Parole dal mondo

Pandora

Fu un attimo –
la mia mano sul vaso, in cucina, al mattino,
il pollice orlato di terra del giardino
strusciava il proprio monte sul coperchio –

Date tutti la colpa a me.
Pensate che avessi scelta –
prendere il vaso, o lasciarlo sigillato
nella dispensa presso la porta finché il tempo ravvolgendosi
ci portasse all’inizio. Fui distratta, dite,
o scriteriata, o perfida, o soltanto curiosa,
la colpa che dite ‘della donna’, quasi gli uomini non stessero
sempre lì a inquisire e impicciarsi e scoperchiare tombe.

Ma voi non capite.
Era uscito di nuovo, quello mandato
per essermi compagno, amante, gioia.
Fuori, a badare al gregge, o qualcosa del genere,
Temo di non avere ascoltato quando me lo disse,
tutto sembrava troppo – oh, prevedibile, così troppo
‘ciò che doveva fare per mandato’, e io con le mie faccende
e nessuna chance di contestare.

Perché non erano tutti sigillati, celati in quel vaso.
Non li ho liberati tutti quando alzai il coperchio.
Quel burlone – quello dalla gran voce
che risuonava tanto, e così eccelsa –
ce ne diede uno per iniziare, gratis, in dono,
scioglierlo non mi costò alcun sforzo.

Un peccato semplice, facile da ignorare
per le ore più lunghe con tutto il da fare che avevo:
sistemare la casa, coltivare il giardino,
scoprire a che servivano quei cosi,
il suo e il mio, che s’intesero proprio bene
quando capimmo come.
Pure, a tratti lo sentivo, dietro l’orecchio destro
o sotto lo sterno,
di notte quando lui era in travaglio,

o dopo colazione quando la porta si chiudeva
e i piatti attendevano
e il silenzio scendeva come un telo.

Fu allora che prese a rodermi:
prima come mosca che ronza, quasi non la noti;
poi, una neritudine appollaiata sulla spalla,
era sempre lì; infine, ali enormi
che come un drappo m’avvolsero
e presero a velarmi la vista nei momenti più strani –
mentre mi spazzolavo i capelli,
o ascoltavo la pioggia —

noia. Tutto qua.
Un peccatuccio così semplice
per far crollare un mondo.

E la mia mano destra.
Quattro dita. Un pollice.
Una mano venuta per fremere e bruciare,
stringere nella notte, oziare sopra un vetro,
lo mandò in frantumi

E un giorno in cui il sole splendeva,
mi spinse verso la dispensa,
girò la fredda chiave,
ne estrasse il vaso ―

Che altro avrei potuto fare?

 

traduzione di Angela d’Ambra

L'autore

Avatar

Susan McMaster