Tavolo numero sette

La preoccupazione fondamentale di Darien Levani in questo romanzo, fatto essenzialmente di dialoghi, considerazioni giuridiche, è stata quella di mettersi  dalla parte di un giudice.  La trama è semplice ed è relativa alla storia di un processo di un  presunto assassino, Pietro Erardi, di due donne. Le prove che conducono a lui, come probabile colpevole, sembrano schiaccianti tali da non lasciar dubbi a tutti i media e all’opinione pubblica. La violenza dimostrata nell’efferato delitto è stata tale che a furor di popolo  si vuole una condanna esemplare.
Eppure a conclusione del processo, quando ormai tutti sono convinti della colpevolezza di Erardi, viene emessa una sentenza di assoluzione. Il giudice viene accusato di aver manipolato la giuria popolare, di essere un massone che sta difendendo ragioni altolocate, di essere un giudice superficiale, che ha voluto fare un favore al figlio che aveva frequentato la stessa palestra dell’Erani quand’era un ragazzo, ecc. ecc.
Il romanzo si svolge nell’assumere le ragioni di Camillo Bordin che è seduto con altri inviatati ad un pranzo di nozze.  Tutti i convitati a quel tavolo, ma anche ad altri tavoli gli sono ostili e lo guardano con disprezzo. Al tavolo sono presenti il narratore, invitato perché lavora nella stessa ditta dello sposo e l’aveva sostenuto nell’approccio al lavoro quand’era arrivato , poi una ragazza Deborah e sua madre Nicoletta e due altri signori Massimo e Federica. Sono questi i personaggi principali attorno a cui si svolge la vicenda e le esposizioni del giudice nel rivendicare la correttezza del suoi operato.
Verso la fine però il romanzo assume la struttura di un vero romanzo giallo perché la ragazza e il narratore  riescono ad individuare chi è stato il vero assassino e  comunicarlo alla polizia che aveva sprecato un anno intero di indagini nel rincorrere a cercare prove contro Erani.

Il romanzo pur nella sua staticità spaziale, perché i luoghi ove si svolgono le scene narrative sono la Chiesa e il salone affittato per il pranzo di nozze, è ben condotto e costruito. Le domande, i dubbi che esprime Camillo Bordin spesso esulano dallo specifico caso di un fatto giudiziario per assumere un valore  etico di fondo che ciascuna persona deve avere. La verità non è mai data per scontata, la verità va sempre ricercata, ed ogni elemento di essa va sottoposta al vaglio della ragione, il cui atteggiamento morale di fondo  non può che essere il dubbio. Cartesio diceva “dubito ergo sum”.  Il dubbio è l’anima della verità. Ma l’atteggiamento dubbioso è lontano dall’arroganza e dalla presunzione di avere la verità sempre pronta.
La verità va ricercata ed ogni aspetto di essa va posto al vaglio della ragione che sola può liberarci dai pregiudizi.
Gli uomini tendono a pregiudicare in ossequio alle loro false idee ed esprimono così giudizi affrettati, esprimono condanne ed assoluzioni fatte per sentito dire o perché è opinione comune e “vox populi, vox Dei” o meglio “vox populi, vox veritatis”. Ed allora è difficile sottrarsi ad un pregiudizio quando questo è collettivo.

Hanna Arendt affermava che il male è banale (la banalità del male), riferendosi all’atteggiamento del popolo tedesco di fronte ai drammi dello sterminio degli ebrei durante l’epoca itleriana. Ma così avviene per ogni credenza  che nasce da pregiudizio e non viene sottoposta al vaglio della ragione, unica facoltà che distingue l’uomo dall’animalità.
Stupisce assistere alla ricaduta storica, sotto diverse forme della cecità della massa, che come ad esempio fece finta di ignorare o non far caso al dramma della shoah, oggi fa finta di non sapere che il Mediterraneo è diventato una tomba  che raccoglie oltre 25.000 morti.

raffaele taddeo  luglio 2019

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