Mondopentola

Laila Wadia (a cura)
Mondopentola
Cosmo Iannone  2007     € 12,00

giovanna Pandolfelli

 

Tredici voci variegate compongono il coro policulturale voluto e diretto da Laila Wadia per la collana Kumacreola diretta dal comparatista Armando Gnisci: Clementina Sandra Ammendola, Mihai Mircea Butcovan, Christiana de Caldas Brito, Maria Eloina Garcia, Gabriella Ghermandi, Tahar Lamri, Muin Masri, Nora Moll, Gabriela Preda, Božidar Stanišić e Yousef Wakkas.  Tutti nomi che a vario titolo spiccano nel panorama letterario e culturale italiano dell’ultimo ventennio, uniti dalla stessa caratteristica che accomuna e li rende al contempo unici: l’aver scelto di vivere artisticamente in italiano, pur provenendo dai luoghi più disparati del pianeta.

Dopo questa raccolta, Laila Wadia si distinguerà ampiamente nel contesto letterario italiano contemporaneo con le sue opere, da “Come diventare italiani in 24 ore” (Barbera 2010) consigli pratici per integrarsi ma non troppo,  “Se tutte le donne” (Barbera 2012), un’arguta raccolta di storie al femminile nella pluralità culturale, per citarne solo alcuni. Con senso dell’umorismo e acuto spirito d’osservazione, Wadia getta uno sguardo trasversale sul suo mondo di adozione, quello italiano e in particolare il triestino, da indiana che conserva un occhio critico nei confronti delle proprie origini e della realtà che la circonda, in una fusione di sensazioni e realtà.

Curatrice della raccolta dal titolo suggestivo e spiritoso Mondopentola, è altresì autrice del racconto ivi contenuto “Il segreto della calandraca” nel quale penetra la magia di un tipico piatto triestino grazie all’aiuto del gestore di un negozio di Trieste che offre, anzi offriva prima della sua chiusura definitiva, prodotti di varie parti del mondo, una sorta di emblema dello stesso Mondopentola.  Tale espediente culinario crea lo spunto per l’autrice di evidenziare quanto i sapori e gli odori della nostra terra costituiscano un legame forte e subliminale con le proprie radici. La chiusura del negozio di alimentari multiculturale suscita un sentimento di perdita e di lutto nella scrittrice, che sente di aver smarrito un punto di riferimento sinora importante per se stessa ma anche per tutta la società multietnica italiana.

Il contributo di Laila Wadia non si limita tuttavia a questo racconto: la raccolta contiene anche un gioiello scritto a quattro mani con Armando Gnisci, comparatista e curatore della collana, autorevole voce della critica della letteratura transculturale e translingue.

Tra gli altri contributi spicca l’ironica arguzia di Christiana de Caldas Brito, che dà voce ad un fagiolo nero, ingrediente principale della tipica feijoada brasiliana, il quale si improvvisa spettatore e cronista della preparazione della pietanza. Yousef Wakkas rivive il ritorno nella terra d’origine attraverso un percorso filosofico-culinario che culmina in ibridi culturali specchio della sua ormai doppia appartenenza e doppia estraneità identitaria. E di ibrido culturale culinario parla anche Gabriela Preda, unendo tradizioni rumene e venete.

Tahar Lamri sottolinea, con il suo stile ricercato, il dolore di una madre algerina che non riconosce più suo figlio in quell’individuo ormai dai gusti contaminati, mentre la visita di una madre palestinese al proprio figlio in Europa fa scoprire dalla penna di Munin Masri un uomo che all’estero, per nostalgia, si improvvisa cuoco di specialità della propria terra.

Questo è solo un “assaggio” di quanto si legge in Mondopentola, opera che ha il merito di sottolineare con un mosaico narrativo l’importanza del cibo e delle tradizioni culinarie nello sviluppo dell’identità individuale e collettiva, creando legami di appartenenza. Dalle madeleines di proustiana memoria al timballo di Tomasi di Lampedusa, fino all’intruglio di Jhumpa Lahiri, sapientemente citati da Laila Wadia nell’esauriente prefazione, le citazioni culinarie nella letteratura sono frequenti e in quella transculturale e translingue in particolar modo.  Il migrante,infatti, tramite la propria cucina è in grado di ricostituire parzialmente quell’ambiente fatto di abitudini e tradizioni che lo ha visto crescere e che egli ha dovuto abbandonare. Ma perché si prova la mancanza del cibo?

Per effetto sinestetico, il cibo stimola contemporaneamente più sensi: oltre al gusto, anche la vista, l’olfatto, fino all’udito, e rievoca in noi sensazioni sia istintive che razionali. L’odore di una pietanza può scatenare altre percezioni sensoriali legate a ricordi o percezioni.

Molti scrittori italofoni di varia provenienza amano evocare il cibo del proprio Paese di origine gettando al contempo uno sguardo alle abitudini alimentari italiane dall’altro. Laila Wadia stessa non tralascerà, nella sua produzione narrativa, di prestare attenzione al cibo come identità culturale, ma anche come specchio di una società. Nel citato Se tutte le donne (p.157), le abitudini alimentari italiane, o se vogliamo occidentali in genere, rappresentano l’occasione per rivendicare il diritto alla libertà della donna.

A casa mia nessuno beve la cioccolata calda così densa e profumata da farti sciogliere le tensioni muscolari. Non ci sono caffè storici dove una donna può sostare da sola per ore senza destare scalpore.”

Una consuetudine, quella di consumare cibo fuori casa, emblema di una libertà di cui le donne in India non godono. Il cibo diventa il pretesto per denunciare una condizione sociale di sottomissione delle donne. “A tavola gli italiani parlano sempre e solo di cibo!” Questa è la scoperta di Laila Wadia (Come diventare italiani in 24 ore, p. 61). Nella sua ironica guida su come diventare italiani in un giorno, tra i vari usi e costumi nota l’inclinazione degli italiani ad occuparsi dell’argomento ‘cibo’ in ogni situazione, in particolare a tavola. Per gli italiani il  cibo crea coesione sociale e l’argomento svolge analoga funzione di quello del tempo meteorologico tradizionalmente degli inglesi. Del resto il cibo è anche molto presente nel lessico quotidiano con connubi di sapori che assumono significati ben più astratti della semplice soddisfazione del palato, come tarallucci e vino, pizza e fichi, rendere pan per focaccia, o simili espressioni.

E non dimentichiamo gli epiteti con cui le varie culture di accoglienza solevano chiamare tempo addietro i nostri connazionali migranti, associati alla pasta in tutte le sua sfumature: mangiamaccaroni, mangiaspaghetti o divorapizza dimostravano, seppure con scarsa fantasia ma con dichiarato disprezzo, il legame evidente tra il popolo italiano e l’alimento principale che li contraddistingueva, oggi largamente apprezzato e riconosciuto a livello mondiale.

Un’altra protagonista della presente raccolta non nuova a riferimenti alimentari è Christiana de Caldas Brito che in Cara Jandira, (Qui e là, Cosmo Iannone editore, 2004, p. 105) rievoca la nostalgia provocata da un mango succoso. I suoi scritti sono pervasi dai profumi e dai colori del suo Paese tropicale. Il mango rappresenta la freschezza, la ricchezza di un Paese che offre una natura rigogliosa e abbondante. Il colore del mango è di un’intensità che non è possibile ritrovare in Italia. L’autrice parla altresì delle abitudini degli italiani.
Gli italiani mangiano spaghetti ogni giorno. Loro li chiamano ‘pasta’ e mi viene da ridere perché mi ricorda il dentifricio, la nostra pasta de dentes. Come mi manca il riso con i fagioli. Lo sai che loro mangiano il riso puro con burro sopra?

Il cibo qui rappresenta tutto ciò che di bello ci si è lasciati alle spalle, pensando di lasciare le bruttezze del proprio Paese non ci si è resi conto di quanto di positivo si abbandona e si vorrebbe ritrovare quel cibo che rappresenta un pezzetto di infanzia. Un cibo speciale che ha il potere di far piangere, rappresenta le radici, quel sapore che risveglia tutta la memoria sensoriale umana.

Novembre 2017