Racconti e poesie

Ricordi dal bunker blu

lettera a  Eni

Ho scelto te come destinataria del mio primo ricordo non perché prevali sui miei pensieri ma perché da molto lontano, una piccola cella con due buchi al posto delle finestre mi è apparsa con le sembianze dell’ombrello blu che di mattina presto andava a passeggio con un labrador fedele e bagnato. Credo che l’ombrello fosse uno dei tanti pretesti che mi spinsero a scrivere di te . Vederlo dall’alto pareva molto grande per il corpo esile del bambino che due volte mise fuori la testa alzando gli occhi verso il cielo affrettando poi nella gelida mattina di gennaio. Sparì poco dopo assieme al cane verso via Duca d’Aosta e a me sono venuti in mente i tuoi occhi e i miei che seguivano da dentro il bunker i movimenti affannosi della giornata, le ultime corse dei bambini con le cartelle in mano e i passi svelti dei professori verso il cancello della scuola. Quel piccolo bunker diventò una cella solo dopo avermi confessato che il giorno della morte del dittatore, non piangevi perché eri disperata, ma per perché eri felice. Me l’hai confessato dopo molto tempo trascorso a studiare minuziosamente ogni pezzo della mia vita, ogni mio pensiero alimentando il mio bisogno di vivere senza troppi disagi il mio contorto. Ti sei resa conto che non eravamo molto diverse e per questo siamo rimaste a lungo legate l’una all’altra, incantate dai viaggi fantasiosi dove partivamo senza bussole e senza nessuna certezza di un ritorno integro. La violazione era un dolce tumulto finché, diventando lecita, perse l’aspetto attraente del peccato.
La prima volta sei entrata in classe accompagnata dall’insegnante di letteratura mentre tutti stavano morendo dal ridere con il mio naso. Il pomeriggio mi ero precipitata all’ospedale dopo che Gezim, il mio compagno di banco accidentalmente mi aveva procurato un piccolo taglio con un temperino. Era da tempo che si vantava del suo temperino miracoloso e lo avevo supplicato di farmi vedere come tagliava. Quel giorno mi raccomandò di non girarmi per un paio di secondi, cosa che ovviamente non feci e, voltando la testa, sentì un piccolo bruciore e poi un stillicidio di sangue caldo sul viso. Perciò quella mattina avevo sopra il naso una sorta di patata pelata e stavo delirando con la mia storia tragica quando sei entrata tu rovinando tutto. Dietro di te tremava di impazienza l’insegnante Riku, appena più bassa di te, con capelli corti e un paio di baffi arancioni che tutti evitavamo quando, prima delle vacanze, ci baciava violentemente. Quattro baci, due su una guancia e due sull’altra. Baci che punzecchiavano come i tocchi taglienti delle ortiche. Maestra Riku si guardò un po’ in giro , chiuse la porta dietro alle spalle e quando si è accorta che non ti muovevi più, ti ha dato una spinta in malo modo per metterti il più vicino possibile alla lavagna. Dopodiché ci ha presentato la nuova compagna di classe.
Quel giorno mi sei sembrata decisamente antipatica. Ma non solo a me, a tutti. Sapevamo già chi eri prima del tuo arrivo e per questo ti aspettavamo con quel sorriso indifferente di chi si rende conto che sta per essere riflesso su uno specchio crudele. Hanno detto che provenivi da una famiglia di piccola borghesia, che un tuo zio era in carcere e che entrambi i tuoi genitori erano medici molto conosciuti in città. Avevi la colpa di sapere bene il francese, l’inglese e l’italiano. Di essere alta e benfatta con la pelle trasparente e candida. Nessuno di noi avrebbe avuto il coraggio di tagliare i capelli con la frangetta corta corta e farli crescere lunghi lunghi oltre le spalle. “Va bene, forse perché li ha lisci”, disse una di noi; “con i capelli corti sarebbe stata addirittura bruttina”. A nessuno piaceva la tua bocca a scatola chiusa, coperta dalle labbra color rosse sangue. Eri magra come una matita di grafite e mettevi sempre dei vestiti eleganti a colore unico e camicia con il colletto a punta. Tutto ti stava bene e quello che a noi faceva gola era il tuo orologino al polso. Ad ogni movimento del braccio spuntava sotto la manica della camicia come un omino con dei baffetti d’oro. Durante le lezioni ogni tanto facevi finta di guardare le unghie per controllare l’ora e poi ti giravi verso di me e con dei piccoli segni mi facevi capire quanto mancasse alla fine. Non hai fatto niente per avvicinarti, non hai mai dimostrato nessuna volontà di fare amicizia e guadagnare la nostra fiducia. A parte con me quando inaspettatamente mi invitasti a casa tua per farmi conoscere tua madre, una donna alta e muscolosa con capelli chiari, cortissimi , e grandi occhi blu. Avevo visto solo una sua foto da giovane con tuo padre in cui lei aveva i capelli tutti raccolti in una treccia che teneva sopra il petto. La testa appoggiata sulla spalla di tuo padre che aveva gli occhi socchiusi forse per colpa del sole. Mi avevi già avvisato che tua mamma era una lettrice accanita e anche un critico spietato ed è forse per questo che non mi sono mai sentita né offesa e né lusingata quando dopo aver sfogliato in un batter d’occhio i miei scarabocchi mi ha detto schiettamente e senza giri di parole :
– Cose da ragazzine ma del resto tale sei… Va bene, devi assolutamente scrivere, non smettere, soprattutto dei romanzi! Ma devi anche studiare! Ok bambine, vi lascio da sole …

Da quella prima volta abbiamo passato così tanto tempo assieme scrivendo cose proibite, sognando storie mai successe e progettando vite mai vissute. Fino al giorno della morte di Lui, quando verso le otto a scuola ci comunicarono la tragedia, e ci siamo incontrate sulle scale. Tu entravi in classe mentre io andavo in bagno. Avevi coperto il viso con le mani e piangevi. Piangevo anch’io. Ci avevano appena detto che con la morte di Lui, rischiavamo la nostra vita. Che da quel giorno in poi tutti gli imperialisti del mondo non aspettavano altro al confine che aggredirci. Per giorni interi la TV trasmetteva solo musica funebre e mio padre viveva come un uomo solo, rovinato, con i gomiti sopra il tavolo, un pugno sulla guancia e l’altro sopra la fronte. Gli occhi rossi dalle lacrime e il naso colante. Non è che la mamma soffrisse di meno ma aveva un altro comportamento, più calmo, più trattenuto, come colei che ha avuto l’onore di conoscere il morto e perciò si concede la libertà di comunicare una tristezza disinvolta. Per una settimana nella nostra casa giaceva il Dittatore morto, un morto invisibile ma che occupava tutto. Era come se la casa fosse una bara e noi dentro dovevamo muoverci con attenzione per non andare a sbattere contro il cadavere. Mesi dopo, a fine anno, quando ci sentivamo delle adulte ed avevamo deciso di frequentare lo stesso ginnasio, per la prima volta hai avuto il coraggio di parlare contro il partito, contro di Lui. Stravolta, ti ho chiesto del tuo pianto il giorno della Sua morte. Ti sei rivolta verso di me guardandomi dritta negli occhi, e poco dopo mi hai sussurrato all’orecchio sillabando :
– Lo odiavo… Piangevo di felicità…Non potevo dirti niente, rischiavo troppo!
D’un colpo ti sei fermata; cercavi nelle tasche un fazzoletto e siccome non lo hai trovato, ti sei asciugata col palmo della mano due righe di lacrime che ti erano uscite, senza renderti conto. Poi hai aggiunto con voce rotta :
– Ma credi veramente che questo sistema sia giusto? Spero che adesso aprano le carceri almeno per i condannati politici… Vedrai che cambierà tutto e presto potrò vedere mio zio….
Rimasi sbalordita. In un paio di ore scoprii l’esistenza dei campi di internamento. Dentro celle minuscole e buie tanti dei nostri traduttori avevano attuato Omero, Virgilio e Seneca. Immaginavo uno di loro, dopo aver lavorato sottoterra nelle miniere del sud e nord del paese, che a notte fonda con mani dolenti e un filo di luce sfogliava e traduceva sui quaderni i primi versetti del Odissea :
– Canta, o Musa, l’eroe di vario ingegno /Che gran tempo vagò, poiché distrutto ebbe il sacro Ilïon.
Temevo il destino di Mandi, il cui il fratello qualche mese prima si era dato alla fuga verso il confine jugoslavo con l’intenzione di andare in esilio in America. Lì, secondo lui, lo stava aspettando la nonna paterna, una miliardaria ed ex-militare delle SS che, per vendicare la morte di suo marito, un pomeriggio salì sopra il suo cavallo e con un fucile in mano , sparò chiunque incontrasse per strada. Dicevano che avesse percorso a cavallo tutti i vicoli della città e che lo scalpitio degli zoccoli e la voce acuta della donna fossero giunti agli abitanti come l’odore putrefatto dei morti disseppelliti. I sopravvissuti per miracolo si affrettarono ad avvisare gli altri e la notizia si diffuse tra i versi degli animali, gli spari per aria e la gente che correva alla ricerca di un riparo. Aveva vagato ubriaca di sangue per un paio di ore finché arrivata alla spiaggia si era spinta fino alla riva fermandosi di fronte al mare. E qui si era lasciata cadere addormentata dal tramonto fino a mezzanotte. Al mattino presto dicevano che fosse partita verso una destinazione sconosciuta dalla quale non è mai ritornata, lasciando da solo il suo unico figlio, il padre di Mandi.
Al primo anno del ginnasio eravamo un piccolo gruppo autodefiniti dissidenti, il popolo del bunker blu nel cortile della scuola. Un po’ di resistenza l’avevamo fatta già alle elementari. Una volta siamo arrivati di proposito in ritardo per l’ora di fisica. Volevamo far arrabbiare il professor Nebiu che aveva l’aria di chi non si scompone facilmente. Eravamo in tre; io, te e Albana che abbiamo deciso di entrare tardi in classe, giusto quei dieci minuti dopo l’inizio della lezione. Era necessario costituire un atto di disubbidienza a quella scuola spalmata con l’azzurro metallico, con i corridoi stretti dall’odor di candeggina e le maestre che andavano in giro da una classe all’altra con i registri attaccati al petto tutte vestite di blu scialbo. Nessuna bellezza resisteva sotto le divise larghe per le magre e strette per quelle in carne.
Quel giorno era un’allegra giornata di primavera ed è forse per questo che abbiamo deciso di ritardare. Albana aveva sporcato di pomodoro il colletto bianco della divisa ed io avevo le punte delle calze sudate. Tu invece non avevi niente che non andasse tranne una cosa che però avevamo in comune tutte e tre, ossia che non ci eravamo preparate per la lezione di fisica ed eravamo terrorizzate solo al pensiero di essere chiamate davanti a tutta la classe per poi rimanere là in piedi come delle zucche svuotate. Fare disubbidienza era anche un atto conveniente.
Là dentro tutti aspettavano il nostro spettacolo e quando una di noi bussò alla porta sentimmo un mormorio che non si spense fino a che il professore non aprì la porta e con la mano ci invitò ad entrare. Dopo che ebbe chiuso la porta, scrollò le spalle, si sistemò la cintura dei pantaloni e senza guardarci ci chiese:
-Allora?
Non poteva sapere che il nostro spettacolo consisteva proprio nel non rispondere e nel non guardarlo negli occhi, visto che neanche lui lo faceva. Invece, secondo te, non c’era offesa più grave che scrutare le sue scarpe. Sempre secondo te, esse erano l’accessorio più trascurato e meno simpatico. Abbassare lo sguardo per fissare le scarpe del professore ci sembrava un modo per smantellare la sua potenza. E cosi facemmo. Tutte e tre.
Per un po’ non si rese nemmeno conto e di nuovo senza guardarci disse :
-Come mai siete in ritardo ?
In classe regnava un silenzio tombale ed è forse per questo che lui alzò gli occhi e per la prima volta ci degnò di una occhiata. Non so cosa avrà pensato vedendo tre bambine in divisa nera messe in fila, con i capelli spettinati e le cartelle nere sulle spalle. La più piccola ero io che con il busto piegato leggermente in avanti e con gli occhi spalancati sul pavimento avevo incrociato le braccia sul petto per trattenere un leggero tremito. L’altra, Albana con i riccioli biondi e le labbra grosse, senza il colletto bianco sembrava un corvo disarmato. Aveva deciso all’ultimo momento di togliere il colletto sporco e metterlo nella tasca . Solo tu hai recitato la tua parte con grande bravura. Eri la più assennata di noi e palesemente orgogliosa scrocchiavi le dita e scrutavi assorta i lacci delle sue scarpe .
Nessuno avrebbe avuto coraggio di farlo e tra altro le sue erano veramente belle e pulite. D’un colpo capì e ci osservò per un bel po’. Poi sfogliò il registro e gli diede un’occhiata veloce. Lo chiuse di nuovo e si alzò. Andò in fondo alla classe. Si appoggiò al muro e ci guardò ancora una volta. Infine scosse il capo e si diresse verso la cattedra. Tirò la sedia e si sedette.
-Va bene ! Accomodatevi ! Ne riparleremo un’altra volta…- disse con voce pacata .
Non è successo niente di quello che temevamo. Lui non fece rapporto alla preside, non accennò niente alla riunione mensile della scuola. Forse non ne parlò nemmeno con i colleghi visto che nessuno di loro ci disse alcunché a riguardo. Era una nostra vittoria; il professore si guadagnò la nostra simpatia e credo che dal resto della classe fummo viste come delle combattive.
Il professore Nebiu era alto, capelli ricci aveva sempre un sorrisino ironico sulle labbra. Quando dovevamo svolgere dei compiti in classe osservava gli uccelli che si fermavano sul tetto della palestra di fronte o le colleghe che uscivano dal cortile della scuola sbattendo con forza il cancello dietro le spalle. Alle volte sbatteva la matita sul tavolo e si grattava la sopracciglia. Era chiaro che voleva meditare quando noi con le teste abbassate picchiettavamo con le matite le pagine del quaderno facendo finta di fare i compiti. Se qualcuno alzava gli occhi poteva vedere come lui squadrava il mondo oltre la finestra, il venditore di mele zuccherate e la vecchia rom che vendeva dei coni di carta pieni di semi di girasole tostati al forno. L’odore dei semi ci solleticava il naso e con l’acquolina aspettavamo la pausa per precipitarci fuori. A me era stato vietato di comprare i semi, ma lo facevi tu e così ci dividevamo la mia mela coperta con zucchero caramellato e il tuo cono di semi ancora tiepidi. In mancanza di un coltello aspettavi che mangiassi io la prima metà e poi ti passassi l’altra. Ci appoggiavamo ai cancelli del cortile seguendo i movimenti di Zharko, il ragazzo ribelle che entrava ed usciva dal carcere con cadenza mensile. Era alto, grosso e con capelli neri e folti. La strada davanti alla scuola serpeggiava fino a centro città dove un’altra ti portava verso il cinema.
Come ti ho detto, sto per inviarti un mio primo ricordo con te e so che è da dieci anni che non ci sentiamo. Ma già prima di scorgere dalla finestra l’ombrello blu con sotto il bambino con il labrador fedele e bagnato, mi sei venuta in mente di sfuggita. Hai presente quando delle volte guardi un oggetto e d’un colpo ti viene in mente un altro? Appena mi sono svegliata, ho visto il soffitto e ho detto:
– Soffitto ! – come per dire – Eni !
Più in là mentre giravo per casa scalza in cerca delle ciabatte ho sussurrato :
– Ciabatte ! – come per dire – Eni!
Un’ora più tardi, dopo aver sfogliato disattenta L’arco del Trionfo, quel romanzo che ha fatto soffrire tutte noi, è venuto a galla un sogno molto assurdo. Un sogno frantumato in mille pezzi che si univano e si scomponevano in continuazione come in un caleidoscopio. Ogni combinazione differente dall’altra e allo stesso tempo dannatamente attraente riportava un miliardo di sensazioni indicibili. Era come sognare tante stradine che si chiudevano tutte in un vicolo chiuso in fondo al quale appariva la tua testolina circondata dai capelli di seta.
E’ cosi che un giorno d’ottobre, dieci anni dopo, i miei piedi si fermarono di fronte al nostro ginnasio. Ho girato attorno ad esso più di una volta; osservavo il cortile da fuori e non avevo il coraggio di infilarmici. Mi sentii tradita e dimenticata mentre esso mostrava boriosamente la sua parte migliore. Le sue mura imbiancate a calce e fiori variopinti, la terra annaffiata e le palme in fila robuste e prosperose. Non ho rilevato nessuna panca fracassata. Tu sai quanto odiavamo l’ordine.
Il pulito e l’ordine non ci apparteneva e sulle panche stavamo col sedere sopra lo schienale prendendoci a pugni e dandoci delle pacche dietro la nuca. Avevano risparmiato solo il Bunker Blu, la casa segreta per chi abbandonava le lezioni. Niente più finestre rotte e niente più ginnastica obbligatoria alle sette e trenta del mattino. Niente più pavimenti delle classi piene di gusci di semi di girasole e serate al sabato sera.
All’improvviso risorge dalle ceneri la tua camera dove ci fermavamo dopo scuola e da dove tante volte volavamo con la nostra fantasia verso Mexico per vedere Luis. Mi sembra come se fosse accaduto poco tempo fa. Ci troviamo immerse nel buio e i proiettori girano uno dopo l’altro, luce dopo luce seguendo le sue mani; le sue parole volano come dei pipistrelli. Il nostro Luis sta in mezzo al palco e sta per terminare il suo ultimo canto. Alla fine si alza lentamente, inclina la testa e osserva la sala. In mezzo al fiume di ammiratrici che si avviano a divorarlo , solo due sono belle e distanti. Si, perché noi abbiamo deciso di essere distanti oltre che essere belle e brave. Dunque, si accorge di queste due belle donne che fissano solo le sue scarpe. Ecco, ci risiamo…
Lo so, è ridondante, decisamente fuori moda, ma a quei tempi ci stava tutto, anche il nostro disprezzo finto e ciclico per le scarpe altrui.
Quindi, palesemente incantato, si dirige verso di noi, si ferma davanti ai nostri piedi e chiede:
– Da dove vengono le signorine ?
Tu ti sistemi i capelli dietro le spalle e senza nemmeno guardarlo rispondi:
– Dall’Albania.
-El país de las águilas y de las montañas! – esclama lui meravigliato.
E appena conclude guardandoci con ammirazione lo salutiamo con tanta signorilità e ci dirigiamo con fretta verso l’uscita, scivolando oltre la soglia dove fuori nella notte mille luci illuminano la nostra macchina. Lui ci sta seguendo, intende trattenerci, fermare la macchina prima che partiamo. E per questo inciampa, s’imbatte su un paio di giornalisti, lascia la sua giacca cadere per terra e, come ci piace immaginare, arriva giusto in tempo quando tu stai per mettere in moto la macchina ed io sto per dargli un’ ultima occhiata dallo specchietto .
Non capivo perché dovevamo uscire dalla scena cosi in fretta, perché dovevamo essere cosi distaccate e mute con lui. Ma avevi deciso tu e io mi fidavo.
– Non riesci a capire? – mi dicevi – Lui deve salvare di noi solamente questa visione! Se rimaniamo diventiamo come le altre. Noi non siamo come le altre. Credimi. Noi andiamo via quando lui si accorge di noi. A me basta questo, anche a te, credo…Ci ricorderà come un bambino il suo primo bacio !
È cosi che passavamo i pomeriggi tra una modifica e l’altra finché non dovevo tornare a casa.
Tuttora mi chiedo, come era possibile che sognassimo delle cose improbabili quando solo vedere Mazinga Zeta e indossare un paio di jeans era considerato un reato. Tu stessa hai avvertito quell’ansia improvvisa un sabato sera al tramonto quando ti hanno vista salire sulla bici con una chitarra sulle spalle. Di lunedì i professori scrutavano il tuo corpo scambiandosi continuamente dei sorrisi maliziosi.
Sognavamo con enfasi dentro un carcere quando l’ultimo maggio a scuola ogni giorno ci radunavano d’urgenza in classe a causa della fibbia della cintura di Arben. Dei suoi capelli lunghi alla moda. La sua fibbia era considerata dalla preside una fibbia nemica, troppo vistosa per i gusti dell’uomo nuovo socialista. Era esageratamente grande e aggressiva con sopra la testa di un leone con la bocca aperta e la lingua ben visibile. Te la ricorderai l’ennesima riunione quando il professore Nazmi, dopo aver tentato pacificamente di convincerlo a cambiare la pettinatura e la cintura, dopo una serie di discussioni snervanti, gli si è scagliato addosso strappandola con una furia inaudita. Gli servirono solo cinque minuti. Dopodiché con la cintura in mano si diresse verso la cattedra strillando:
– Un nemico del popolo ! Ecco cosa sei! Un uligano !
Un anno dopo, Mandi, fu internato con la sua intera famiglia. Aveva solo quindici anni. All’alba li caricarono tutti su un camion. Qualcuno ha raccontato che lui stesse piangendo in silenzio e gli altri stavano muti e impauriti guardando per l’ultima volta la città .
Ecco perché dieci anni dopo, quel giorno d’ottobre mentre stavo ferma di fronte alla scuola ho ricordato tutto ciò e non riuscivo ad entrare. Avevo voglia di toccare i muri e di salire i due piani per rivedere la nostra aula, il mio banco in fondo. Sedermi e mettere le dita sopra le incisioni, i miei linguaggi segreti, sperando di vedere Arben, Mandi, te, i due gemelli biondi alla sinistra, ma non sono riuscita. Non potevo. Non riuscivo a smettere di pensare a Mandi che sognava e sperava di non essere internato e ad Arben che voleva tenere i capelli lunghi e la cintura con la fibbia di leone. Noi invece abbiamo osato tanto, sconfinato troppo e adesso facciamo fatica ad atterrare.
Tra poco sto per uscire. Non so se sto facendo le cose giuste nella mia vita ma so che la nostra esperienza mi ha insegnato ad odiare tutte le sfaccettature della dittatura. Vivo a Bolzano e sto per andare da qualche parte dove spero di essere utile con la mia sola presenza. Fuori da qualche forno si disperde un buon odore di noci arrostite e da una nuvola rossastra, cola una sostanza insolita, grumosa, che non è pioggia e nemmeno neve.

Tratto del romanzo “Ricordi dal Bunker blu” (inedito)

L'autore

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Gentiana Minga

Nata 12 aprile 1971 Durazzo (Albania). Laureata in Storia e Filologia a Tirana(Albania) nel 1993.
Ha lavorato come professoressa di lingua e letteratura albanese, bibliotecaria e giornalista professionista per diverse testate albanesi.(Koha jone,Rilindja e Kosoves,Studenti,Drita ecc ecc). Poetessa e scrittrice, ha pubblicato: Autopsia del disastro (racconti e novelle – 1993 – Ed. Europa – Tirana, Albania), La signora di Scutari (poesie – 2003 – Ed. Florimont – Tirana, Albania), Abbracciata dalla luce (traduzione in albanese dall’italiano – 2003 – Ed. Medaur – Albania). Pubblica tutt’ora cicli poetici e racconti in diverse riviste letterarie.
Collabora con Enmigrinta, bollettino on line, Alto Adige come redattrice per la sezione di Bolzano, con “Poeteka” ,tre – mensile letterario albanese, e con altre testate e siti multiculturali . Attualmente vive a Bolzano .dove partecipa in diversi progetti culturali e multi culturali.