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Silvia Camilotti – L’orecchino di Zora

Il romanzo vincitore del settimo concorso Eks&tra ha il pregio di porre in luce, in maniera netta, uno dei temi centrali nella vita degli immigrati di oggi come di ieri: il lavoro.
L’autrice è una giovane croata che vive in Italia dal 1995 e L’orecchino di Zora rappresenta il suo romanzo d’esordio.
Il tema del concorso del 2007 era “lavoro bianco/lavoro nero”, saggia e nient’affatto scontata scelta per un concorso di letteratura della migrazione, che ha voluto accendere i riflettori su un tema che brucia, alquanto impopolare e di cui si parla poco.
La narrazione in terza persona si apre sulla vicenda di Safet, grande e forte uomo bosniaco che quasi per caso si ritrova a lavorare in un cantiere italiano e che in uno dei suoi rientri in patria incontra Zora, colei che diverrà amatissima moglie e che lo accompagnerà, carica di entusiasmo, in Italia.
Uso le parole di Pezzarossa, nella prefazione al testo, che bene illustrano il romanzo ed il senso di cui è portatore: “Senza istanze ideologiche, né astruse ambientazioni, la modestia del lavoro cupo e monotono di una qualsiasi fabbricchetta, riesce nella pagine di Duška Kovačević a costituire il nodo di percorsi esistenziali che si intrecciano, si sciolgono, si acquietano e si ribellano, alla ricerca di una vita più piena, sul punto di sfuggire, e poi riconquistata con la caparbia umiltà di estranei, che utilizzano i materiali dell’universo simbolico e concreto di un mondo diverso per ricavarne una strategia di difesa, che beffardamente riesce, come significa lo sberleffo finale” (p. 3).
Uno stile quasi dimesso, modesto, che trova la sua forza proprio in questo, nel raccontare con semplicità, senza urlarlo, una vita normale di una coppia di immigrati, senza cadere nella commiserazione, nel pietismo o nella dichiarata denuncia di condizioni di lavoro (e di vita) difficili e ingiuste.
Il personaggio principale è Zora, che vive la parabola della migrazione, affiancata da un uomo che la ama davvero e la vuole proteggere dal mondo occidentale, di cui tuttavia lei vuole fare esperienza, caparbia e determinata come è. Anche in questo caso, come in molti altri testi di scrittrici immigrate in Italia, il personaggio femminile capovolge lo stereotipo a cui siamo avvezzi e si mostra articolato, deciso e con le idee chiare, anche se sostenerle può avere un prezzo molto alto.
Una donna forte, ma indebolita dalla vita in Italia e dagli ostacoli che si pongono dinanzi alla sua volontà di autodeterminazione ed indipendenza, che bene illustrano le storture di una società che quando si guarda da fuori sembra luccicante come il centro commerciale in cui Safet si perde la prima volta, ma che si svela in tutto il suo grigiore e la sua bassezza non appena ci si relaziona direttamente.

Da Il gioco degli specchi 2007

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Silvia Camilotti