Non dirmi che hai paura

Giuseppe Catozzella
Non dirmi che hai paura
Feltrinelli, 2014

Anna Lisa Somma

La ragazza corre. Dopo la scuola, con le scarpe rotte, quasi impalpabile nell’aria satura di polvere da sparo, sfidando i divieti e i coprifuoco di una Mogadiscio lacerata dai conflitti etnici e presidiata da forze armate non di rado allo sbando. Ma, ancora di più, lei sogna. Si immagina un giorno, alle Olimpiadi, mentre indossa fiera la casacca azzurra di una Somalia finalmente riappacificata.

 

Il suo nome – Samia Yusuf Omar – a molti, con buone probabilità, non dirà nulla. A qualcuno, invece, farà balenare nella mente l’immagine di un barcone o frammenti dell’ennesimo servizio televisivo sull’ennesima tragedia occorsa a clandestini in cerca di un approdo.

Perché fra loro, il 2 aprile 2012, al largo delle coste maltesi, c’è anche lei. Le sue gambe sottili che, cocciutamente, per ventuno anni, hanno solcato strade e piste e vicoli quel giorno si piegano dinanzi alle acque del Mediterraneo una volta per sempre.

In Non dirmi che hai paura, lo scrittore e giornalista Giuseppe Catozzella – vincitore del premio Strega Giovani (2014) – ricostruisce, sotto forma di racconto autobiografico, l’esistenza di Samia, senza dimenticare il difficile contesto sociale nel quale è vissuta, caratterizzato da povertà e sopraffazioni di ogni tipo.

Dopo essersi allenata a lungo, sostenuta dal fraterno amico Alì, Samia riesce finalmente a esser notata dal comitato olimpico somalo, che la porta a gareggiare ai giochi di Pechino del 2008. Il confronto con le altre sportive – muscolose, equipaggiate di tutto punto, ben nutrite – è impietoso, ma lei non si lascia abbattere, anzi: una volta conclusa l’esperienza, il suo desiderio di perfezionarsi si fa sempre più pressante.

E con esso affiora la tentazione di intraprendere il Viaggio – quello in grado di cambiare ogni cosa, di inaugurare un futuro all’altezza delle proprie aspirazioni. Poco importa, a Samia, se dovrà attraversare il deserto in camion precari e affollati, sottostare alle minacce dei trafficanti di uomini, o stipare tutti i suoi ricordi in una misera busta di plastica, unico bagaglio consentito durante l’infinita traversata che conduce fino in Europa, passando per Etiopia, Sudan, Libia, senza dimenticare quell’infinita distesa pronta a confondersi col cielo chiamata Mediterraneo. Ciò che conta è arrivare, trovare una terra da solcare a lunghe falcate in cui coltivare con fiducia le proprie speranze.

Un ritratto a tutto tondo, lucido e mai incline al patetico: ecco ciò che Catozzella riesce

a consegnarci, sottolineando a più riprese e senza retorica il tratto fondamentale della personalità di Samia, quella sua testarda volontà di farsi artefice del proprio destino e di ribadire senza sosta la sua dignità di donna, atleta, essere umano, tanto sulle piste di tartan quanto sugli accidentati sentieri della vita.

Settembre 2014