Recensioni a cura di
El Ghibli

 

Ultime recensioni

Jacinta Kerketta   –   Brace

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Christiana de Caldas Brito – Colpo di mare

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Igiaba Scego – Prestami le ali. Storia di Clara la rinoceronte

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Dalla recensione Colpo di mare di Remo Cacciatori

…  Il mare come “altro”

La protagonista  di Colpo di mare  è una donna stanca e fragile, in preda ad una profonda crisi di identità. È pittrice, ma vive al buio e da qualche tempo le sue dita sono devastate da piccole ulcere.  È un’artista, è sempre stata considerata un’originale, ma ultimamente i suoi comportamenti sono incomprensibili. Di notte, ad esempio, sogna luoghi e persone che le sono familiari,  ma che di giorno non sa riconoscere; tutto si è aggravato dopo il suo soggiorno a Carloforte, in Sardegna, dove è successo qualcosa che l’ha cambiata radicalmente. È agitata, strana, forse sta diventando pazza. Così, almeno pensa la sorella, che vorrebbe indirizzarla da uno psicanalista. Ma Flora, questo il nome della protagonista, è convinta che tutto quello che le succede sia “normale” e per convincere gli altri di questo ha deciso di raccontare la sua storia. Le mani piagate glielo impediscono e soprattutto è troppo coinvolta dalla metamorfosi che sta vivendo per poterlo fare direttamente. E così chiede l’aiuto ad Elisa, la sua migliore amica, quella che ha messo a sua disposizione la casetta sul mare a Carloforte e che ora dovrà ascoltare le sue parole e raccontare al suo posto ciò che è accaduto in quel luogo. Per farlo dovrà anche scavare nell’infanzia e nella vita di Flora, e ben presto il lettore si troverà di fronte a un piccolo colpo di scena (il primo dei numerosi presenti in questo Colpo di mare),  scoprendo che quella che sembrava una imparziale osservatrice dei fatti, in realtà ne fa pesantemente parte. L’indagine condotta da Elisa si addentra nelle problematiche affettive di Flora, ma, prima ancora di essere iniziato, il suo resoconto si imbatte nel vero protagonista di questa storia, il mare. “Siamo fatti d’acqua”, dice il padre di Flora (p.13), e lei, a sua volta: ”Parlare del mare o parlare di me è la stessa cosa Elisa”(10). In questo romanzo il mare non è il fondale delle storie, verrebbe da dire che non è paesaggio ma personaggio, soggetto che interagisce nelle svolte della trama, ma anche questo sarebbe riduttivo. In queste pagine la presenza del mare è pervasiva: esso è  l’altro elemento, l’altro lato del  pianeta (“Come il Brasile, anch’io avevo un lato mare e un lato terra”, dice Flora, p.105), ma è anche l’altro che alberga in ciascuno di noi, l’ineliminabile fronte-retro delle pagine  di ogni nostro processo cognitivo, affettivo o valoriale. Sfida di Colpo di mare è rendere conto di questa presenza, spesso inavvertita ma percepibile in ogni nostro gesto, ignorata ma costantemente interpellata, rimossa ma determinante in ogni nostra scelta. Tanti sono i modi di dare forma all’altro, quanti sono quelli per rappresentare la realtà. Christiana de Caldas Brito ha scelto l’acqua del mare, come già aveva proposto l’acqua nel suo primo romanzo, Cinquecento temporali, per riaffermare, forse, la sua alterità culturale verso chi si vanta delle proprie certezze e di camminare solo coi piedi per terra. Ma nella sua scelta non si può non notare, ancora una volta, la rivendicazione del diritto di appartenere a più mondi, in particolare quello delle sue radici “acquatiche”  (“In Brasile siamo oceano, fiumi, pioggia, laghi, cascate. Siamo sudore e lacrime” p.88, osserva un personaggio). Scrivere un romanzo “fatto d’acqua” costituisce anche un impegnativo ma utile esercizio: significa  esercitare il lettore alla ininterrotta ambivalenza del reale, aiutarlo a cogliere i suoi continui slittamenti, ricalcolando distanze, riaggiustando interpretazioni, giudizi su fatti e persone. Ciò comporta affidarsi a verità provvisorie, spurie e “corporee”, avendo il coraggio di abbandonare la pura razionalità (“Nel testo che avevo scritto e al quale mancava un finale, non ero affatto sicura di aver toccato la verità. La verità è sempre distante. È fatta di contatti, di odori e di corpi che si toccano, di confessioni che non vengono fatte, di rumori ascoltati dentro, suoni che vibrano, ricordi impiantati sulle dita finché non raggiungono la coscienza” p.112). La navigazione nel mare di questo romanzo dovrà abbandonare anche la pretesa di incontrare personaggi chiusi in rassicuranti caratteri univoci, perché “La verità di una persona è più nelle sue contraddizioni che nella logica che la rende uniforme” p.111. E così, invaso dalle onde del mare e messo in discussione alla luce del suo sguardo “altro”, il romanzo di Flora rimescola anche le sue convenzioni di genere, reinventa situazioni altrimenti prevedibili e quello che all’inizio potrebbe sembrare un “romanzo familiare” con le sue dinamiche padre-figlia, figlia-madre… si complica assumendo colorazioni fantastiche, mitiche, ma soprattutto mettendo in campo i toni problematici di una riflessione più generale e ambiziosa sul destino e l’esistere. Per questo Colpo di mare rappresenta una interessante evoluzione nella produzione di Christiana de Caldas Brito, che pure riprende in questo testo molte situazioni narrative e personaggi della sua “poetica del mutamento”, come ha opportunamente messo in rilievo Clotilde Barbarulli…

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Dalla recensione Brace di Luciana Tavernini

 … Ho scoperto attraverso la lettura delle sue poesie, pubblicate in Italia nel volume Braci, che Kerketta riconosce l’importanza del legame con la madre per una soggettività capace di trovare le parole che non nascondano ma illuminino la realtà e che aiutino a trasformarla, insomma per quello che il femminismo della libertà chiama politica del simbolico. Infatti fin dalla dedica. “A mia madre, Pushpa Anima Kerketta, fonte della mia ispirazione poetica”, esprime riconoscenza pubblica verso sua madre, una donna che ha sostenuto il desiderio della figlia di diventare giornalista, con l’iscrizione alla facoltà di Mass Comunication di Ranchi, fatto che Jacinta ricorda nelle sue interviste.

La figura di una madre che, pur avendo sperimentato la violenza maschile e capitalistica, continua a lottare appare nella poesia Le armi nelle mie mani. Una madre che, anche se soccomberà, insegna alla figlia a portare avanti una lotta, in cui si tratta di salvare i sogni della madre, una lotta che va ben oltre la sola militanza.

La potenza immaginifica delle poesie di Kerketta è radicata nel suo essere donna e subito mi è venuto in mente il libro di Luisa Muraro, Non è da tutti, L’indicibile fortuna di nascere donna (Carocci, Roma 2011, p. 92 e seg) dove si sottolinea l’eccellenza femminile non come “superiorità relativa che richieda continui confronti […] ma che va riconosciuta per se stessa come un saper tenersi in presenza del mondo”.

Ad esempio, nella poesia La lingua umana l’io poetante guarda “come il ramo di un albero/ fa cadere pian piano le foglie/ dal suo petto/ come una madre/ che toglie il proprio latte/ al bimbo che cresce” e questo permette alla sua anima di ascoltare “una conversazione che non si è mai potuta registrare/ in un documento storico.// e quelli che sono intenti a riempire documenti/ con mucchi di parole/ quelle parole non le possono capire./ perché l’umanità non riesce a capire/ proprio la lingua umana…?

Mi viene in mente, come dice Zambrano, che la storia vera dovrebbe mostrare lo spessore invisibile dei fatti, trovando il linguaggio più adatto. Non a caso la filosofa spagnola, come Kerketta, rivaluta la poesia come fonte sia di una conoscenza più autentica sia della possibilità della sua comunicazione. Infatti nell’intervista di Daniela Bezzi (“Dalla terra delle foreste. Incontro. Della scrittrice indiana Jacinta Kerketta esce in Italia «Brace», poesie dedicate al riscatto” in Alias, supplemento de il manifesto, 5 maggio 2018, p.8-9 leggibile anche in http://www.libreriadelledonne.it/dalla-terra-delle-foreste-incontro-con-jacinta-kerketta/) racconta che “dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia” aveva deciso di diventare giornalista per “raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là”. Avendo vinto premi importanti lasciò il quotidiano Prabhat Khabar, testata in lingua Hindi con grande seguito per continuare come free lance. Ed “è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.” …

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