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Stasera piove

Pioggia. Pioggia e vento. E l’ombrello è rimasto a casa. Provo a ripararmi sotto un cornicione ma è peggio. È così stretto che sembra di stare sotto una cascata. Ed ecco che mi si avvicina un ragazzo. Con l’ombrello. -È l’ultimo che mi è rimasto. Costa solo cinque euro. Lo vuoi? - Sto per prendere i soldi dalla borsa, ma poi mi fermo e gli chiedo: -E tu come fai?- -Non preoccuparti, mi dice. Io all’acqua sono abituato. Al mio paese piove sempre. E poi abito vicino.- Non fa a tempo a finire la frase che gli scappa uno starnuto. Ci penso un po’ e poi gli dico: -Senti, facciamo così. Io l’ombrello te lo compro. Tu mi dici dove stai, così ti accompagno.- Lo sguardo che mi rivolge è a dir poco stupito. Ma poi accetta. L’ombrello è piccolo e per ripararci dobbiamo stringerci. Alla fine lo prendo sotto braccio. Tanto vicino poi non stava. Ma camminando...

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Nella montagna…

Nella montagna del sole gettai un seme livido di carne allucinata e aspettativa senza parole. Il turchese del cielo incideva il canto, le vie erano incise di labirinti, e lontani erano i sentieri. Le cime abissali del sole nascosto custodivano il grido. Ritornerà. Ritornerà affinché il sole calante sollevi la luna nuova fra i pini e i pinnacoli delle case di cenere. …accenna la terra i solchi degli alberi gli occhi sommessi degli animali Abbandonare i labirinti aggrovigliati di ingiustizia....
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Mi sono spinta

Mi sono spinta con timidezza e affanno lungo quel confine battuto da sudate orme. Le impronte solcate sulla terra sono come piccole formiche che tentano di tenersi vicine. Ho imparato ogni vecchia credenza di quel luogo carico di una storia antica per poi ritrovare nell'amico lontano me stesso....
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In stazione

È uno di loro: piccolo fulmine scuro in corsa gioiosa m'incrocia la via Sorride alle panche di pietra, agli occhi placidi e asciutti su cui siedono, di borse e di briciole, i profughi e guardano buoni Il suo riso è aria di fragole: apre a oltre l'incerto ai prati nonostante il deserto Milano, 21-22 ottobre 2014...
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Il sapore dei pomodori

Il ragazzo a cui aveva domandato si chiamava Olakunle ma in Italia si faceva chiamare Mario. Come il calciatore. L’intervista che gli aveva fatto era parte di un lavoro che il collettivo studenti svolgeva sull’immigrazione. Che lo aveva cambiato perché così si sentiva più uguale. Lei gli aveva detto che bisogna resistere e non barattare il proprio nome. Che del resto era un nome bello e le ricordava uno strumento musicale. Così gli aveva insegnato a chiamarsi Olak, potandolo come si fa da queste parti ma lasciando riconoscibili le radici. Lui veniva dal Ghana. Lei la chiamavano Leti. Aveva diciassette anni. Lo aveva invitato a cena a casa sua.

Il padre di Letizia tritava la cipolla quando al telegiornale raccontarono quella storia. Una donna era stata trovata impiccata a un ramo d’olivo. Era di mezza età. Facevano vedere la foto. Bionda, ben vestita. Non aveva documenti addosso...

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Gentiana Minga

Nata 12 aprile 1971 Durazzo (Albania). Laureata in Storia e Filologia a Tirana(Albania) nel 1993. Ha lavorato come professoressa di lingua e letteratura albanese, bibliotecaria  e giornalista professionista per diverse testate albanesi.(Koha jone,Rilindja e Kosoves,Studenti,Drita ecc ecc). Poetessa e scrittrice, ha pubblicato: Autopsia del disastro (racconti e novelle - 1993 - Ed. Europa - Tirana, Albania), La signora di Scutari (poesie - 2003 - Ed. Florimont - Tirana, Albania), Abbracciata dalla luce (traduzione in albanese dall'italiano - 2003 - Ed. Medaur - Albania). Pubblica tutt'ora cicli poetici e racconti in diverse riviste letterarie. Collabora con Enmigrinta, bollettino  on line, Alto Adige  come redattrice per la sezione di Bolzano,   con "Poeteka" ,tre – mensile  letterario  albanese,  e con altre testate  e siti multiculturali . Attualmente vive a Bolzano .dove  partecipa  in diversi progetti culturali e multi culturali.

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Mahmudu

Fu senza  dubbio  l'ultima  frase che fece cambiare loro idea. La voce di lui si mescolò con il brusio delle zanzare cosi che la fecero sembrare  triste e decadente.” Ah quei poveretti ,quei sventurati Michele e Nadia!Ah...ah!Lo sapete ,no? La storia ...in Mauritania?”.  Ecco,se non ci fosse stata quella frase lì,detta in quel modo , con l'orrore leggero e  polverizzato , sarebbero andati a casa da un bel po. E  Maurizio non ha dovuto sforzarsi. In fin dei conti la serata al  “Cavallino bianco” aveva proseguito scorrevolmente ,come la minestra calda d'inverno,liscia e lattea,piccante quanto basta, mescolata di componenti banali e misteriosi. Quanto basta. Ma ecco che a Maurizio  era saltato in testa di raccontare una storia lunga e curiosa,una di quelle storie da raccontare proprio quando il sole calava ,e fuori pezzi di luna si amalgamavano con pezzi di cielo e nuvole. Era la serata giusta. E...

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Zombretto

Shlick-shlock, shlick-shlock… sembrano dire i refrain che il mare canta alla terraferma. Dahmàn è su uno scoglio e li sta ascoltando con profondo piacere. La luna è piena ma, per verecondia o per paura del malocchio, preferisce velare un po’ lo splendore del suo volto. Shlick-shlock, shlick-shlock… echeggia Dahmàn al mare mentre si chiede dentro di sé “riuscirà la luna ad allontanare le fatture dei cattivi invidiosi?” Tra un sorso e l’altro di un buon vino palpitante, cerca di scrutare la notte pensando al misterioso divenire delle cose e di se stesso, soprattutto. Ha il torso nudo avvolto nella brezza della notte, guarda attraverso l’azzurro scuro del cielo e delle onde il disco argenteo infranto in una scia di schegge di luce. Quando la noia lo spinge a trascorrere in solitudine alcuni momenti con una bottiglia di vino, Dahmàn si rifugia in quest’angolo di scogliera deserta per la stagione e per la notte....

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Rémy e Virginia

Impossibile dire se la beatitudine diffusa tra i passeggeri fosse reale, o se per qualcuno di loro si trattasse solo di una lieta autoimmagine d’obbligo. Il fatto è che il traghetto si spostava come un tempio semovente tra quelle due grandi isole dell’Egeo. Non si sentiva niente oltre il rumore felino del motore e le grida attutite dei gabbiani. Anche i rari bambini presenti sullo scafo erano stranamente silenziosi, guardavano il mare pensierosi, disegnavano, manipolavano piccoli giochi elettronici o si mangiavano tranquillamente le unghie. L’isola precedente li aveva sganciati tutti dalla routine infernale delle loro città d’origine. La prossima isola rappresentava il passo seguente, una promessa di placida felicità che sarebbe arrivata insieme alla brezza tiepida del primo mattino. Rémy era sdraiato sulla panchina di legno della parte coperta del traghetto, con la testa posata sulle cosce di Virginia che gli accarezzava i capelli ricci, la fronte, mentre guardava l’orizzonte...

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Generazione che sale

"Generazione che sale", dedicata a bambini e ragazzi, italiani e migranti, vuole essere una sintesi di tutte le altre sezioni, una scommessa in un futuro in cui tutto questo sarà finalmente ovvio: l'importanza sovranazionale della nostra necessità di comunicazione orale e scritta, l'ordinaria transumanza del nostro destino di artefici di parole, la sacralità delle parole sempre più contaminate e bastarde che ci sopravviveranno. Benincasa Roberta Un colpo di cannone Giulia Landolina Il primo spettacolo Gabriele Tarantino Come Audrey Hepburn...
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