La lettera – Iurilli

la letra que faltaba, la perfecta
forma que supo Dios desde el principio.

J.L. Borges

Poiché la mia lettera è la A, la prima dell’alfabeto, contiene anche la fine ossia l’ultima l’omega.
E così sia.
Era il periplo segnato nel principio. Diceva: Camminerai e la via galleggerà sul mare e poi sulla pianura e poi ancora sul mare sino alla roccia del ritorno. L’albero avrà fiori e profumerà il tiglio… Sarà il tiglio di settembre. A, cifra e lettera, la chiave per cui scriverai.
Fu il “Corrientes” che rompeva l’onda dell’oceano, e i miei fratelli gemelli che si rincorrevano su in coperta e la cabina in 3° classe. Le avevano affidato dei salamini alla mamma, –roba da paesani- da recapitare ai parenti che sarebbero venuti a trovarci per sapere notizie…da noi che eravamo appena arrivati e come stanno tutti si lavora sodo la terra il paese è sempre nel medesimo posto, povere notizie di emigranti. La lettera che, appena nato, ti hanno marchiato sulla pelle, la cifra che non potrai toglierti e per la quale ti umilieranno perché diranno di te che non sai parlare. Perciò tacesti! Tacesti la A, quella che incominciavi a capire senza dir parola.
Lei serbava in sé le parole, e poi lievitarono nel seno…
Ricordi quando ti chiesero di andar nella pampa ad insegnare? Appena cento ottanta chilometri dalla tua casa ma era come avventurarsi nell’ignoto! Non per la geografia perché il tuo giardino con le tre rose e le mammole era una pampa limitatissima, un hortus conclusus direbbe il celebre medievista. Neanche per la lontananza, ma per il tempo per arrivarci. Quattro ore, passando da un paesino con tre case e mezza strada e una gallinella dal bel verso co, co, dè; un altro paese che aveva nome di topo e il suo pezzo di formaggio, e poi si arrivava a 25 de Mayo. Intanto, guardare sino all’orizzonte i campi di girasoli, le distese di lino in fiore che la brezza in onde ricama, sorprendersi della semplicità del gaucho che ti chiede di portare il fascio di patacones alla banca del paese, che lui sarebbe andato il giorno d’appresso perché doveva finire con la trebbiatrice che era al lavoro.
Andavamo in tre -adesso passano le maestre, cosi ci avevano soprannominato a 25 de Mayo da dove partivamo e Carlos Pellegrini dove arrivavamo- nell’utilitaria della estanciera maestra. Io insegnavo italiano nelle medie, le altre due a leggere e scrivere nella scuola elementare. Si lasciava dietro una lunga nuvola di polvere, una densa scia, l’utilitaria! Al suo passaggio, verso mezzogiorno per essere all’una a scuola all’alza bandiera, il gaucho ritardava l’andatura dal trattore per salutare. Quel giorno dei patacones il patrón della casupola con tetto di paglia come era d’uso nei campi, ci aspettava sul ciglio della strada. Colei che guidava, la maestra estanciera, proprietaria terriera anche lei, rallentò e fermò il veicolo. Il gaucho le parlò con la cadenza gauchesca, il tono caratteristico della gente di campo. Oramai lo capivo benissimo!
_”Signorina maestra”, salutò con fare umile cosciente di parlare con persona di alto rango e rispetto, “porti tutti questi soldi alla banca e dica al direttore che andrò domani…” e così dicendo, esattamente come nelle favole, le porse un rotolone di soldi. Nessuna delle tre fiatò sino a destino, Carlos Pellegrini. Fermammo alla Banca. Consegnammo, e poi, esatte come un orologio, entrammo a scuola con il suono della campanella. Un altro giorno mi raccontarono della volta che tornarono a 25 de Mayo con la navetta, perché le aveva sorpreso un inaspettato sciopero di treni, e in assenza degli operai loro due azionavano la navetta a moto alternativo, su e giù su e giù…e quando sei stanca la zattera-vagoncino si ferma! Ah, che bel ridere, le tre in coro! Alle volte mi guardavano con sospetto, mi credevano troppo raffinata essendo nata in Europa, poco adatta alla vita di paese dalle gentilezze rurali! Allora mi rassicuravano. “Non aver paura”, mi dicevano, “di qui non ci sono serpenti”. Nella lettera a mia zia Cecilia le avevo scritto che andavo nella pampa ad insegnare. E lei subito: “Ungi le scarpe di aglio per allontanare i serpenti”. Non lo feci, ma lo raccontai alle mie compagne di avventura pampera. E anche quella volta ridemmo molto. E poi c’era il ritorno a mezzanotte. Dovevo fare un bel pezzo di strada, meglio sarebbe dire di pampa, a quell’ora, in assoluto silenzio, quasi non osavo respirare per non alterare il sonno sidèreo della Croce del Sud, così alta e limpida, e la lunga coda bianca… se le portava tutte dietro di lei le stelle, la serena Croce del Sud! Anche le sere di Pinamar erano immerse nella brillante Croce del Sud. Poi, ultimamente voglio dire, nei tempi moderni accesi di luce accesa Pinamar spiaggia alla moda, la Croce del Sud non è tanto visibile.
Anche li, i pochi abitanti di Mar de Ostende (separata da Pinamar da una distesa dorata di sabbia e dune), ci chiamavano “le maestre”. Arrivavamo dopo gli esami a casa di Doña María che ci accoglieva con tutti gli onori. Vita di spiaggia e sole, lunghe camminate sino al piccolo paese e la domenica a messa alla chiesa bianca dal tetto spiovente che ancora resiste tra i palazzoni di tanti piani e villeggianti che vogliono divertirsi a tutti i costi. Il bel villino di Enrique de Gandía è stato convertito in ristorante di mal’affare, ed è oramai decadente. Il chalet El Hongo ha perso il suo fascino.
Nella prima pubblicazione, nella rivista didattica Kapeluz, teorizzavo sulle parole. Quelle scritte sulla lavagna col gessetto bianco. Quasi tutte le alunne arrivavano dai paesi vicini. Avevano viaggiato un bel po’! Anch’io viaggiavo per arrivare a quella scuola dai pavimenti e il tetto sfondato. Ma nel patio c’era una bellissima camelia rosa acceso; i rami si affacciavano al primo piano dov’era la nostra… aula? A quell’ora del mattino la pioggia prolungatasi per tutta la notte era leggera, come sfinita. Dall’aula accanto veniva un insicuro e stonato suono di flauti. Era la classe di musica. Intanto, le mie bimbe, all’inizio della adolescenza, i visetti un po’ sciupati dalla pioggia come le camelie del patio, mi dettavano le loro parole…ed io dovevo acchiapparle tutte e fissarle lì sulla lavagna, col gessetto bianco…parole, lettere, letterine, pensieri, vortice di idee, pioggia di idee dice la moderna didattica, riempire una lavagna altra lavagna altra ancora –magari ce ne fossero state tante!- scrivere i volti gli occhietti neri lucidi di intelligenza i capelli lisciati dalla recente pioggia il grembiule aggrinzito perché l’autobus a quest’ora è sovraffollato di operai e impiegati che vanno al lavoro e per questo sono arrabbiati e si spintonano, già di buon mattino.
La patria sono le parole del cuore, mi disse Francesca quando la rividi a Roma, e ambedue sfiorammo la conca del Bernini per abbracciarci. Ci riconoscemmo perché la parola ci aveva segnato la fronte. Quella parola che ci aveva ordinato di tacere il grido dell’ esilio dell’anima. Quella parola che scrisse le pagine del libro /che per caso passava da quell’angolo del sud.
Il vento sussurrerà la sillaba e la colomba porterà nell’anello il messaggio.
Il fato e l’arcano ognuno porta con sé rivelato nella linea delle sue mani e nella venatura che si dipana sul corpo come rete gentile.
Cifra, lettera e cabbala rimettono al nome, quello dell’Adamo androgino che nominando fece.
Come era nel principio, e cos’ sia.

Lettera dal fronte
Cara madre,
le bombe mi prestano la luce per scriverti,
le bombe mi prestano il fuoco per riscaldarmi.
Il ricordo delle donne attorno al focolare mi stilla ancor vita nell’anima.

C’era la zia Annina a raccontar le storie:
e la Nunziatella a governare i panni bianchi e le fasce,
e la Marinella adolescente
che mi accendeva il core.

Cara mamma, e poi tu cara mamma.
Dal freddo della trincea.
Dal gelo della trincea.
Dalla morte della trincea.

E la Marinella che mi avvampava il core
E la Nunziatella a governar le fasce bianche…