Titilope Sonuga: L’andamento ritmico in poesia tra oralità e scrittura identitaria

Un battito primigenio pulsava nel cuore del Big Bang e generava il ritmo perfetto dell’universo, capace di manifestarsi in un’espressione verbale primitiva, nel fremito di una luce ancestrale. Un movimento si perpetuava al suono di un hi hat[1], nella cadenza dei significati originati dalla costola del primo uomo, affiorando nella creatività dell’impulso che lo comandava.
Quella stessa spinta ritmica giunge a scuotere, oggigiorno, l’anima di Titilope Sonuga, autrice canadese d’origine nigeriana, che ama rivelare il suo essere in poesia attraverso un’indagine performativa dalle radici remote come dalle aspirazioni di più ampia portata. La scrittrice muta l’istintività delle idee che le esplodono nel petto e le scorrono nel sangue in un argomentare orale e scritto, danzante nella voce di una storia personale e globale, che le consente di asserire una specifica identità.
Titilope muove i primi passi come poetessa per le strade della città natale di Lagos, in Nigeria, completando tale percorso, tutt’oggi in ascesa, a 6000 miglia di distanza, nella realtà canadese di Edmonton, dove si trasferisce all’età di tredici anni. Ne consegue una fusione di mondi grazie alla quale l’autrice medita sul ruolo dell’opera proposta, riscoprendo al contempo il sostrato che l’ha nutrita.
Il messaggio di Titilope viene trasmesso per iscritto, ma soprattutto oralmente sul palcoscenico, nel corso di pubbliche esibizioni. Esso porta in sé le tracce di un antico retaggio, i cui segni di violenza e schiavitù hanno conosciuto, durante i secoli, una trasformazione nelle modulazioni che ne sono derivate e si sono perpetrate attraverso i continenti coinvolti in questo processo d’assimilazione. La sua riflessione, nella declamazione e sulla pagina, si lascia così cullare sulle rotte degli schiavi, nel ventre delle navi negriere occidentali che, nel contesto del “Middle Passage”, trasportarono migliaia di individui, in qualità di merci di scambio, da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico. Pur ricercando volontariamente nella scrittura il dolore dello schiocco di una frusta, l’espressione di Titilope si mantiene vivida, al fine di  metabolizzare l’eredità passata, sviluppatasi sotto la coltre di distruzione colonizzatrice. Nella sua parola risuonano i motivi dei gospel, forma di contaminazione musicale che scaturì prima come risposta nei confronti del meccanismo schiavista delle piantagioni e in seguito come riappropriazione in chiave cristiana della musica rituale africana. Il valore delle autorità genitoriali viene, inoltre, introdotto mediante la medesima propensione allo scavo, il cui impatto testuale si concretizza nei risvolti sonori suggeriti. Determinate parti del corpo, quali la gola di un padre o la bocca di una madre, sono orchestrate tra i versi come strumenti funzionali a una generale allusione a figure di antenati, in riferimento a questo passato. Il riassemblare tale quadro in musica soddisfa un bisogno di definizione attuale, nell’equilibrio di una composizione poetica che l’autrice mette in risalto a partire da specifici frammenti contenutistici, attribuendo loro un’originale prospettiva d’analisi.
Visioni di corpi infranti in uno spostamento spazio-temporale emergono da ossa e cenere per materializzarsi nell’energia di nuove immagini di costruzione identitaria. Con i denti viene intessuta la bellezza d’una condizione d’appartenenza che guarda all’attitudine benevola. I residui di capelli rimasti nei palmi veicolano una forza di volontà oltre la sofferenza sperimentata, rappresentata dall’azione emblematica di scagliare il fulmine. Pur nel timore di indossare ancora come un vecchio manto una rabbia lontana, la poesia di Titilope si proietta inconsciamente verso una manifestazione espressiva che trova in un sentimento di perdono quel battito rinnovato, fondamentale per generare una profonda verità artistica. Essa si esplica nella raffigurazione della purezza di sorrisi di fanciulli, visti come unica forma di ricchezza possibile, quando nella terra natia sembra persistere solo un’onda cremisi e non restare più nulla. Nella confusione delle emozioni maturate nel contesto belligerante delle origini, Titilope è in grado di recuperare la memoria di residui di bontà verso il prossimo, nonostante il permanere nell’assenza di una corrispondenza d’intenti affettivi e solidali.
L’autrice si impegna a cavalcare una melodia innata e ininterrotta, che dagli albori dell’universo trova proseguio in un riconoscimento di più vasto respiro, grazie al potere dello “spoken word”. Volendo lasciar impressi i pensieri prodotti all’interno di quest’intenso flusso poetico, Titilope mira a farne il metronomo di un’esperienza d’arte che diventi innanzitutto via d’accesso a un progetto esistenziale d’affermazione e arricchimento individuale. Essa si rivela, in aggiunta, un momento di confronto collettivo, data l’ottima rispondenza esterna alla sua esposizione nell’oralità della performance poetica contemplata. Un’esibizione che l’autrice sostiene, puntando alla condivisione del proprio operato nell’umiltà della cooperazione artistica, attraverso cui la sua anima continua a intraprendere, pacifica, il tragitto definito nel ritmo pulsante della vitale e semplice poesia.


[1] Strumento musicale composto da una coppia di piatti montati orizzontalmente su un supporto metallico dotato di pedale.