.

Creare l’esotismo?

Sì, è possibile quando i critici selettivi insistono, nelle loro recensioni delle opere dette migranti, sulle stravaganze degli autori e sulle stranezze delle loro culture non occidentali.

È possibile creare esotismo quando ad esempio le case editrici esigono, intervenendo a volte manu militari nel corpus del manoscritto, ed ottengono la presenza di indizi esotici: gesti, rituali, scene, espressioni, suoni, nomi dei personaggi… e l’autore si scopre, come per incanto, animista, oralista, tribale, machista, guerrafondaio, integralista, prelogico, a-scettico, irrazionale…

Ad un saluto normale che avevo riportato in Fiamme in paradiso (47), l’editor aveva preferito un gesto che si faceva una volta in Algeria (in una piccola zona poi!), che persino mio padre già ai suoi tempi non usava più…

Non solo, la parte cassata del mio romanzo Fiamme in paradiso, più di un terzo, non era stata ridotta o trasformata, come afferma Taddeo (48), ma tolta proprio perché – mi spiegava l’editor – gli italiani non sono interessati a sapere cosa succede in Algeria. Quella parte infatti descriveva il protagonista quando viveva in Algeria e quando era cominciata a nascere nella sua testa l’idea di intraprendere il suo viaggio.

Gli autori cedono, per impotenza o per opportunismo, a queste pressioni editoriali, vere e proprie forme di ricatto: si sa che l’autore scrive prima di tutto per essere pubblicato.

“Investiamo nel tuo libro e decidiamo noi come si vende meglio” aveva detto testualmente un editore di Milano alla scrittrice Fatima Ahmed (49) 

Definizione del termine immigrati

Chi sono questi immigrati che producono questa letteratura detta della migrazione?

Si sa e si dà per scontato che tutti sanno di chi si tratta. Da qui deriva l’inutilità, secondo i critici specialisti, unico pubblico e consumatore di questa letteratura, di soffermarsi su una definizione seria del soggetto.

Spesso questi esperti riducono la multidimensionalità caratteristica e ontologica dell’uomo – da loro chiamato lo scrittore migrante – all’unico aspetto contingente, per la persona migrante, di trovarsi in Italia con un visto regolare e, nel caso felice, con un permesso di soggiorno.

Ovviamente questa persona è scapata dalla miseria o da qualche guerra, approdata nella miseria della clandestinità, dotata di un niente di ché della lingua italiana, desiderosa pazza di denunciare la propria miseria, di piangere la sua sorte, di testimoniare, di chiedere elemosina e pietà e magari anche ingrata perché alla minima insoddisfazione non esita a sputare nel piatto in cui sta mangiando… insomma questa persona è capace di tutto tranne l’arte di scrivere romanzi o poesia; arte che gli sta lontana anni luce.

La precarietà delle persone in questo caso costituisce l’alfa e l’omega di una tale definizione: un essere esposto a delle miserie che, se non vengono arginate, portano necessariamente la persona alla delinquenza se non addirittura alla follia.

Ridotti alla condizione di homo precarius, la percezione della loro vita sarà sempre tinta di quel ethos. E di conseguenza ogni loro discorso sarà tinto anch’esso comunque di precarietà, cioè la loro arte non sarà mai nient’altro che l’espressione a-sublime di questa precarietà: lamentele, piagnucolerie e varie esasperanti geremiadi.

E così dalle analisi, che si presumono letterarie, delle loro opere traspaiono soltanto tematiche che hanno a che fare con questa lacrimarum vallis quali: la nostalgia, la superstizione, la povertà, la fuga dalla guerra, il soffocamento sotto le dittature, la ricerca del banchetto imbandito nei paesi occidentali, l’ingratitudine, l’emarginazione, il fanatismo e il razzismo dei paesi accoglienti…

Precarietà quindi.

E poi Immigrati è un termine che fa molto comodo alle menti disprezzanti e pigre dei cosiddetti esperti, poiché esso permette di amalgamare realtà infinite, tutte diverse le une dalle altre, contrastanti, impermeabili ed ostili tra di loro…

Infatti cosa ha in comune un curdo con le varie etnie che popolano le Americhe, il subcontinente indiano, l’Australia, la Cina o l’Africa?

Poco o nulla se escludiamo la biologia e qualche tratto o abitudine macroculturali ed antropologici ormai diffusi in tutto il pianeta come sorseggiare la coca-cola, fumare Marlboro, guidare una macchina o maneggiare un telefonino cellulare.

Eppure questi esperti, assassini della dignità e della libertà dell’individuo, usano delle analisi prêt-à-porter, luoghi comuni e pregiudizi razziali accumulati durante secoli interi, e le applicano come una vernice su tutte queste realtà facendoci credere che tutti gli immigrati presenti in Italia appartengano alla stessa entità etnica poiché tutti hanno lo stesso colore, la precarietà, e lo stesso documento d’identità, il permesso di soggiorno.

Una mistificazione che s’ignora!

L’ormai famoso Concorso “Ex&tra” aveva dato indirettamente e, devo dire, senza volerlo, quasi a sua insaputa, la definizione più chiara ma anche più umiliante dell’immigrato quando aveva aperto il suo bando ai soli stranieri provenienti dal Terzo Mondo, escludendone gli altri stranieri che fanno parte del cosiddetto primo mondo.

Ecco cosa vuol dire immigrato: un’entità non solo precaria ed anonima ma che deve essere/apparire e rimanere soprattutto tale.

Quindi gli immigrati in Italia sono quelle persone che riconosciamo indistintamente come uguali ed identiche perché subiscono, seppur solo in apparenza, le stesse pressioni dalla società di adozione: lingua, documento d’identità, spaghetti o pizza, luogo di vita, ritmo di lavoro, o di marginalità…

Ma la cosa assurda è che si dimentica che anche gli autoctoni subiscono le stesse pressioni, se escludiamo il documento d’identità,… allora, perché gli italiani e gli altri stranieri del primo mondo non vengono chiamati immigrati?

Passi per gli italiani che non hanno fatto nessun viaggio per trovarsi in Italia, ma un francese, un americano, un olandese… hanno pure loro varcato le frontiere per trovarsi in Italia, no?

E anche se il problema linguistico può fungere da elemento distintivo della scrittura dello straniero, non si capisce perché viene usato solo nei confronti degli stranieri provenienti dal Terzo Mondo: si pensi a questi “esperti” francesi, tedeschi, inglesi e allo stesso giornalista George Freedman chiamati a parlare nelle tv italiane, spesso si rivelano incapaci di pronunciare certi suoni e certe parole italiane e comunque storpiano la lingua italiana ogni volta che aprono la bocca, anche se passano una vita a vivere e lavorare in Italia e a rivolgersi esclusivamente a un pubblico italiano…

Gli immigrati – quelli della letteratura – sono individui, umani, sistemi di vita infinitamente complessi e diversi gli uni dagli altri… perché negare loro questa infinita ricchezza, queste differenze abissali e queste originalità inconfondibili?

E poi alcuni fra di loro, quando arrivano qui, sono già fatti. Il che, in sé, smentisce la tendenza dei critici selettivi quando, arrampicandosi sui vetri, cercano di farci credere che la migrazione definisca gli scrittori migranti, come gli scrittori migranti stessi definiscono la migrazione!

Nel nome della teoria delle forme, gli immigrati non possono essere dei contenitori passivi, ma sono delle entità libere, capaci di cercare le informazioni attivamente, trattarle, selezionarle e scegliere quelle funzionali alla loro esigenza esistenziale, specifica ad ogni individuo, rigorosamente irriducibile all’esperienza di vita di un altro, fosse esso un parente o un clono, poi adattarle, scambiarle e soprattutto consumarle, criticandole e decostruendole secondo gli strumenti mentali che ogni singolo scrittore possiede in maniera strettamente personale, non condivisa con nessun altro.

L’immigrato in questo senso non è un sasso che buttiamo in una pozzanghera e che crea per qualche istante una ondulazione dell’acqua poi sta lì a dormire per l’eternità; né la società accogliente sia una superficie serena e indifferente o insensibile al sassolino.

A modo suo l’immigrato, entrando in contatto con la nuova città, la deforma per ricrearla alla propria immagine; e da parte sua la società, cioè le persone e le loro narrazioni che la presenza dell’intruso punge, eccita o contamina, lo trasforma in modo tale da poterlo, se non adottare, almeno tollerare. 

De L’occidentalista (50)

Più mi addentravo nella lettura de La ferita di Odisseo (51), più mi convincevo che il mio romanzo, L’occidentalista, si sarebbe potuto prestare perfettamente come modello di esemplificazione della nozione del ritorno nella letteratura.

Infatti è un romanzo sul ritorno, impossibile ovviamente: fin dal primo capitolo già siamo in presenza del protagonista, Samir, alias lo spettro, che forza le leggi della gravità e di ogni logica per tornare in un luogo, dove è stato sempre incontestabilmente di casa.

Samir muore in terra straniera e rimane sospeso in una specie di limbo nel regno dei morti. L’unico modo di porre fine a quell’erranza cosmica insostenibile è essere seppellito nella propria terra.

Ecco perché è ancora in contatto con la vita e i vivi. Intanto cerca di rivisitare i luoghi, a lui familiari e cari, e di raccontare le vicende della sua vita terrena i cui elementi costitutivi si trovano sparsi nella memoria di quei luoghi e di quei personaggi.

Con la luce della coscienza Samir desume la sua memoria radunandone i pezzi vissuti ora in questo luogo con questo personaggio, ora in quel non-luogo con nessuno che è la vita dei sogni e dei ricordi; egli la unifica insomma in una narrazione, dandole una forma e un senso.

Il personaggio è tornato dall’aldilà, tornato per modo di dire perché il vero e unico ritorno, l’abbiamo già detto, è la morte totale. Perciò finché l’essere continua a vivere, anche se va e torna, la vita continua a procedere sempre in avanti, sempre nuova e rinnovata.

Se il ritorno nel primo capitolo è stato appena accennato con uno sbattimento fracassante della finestra dell’aula dove si svolge il processo dell’amata giudicata per stregoneria, nel resto dei capitoli Samir continua a ritornare. Ritorna per raccontare ogni volta nuovi episodi della sua vita vissuta, nuovi episodi di queste storie dell’aldilà al giudice per torturarlo. Così Samir riesce a rendere giustizia alla sua amata.

Il fatto stesso di vedere ritornare i morti ci spaventa scandalosamente… se poi questi rivenenti si mettono a sedere vicino a noi per raccontarci ogni sera nella nostra solitudine storie dell’aldilà, costituisce il colmo del terrore.

Infine, nell’ultimo capitolo, viene descritto il viaggio di ritorno e questa volta Samir intende dare il colpo di grazia al giudice e raggiungere il suo giaciglio eterno nella propria terra vicino a quello di sua madre… un desiderio che la stessa amata, Adra, avrà contribuito a realizzare… ma a proprio danno. Un ritorno, va detto, fantasmagorico, di stampo psicoanalitico…

Certo Samir è talmente cambiato che questa sua trasformazione può essere vista come una profanazione della sacralità dei costumi del paese ma non così estesa da sconvolgere la vita di un’intera comunità. Non si sa poi perché le vicende di un’anima così microscopica possa coinvolgere tutto il cosmo.

Samir è cambiato ma non per il fatto d’essere partito o d’essere ritornato: non c’è bisogno di fare un viaggio effettivo per cambiare, perché noi cambiamo comunque per il solo fatto di vivere. Il caso di Adra, che non si è spostata, lo dimostra: infatti lei è cambiata e, cambiando, può anche darsi che abbia infranto qualche legge della comunità. Ma è una cosa banale, di tutti i giorni, di tutta l’umanità, di tutto l’universo…

Perché poi uccidi i figli tuoi?

Il filosofo Karl Krauss disse un giorno “A Vienna esistono 250,000 abitanti (lui dava un numero preciso) ed io”.

Una tale affermazione intende distinguere bene l’individuo dalla comunità in cui egli vive. Ma vuole anche dire che ogni individuo può dire la stessa cosa, il che significa che individuo e comunità sono due paradigmi per parlare di una stessa realtà, l’uomo.

Individuo e comunità sono due dimensioni fondamentali dell’essere uomo. Bisogna precisare che la comunità è come il territorio di cui parlano gli etologi: labile. Se per un individuo la vita senza territorio è impossibile e assurda, così sarà anche essa senza comunità. Dovunque l’uomo si trovi, si dà subito da fare, istintivamente, per assicurarsi un territorio e una comunità.

Perché poi inganni i figli tuoi? si scandalizzava Leopardi, e noi, parafrasandolo, diremo: O comunità perché poi uccidi i figli tuoi?

Infatti perché la comunità tende ed accetta volentieri di sacrificare i suoi membri?

Il gruppo ha le sue leggi ed è anche pigro: non accetta il cambiamento facilmente… e se si trova nella necessità di farlo, esso cambia ma a condizione che tutti i suoi membri cambino, diversamente non permette a nessuno di prendersi nessuna libertà e di superarlo o prevaricarlo. È per questo che l’individuo viene sempre penalizzato e il gruppo minacciato…

Sulle alture della cittadina alpina di Pejo esiste una specie di infermeria per gli animali selvatici in difficoltà raccolti e curati dagli addetti del parco.

Un giovane “ranger” ci ha chiesto di non toccare mai i cuccioli e ci ha spiegato che, ad esempio, mamma capriola riconosce il suo piccolo dall’odore. Quindi se per caso capita che qualcuno lo tocchi, questo odore viene contaminato e il cucciolo diventa irrimediabilmente irriconoscibile dalla mamma, come se non fosse più il proprio figlio. Lei lo abbandona e lui finisce necessariamente per perire.

Il gruppo è una struttura organica, fisiologica, viva ed autonoma – cos’è l’organismo vivente, ogni organismo pluricellulare, se non un gruppo piccolo o grande di cellule? – e in quanto tale ha un suo equilibrio. Un equilibrio faticosamente guadagnato durante la lunga storia della costituzione del gruppo e faticosamente preservato e difeso contro le incessanti minacce interne ed esterne di disintegrazione.

La vita di ogni essere vivente ha bisogno, per attuarsi e prosperare, di riferimenti precisi ed inequivocabili e di un punto d’appoggio saldo. Ed è forse così e per questo motivo che gli individui hanno inventato il gruppo, atto a garantire loro la serenità e la sicurezza necessarie perché possano svolgere la loro vita.

Il gruppo non può, per economia energetica, chiamare al cambiamento l’intera comunità perché un compito del genere rischia di fargli perdere la sua funzione di habitat per la detta comunità. E se perde quella funzione, esso rischia di perire e periranno anche gli individui che ne fanno parte.

E poi, anche volendo, il gruppo non ha le forze necessarie né i metodi “indolori” per poter cambiare tutti i membri della comunità; per adeguarli cioè tutti quanti in un breve lasso di tempo e ad ogni momento, a caso, ogni volta che un membro esige un cambiamento.

Infine il gruppo non può cambiare se non si assicura che il cambiamento gli porti più benefici che danni… e nessuno può garantirgli questo, anche perché non tutti i membri sono preparati, consci o convinti della necessità del cambiamento. In altri parole le forze dell’inerzia hanno il sopravvento in ogni aggregazione o organizzazione di massa.

Quindi è più facile e conveniente che sia l’individuo ad adeguarsi alla legge del numero che il gruppo alla legge del singolo.

Solo una personalità forte, che può fare da modello e da emulo per i membri del gruppo, può essere delegata dal gruppo al compito di chiamare al cambiamento e di procedere a questo cambiamento… Ed è già la nascita del leader, del capo, insomma dell’eroe.

L’eroe, a proposito, anche se è un grano raro, può emergere inesorabilmente dal gregge e dall’anonimato ogni volta che il gruppo gliene dà incarico; l’incarico di esprimere il volere e il disegno latenti ma pressanti del gruppo e per condurre la realizzazione di quel volere generale e l’attuazione di quel disegno.

Questo via al cambiamento avviene soltanto quando il gruppo è pronto, quando la voglia di cambiare vecchie e ormai obsolete regole diventa necessità sentita a tutti i livelli della comunità.

È la stessa logica che prevale col tracciare le frontiere nel caso di una xenofobia pronunciata. Anche lì il gruppo non fa che difendersi e difendere la comunità che esso titola e custodisce, non da una minaccia interna, ma da una minaccia esterna introdotta nel suo seno dall’invasione massiccia di individui intrusi… che la comunità trova il compito di cambiare semplicemente impossibile: e allora scatta la caccia allo straniero.

Dell’oralità

“Per esprimere tutto ciò Komla-Ebri utilizza il termine «oralitura», ponendo l’accento sul trasferimento nella scrittura della tradizione orale.” Scrive Filippo Poletti (52)

Oralitura è un neologismo carino e molto originale, ma il senso a cui rimanda rimane un luogo comune; del resto come quella dicitura attribuita al poeta Leopold Sanghor e che lo scrittore milanese d’origine senegalese, Saidou Moussa Bà, ama ancora ripetere “In Africa ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia.”

E forse lo stesso Kossi Komla-Ebri non dice altro, quando parla del trasferire l’oralità in scrittura, se non la necessità di salvare queste biblioteche dal fuoco… come se Alessandro Manzoni o Sandro Veronesi, per niente orali, va da sé, scrivessero prima e parlassero poi.

Inoltre estendere una tale ipotesi, poco o nient’affatto plausibile, a tutto il continente africano, o al sub-continente abitato da popoli neri, come presumo io, visto che l’Africa è considerata quasi solo nera è un errore dovuto all’ignoranza e all’alienazione.

E c’è persino quello che pretende che l’Africa è addirittura “… un continente che ha scelto di trasmettere la sua storia e la sua cultura per via orale,…” (53)

Sì, è un luogo comune che vuole accantonare questo continente, martoriato dallo schiavismo e dai colonialismi per circa quattro secoli, ed escluderlo da un privilegio umanizzante: la scrittura.

Scrivere è potere, il resto sono chiacchiere e le chiacchiere sono colpi di bastone assegnati all’aria.

“L’oralità – scrive Franca Miglietta – non è attendibile di fronte alla scrittura, che rimane una proprietà privata dell’imperialismo e delle società eurocentriche rispetto ai popoli illetterati. Una tale convinzione serve soprattutto a ratificare il potere di chi detiene la scrittura come strumento di sottomissione nei confronti delle classi subalterne e delle popolazioni da colonizzare.” (54)

Franca Miglietta riconosce però che anche le popolazioni africane non sono del tutto private della scrittura e cita come esempi l’impero del Mali e il Grande Zimbabwe prima dell’era della colonizzazione europea dell’Africa.

Ma, aggiungo io, c’è anche la famosa via del sale: nel medioevo le carovane partivano cariche di sale, di avorio e di oro dal Sudan e da altri paesi dell’Africa nera e giungevano fino ai porti del mediterraneo per scambiare le loro merci coi paesi dell’Africa del nord e dell’Europa meridionale e ritornavano cariche… di libri, di stoffe, tra altre merci e sicuramente di storie e di conoscenze nuove.

“Scatole su scatole. – scrive Patrick Symmes – stupito “La stanza contiene 2.400 bauli. (…) Sono i famosi manoscritti di Timbuctù, la leggendaria città delle carovane che ha vissuto il suo periodo di massimo splendore tra il dodicesimo e il sedicesimo secolo [cioè prima dell’arrivo degli europei].”  (55)

E di cosa parlavano questi manoscritti? Di scienza, di magia, di sufismo, di filosofia, di astrologia, di matematica, di diritto mussulmano, dei contratti di matrimonio ebraici, di zoologia, di geografia e di altri documenti sul commercio, la lingua, la calligrafia araba, le scienze del corano, la politica, la storia…

E Patrick Symmes prosegue frugando un po’ nella storia di questo grandioso – per niente orale – impero del Mali e il Grande Zimbabwe: “Quando l’esploratore scozzese Mungo Park risalì il fiume, nel 1795, si stupì delle richieste degli abitanti della zona: volevano carta.” (56)

E che cosa se ne facevano, se fosse stata gente orale, esclusivamente orale?

Ci risponde lo stesso Patrick Symmes che cita un’altra testimonianza, più esplicita, in questo stesso senso: “Verso il 1840 il viaggiatore tedesco Heinrich Barth ne distribuì grandi quantità e nei suoi resoconti parlò di commercianti che giravano per il deserto vendendo i libri.” (57)

Solo dio e i geografi sanno che il deserto non era poi così deserto, e solo loro sanno quanto era grande ed esteso il deserto, una civiltà mercantile che si estendeva dalla Mauritania a Zanzibar, ma solo dio sa quanta gente lo abitava e scriveva e leggeva e custodiva quelle montagne di manoscritti.

Ma a parte questi errori – per tendenziosità o per ignoranza – chi osa pretendere ancora oggi nell’era dello smart-phone, del tablet, della coca cola e dei SUV che solcano i deserti e le giungle della stessa Africa nera, che gli africani siano popoli senza scrittura?

Smart-phone, tablet e SUV, magari, non sono forse anche di fabbricazione locale se non addirittura di concezione, almeno di montaggio?

Il regista argentino Marco Bechis (58) mi ha parlato dei “suoi” nativi brasiliani nudi che prima di posare per la macchina da presa magari mandavano un sms agli amici.

E gli etnografi sanno benissimo che i quasi nudi selvaggi, che loro ci mostrano spesso con ostentazione sulla copertina delle loro pubblicazioni, badano a nascondere bene il loro telefonino magari anche sotto il panno di foglie che gli stessi etnografi fanno portare loro come copri-sesso, per le esigenze della fotografia o del film.

Ciò, per dire ai nostalgici malati di esotismo, che l’era di quell’innocenza del cosiddetto buon selvaggio non c’è più, è sparita… per sempre.

Anche per gli africani stessi, ivi compresi quelli della parte settentrionale, non nera, l’oralità allo stato puro non è più esistita dopo l’invenzione della scrittura. Ormai è in via d’estinzione.

Essa esiste ormai, da secoli, a fianco della scrittura, esiste come una risorsa d’espressione e di comunicazione alternativa, ma non sostitutiva, della scrittura.

Anzi, in questi ultimi tempi, essa stenta a trovare un posto al sole rispetto alla scrittura: cominciamo ad assistere nei paesi africani all’organizzazione di “giornate internazionali” per salvare il retaggio orale. L’Algeria ad esempio, paese pur arretrato e per il quale salvare l’oralità costituisce l’ultima delle preoccupazioni, è già alla sua quinta edizione di questo tipo di convegni.

Nel Burkina Faso giornate di studio dei racconti orali sono regolarmente organizzate ed animate da narratori professionisti.

E quand’anche queste storie orali esistono, non vengono più raccontate secondo le stesse modalità tradizionali, rudimentali, inconsapevoli di sé. Al contrario il cantastorie ormai teatralizza il racconto utilizzando le tecniche moderne e tutte le facoltà mentali, le risorse della voce e tutta la plasticità del corpo, nonché il contributo di altre letterature e di altre esperienze letterarie e teatrali del mondo…

“Gli sforzi si moltiplicano per rilanciare questa pratica ricca di umorismo, spesso di morale e soprattutto di piacere” possiamo leggere sul quotidiano algerino El Watan (59)

Quanto a colui che si ostina ancora a parlare di oralità, nel caso di uno scrittore, o è un imbroglione o è un malato d’esotismo…

Le performance oralizzanti di una Ghermandi – scrittrice che si vuole oralista e che presume che l’oralità sia una sua proprietà privata perduta – possono fare parte di quegli sforzi, non certo di ritornare all’oralità, ma di valorizzarla in quanto risorsa espressiva parallela a quella della scrittura.

Pretendere il contrario, come la pensa Komla-Ebri Kossi e i malati d’esotismo, sarebbe una forma di isteria; anche perché uno scrittore è per definizione non orale.

Della proprietà non privata del razionalismo

Un’altra barriera che sfiora la superstizione e l’irrazionale è quella di considerare da una parte interi popoli come entità irrazionali e superstiziose – anche se esiste fra di loro un Agostino o un Mozart, un Dante o un Einstein, un Dostoevskij o un Pasteur… – e dall’altra parte, popoli che siano tutta razionalità e positivismo – anche se fra loro galleggiano sciocchi e criminali storici.

Se essere razionali significa essere infallibili nei nostri giudizi, questo ci porta a concludere, in virtù della regola errare humanum est, che non esiste nessun uomo razionale.

E poi, detto per inciso, che cosa sbaglia nell’uomo se non la sua ragione?

Il suo istinto, forse?

No, l’istinto non sbaglia mai, al massimo viene ingannato…

Comunque, una tale definizione finisce per portarci a considerare persino il padre di tutti i razionalisti del pensiero umano, Aristotele, come un volgare emotivo-sempliciotto, perché anche lui aveva fallito in tante sue ipotesi: pensava ad esempio che l’embrione crescesse a partire da un animalcolo, un omicino microscopico, già fatto, pronto all’uso, che lo sperma contiene. (60)

E che dire di Cartesio stesso, il cui cognome è ormai sinonimo di razionale, le cui ipotesi nel campo dell’ottica non ebbero fortuna né forza di razionalità di fronte a quelle di Newton o del fisico olandese Willebrord Snell von Royen, Cartesio è accusato tra l’altro di aver plagiato quest’ultimo?

E che dire anche delle sue erronee idee sulla circolazione sanguigna, in cui non ebbe fortuna? (61)

Il caso di questi grandi geni che si sbagliano rivela semplicemente che la razionalità è figlia del tempo. “La scienza consiste di piccole aggiunte” diceva Guy de Chauliac, un medico francese del trecento. (62)

Se invece essere razionali significa solamente essere una persona o un popolo appartenenti al primo mondo, occidentale, sarebbe dare della razionalità una definizione stupida, ridicola e bigotta. Perché siamo giustamente umani per il fatto che tutti facciamo appello alla nostra ragione per fare qualsiasi cosa o sbrigare qualsiasi faccenda.

Infatti per funzionare la nostra ragione attinge alle esperienze della nostra vita e, attraverso l’oceano della cultura, alle esperienze della vita degli altri, della comunità umana, del vivente in generale… esperienze che la nostra ragione usa come una materia prima per presentarci al mondo e presentarlo a noi.

L’essere razionali consiste nel fatto che l’individuo o una data società seguono un sistema particolare di ragionamento i cui criteri vengono impostati ed imposti dalla ragione ai nostri affetti, alle nostre idee e ai nostri comportamenti e persino al nostro immaginario e ai miti, perché la ragione esige una logica a tutto e niente che non sia razionale potrebbe esistere. La ragione lascia poco o niente spazio alle considerazioni intuitive.

Abbiamo sempre e comunque un individuo, indipendentemente dalla società a cui egli appartiene, che segue con la Ragione tutti i suoi rapporti col mondo e con se stesso. Questa sua razionalità si evidenzia nella scelta dei concetti che egli crea e adopera, degli argomenti, delle narrazioni, delle argomentazioni, della critica e autocritica, dei gusti…

Insomma si può dire che esistono varie forme di razionalità, ma mai nel caso umano si può negare l’uso della ragione, nemmeno ai pazzi da legare.

E neanche così si può negare che la razionalità di un Aristotele, un Cartesio o un Jacques Monod (63) non possa esistere in un Rachid Boudjedra o in mio padre che aveva trascorso il verde dei suoi anni a programmare con penna e cifre la sussistenza della sua numerosa famiglia.

E che i sofisti, acculati al muro, non vengano a dirmi che quella di mio padre non è razionalità, perché non saranno più credibili. Avranno soltanto il diritto di dire – ricorrendo all’assurdo del lupo di Esopo – che l’oggetto, la materia prima, della ragione di mio padre non è quello che interessa loro, perciò non è razionalità.

Se la ragione è così generalizzata nelle società umane, possiamo dire che la razionalità è umana e, parafrasando Wittgenstein, che essa non è proprietà privata di nessuno, e men che meno dei critici selettivi, malati d’esotismo.

L’uomo è uomo perché è razionale

E poi chi stabilisce che un individuo sia più razionale di un altro? Il più forte di turno?

Comunque, ogni gruppo è un sistema di organizzazione dotato di una sua logica interna che gli garantisce senso, coerenza e stabilità; e la razionalità consiste nel giudicare tramite il logos che questo gruppo produce. Certo la razionalità può essere arricchita con apporti esterni all’individuo e al gruppo ed amplificata, ma annientata, mai, mai, mai…

Ma c’è un senso unico nelle infinite possibilità che governano la nostra vita? Confinandoci in questa visione a senso unico, non rischiamo di ridurre le possibilità della nostra mente di spazzare libera negli infinti spazi di queste infinite possibilità?

Enrico Fermi (64) diceva che se gli antichi egizi fossero rimasti legati al modo di locomozione a scatti, all’immagine dei bipedi, non avrebbero mai potuto inventare la ruota.

Ma è vero che si può basare una società su una – seppur ipotetica – Ragione? Non è piuttosto che il tutto è basato su degli assiomi a cui l’individuo e il gruppo aderiscono per scelta e coscienza o per coercizione?

Quello che noi oggi chiamiamo razionalità, un domani vicino o lontano, sarà una buffa bambinata degna di quei popoli che gli etnologi chiamavano e chiamano tuttora prelogici, selvaggi…

La nostra è più una mitizzazione della ragione che razionalità pura, strettamente logico-matematica, strettamente greco-occidentale.

A questo punto si può dire tutto di un Beethoven o di un Van Gog tranne che fossero stati degli irrazionali… eppure il linguaggio delle loro arti è più intuitivo e allegorico che razional-matematico, nel senso che possiamo amare le loro opere o avversarle senza dover rendere conto a nessuno per il nostro gusto. Oddio, possiamo anche fare qualche narrazione per spiegare o motivare i nostri gusti, ma sarà sempre una nostra opinione, discutibile.

Quando il guru, il marabutto, il prete, lo sciamano, Freud o Galimberti dicono che bisogna fare questo o pensare questo per cacciare via uno spirito maligno o un’idea fissa e spiegano le loro teorie, tutti quanti usano la mente basandosi su una logica credibile mediante un logos, un sistema di sapere o meglio di percezioni e di ipotesi in vigore in una data cultura. Insomma seguono la ragione.

Allora bisogna andare più a fondo nel capire questo fenomeno e riconoscere che l’uomo è uomo perché è razionale, nel senso che non accetta il mondo in una maniera immediata: lo deve sempre passare attraverso il settaccio del linguaggio e delle categorie della sua mente, cioè attraverso la sua ragione.

E non è perché non azzecca tutti i colpi che dobbiamo squalificarlo dall’essere razionale, dall’essere uomo. Se ha dei limiti – ne ha e ne avrà sempre – ha anche la possibilità di perfezionarsi. Diamogli quindi il beneficio dell’innocenza e stiamo tranquilli che le sue performance mentali miglioreranno.

Il problema è che ognuno ha un proprio linguaggio… la maggior parte delle teorie di Freud non hanno azzeccato quasi nulla nel capire la psicologia umana e oggettivamente lo possiamo vedere come un povero sciamano visto da certi suoi colleghi antropologi come Levy-Brull, Margaret Mead o Marcel Mauss. Eppure si può dire tutto di Freud tranne che era un sempliciotto, irrazionale.

Lo stesso si può dire delle ipotesi evoluzionistiche dell’infelice Lamarck…

Ma ora basta con gli esempi. Secondo me dividere gli umani in razionali e irrazionali è un luogo comune, non di più; soprattutto quando questa suddivisione avviene non dopo l’analisi della produzione discorsiva della persona stessa e del suo modo di concepire il mondo, ma a seconda che essa appartenga ad una società detta occidentale, data per scontata come razionale, o a una società non occidentale, data scontatamente per irrazionale, acritica e a-scettica.

Così come non si può dire di uno scrittore che è oralista, non si può dire che è irrazionale…

Personificazione delle cose e islamicità

Ciò che si dice dell’oralità, come caratteristica unica ed unitaria di una miriade di popoli e di persone di sensibilità diverse, si potrebbe dire di questa caratteristica di “essere islamico” che spesso i critici selettivi credono di avvertire in tutti gli autori islamici. E non importa se islamico possa significare indonesiano, arabo, berbero, italiano, aborigeno, svedese…

In un racconto inedito di Pierre Fréha (65) ho letto espressioni, molto divertenti tra l’altro, in cui lo scrittore vuole “insegnare al suo motorino le buone maniere”;
ha anche “voglia di dirgli di non preoccuparsi e che ci saranno giorni migliori”,
“uccelli, pietre, arbusti disseccati lo vedono riattraversare il fiume”
“il motorino esulta”…

Incuriosito da questa sua personificazione sans-soucis delle cose, gli sottomisi in una mail, a lui indirizzata, il problema.

In meno di una giornata ricevetti questa sua risposta: “E nelle fiabe – mi scrive -, gli alberi o gli animali parlano, non è vero? Quindi perché i motorini no? Non c’è bisogno di orientalismo, credo. In tutte le culture, sia europea, africana o asiatica, personifichiamo il nostro universo. Rimbaud non ha forse scritto il suo Bateau ivre?” (66)

Sia nella raccolta dei brevi racconti Una bellezza russa (67) sia nel romanzo Lolita (68), Nabokov ricorre spesso a questa personificazione perché, si vede, vi ha trovato un modo sicuro e a buon mercato per creare ironia. Mi limito per esemplificare questo procedimento a citare alcune espressioni da Lolita:

“il fogliame di un olmo voluminoso faceva giocare le proprie molli ombre sul muro della casa…” “Due pioppi rabbrividivano e si agitavano.”
“Altre erotiche visioni mi si presentarono ancheggiando e sorridendo.”
“… il suo naso eseguì una specie di danza di guerra.”
“… e la romantica rupe alta nel cielo che, sorridente, complottava.”

Non so quante volte Rimbaud ha ricorso a questo stratagemma d’estraniazione – e l’ironia si fonda sull’estraniazione – ma non possiamo dubitare del fatto che sia lui sia Nabokov fossero lungi anni luce dall’essere islamici. 

L’appendice immigrazione

Per quanto mi riguarda io denuncio con tutte le mie forze questo appendice perché non fa altro che maledire la letteratura nella misura in cui il termine è stato coniato da qualche forza repulsiva per escludere gli scrittori stranieri, esclusivamente provenienti dal Terzo Mondo, che solo il trovarsi in Italia e l’adoperare la lingua degli autoctoni accomunano.

Questa esclusione funziona omologando le culture provenienti dagli 83 paesi censiti ne La Ferita di Odisseo (69), abissalmente diverse le une dalle altre, facendo astrazione delle irrinnegabili originalità di ciascuna di queste comunità e di ciascun individuo fra le migliaia e migliaia dei cittadini che le compongono.

In questa rigorosa omologazione, sistematica e scientifica, c’è l’intento di negare all’altro anche questo aspetto della dignità umana, allo scopo di renderlo vulnerabile: la qualità d’essere poeta, cioè il merito di contribuire alla costruzione del senso del mondo.

Inoltre, presi individualmente, questi stranieri sono più affini agli scrittori italiani che ai loro compagni di circostanza, non solo per il fatto che tutti condividono con gli autoctoni la lingua di creazione e d’espressione, ma anche per il fatto che tutti evolvono nello stesso ambiente geografico, culturale e politico-sociale del paese ospitante…

Ghezim, Saidou, Malik, Michai, Kaha, Pap e altri scrittori ancora, presenti in Italia e provenienti da 83 paesi, sono forse capaci di sapere qualcosa gli uni degli altri concernente le loro lingue rispettive e le altre realtà culturali e socio-politiche di quegli 83 paesi?

No.

Anzi scommetto che, se li mettiamo insieme togliendo loro la lingua italiana, questi scrittori diventeranno muti come dei pesci e si trasformeranno in estranei totali, impermeabili se non ostili, gli uni nei confronti degli altri…

Ora possiamo ancora continuare a considerarli omogenei fra di loro, amalgamandoli e opponendoli come una naturale comunità compatta e solidale contro(?) la comunità degli autoctoni?

È un altro non-senso supporlo.

È un non-senso che mostra palesemente l’inesattezza, dal punto di vista logico-matematico, della tesi che pretende che gli autoctoni sarebbero (o dovrebbero sembrare?) ben distinti e lontani anni luce dai loro ospiti, terzomondani…

Questa esclusione sarebbe un’ecatombe non solo dei 325 scrittori provenienti dagli 83 paesi (70), ma anche di quelli che verranno in futuro.

Un’ecatombe, sì, visto che parecchi fra questi autori non hanno che questo paese che pubblica le loro opere, se ne prende cura e le consuma.

Se questo paese manca a questo suo dovere culturale, parecchi di questi autori assieme alle loro opere ritorneranno nelle tenebre dell’anonimato e moriranno; e sarebbe allora uno spreco di tante opportunità, di tante sensibilità e di tante esperienze nuove ed originali. Forse Leopold Sanghor intendeva che ogni uomo di cultura che muore è una biblioteca che brucia.

L’Italia dell’arte e del sapere universali, con quell’infame appendice che è l’etichetta Immigrazione, sta bruciando 325 biblioteche virtuali, gli scrittori, e centiniaia di biblioteche reali, le loro opere. E sono numeri chiamati a moltiplicarsi con gli anni che verranno e le ondate di scrittori che matureranno ogni anno.

È un grande peccato snobbare queste risorse così ricche e originali che provengono da 83 fonti diverse…

E non parliamo della paradossale stupidità cosmica dei critici selettivi che, senza saperlo, stanno lavorando per distruggere l’oggetto stesso del lavoro che gli dà da mangiare, epistemologicamente parlando. Questi critici danno l’impressione d’essere dei volgari incompetenti quando disprezzano la letteratura dei terzomondani di cui si sono autoproclamati esperti e custodi e si danno dei colpi di zappa sui piedi.

La letteratura gobba

E chi viene punito? In primo luogo la letteratura con la L maiuscola, poi in secondo luogo la cultura italiana, che viene privata di nuove fonti d’ispirazione, di ricchezza e di apertura mentale su nuovi mondi di poesia e di sapere.

L’orrenda appendice mi fa pensare a quella stella gialla che i fascisti avevano imposto agli ebrei da appendere vistosamente per distinguerli. Lo scopo fu quello di escluderli obbiettivamente per poter facilitarne il reperimento e averli a portata di mano per la deportazione e lo sterminio.

Il caso degli scrittori stranieri non è certo così tragico come era il caso dei perseguitati ebrei, ma il procedimento è uguale e ci aiuta a capire e denunciare con la lucidità dovuta questa politica d’esclusione e d’eliminazione dello scrittore straniero proveniente dal Terzo Mondo.

Non è giusto, nel senso che è errato, anche nei confronti della letteratura stessa, che gli autoctoni pensano di preservare dalle invasioni barbariche, poiché essa vive e fiorisce appunto grazie all’individualismo dell’autore, grazie all’imprescindibile originalità di ciascun individuo… e uno straniero è sempre originale e il suo apporto è sempre cibo e aria per la letteratura.

Mettere nello stesso sacco indistintamente le 325 sensibilità ed esistenze diverse, inedite, irripetibili, una più originale dell’altra, rigorosamente impermeabili le une rispetto alle altre… significa non avere alcun rispetto per la letteratura, non conoscerla affatto, anzi significa cercare di sbarazzarsene.

Un altro errore è considerare questi autori come congelati nel tempo, senza nessuna possibilità di cambiamento, incapaci di salti di qualità e di diversificazione, sterili in altre lingue e forme espressive.

Forse, per dirla con Nabokov, vivendo rinchiusi nel mondo della letteratura, i critici selettivi attribuiscono agli autori stranieri, migranti, “quella stabilità di tipo che acquisiscono i personaggi letterari nella mente del lettore” (71)

Anche qui si tratta di una violenza, un’altra violenza, contro l’umanità di questi uomini quando neghiamo loro ogni possibilità d’essere perfettibili, per usare un termine orrendo suggerito dall’orientalista antisemita Ernest Renan.

Va bene che l’Italia è un grande paese per la sua storia millenaria, per la sua vasta e diversificata cultura, per i suoi grandi e fondamentali apporti alla civiltà universale, ma non per questo essa deve dimenticare che comunque vicino ad essa c’è un mare che rischia di morire.

Sì, un mare può morire se l’uomo non gli viene in soccorso, alimentandolo con l’acqua dei fiumi dirottati od artificialmente creati.

Non intendo forzare l’ammirazione degli italiani con ricatti al sentimento, ma chiedere solo che venga applicata la stessa chiave di lettura, di critica e di apprezzamento alle opere degli stranieri…

E non ci si dica che la migrazione è un fatto obiettivo che determina comunque il colore e lo spessore dell’opera migrante e la segna indelebilmente della stessa precarietà e della stessa insignificanza del suo autore ; perché anche noi possiamo allora dire che la gobba di Leopardi e quella di Gramsci erano oggettive e avevano esercitato oggettive ed innegabili influenze sulle arti dei due illustri letterati, eppure nessun critico, che io sappia, ha mai osato e nessuno oserà mai caratterizzare le loro arti di letteratura gobba.

Di fronte alla gobba, che è fisica nei casi di Leopardi e di Gramsci, l’appendice Immigrazione è solo una fantasia amministrativa e non è comunque per niente infirmante o duratura come il fatto di avere una vera gobba!

Inoltre il valore di un’opera, se essa ha davvero un valore, finirà necessariamente per venir fuori – così come la sua mediocrità, se l’opera si rivela senza valore – ma soltanto dopo analisi e valutazioni serie e obbiettive.

Come possiamo scovare un tale valore o una tale mediocrità, se continuiamo a non degnare di analisi serie queste opere?

Per ora tutti gli analisti letterari, esperti nella res migrans, sembrano trovare sempre solo l’ago che loro stessi hanno nascosto nel mare della letteratura di questi stranieri.

Quindi solo con analisi serie riusciremo a valutare in modo giusto e onesto l’opera chiamata migrante e allora ciò che sarà da capitalizzare lo aggiungeremo alle nostre borse e ciò che sarà da eliminare sarà eliminato. Ma prima bisogna assumerci lo sforzo di determinare il valore o il non valore dell’opera e bisogna concedere il beneficio del dubbio a questi scrittori, per giustizia e per onestà intellettuale.

Negare agli scrittori e poeti stranieri provenienti dal Terzo Mondo e abitanti un paese occidentale lo stato d’essere scrittori e poeti e basta significa negare loro una dimensione umanizzante, fondamentale, come la libertà.

Quindi negare, nel nome di specificità fasulle o artificialmente create, a questi scrittori la libertà ficcandoli indistintamente nei sacchi dell’anonimato e dell’omologazione forzati come la tribù, la comunità, la religione, la lingua, il color della pelle… significa negare un’evidenza palese:

uno scrittore è per definizione libero, a-tribale, individualista, scrivente, uomo di penna e di tastiera, non oralista…

Perché esistono “solo due tipi di scrittori: quelli bravi e quelli no.”

 

Milano 10-09-14

Abdelmalek Smari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

La centralità di ogni evento era il testo e non l’autore

1- “La letteratura africana non esiste” articolo di Taiye Selasi in Internazionale 20/26 dicembre 2013

2- “La ferita di Odisseo – Il ritorno nella letteratura italiana della migrazione” Raffaele Taddeo, Besa. 19-05-2010

3- Rivista Poesia – 02-14 – No. 290

4- Taddeo Raffaele http://www.unive.it/media/allegato/assm/documenti/atti_2012-12-12.pdf

5- “Altri colori – Vita, arte, libri e città” di Orhan Pamuk, Einaudi – Torino 2008

6- “A proposito di un romanzo intitolato Lolita” in “Lolita” Vladimir Nabikov, Arnoldo Mondadori Editori 1959

7- Taddeo Raffaele – ibidem.

8- “Lolita” Vladimir Nabikov, Arnoldo Mondadori Editori 1959

 

Moda e tradizione

9- Gabriel Garcia Marquez – in un articolo 1981 ristampato nel le Magazine Littéraire – giugno 2014

10- Georges-Arthur Goldsmith in Le Magazine Littéraire – gennaio 2014

11- La ferita di Odisseo, op. cit.

 

Escludere, una pratica diffusa

12- Michel Foucault – in Hors-série N° 19 Sciences humaines Mai-juin 2014

13- La letteratura africana non esiste, op. cit.

14- ibidem.

 

Il paradosso di Sartre

15- Altri colori, op. ci.

16- Made in Africa – Fotografia – a cura di Michela Manservisi – Milano 2004

17- Made in Africa, op. ci.

18- ibidem.

 

Gli scrittori senza stile

19- “Sondare” articolo di Jhumpa Lahiri in Internazionale 1057 / 27 giugno 2014

La tragedia di Nabokov

20- “Lolita” , op. cit.

21- “A proposito di un romanzo intitolato Lolita” op. cit.

22- Jacques Derrida citato in Le Magazine Littéraire – giugno 2014

 

Criteristica selettiva

23- “Le langage des animaux” L. Stichkovskaïa – Editions Mir, Moscou 1986

 

Disastri epistemologici della critica selettiva

24- Dell’eleganza della negazione http://www.el-ghibli.org/delleleganza-della-negazione/

25- La letteratura africana non esiste, op. cit.

26- La letteratura africana non esiste, op. cit.

27- “Vari tipi di resti” intervista al poeta Jamie McKendrick nel mensile internazionale di cultura poetica “Poesia” Anno XXVII Marzo 2014 N° 291

28- Armando Gnisci è critico letterario, studioso di Letteratura comparata, professore associato  all’università La Sapienza di Roma.

29- Intervista al poeta Jamie McKendrick op. cit.

 

Graeco non legitur

30- “Una donna per cento capi di bestiame” in “Racconti d’Africa” – a cura di Franca Miglietta – Ed. il capitallo, Torino 1997

31- “Cercando un dio della pioggia” Bessie Head – in “Racconti d’Africa” op. cit.

32- “Memoria e parole” in “Racconti d’Africa” op. cit.

33- Michel Foucault in Hors-Série n° 19 Sciences Humaines Maggio-giugno 2014

 

E l’uomo inventò il ritorno

34- http://www.amazon.co.uk/The-Homecoming-Play-Pinter-Harold/dp/0802151051/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1401954312&sr=8-1&keywords=9780802151056

35- Georges-Arthur Goldsmith op. cit.

36- ibidem.

37- La ferita di Odisseo, op. cit.

 

Il ritorno di chi non è mai partito

38- Resoconto di un viaggio in Turchia: in una Mail privata inviata all’autore del presente articolo nell’aprile 2014

39- ibidem.

40- ibidem.

41- http://www.encyclopediaofafroeuropeanstudies.eu/encyclopedia/gabriella-ghermandi/

42- http://archivio.el-ghibli.org/index.php%3Fid=1&issue=09_36&section=6&index_pos=1.html

 

Il ricatto

43- La ferita di Odisseo, op. cit.

 

Dignità e territorio

44- La ferita di Odisseo, op. cit.

 

Un altro esempio storico: Eretz Yisrael

45- http://www.katibin.fr/2014/05/27/les-origines-du-conflit-israelo-palestinien-1880-1950/

 

Dell’editing

46- “Dis-integrarsi cercando la libertà” Joseph M Kamsu Tchuente, Robin Edizioni SRL. Roma

47- “Fiamme in paradiso” Abdelmalek Smari – il Saggiatore, Milano 2000

48- La ferita di Odisseo, op. cit.

49- http://www.unive.it/media/allegato/assm/documenti/atti_2012-12-12.pdf

 

De L’occidentalista

50- “L’occidentalista” Abdemalek Smari, Libribianchi, Milano 2008

51- La ferita di Odisseo, op. cit.

 

Dell’oralità

52- http://www.meltingpot.org/Viaggio-tra-gli-autori-tra-due-culture-che-scrivono-in.html

53- Made in Africa op. cit.

54- “Memoria e parole” op. cit.

55- Patrick Symmes, I veri ribelli di Timbuctù – in Internazionale 1/21 Agosto 2014

56- ibidem.

57- ibidem.

58- Marco Bechis è autore del film “La terra degli uomini rossi – Birdwatchers” 2008

59- http://www.elwatan.com//culture/des-efforts-pour-sauver-l-heritage-oral-18-05-2014-257586_113.php

 

Della proprietà non privata del razionalismo

60- “Le mystère de la vie” C. D. Darlington – trad. Di Jacques Brécard – Librairie Arthème Fayard Pais 1957

61- L’âge de raison” et “Que vaut la méthode de Descartes?” Louisa Yousr in Les Grands dossiers des Sciences Humaines n° 34 Mars-avril 2014.

62- http://it.wikipedia.org/wiki/Apparato_circolatorio

63- Jacques Monod, Premio Nobel per la medicina, autore di un famoso trattato “Le hasard et la nécessité”

 

Della proprietà non privata del razionalismo

64- “Six physiciens à la découverte de l’atome” a cura di F. Kedrov – Editions Mir, Mosca

 

Personificazione delle cose e islamicità

65- “Dimanche à la campagne” Pierre Fréha – racconto di viaggio. Inedito 26-04-14

66- mail di Pierre Fréha all’autore di questo scritto – 26 aprile 2014

67- “Una bellezza russa e Altri racconti” Vladimir Nabokov, Adelphi Edizioni, Cusano (Mi) 2008

68- “Lolita” op.cit.

 

L’appendice immigrazione

69- “La ferita di Odisseo”, op. cit.

70- ibidem

 

La letteratura gobba

71- “Lolita” op. cit.