Non basta

Dopo la morte di Giancarlo Vitali, avvenuta nel Luglio dell’anno scorso, si poteva ipotizzare che i volumetti “I Vitali”, frutto della collaborazione dei due artisti bellanesi, uno affermato pittore e l’altro noto scrittore,  non avrebbero avuto più seguito. Invece è arrivata la proposta del N. 19 della serie con raffigurazioni (tecniche miste su carta) del pittore scomparso e poesie con brevi passi di prosa, brevi racconti, ma forse più appropriatamente proesie  come direbbe Carmine Abate, perché sono composizioni polisemiche, tipiche della poesia.
Giancarlo Vitali si faceva leggere i testi che Andrea Vitali (ancora una volta è da precisare che non sono parenti) preparava e poi sceglieva incisioni o altro pescati dalla sua innumerevole produzione e li collegava a quei testi. Chiunque vada a curiosare fra i volumetti precedenti al 19 potrà rendersi  della coerenza o corrispondenza fra sensi degli scritti e quelli delle raffigurazioni. Esisteva una omologia metaforica spesso sorprendente.
Per  questo numero, il 19, non si sa chi abbia pensato alla scelta fra le opere di Giancarlo Vitali. Sarà stata Sara Vitali, la figlia, Leonardo Castellucci, estensore dell’introduzione, il figlio Velasco Vitali? Non ci è dato saperlo. A mio parere sarebbe opportuno  rendere trasparente l’autore o autrice di questa scelta perché anche questa operazione non è un dato accessorio o secondario rispetto ai testi di Andrea Vitali.

Una prima considerazione quindi va fatta rispetto alla scelta e presenza delle raffigurazioni e cercare di individuare i sensi metaforici che inducono o a cui rimandano.
La maggior parte dei testi grafico-pittorici manifestano un senso di cupezza da una parte e di un passato frammentato  dall’altro. Abbiamo rocce o macchie di colore scuro e poi specialmente conchiglie, pesci che non sono vivi, sembrano fossili. Elementi cioè del passato che ci tornano al presente forse perché vogliono ancora dirci qualcosa. Sono però fossili o comunque privi di vita presenti nella realtà, nella memoria della trasformazione della terra.

Ma veniamo invece agli scritti di Andrea Vitali. Innanzitutto è molto strano trovarsi di fronte a composizioni  poetiche di uno scrittore che ha uno stile fatto di dialoghi, di azioni collettive, di descrizioni di personaggi. La forma della poesia è legata all’intimità, al meditativo, al detto e non detto, alla polisemia. Ma l’Andrea Vitali de “I Vitali” è poco conosciuto, ma è per molti versi più interessante.

In questo  testo, n. 19 de “I Vitali”, che possiamo chiamare silloge poetica i toni di fondo sono essenzialmente due. Un primo che è presente nelle prime composizioni riguarda la costanza della realtà, la continuità della vita che si manifesta con poche variazioni, vita che però si deve saper cogliere. Così nella prima poesia Non basta gli ultimi versi sono molto significativi: “”S’impone, dietro, eterno/ sempre lo stesso sfondo”. Nella denuncia della continuità, della normalità delle cose avviene la ricerca della conferma nella memoria. Così: ”Ci andavamo apposta/ verso quei prati alti”. La quotidianità, la dimensione della costanza, la speranza che la vita riservi sempre qualcosa di meglio consiglia la non scelta perché un domani può permettere di ottenere di più. Anche se si vive il quotidiano si mantiene  desta l’attenzione a ciò che può succedere.
La poesia I balordi sembra segnare una svolta. In questo testo si fa presente la distanza che esiste fra emarginati e società per bene. “Infine tornano a sparire  da dove sono venuti/ nelle gole fredde delle loro case”. Ma questa poesia appena citata fa da introduzione a poesie che assumono una tonalità diversa rispetto le precedenti. Da una parte c’è amarezza per gli accadimenti della vita per poi sfociare nella morte comunque come fattore da tener presente e termine ultimo dell’esistenza. Molto intensa e significativa è la proesia Ieri notte. Specialmente gli ultimi due versi o righe manifestano un pessimismo per quanto la vita viene ad offrirci. “Ieri notte ho sognato arance e mandarini, allungavo un braccio/ e li riattaccavo alla pianta”. Sono quelle arance e quei mandarini portati dai venditori. Il testo sta a significare la durezza della vita, specialmente quando è priva di affetti o questi sono insicuri. La vita così non merita di essere vissuta e sarebbe auspicabile che non fosse mai arrivata: “ e li riattaccavo alla pianta”.
il senso della morte è ancor più marcato nella poesia Questa è la mia stanza, ove l’anafora del dimostrativo è una citazione della poesia di Ungaretti I fiumi, con la differenza che mentre in Ungaretti i fiumi sono una rinnovata vita in questo testo di Vitali il senso è di morte e morte macabra, ove la desolazione annulla la positività delle esperienze fatte: “Quella è soltanto una scatola e basta/…/te l’ho infilata in testa per amicizia/ Ti ho detto cosa conteneva/…/ e ossigeno che stai consumando”.
L’elemento macabro viene riconfermato nella successiva poesia: “E’ già passato infatti/ un anno intero/ da quando ti ho strozzato/ e in lacrime/ accompagnato al cimitero”.
In quasi  tutte le proesie che seguono il senso della morte è dominante. La bella lingua delle piante chiude con queste parole: “Qualcuno prima di lui, ragionò camminando senza fretta, aveva già compreso la bellezza, il perché dell’eseguire fucilazioni all’alba, e l’aveva tenuto per sé”.
L’opuscolo n.19 si chiude con un’altra citazione, questa volta tratta da I Sepolcri dei Ugo Foscolo: “All’ombra dei cipressi/ e dentro l’urne/ adesso sai il segreto/ il passo della gioventù/ o quella canzone”.
A cosa si riferisce per “passo della gioventù” e a che cosa “quella canzone”, non è dato sapere.  Sembra quasi contrapporre la spensieratezza della giovinezza presente sotto molteplici aspetti nelle prime poesie, quando si andava in alto e ci si sdraiava a contemplare le stelle come se si fosse fili d’erba, con la consapevolezza che poi tutto finisce e a volte drammaticamente perché c’è il richiamo della “canzone” della morte.

luglio 2019

raffaele taddeo

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