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Anna Belozorovitch  –  Il debito

“Non so se voglio incantare ora,/ non sento la necessità di essere seduttrice,/ non voglio essere spettacolare,/ ma invece attendere e vedere,/ fino a che punto il mondo potrà farmi innamorare.” Sono alcuni versi di una delle poesie della raccolta essere pioggia ove con maggiore chiarezza emergeva la poetica dell’attesa, che è un momento della vita in cui in ogni istante si è in attesa di qualcosa di grande, di meraviglioso che possa arrivare. La condizione di attesa può essere vissuta e sentita per un tempo lungo che può essere tutta la vita così che questa viene percepita come tutta positiva, tutta piena di speranza. Ma può durare anche solo pochi istanti, poco tempo nella vita di un uomo. Quando ho scritto il supplemento su Anna Belozorovitch sul numero 42 di el-ghibli ho paragonato lo stato di attesa che emergeva dalla sua poesia a quello che Leopardi scopre per la condizione della giovinezza quando afferma “stato soave, stagion lieta e cotesta”. Ma subito dopo il grande poeta recanatese mette in guardia rispetto alla brevità di questa età perché il dopo giovinezza, la festa, poi diventa amarezza, infelicità. Una condizione di omologia si ha per l’attesa sia sul piano poetico che su quello esistenziale, perché c’è un momento nella vita che l’animo è intensamente in attesa nella speranza che qualcosa di grande debba accadere a se stesso, qualcosa di straordinario. Ma come per la giovinezza  che poi passa anche il senso dell’attesa poi passa, a meno che non si riesca a vivere costantemente di giovinezza e non ci si alzi la mattina e si dica “ad Deum, qui laetificat iuventutem meam”, e si riesca a recitare cum Deo et sine Deo, la laetitia iunentutis  propriae anche sul finire della vita.
E così è anche per l’attesa perché anche prima dell’ultimo respiro si può essere in attesa che qualcosa di meraviglioso ci possa accadere. Quando dopo l’attesa si ha una delusione, la mancanza del qualcosa di grande, si avverte che tutto è piccolo e insignificante o caduceo allora subentra il disorientamento, un senso di sfiducia e la vita nel suo complesso acquista un sapore diverso.
Il percorso di Anna Belozorovitch sembra proprio che abbia seguito questo solco, spesso tracciato da altri grandi poeti: dall’incanto e felicità dell’attesa allo scoramento che ciò che arriva dopo è solo e solamente una delusione. “Più è finale ciò che mi attende” scrive la poetessa in una sua poesia che è da intendere come ciò che mi attende è la fine di ogni cosa, è la morte di ogni cosa. L’attesa porta ad un termine, non si apre ad una speranza sempre rinnovata, ma si chiude in una disillusione. Nella silloge Il debito Anna Belozorovitch propone questo approdo poetico. E’ solo un approdo temporaneo così come sembra suggerire nella poesia il porto, ma potrebbe essere anche la scoperta della situazione ontologica dell’essere uomo così come prospetta Leopardi.
Significativa al riguardo è questa poesia della suddetta silloge: “Forse i nostri spiriti sono come le mosche/ finite dentro casa per errore/ che sbattono, impazienti, contro i vetri,/ percorrono avanti e indietro i corridoi,/ fino a convincersi che non esiste il fuori,/ che il cielo è solo uno sfondo./ Così galleggiano al centro delle stanze, fosche,/ attente a compiere un giro sempre più rotondo.”
La condizione esistenziale dell’uomo è simile. L’attesa lo fa infilare in un tunnel, in uno spazio da cui non riesce più ad uscire ed il cielo, cioè le nostre speranze, la fiducia in una felicità meravigliosa, è solo sullo sfondo mentre continuiamo a girare sempre più intorno a noi stessi. La poetessa non aggiunge che la vita di una mosca è molto breve e lo  sfondo del cielo rimarrà sempre tale.
Abbiamo quindi nella poesia di Anna Belozorovitch un cambiamento significativo tracciato e manifestato anche attraverso il suo costruire versi che avviene in maniera diversa rispetto alla intonazione di fondo del suo fare poesia precedentemente.  Sembra infatti di assistere ad un approdo di poesia ermetica ove le metafore, incalzanti, che si susseguono una dietro l’altra quasi impossibilitate e trovare un appagamento e descrivere la situazione del momento dell’essere del poeta, sembrano chiare solo alla stessa poetessa e sono scritte per rispondere a domande interiori senza alcuna preoccupazione comunicativa. Si osservi questa poesia: “ Ho due finestre all’interno delle palpebre./ Socchiudo gli occhi e vedo quei rettangoli/ celesti e limpidi col tempo nuvolo,/ col buio tipico di notti cariche,/ silenzi privi di risposte amiche;/ nel giorno aperto squarci pallidi,/ interruzioni malinconiche,/ ricordi d’ombra, lampi senza il bianco, specchio in dittico.”
Praticamente ogni verso è una metafora a sé a volte collegata, ma a volte staccata rispondente solo a domande che il poeta si fa e che trova risposte solo attraverso queste immagini. Quali poi siano le domande  poste è solo da immaginarle.
La poeta sta cercando di trovare un dialogo con se stessa, gli altri sono solo sullo sfondo, sfuocati. Il tono di fondo è dato da un senso di diffidenza verso il futuro che non sembra mai aprirsi a qualcosa di positivo. Oscurità, incertezza, disagio interiore, sfiducia nella relazione con l’altro, paura di disintegrarsi di fronte al trascorrere del tempo che non aggiunge personalità, identità, anzi la distrugge.
“Tutta la mia vita è nuova, ogni giorno/ soprattutto nella sua imprevista vecchiaia/…” ed ancora “Ogni mattina, più stanchezza,/ indifferenza al cielo chiaro./ Può essere questo, invecchiare?/ Stancarsi del risveglio stesso?” così pure “Gli occhi sempre più vecchi,/ più dentro che fuori”.
Il tema della vecchiaia è ricorrente, in verità era presente anche nella raccolta “essere pioggia”, ma in quella silloge era il vecchio ad essere preso in considerazione nella sua condizione di umanità, nella silloge Il debito   la vecchiaia viene associata all’essere esistenziale della poeta stessa, quanto di più lontano poi dalla sua condizione biografica.
La musicalità della costruzione della poesia di Anna Belozorovitch viene ottenuta specialmente con  il gioco delle assonanze  come ad esempio in …fermo,   …fermento, …sento, oppure  …metallo  …mano.
La silloge, intensa ed elevata nella sua organizzazione poetica, divisa in 5 parti, ci presenta il nuovo vissuto poetico, non sappiamo se temporaneo, così come sembra alludere con la poesia il porto in cui dice che “porta in grembo il cambiamento fermo,/ l’evoluzione verso l’imprevisto da fermento”, in cui il porto non è l’approdo definitivo, ma lo scambio di chi viene e va.  Va notato che in una poesia della raccolta essere pioggia la poeta diceva “è più sfacciato il buon umore/ della disperazione e del malessere/…../Oggi mi sento crudele per non essere malvagia/ e traditrice per essere di buon umore.” (il grassetto è mio). E’ evidente il diverso timbro e umore poetico rispetto alla silloge il debito.  Ma può essere  ormai l’umore definitivo e teso verso il canto dell’umana infelicità.

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