Racconti e poesie

L’ultimo vagone

Capitolo 1 – Fieno

Si era nascosta nel fienile sperando che non la notassero.

Non era la prima volta che le capitava. Da quando Marco, il fratello maggiore, si era unito ai partigiani delle montagne, alcuni uomini del Paese avevano cominciato a guardare i componenti della sua famiglia con astio, temendo le ripercussioni e gli interrogatori della polizia. Li avevano anche minacciati e Marta, sua madre le aveva consigliato di nascondersi nel fieno ogniqualvolta qualcuno si fosse avvicinato a lei.

Spesso le spighe le rimanevano attaccate ai capelli anche quando usciva da questi suoi improvvisati nascondigli e perciò in paese avevano cominciato a chiamarla con quel soprannome: Fieno.

Non tutti però li osteggiavano, almeno non le madri di famiglia, quelle no. Loro portavano tutti i giorni, di nascosto, qualcosa da mangiare. Un uovo, del pane, del formaggio. Capivano che sua madre, da quando il marito era morto e il figlio maggiore si nascondeva, faceva fatica a trovare qualcosa da mettere in tavola per la cena. E le bocche da sfamare erano tante.

Le donne agivano con il cuore, sfidavano l’ira di padri e mariti per lasciare un bicchiere di latte sulle finestre annerite dai bombardamenti, sapendo che la sorte è capricciosa e poteva capitare anche a loro, in qualunque momento, di perdere tutto.

Che sollievo la mattina trovare qualcosa: non si sapeva neppure da chi proveniva quel dono inaspettato ma tra sé e sé, Fieno immaginava quanto sarebbe stato bello un mondo governato da donne, generose e coraggiose. Forse non ci sarebbe stata la Guerra, con la G maiuscola come le avevano insegnato a scrivere a scuola, quando ancora ci andava, e tutte le conseguenze che aveva portato.

Adesso però non si doveva distrarre. Sentiva dei passi avvicinarsi e le tornavano in mente le raccomandazioni di sua madre nel caso sentisse arrivare i lupi: “Gli uomini sono animali”, diceva “… e come nella favola di Cappuccetto Rosso, mangiano i bambini soli e curiosi”.

Il profumo dell’erba le faceva venir sonno e le piccole spighe le solleticavano la pelle. Doveva restare immobile però, tendere le orecchie e aspettare che tornasse il silenzio.

Dal suo punto di osservazione si notava qualcosa di insolito: non era un gruppo di uomini che avanzavano, ma uno solo. E trascinava una grossa coperta. Era il signor Peluzzi che abitava in fondo alla via. Si guardava intorno con circospezione e si muoveva in fretta. Che strano, pensava Fieno. E’ poco prima dell’alba. Nessuno generalmente è in giro a quest’ora.

Continuò ad osservare. Nel frattempo mangiava piano piano, assaporando una alla volta le piccole more che aveva raccolto. Le aveva notate dietro a un muretto e si era alzata presto per andarle a raccogliere prima che si svegliassero i padroni di casa e la vedessero. Non era una bell’azione ma erano così buone e lei ieri aveva mangiato solo una fetta di pane su cui sua madre aveva passato del lardo. Magari oggi sarebbe andata meglio. Forse avrebbe trovato qualcosa su una delle finestre.

Ma cosa stava facendo il signor Peluzzi? Quella coperta era ingombrante e lui la stava interrando in quel fossato pieno di erbacce. Perché? Chi si libera di una coperta all’inizio dell’inverno? Anche se vecchia, avrebbe potuto essere utile nei mesi freddi. Loro erano poveri e non si sarebbero mai disfatti di un simile tesoro.

Per quanto ne sapeva lei, il signor Peluzzi invece era ricco. Forse quindi nascondeva un tesoro, in modo che nessuno glielo rubasse: gioielli, denaro o chissà che altro. Se lei avesse potuto mettere le mani su quella fortuna, a casa si sarebbe potuto mangiare per giorni! Ne sapeva ben poco di lui, se non che viveva da solo in una casa grande con siepi che coprivano la vista.

Peluzzi iniziò a scavare con cura. Non lo si scorgeva quasi nella tenue luce del mattino, nascosto dalle fronde. Si muoveva silenzioso e cauto. Gli ci volle quasi mezz’ora per scavare la buca e depositare l’involucro, poi con attenzione ricoprì il tutto e vi depose sopra alcuni rami spezzati e delle zolle di terra.

Infine, dopo aver osservato per qualche minuto la strada, si allontanò velocemente verso casa.

Il paesaggio era completamente avvolto nel silenzio: l’aria era immobile, il sole cominciava in quel momento a sorgere. Nulla lasciava palesare quanto avvenuto.

Capitolo 2 – L’agnello

Fieno attese che il signor Peluzzi si fosse sufficientemente allontanato e corse a scavare a mani nude e scoprire le fronde che coprivano l’oggetto misterioso. Non fu necessario scavare troppo in profondità: con un enorme sforzo riuscì a spostare un lembo interrato della coperta. E rimase sbigottita.

Appena in tempo riuscì a girare la testa di lato e vomitò: la coperta mostrava il volto cinereo di un bambino di circa 5 o 6 anni. Evidentemente morto.

Sentiva la saliva amara in bocca, mentre le gambe le tremavano. Ricoprì alla ben e meglio il contenuto della buca e corse a casa, disperata e atterrita, verso sua madre.

Marta aveva già iniziato la sua giornata di lavoro e stava sgranocchiando dei piselli trovati sul davanzale. La vide avanzare di corsa, trafelata e inorridita. Capì che era successo qualcosa e pregò non fosse nulla di grave.

Piangente, Fieno cominciò a raccontare quanto aveva scoperto, interrompendo il racconto con singulti che le facevano mancare il fiato. Era evidentemente sconvolta e Marta faticava a capire. Le chiese allora di accompagnarla sul posto ma Fieno era troppo spaventata. Da quando era cominciata la guerra, la morte le era cosa nota, ma riguardava i grandi, come suo padre, il cui cuore aveva ceduto per la fatica dei campi o i soldati colpiti in guerra, talvolta gli anziani perché ormai vecchi. Ma non i bambini…

Marta corse allora nella zona indicata, scoprì il corpo e rimase impietrita. Un dolore intenso e lacerante la colse. Ancora stordita, lo ricoprì e tornò a casa.

“Fieno, le disse, devi essere una ragazzina forte. Ti dico sempre di stare attenta e di nasconderti dai lupi. Quel povero piccolo era un agnello. Lo sai che i lupi li cercano, li cacciano e poi li uccidono. Ma tu lo conoscevi? Non l’ho mai visto da queste parti. E il Peluzzi che c’entra? Quell’uomo non mi è mai piaciuto. Troppo solitario, vive senza una moglie in quella vecchia e grande casa che gli ha lasciato sua madre. Tempo fa, ho sentito le vicine raccontare che comprava più cibo del solito ma si pensava che facesse scorte a causa della Guerra. Forse invece ospitava quel bimbo… perché?”

Sua madre era persa nei suoi pensieri: Fieno nel frattempo si stava calmando e si scrollava di dosso i ramoscelli di erba secca che le ricoprivano i capelli. Le piaceva nascondersi, perché poteva vedere senza essere vista e osservare le persone quando non lo sapevano. Erano così interessanti: c’era chi parlava tra sé e sé, chi si metteva le dita nel naso, chi si aggiustava gli abiti o i capelli, chi amoreggiava lontano da occhi indiscreti. Era un osservatorio privilegiato, che però oggi le aveva mostrato qualcosa di terribile. Fieno non riusciva a dimenticare il volto pallido di quel bimbo: non lo conosceva ma bisognava fare qualcosa per lui.

Marta era titubante: poteva forse andare alla polizia, ma il Peluzzi era ben conosciuto in paese e aveva appoggi politici. Lei vedova, con 4 figli, di cui uno scappato sulle montagne con i partigiani… Come poteva dimostrare che il corpo lo aveva sotterrato lui? C’era la testimonianza di Fieno, certo, ma che dire del fatto che era poco più di una bimba fantasiosa che vagava nella luce incerta del mattino…

Affrontarlo direttamente poi… cosa avrebbe ottenuto? Non aveva prove e di certo lui avrebbe negato. No, doveva pensarci bene. Magari si sarebbe confidata con una vicina.

Nel frattempo tutto doveva rimanere segreto.

Capitolo 3 – Il lupo

Era deciso: Paolo, il marito della signora Piera avrebbe fatto la spia. Era un omone grosso, affidabile e gran lavoratore. Avrebbe bevuto una sera un bicchiere di vino col maresciallo, come faceva ogni tanto, e avrebbe lasciato cadere una frase casuale sul fatto di aver visto il Peluzzi sotterrare qualcosa vicino al canaletto. Nulla di più. Nessuno si sarebbe chiesto perché all’alba fosse diretto nel suo campo a lavorare: percorreva quella strada tutti giorni.

Così fece. E per giorni nulla accadde.

La tensione cresceva. Dopo circa una settimana, dei poliziotti si recarono sul luogo del ritrovamento e prelevarono qualcosa. Di nuovo calò il silenzio: l’ansia continuò a salire e mille domande serpeggiavano in paese, ma le bocche erano cucite.

Infine, due poliziotti si presentarono a casa del Peluzzi. Quello che accadde poi non lo si seppe mai con precisione: si raccontò che si fosse rifiutato di farli entrare, altri dissero che una volta entrati i poliziotti, si udirono dei rumori sospetti, talaltri ancora che il suo comportamento tradì un vistoso nervosismo.

La conclusione fu che la casa venne setacciata da cima a fondo e vi fu trovata nascosta una famiglia di ebrei: una madre con due bambini. A nulla valsero le proteste del Peluzzi e gli appoggi politici che subito attivò. Vennero tutti arrestati e condotti via all’istante.

Si capì poi che Peluzzi aveva nascosto per mesi una lontana parente, sposata con un ebreo, madre di 3 figli, il cui marito era già stato deportato da mesi. Il più grande dei bambini era però stato colto da febbre alta e convulsioni, e dopo pochi giorni era deceduto.

Suo era perciò il corpicino seppellito e ritrovato vicino al canaletto.

Nonostante le ottime intenzioni iniziali, una serie di fraintendimenti avevano scatenato una tragedia enorme.

Capitolo 4 – Il gregge

Bisognava agire in fretta. Il treno sarebbe partito il giorno successivo e li avrebbe portati via per sempre. Fieno sapeva che sua madre stava organizzando qualcosa ma la teneva ignara di ogni cosa: sapere poteva essere molto pericoloso.

La giornata successiva iniziò quindi con il solito, confuso vociare di chi andava nei campi a lavorare, degli animali che starnazzavano e dei ragazzetti che si inseguivano nelle aie.

Nulla faceva preludere al fatto che le ore non si sarebbero inseguite fra loro, stiracchiandosi noiosamente fino al tramonto, come accadeva in tante giornate autunnali.

La madre l’informò che sarebbe stata via per qualche ora e che, per nessuna ragione, né lei né i suoi fratelli, si dovevano muovere da casa.

Fieno attese che fosse uscita, poi sgusciò silenziosamente fuori, seguendola di nascosto. Ormai era molto esperta: conosceva tutti gli angoli del paese che offrivano pertugi inaspettati. Non fu difficile arrivare fino al limitare del bosco senza farsi notare.

Vide subito le rotaie e le persone nascoste nei cespugli poco più in là. La madre si unì a loro, accovacciandosi al riparo delle fronde. Poi tornò il silenzio e iniziò l’attesa.

In lontananza si sentiva solo il brusio di sottofondo degli animali che pascolavano, forse di un gregge.

Poi successe tutto assieme: il rumore del treno che si avvicinava, le prime pecore che cominciavano a sporgere nella radura… nel giro di pochi minuti erano tantissime e occupavano il binario. Si sentiva il treno avanzare e fischiare: segno evidente che il macchinista aveva percepito l’ostacolo e sperava di segnalare ai pastori di fare in fretta ad allontanare gli animali. Ma di pastori lì intorno Fieno non ne vedeva.

Si sentì lo stridere dei freni, le urla concitate dei macchinisti e il belare isterico delle pecore che percependo il pericolo, si trascinavano verso il lato opposto del sentiero.

Il treno dovette fermarsi per non investire un così numeroso gregge e i macchinisti si sporsero inveendo a squarciagola contro chi aveva lasciato incustoditi gli animali. Tra la frenata, gli sbuffi del motore che si placava e il gregge che belava, si intuivano a stento le voci di uomini e donne che battevano forsennatamente sulle pareti del treno chiedendo acqua e cibo. Ma i macchinisti erano pagati per non sentire e i vagoni erano stati sigillati accuratamente prima della partenza.

Alla fine, quando le pecore erano ormai quasi tutte passate, il treno riprese il suo percorso di morte, ignaro di aver lasciato indietro il suo ultimo vagone.

Capitolo 5 – La minestra

Velocemente le persone nascoste dietro ai cespugli si erano infatti avvicinate e lo avevano staccato dal resto del treno, aiutandosi con spranghe di ferro e picconi. Altrettanto in fretta, silenziosamente, avevano fatto scendere le persone ammassate come animali, terrorizzati e straniti, in quell’angusto spazio.

L’odore di urina, vomito e sudore erano insostenibili ma l’aria fresca stava già facendo riprendere colore a quei visi cinerei. Venne offerta dell’acqua mentre Marco il Partigiano, fratello di Fieno, chiamava a sé gli uomini spiegando brevemente l’urgenza di scappare e di unirsi a loro sulle montagne, lasciando donne, vecchi e bambini nascosti nel paese. Nessuno di loro neppure per un istante dubitò della scelta: era stata loro risparmiata la vita per quel giorno ma poteva non esserci una seconda possibilità di fuga.

Appena il tempo di un abbraccio fugace, un bacio, un sorriso ed erano scomparsi nel bosco.

Le donne invece era venute con grosse gerle vuote e qualche straccio da contadina, che le altre donne presenti subito indossarono, nascondendo i bimbi più piccoli nelle ceste. A piccoli gruppetti silenziosi si divisero fra le famiglie, senza neppure bisogno di parlare. Gli anziani dicevano che c’era sempre posto a tavola per una bocca in più da sfamare, bastava allungare la minestra con un po’ d’acqua. E così avrebbero fatto.

Marta prese con sé la giovane madre che era stata ospite del Peluzzi. Esangue, accettava senza resistenza qualunque ordine le fosse impartito. Indossò il fazzoletto per coprire i capelli, si issò la gerla sulle spalle con nascosto il più piccolo dei due figli, mentre l’altro seguiva docile Marta, che gli aveva portato un pezzo di pane da mordicchiare.

Nel giro di mezz’ora il vagone fu abbandonato e il gregge, i partigiani, i paesani e gli ospiti spariti.

Fieno capì così che il piano di sua madre coinvolgeva anche suo fratello Marco. Che emozione rivederlo dopo tanto tempo: aveva faticato a riconoscerlo in un primo momento, ma poi aveva notato il loro abbraccio furtivo e intenso. Chissà quando sarebbe tornato a casa e soprattutto, se vi sarebbe tornato.

La ragazzina a quel punto ritornò velocemente sui suoi passi e si precipitò a casa, dove la madre stava sistemando i nuovi arrivati. I due bimbi avrebbero condiviso il letto con i suoi due figli minori e la giovane donna sarebbe stata presentata come la cugina del suo defunto marito. Un giaciglio di fortuna glielo si poteva ricavare vicino al camino. Le famiglie che non ospitavano nessuno avevano infatti racimolato abiti e coperte per i fuggitivi e si poteva così predisporle un letto semplice ma dignitoso, in un angolo caldo della casa.

“Come faremo a stare tutti assieme qui dentro?” chiese preoccupata Fieno. “Non abbiamo posto neanche per noi!” “E che cosa dovevamo fare, secondo te?” disse Marta. “Sii fiduciosa: la Guerra finirà. Dai, pensa che essendo in tanti, ci scalderemo più facilmente il prossimo inverno!”. Le sorrise la madre e insieme scoppiarono a ridere. E risero tanto che cominciarono a scendere le lacrime, di riso e di pianto isterico, alla fine di una giornata di tensione e speranza.

Per salvare quella famiglia, Marta aveva dovuto vendere i suoi anelli, scambiandoli con i posti nell’ultimo vagone. Per questo sapevano quale vagone sganciare. Era stata una sofferenza per lei abbandonare i ricordi di una vita, ma sfortunatamente non c’era nient’altro da fare perché non le era rimasto più nulla di valore.

E non avendo altro denaro, non aveva potuto comprare un posto per il Peluzzi, che aveva quindi continuato da solo il suo viaggio. Aveva fatto tutto il possibile, ma il denaro era risultato introvabile in così poco tempo.

“Non li potevo salvare tutti” si era detta, ma le conseguenze della sua scelta le toglievano il respiro.

Capitolo 6 – Il potere dell’arte

Quello che Marta non sapeva era che, invece, il Peluzzi su quel treno non c’era mai salito.

Infatti, appena imprigionato, si era immediatamente attivato per oliare le tasche del secondino, che altrettanto prontamente gli aveva procurato l’aiuto del medico-farmacista. Era costui un appassionato di erbe medicinali e insieme di ogni forma di bellezza artistica: statue, quadri e arazzi.

Il Peluzzi si offrì di aiutarlo a valorizzare nel contempo queste sue passioni: il farmacista predispose alcune gocce preparate mescolando erbe officinali e il Peluzzi gli donò alcuni quadri fiamminghi di notevole fattura che allietarono il suo animo di esteta. Potenza dell’arte!

Il risultato fu che il Peluzzi manifestò un (simil-)attacco di cuore per il quale venne ritenuto morto dalle guardie e il medico del paese (autentico collezionista) ne decretò l’evidente decesso. Il funerale avrebbe avuto luogo di lì a breve senza tanto clamore.

Ma il paese è piccolo e, si sa, la gente mormora. Così Fieno venne a conoscenza della notizia e, di nascosto, si appostò vicino all’ambulatorio del medico per osservare l’uscita del feretro. Attese varie ore fino quasi a notte fonda, ma nulla accadde. Cominciava ormai a pensare di desistere quando finalmente la porta sul retro si aprì.

Ma la vista di colui che ne uscì la lasciò basita: era il Peluzzi, vivo, circospetto e travestito da infermiere, che si allontanò frettolosamente e si nascose nel bosco antistante, per controllare che nessuno l’avesse notato o seguito.

Un moto di gioia la colse e la indusse a strisciare silenziosa fino a raggiungerlo. Quando arrivò alle sue spalle, gli parlò sottovoce e il malcapitato fu quasi colto da infarto (questa volta per davvero) nell’apprendere di essere stato scoperto.

Per reazione, fuggì subito in mezzo alla macchia, cercando di far perdere le sue tracce. Ma Fieno era talmente felice di averlo visto in vita, che lo lasciò andare senza inseguirlo per non procurargli ulteriori problemi.

Da quel giorno, di lui non ebbe più notizie.

Capitolo 7 – L’ospite

La ragazza si muoveva veloce tra i letti degli anziani. La buonanotte alla signora Rosa, sempre così gentile e chiacchierona, un rapido controllo al signor Piero che sovente mangiava i biscotti di nascosto (a letto e col rischio di soffocare), di seguito a tutti gli altri. Infine, spegneva la luce nel corridoio e ritornava nella guardiola male illuminata per la notte.

Ormai era una routine per lei, la sera, salutare così i suoi vecchietti all’inizio del turno. Quel lavoro le piaceva: le permetteva di guadagnare dignitosamente e avere tempo da dedicare alla famiglia. Inoltre gli ospiti avevano sempre qualcosa di interessante da raccontare.

Parlare del passato era la loro occupazione preferita: alcuni cercavano in questo modo di richiamare l’attenzione, altri di trattenere memorie che cominciavano a sbiadirsi e allontanarsi, infine c’erano quelli che, non ammettendo di aver dimenticato vari episodi della loro vita, li re-inventavano come se, con un colpo di spugna, potessero far emergere il meglio di quello che avrebbero voluto o potuto essere. E arricchivano le loro storie con aneddoti e piccole bugie: il banale lavoro del fornaio diventava interessante se avevi preparato il pranzo per qualche autorità cittadina, la cameriera poteva raccontare vizi e virtù di nobildonne e ricconi impenitenti e l’insegnante predire il destino dei suoi giovani virgulti, in un tourbillon di fantasie e realtà che nessuno avrebbe mai potuto accertare.

Questo lavoro rappresentava un buon compromesso per chi, come Fieno, non aveva potuto completare gli studi, interrotti e ripresi più volte a causa della guerra. Ma ormai quella terribile esperienza era alle spalle e la vita aveva ricominciato a scorrere con regolarità.

Di nuovo, si stava distraendo e non doveva farlo. Le succedeva spesso, anche da bambina, di lasciar scorrere i pensieri e perdersi tra i fili intricati di fantasie e ricordi. Ma non stasera, perché attendeva nuovi ospiti e bisognava preparare loro le stanze.

Quando arrivarono, si adoperò subito per metterli a loro agio. Era sempre difficile all’inizio per loro adattarsi a nuovi luoghi e visi. Perdere i loro riferimenti, i punti fermi che li orientavano nel quotidiano, era spiazzante quasi venisse loro strappata l’identità, perdessero il loro nome o non si riconoscessero più allo specchio. Arrivavano sempre nervosi e cercavano quanto prima di ricreare le loro piccole abitudini, la loro routine, in una ricerca spasmodica di sicurezza e conforto.

Fieno lo sapeva bene e perciò fin dal primo momento li studiava con attenzione. Aveva sempre accuratamente osservato le persone durante la sua vita nelle lunghe ore trascorse appostata nei fienili e aveva sviluppato notevoli capacità di osservazione che le permettevano di leggere le persone senza bisogno di parole.

Così notò subito che uno dei nuovi arrivati aveva qualcosa di speciale, di diverso dagli altri. Un solitario di certo, timoroso ma vigile: i suoi occhi correvano veloci da un punto all’altro della stanza, da un oggetto all’altro, come un animale selvatico che valuta le vie di fuga e i possibili nascondigli. Si comportava come fosse una preda.

E la memoria fulmineamente la riportò indietro negli anni, riconobbe quel viso scavato e quello sguardo impaurito. Capì che la vita le offriva ora una seconda possibilità con quel suo ospite speciale e inatteso, chiudendo finalmente il cerchio con il suo passato.

“Buona sera signor Peluzzi” lo salutò dolcemente: “Che grande gioia darle il benvenuto! Non si preoccupi: d’ora in poi, mi prenderò io stessa cura di lei.”

Gli disse con la voce che tradiva l’emozione, stringendo la sua ossuta e rugosa mano tra le sue.

Carola Cestari

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