Narrativa transnazionale

Sulla stessa barca 3

TERZA PARTE

Raccontare la cittadinanza

Trama e cittadinanza

 

I semi delle storie

Produrre racconti sul tema della cittadinanza a partire da quattro parole

Biblioteca, partecipazione, libri, bambini (Paola Balotta)

J entra in biblioteca.
Nel suo paese (X) faceva la maestra, leggeva molto.
Ha studiato l’italiano a una scuola serale, adesso parla, legge e capisce, ma è molto a disagio perché pensa di non parlare bene.
Nel suo paese le dava fastidio quando qualcuno parlava in modo scorretto, si fermava a correggere anche degli sconosciuti.
Si avvicina al banco e chiede un autore. L’impiegata le risponde senza guardarla e parlando molto veloce. Poi si gira a parlare con un collega.
J non capisce niente, è sempre più confusa. Una signora dietro di lei dice qualcosa di sgarbato, l’impiegata alza gli occhi al cielo e le chiede di spostarsi.
J si allontana dal banco. Non sa come fare per chiedere un libro in prestito.
Senza guardare dove va entra nella zona del libri per bambini.
Ci sono dei bambini che si annoiano e disturbano gli altri.
J prende un libro e si siede su una sedia bassa, lo sfoglia lentamente e guarda i bambini sorridendo, i bambini si avvicinano e J comincia a leggere il libro. Legge piano.
I bambini ascoltano, arrivano altri bambini e si siedono anche loro ad ascoltare.
J sfoglia, fa vedere le figure, chiede a un bambino di avvicinarsi a leggere con lei, lo prende sulle ginocchia.
J e i bambini leggono il libro fino alla fine.
Quando la storia è finita i bambini tornano dalle loro mamme.
Una mamma con due bambini per mano si avvicina al bancone e chiede quando ci sarà ancora in biblioteca la signora che legge libri ai bambini.
J torna al banco, aspetta che le diano retta, spiega che è la prima volta che chiede un libro in prestito, si fa spiegare il funzionamento del servizio e esce con il libro che voleva.

Persona amata, bresaola, casa di campagna, imbarazzo (Paola Balotta)

K e A sono compagni di università. K. È straniero (Marocco o Egitto); i due sono innamorati, si frequentano da più di un anno e K va per la prima volta a casa di A.
E invitato a pranzo di domenica, è molto in ansia.
Arriva, saluta, si siedono a tavola. Vorrebbe che A stesse sempre accanto a lui, ma lei va e viene, aiuta sua madre in cucina, porta i piatti in tavola. Quando lei è lontana anche di pochi metri K si sente perso. Tutti lo guardano sorridendo, ma sembra che non sappiano cosa dire.
Arrivano in tavola gli antipasti: salumi affettati.
-Grazie, io non mangio il maiale
-Lo sappiamo. Per te c’è questa
Gli mettono davanti un piatto di bresaola. Lo guardano aspettando che mangi. Le fettine di carne rossa non lo attirano per niente, e nemmeno l’odore gli piace.
Gli spiegano che non è di maiale, è bovino. L’hanno presa apposta per lui. Cerca di far girare il piatto intorno alla tavola, ma nessuno ne vuole. È solo per lui, gli altri preferiscono i salumi di maiale.
Sente un profumo molto buono che viene dalla cucina. A gli dice che hanno preparati i tortellini, sa che sono il suo piatto preferito. Ma prima devono finire gli antipasti. K la guarda sperando che capisca, ma lei sta scherzando con la sorella seduta di fronte.

Cambiare abitudini, salute, nazionalità, bar (Caroline Braga)

Sette di sera, l’ora più bella della giornata. Omar, come d’abitudine, arriva al bar Narghilè. Saluta tutti, si siede, ordina una tisana alla menta e fuma la sua shisha. In questo bar lui si sente a casa sua, a suo agio, non tutti sono egiziani, la sua nazionalità, ma tutti parlano l’arabo.
Certe volte trova dei conoscenti e fa un po’ di chiacchiere, certe volte si trova da solo e si mette a pensare. Chissà se avrà fatto una buona scelta a lasciare il suo paese, la sua famiglia. Lì, faceva fatica a trovare un posto, a Milano invece è nella ristrutturazione, un lavoro pesante ma che gli permette di avere un salario dignitoso.
In Egitto viveva con i suoi, in una casa modesta, però più comoda del bilocale che lui adesso divide con due colleghi. Con il suo stipendio potrebbe permettersi di abitare in un posto più comodo, ma preferisce risparmiare, così, se torna in Egitto, almeno avrà accumulato un bel po’ di soldi. Pensa alla sua mamma, che gli faceva da mangiare. E pensa alle ragazze. Alle belle ragazze che conosceva nel suo paese, ma a cui lui non aveva niente da offrire. E le ragazze italiane? Quanto sono belle! Però gli sono ostili. Forse la cosa migliore sarebbe trovarsi una ragazza araba a Milano, qui ce ne sono tante. Ma dopo, pensa, come fa a conoscere una ragazza, se qui non c’è la sua famiglia a presentargli qualcuno. I suoi colleghi di lavoro sono tutti maschi, il suo tempo libero lui lo passa in questo bar, e nei bar Narghilè le donne non ci vanno.
Alla fine va be’, lui ha solo 23 anni, questo paio di ore che passa al bar lo rilassa, lo ricarica, fumare la shisha è un piacere, anche se sa che non fa bene alla salute, almeno questa abitudine, per ora, non ha voglia di cambiarla.

Solitudine, televisione, colleghi di lavoro, bar (Erik Castillo)

Quando si giocano delle partite di calcio internazionale, in un bar gestito da cinesi che si trova in Piazza Dergano, vengono a vedere la televisione tanti ragazzi arabi e questi li vedo anche al mercato, quindi sono compagni di lavoro, poverini, tutti sono a Milano da soli, la loro famiglia è lontana nel loro paese. Vedere la partita è un’opportunità per dimenticare la loro solitudine.

Mamma, permesso, malinconia, fiume/ponte (Angela Colombo)

Quella mattina, prima ancora che la sveglia suonasse, mi svegliai per il rumore della pioggia che batteva sulle finestre.
Andai in cucina dove mia mamma stava preparando la colazione accompagnata dalla radio che stava trasmettendo la cronaca su Firenze.
Mentre ascoltavo presi la decisione di partire. Misi in una borsa il necessario, salutai mia mamma, che cercava di dissuadermi e mi recai in ufficio per chiedere un permesso per motivi umanitari che ottenni facilmente.
In quel periodo stavo anche facendo i preparativi per il mio matrimonio programmato per l’aprile dell’anno successivo. Tuttavia, anche il matrimonio passava in second’ordine come la malinconia delle persone amate che inevitabilmente mi avrebbe preso durante quel periodo di lontananza.
Ed è a questo punto che mi svegliai realmente, era il giorno successivo al 4 novembre del 1966, data in cui tutti i notiziari della radio e della televisione parlavano dell’alluvione di Firenze, del fiume Arno che era già arrivato fino all’altezza del Ponte Vecchio e dell’acqua che stava sommergendo tutta la città: le strade, le case, i musei, le biblioteche e i monumenti.
Ancora adesso, quando ci ripenso, mi rammarico di non essere riuscita ad oppormi alla volontà di mia mamma (“Ma dove vai? E il lavoro? E poi è pericoloso!”) impedendomi così di partire per dare una mano ai fiorentini.

Biblioteca, libri, partecipazione, bambini (Rita Colombo)

Ho conosciuto Mariana alla biblioteca Dergano-Bovisa, dove entrambe facciamo parte del gruppo di lettori volontari che da qualche anno organizzano momenti di lettura per bambini. Ho pensato di intervistarla per capire meglio il suo rapporto con la lettura nella sua lingua madre, l’arabo, e in italiano.
Innanzi tutto mi dici qualcosa della tua esperienza di persona bilingue?
Sono nata in Egitto, ma sono arrivata in Italia a 5 mesi, mia madre ha sempre voluto insegnarmi la mia lingua madre e le tradizioni del mio paese, perciò in casa fin da piccola sono stata abituata a parlare in arabo, mentre a scuola ovviamente parlavo italiano. La scrittura è arrivata in un secondo momento, quando ero al liceo mi sono molto appassionata alla lettura dei giornali in lingua araba e ho imparato a scrivere in arabo.
Mi racconti come sei arrivata a diventare lettrice in lingua araba, ma anche in italiano, presso la biblioteca?
Frequentando molto la biblioteca l’anno scorso ho visto dei volantini che pubblicizzavano un corso di lettura ad alta voce, ho pensato di parteciparvi perché mi è sempre piaciuto moltissimo leggere, a scuola fin dalle elementari mi offrivo per tutte le letture. Questa passione mi è stata trasmessa da mia mamma. Nell’ultima lezione ho letto davanti ai compagni di corso un libro per bambini in lingua araba, spiegando che potevo leggere in due modi: utilizzando la pronuncia dell’arabo standard o del dialetto.
Qual è la differenza?
L’arabo standard è utilizzato solo in ambito letterario, qualche volta sopravvive in alcuni programmi televisivi, si insegna a scuola, è un arabo scolastico, mentre nella vita quotidiana si usano i diversi dialetti, io conosco il dialetto egiziano, ma anche siriano e libanese, imparati seguendo i programmi televisivi. Avendo davanti un pubblico di diversa provenienza è meglio usare l’arabo standard, con bambini di una sola nazionalità meglio usare il loro dialetto.
Stavi parlando della tua esperienza come lettrice … qual è stata la reazione dei tuoi ascoltatori?
A settembre in biblioteca abbiamo organizzato una lettura per bambini con uno stesso libro presentato in lingua araba, inglese, italiana. Nel pubblico vi erano pochi bambini arabi, ma i bambini italiani si sono appassionati, ascoltavano i suoni e alla fine cercavano di riprodurli. Non ho mai provato a leggere in arabo per adulti, sarebbe molto interessante, ma non conosco iniziative di questo tipo.
Che effetto ti fa leggere ad alta voce nella tua lingua madre?
È un’esperienza molto intrigante, la lingua araba è molto ricca, per me è come mettere a disposizione del pubblico tutta la ricchezza della lingua e della cultura araba che oggi viene vista soprattutto come violenta, rigida. La lingua in realtà è armoniosa, ascoltarne i suoni lo fa capire.

Per te stessa leggi in arabo o in italiano?
Sia in arabo che in italiano. Recentemente ho letto una raccolta di poesie di un poeta siriano, Nizar Qabbani, sia nella versione originale che nella traduzione italiana, l’ho preferita in arabo forse perché molte di queste poesie sono state messe in musica e cantate da un famoso cantante iracheno e sono abituata a sentirle. Non è che la traduzione non sia corretta, ma non rende la passione che si sente leggendo l’originale.
Hai letto qualche libro di autore italiano nella traduzione araba?
No, ma so che Calvino ad esempio è stato tradotto in arabo, mi piacerebbe leggerlo.
Si dice che tradurre sia sempre tradire. Cosa ne pensi?
È molto difficile una traduzione completamente aderente all’originale, il traduttore ci mette sempre la sua visione, quello che il testo gli trasmette. Sono abituata a leggere anche in inglese e francese e noto che nelle traduzioni è sempre presente la visione del traduttore.
Come vedi il rapporto tra due lingue, tra l’italiano e l’arabo? 
Una cosa che mi piace molto dell’abbinamento arabo-italiano è che sono entrambe lingue molto ricche, forse anche per il processo di formazione che hanno avuto, anche se apparentemente il percorso è stato opposto: per l’italiano si è passati gradualmente dai dialetti alla lingua comune, per l’arabo dalla lingua comune ai dialetti, in entrambi i casi senza perdere la loro ricchezza.

Solitudine, televisione, colleghi di lavoro, bar (Rita Colombo)

Ali proviene dal Niger, lavora al mercato e alla sera ha la schiena a pezzi, ma questo non è il peggiore dei mali, quello di cui soffre di più è la solitudine, è la mancanza di contatto con il suo paese. A volte lo prende una rabbia confusa, un desiderio di rivalsa per la vita infame che è costretto a condurre, ma non sa verso chi o cosa incanalare questa rabbia. La sera, quando non è troppo stanco, frequenta il bar sotto casa, dove un mega tv trasmette senza sosta partite, oltre a spettacoli, film e notiziari di cui non capisce quasi nulla. Un giorno, parlando con un ragazzo che lavora con lui, scopre che possiede una tv satellitare, con cui segue i programmi dell’Algeria. Ali si chiede se potrà mai permettersi un televisore e sintonizzarsi su TV Sahel. Il ragazzo intuisce il suo desiderio e gli propone di passare da lui una sera, per condividere un piatto di couscous e una partita della Coppa d’Africa. Ali accetta e quella sera trova anche altri ragazzi africani a casa dell’amico. Dopo la partita cominciano a fare discorsi che all’inizio fa fatica a seguire. Sono tutti molto arrabbiati e determinati. Loro sì, sanno bene con chi prendersela. Ali ascolta e non sa ancora che quella sera cambierà la sua vita.
Un anno dopo si ritrova in viaggio verso l’Iraq. Un campo di addestramento lo aspetta. Ora anche lui sa chi è il nemico.

Acqua, emigrante, periferia, treno (Rita Colombo)

La ragazza
Chi è la ragazza che corre trafelata e un po’ incerta lungo una pensilina della Stazione Cadorna con una borsa a tracolla carica di libri in precario equilibrio e un paio di scarpe evidentemente troppo strette? È un tiepido mattino di settembre, settembre 2016. Molti anni dopo la ragazza non più ragazza si ricorderà ancora di quel tiepido mattino e di quella corsa che ora la sta portando a raggiungere il treno per Caronno Pertusella, luogo fino a poco tempo prima a lei del tutto sconosciuto. Solo al nord possono avere la fantasia di dare certi nomi ai paesi è il primo pensiero che ha avuto quando le è stata assegnata una cattedra in provincia di Varese, dopo anni di precariato in Sicilia. Lei che viene da un paese dal nome antico e solenne, Tindari, un nome che ricorda i poeti greci e gli dei marini, lei, laureata in Lettere Antiche, finire a Caronno Pertusella! Ma in questo momento è così felice per aver conquistato finalmente un posto fisso (le amiche gliel’hanno detto: beata te che ti sei sistemata!), che il nome le sembra persino avere una sua dignità e pensa già di intraprendere una ricerca per scoprirne l’origine, coinvolgendo i suoi futuri studenti.
Questa mattina è uscita presto, cercando di non svegliare la compagna di camera. Trovare un alloggio economico non è stato facile, ma a furia di chiedere in giro, ha saputo dalla farmacista del paese, quella che le regalava sempre le caramelle quando era bambina, che una sua nipote trasferita a Milano per studiare cercava qualcuno con cui condividere le spese. Un bilocale nella periferia estrema della città, dove tutto è grigio (ah, la luce azzurra dei risvegli nella casa di Tindari, le finestre spalancate verso il mare), ma ci sarà tempo per cercare una sistemazione migliore, che le eviti di alzarsi all’alba tutti i giorni per prendere questo maledetto treno, pronto a partire lasciandola a terra. Ma no, ce l’ha fatta a salire, riuscendo anche a far passare con un guizzo veloce al di qua delle porte che stanno per chiudersi la borsa carica di libri. Si guarda in giro in cerca di un posto, il treno è affollato, affollato e stranamente silenzioso, se paragonato ai treni che alla stessa ora percorrono la terra di Sicilia, carichi di chiacchiere, di battute e di risate; qui molti sono impegnati ad armeggiare con smartphone e tablet, altri hanno lo sguardo assorto di chi si è dovuto svegliare troppo presto, ognuno comunque se ne sta per conto suo, come rinchiuso in una bolla.
Facendosi largo tra la folla riesce a raggiungere un posto, sistema la borsa carica di libri, chissà mai perché l’ha riempita così il primo giorno di scuola, non le serviranno a niente tutti quei libri, dovrà soltanto presentarsi, guardando in faccia i ragazzi per capire cosa si cela dietro gli occhiali di Marco, le lentiggini di Chiara, il piercing di Sofia e riuscire a catturare la loro curiosità, la loro attenzione… per un anno intero. Giù in Sicilia sul treno che la portava verso la scuola di turno non c’era tempo per riflettere, ci si conosceva tutti e il viaggio passava in fretta chiacchierando con le colleghe. Vorrà dire che qui impiegherà quel tempo correggendo compiti e preparando lezioni, se proprio non ci sarà modo di fare amicizia con qualcuno.
Comincia a guardarsi intorno in cerca di una faccia che le ispiri simpatia. Sta focalizzando un ragazzo seduto poco lontano, aria da intellettuale, un fascio di dispense in mano, studente universitario di sicuro, vediamo se riesco a decifrare qualche titolo (da quando ha incominciato a frequentare i treni non può fare a meno di spiare i titoli dei libri in mano ai compagni di viaggio, così, tanto per fantasticare qualcosa della loro vita sulla base di quel dettaglio). Ma no, il ragazzo si alza per cedere il posto a un’anziana signora appena entrata nello scompartimento. Peccato, poteva essere un tipo interessante. Un gruppo di ragazze in piedi con lo zaino in spalla attira la sua attenzione, sono tutte munite di cuffie, ognuna isolata nel suo mondo di suoni, ogni tanto riemergono dal loro isolamento e comunicano tra loro, poche battute, una risata e riprendono ad ascoltare. Tipici esemplari di adolescenti, quale era lei fino a non molti anni fa, adesso di fronte a loro si sente irrimediabilmente vecchia. Una delle ragazze ha un sorriso particolare, un modo di atteggiare le labbra che le ricorda una sua ex alunna, una di quelle che, nonostante i suoi sforzi, si è persa per strada: ci aveva provato con tutto il suo entusiasmo di giovane insegnante, a convincerla a non abbandonare la scuola, quando le assenze erano diventate sempre più frequenti, ma l’attrazione del branco si era dimostrata più potente di qualunque ragionamento sensato. Capita, a quindici anni.

Abdou
Mentre sale sul treno alla stazione Bovisa con due sacchi pieni di mercanzie, Abdou pensa al viaggio che stavolta dovrà fare da solo, peccato. Pensa ancora in lingua wolof, come è naturale, anche se ultimamente qualche parola italiana, o perfino del dialetto lombardo, ogni tanto si inserisce nei suoi pensieri, dopo cinque anni di vita alla periferia di Milano. Fino a una settimana fa si ritrovavano in tre su questo treno, ma i suoi due compagni si sono stancati di partire presto e affrontare un viaggio in piedi per poi riuscire a vendere solo poche cose, con il rischio di essere trattati male come l’ultima volta, cacciati da un bar sul lungolago da uno stupido cameriere. Tanto vale restare in città, chissà mai perché Abdou si ostina a raggiungere Laveno una volta alla settimana, nel giorno di mercato. Abdou lo sa che cosa lo spinge a intraprendere quel viaggio anche da solo: camminare lungo le sponde di un lago così grande, osservare quell’immensa distesa d’acqua, a lui che viene da un paese di sabbia roccia e polvere dà una sensazione di pace, come se niente di male potesse succedere in un luogo dove c’è tanta acqua da vedere, da toccare, da ascoltare. Ricorda la prima volta che ha visto il grande fiume Senegal, allora era un ragazzo e aveva provato la stessa sensazione. Chissà se chi è nato qui si rende conto della fortuna che ha avuto a vivere in un mondo dove l’acqua non si misura goccia a goccia. Anche il viaggio in treno non gli dispiace, è un’occasione per osservare i comportamenti e ascoltare la lingua della gente di qui. E poi è solo settembre, i turisti affollano ancora il lungolago e c’è sempre qualcuno che desidera un paio di occhiali da sole, una borsa o un braccialetto per questi giorni di fine estate.
Anche stavolta non c’è posto, pazienza. Si guarda intorno e riconosce le solite facce, ostili o indifferenti come sempre, ma oggi c’è anche una ragazza che non ha mai visto, ha gli occhi scuri come quelli delle donne di Dakar e non lo osserva con aria di superiorità, sembra curiosa anche lei, chissà che non si riesca a fare quattro chiacchiere.

Abdou e la ragazza
Abdou si è fatto largo nello scompartimento e ora lancia un’altra occhiata alla ragazza che si ritrova accanto. Adesso ci provo, ad attaccare discorso. Anche se le donne italiane non si sa mai come la prendono.
“Ciao, non ti ho mai visto, la prima volta su questo treno?”
“Sì, è il mio primo giorno di lavoro…”
“Dove ti fermi?”
“Scendo tra poco… lavoro a Caronno Pertusella”
“Non conosco… ma che nome! Io in gita sul lago Maggiore… magnifique!”
“E quei sacchi?”
“Be’, intanto provo a vendere qualcosa… è giorno di mercato. Tu che lavoro? Indovino… Professeur?”
“Come hai fatto a capirlo?”
Non è stato difficile, l’ha vista impegnata a consultare un pacco di libri scolastici.
“Magia africana…”
La ragazza sorride. Andata. Adesso la strada è solo in discesa. Peccato che la sua fermata sia così vicina. Giusto il tempo per venire a sapere che anche lei è una specie di emigrante con la nostalgia della propria terra, che è emozionata e preoccupata all’idea di conoscere la sua nuova classe… e già il treno rallenta ed entra in stazione. Prima che le porte si aprano Abdou fa in tempo a estrarre da uno dei suoi sacchi un braccialetto di fili colorati.
“Per il tuo primo giorno di lavoro un braccialetto portafortuna regalo di Abdou”
“Grazie, buona fortuna anche a te” la frase e la ragazza spariscono dietro le porte che si richiudono.
Abdou pensa che la giornata è iniziata bene. La ragazza pensa a un desiderio. Terrà il braccialetto al polso finché non verrà esaudito.
Chissà se ci rivedremo, pensano tutti e due.

Biblioteca, partecipazione, libri, bambini (Mariangela Quaini)

Sono alla Biblioteca del Parco, mi godo i libri che ho scelto in un angolino del giardino all’ombra dei bagolari e d’un tratto sento avvicinarsi un vociare indistinto: fuori arrivano due mamme, avranno poco meno di quarant’anni, con i rispettivi figli, due bambini di circa otto anni.
Le due donne parlano con una certa concitazione, a scuola si devono scegliere i rappresentanti dei genitori e, dice la più infervorata, la partecipazione è importante, dobbiamo esserci, per il bene dei nostri figli, per le famiglie, per la società.
Mentre la conversazione tra le due adulte si infittisce, noto che uno dei bambini comincia una fiera scalata alla statua equestre di Napoleone III. Brutta è brutta, penso io, non si può dire di no, l’imperatore sembra uno che ha mangiato una scopa, però ne ha passate tante questa statua, ne ha vista di storia!
La donna si è accorta dell’impresa del figlio, ma continua a parlare come niente fosse: “Certo che dobbiamo esserci” ripete “siamo cittadini o no?”, dice alla sua interlocutrice “è un nostro dovere, anzi un sacrosanto diritto”. Intanto suo figlio punta un piede su una delle corone d’alloro che ornano il basamento, ma perde l’appoggio. Io sono lì e friggo, mi domando se l’immagine di Napoleone III meriti di venire declassata ad attrezzo sportivo, neppure i garibaldini erano arrivati a tanto, loro che l’effigie dell’imperatore a Milano proprio non la volevano.
Il bambino non desiste, fallito il primo tentativo, cerca di fare leva sui bordi nella targa bronzea con i nomi dei caduti. È il turno dell’altra madre che si lancia in un’appassionata filippica contro i genitori che non partecipano alla vita scolastica, quelli che se ne fregano, non come lei, che a fine anno si fa in quattro per la festa e il regalo alle maestre.
Io mi agito sulla seggiola, vorrei intervenire, profondermi in spiegazioni, chiarire che cittadinanza è anche rispetto per i beni storico artistici, ma desisto: alla partecipazione, sacro dovere di ogni cittadino, si sa, siamo tutti tenuti, sarebbe una partita persa; raccolgo i libri e abbandono il vincitore di Magenta al suo destino.

Vestito, carta di credito, persona amata, discoteca (Mariangela Quaini)

Le vede salire sull’autobus, sono in tre: vestiti aderenti, tacchi alti, borsette vistose. Gli è subito chiaro, queste stanno prendendo servizio, pensa ironico, lavorano in nero, certo non rilasciano fattura, tutto esentasse. Le osserva curioso, sono nere, si dice, un’altra razza, si vede, i capelli se li stirano, ma il culo… non c’è niente da fare, il culo è quello africano.
Riflette, qui la carta di credito non serve, quanto chiederanno? Cosa mi verrebbe a costare? Santo cielo, e Carla? È a casa, mi sta aspettando. Però, cerca di persuadersi, dopo tutto, va bene la persona amata, gli affetti, il dovere coniugale, ma qui è un’altra questione…
Giunti sul vialone le ragazze scendono e si appostano sul bordo della strada, non lontano dalla discoteca, lui rimane seduto ancora qualche minuto, poi scende, ma prima della sua solita fermata: ha bisogno di camminare, di un po’ di fresco prima di rientrare e di rivedere Carla.

Solitudine, televisione, colleghi di lavoro, negozio (Apolonia Santo Domingo)

Alle sette di mattina, come ogni giorno, Sonia si sveglia e prepara la sua borsa del cibo. È triste, perché la scorsa settimana è stata sgridata dal proprietario del negozio di abbigliamento dove lavora: si è sbagliata a preparare i prezzi della merce. Lei non capisce come sia successo che abbia potuto scambiare il prezzo giusto con quello sbagliato. Prova anche un senso di forte solitudine e non è riuscita a dormire.
Però ha un dubbio: forse la sua collega di lavoro, Carla, è invidiosa. La settimana scorsa loro hanno bisticciato e per punirla Carla potrebbe aver fatto questa cosa. Sonia ha chiesto scusa al proprietario del negozio ed è stata perdonata. E, tornata a casa, per rilassarsi siede davanti alla televisione con una scatola di pop corn in mano.

La cittadinanza in uno scatto

Produrre racconti sul tema della cittadinanza a partire da immagini

L’orizzonte e gli occhiali (Mariangela Quaini)

Quella mattina ero arrivata presto, con il treno delle nove, avevo visitato la cittadina e ora, nonostante il sole a picco, volevo avvicinarmi alla costa, cercavo grandi spazi, orizzonti aperti, aria salmastra, qualcosa che cancellasse lo smog di una settimana di lavoro.
Esco da una viuzza e lo vedo di spalle, seduto su quella specie di ringhiera, solo, davanti al mare. A giudicare dalla cassetta della mercanzia, ancora stipata di merce che da lontano non riesco ad identificare, gli affari non devono essere andati un gran che bene. Lo osservo: la sua sagoma ingobbita tradisce stanchezza, deve avere camminato a lungo, penso.
Il suo sguardo è perso, davanti a quel mare che non è il suo sembra riflettere sul destino che l’ha portato fino a qui. Non so se proseguire, temo di disturbarlo. Da qualche decina di metri alle sue spalle, osservo la sua posizione: è precaria, tutta la vita è precaria, gli equilibri sono sempre instabili, niente è per sempre. Anch’io comincio a scrutare il mare, è calmo, piatto, ma certo non immobile; rifrange la luce del mezzogiorno e l’impercettibile tremolare dell’acqua scompone e ricompone la superficie in immagini sempre diverse, come un caleidoscopio. Lo spazio aperto, dopo tante calli e viottoli delle ore precedenti, deve avermi colta di sorpresa e, anzi, comincio a pensare che mi abbia dato un po’ alla testa. Forse il venditore ambulante, seduto sulla ringhiera del lungomare, sta semplicemente riposandosi, tristezza e solitudine sono solo una mia proiezione.
Mi scopro a rimproverarmi il mio pessimismo “leopardiano”, come lo chiamo io di solito per ridere; lamentele da quattro soldi, in realtà, mi viene da dire in quel momento, lì, dietro all’ambulante che continua a guardare il mare. Puoi anche sforzarti di osservare il mondo, ma senza gli occhiali del buonumore vedrai sempre tutto nero! Occhiali del buonumore, ripeto tra me, che retorica! Gli “occhiali del buonumore”? Figuriamoci.
L’autocompatimento sta tramutandosi in umor nero e proprio quando la gita rischia di finire male, l’ambulante si accorge della mia presenza, si gira, scende con una torsione dal suo appoggio e, facendo cenno alla sua merce, mi fa capire che è disponibile a un prezzo di favore, anzi ad uno sconto favoloso. Alla sua maniera è loquace, nonostante la difficoltà linguistica azzarda una battuta sull’Italia e mi chiede da dove vengo; i movimenti sono sciolti, mostra una vitalità che, vedendolo appollaiato com’era prima, certo non avrei immaginato.
Mi avvicino alla cassetta e mi accorgo che contiene degli occhiali, tanti occhiali, di diversi modelli e colori. Subito scatta un’associazione mentale, o forse è solo uno scatto di nervi: tiro fuori il portafoglio e gliene indico quattro paia, non controllo neppure la misura, pago, ne getto tre paia nel borsone e, non potendo fare a meno dei miei occhiali da vista, mi inforco l’ultimo paio sulla testa, a mo’ di fermacapelli. Ringrazio e continuo la mia passeggiata. La chioma fluente da raccogliere non ce l’ho, mi dico toccandomi l’acconciatura a zazzera, e forse non saranno esattamente gli occhiali del buonumore, ma se ci metto un po’ di buona volontà, potrebbero aiutare!

Stranieri a scuola (Mariangela Quaini)

Io, qui che leggo e rileggo e non capisco niente, lei che con lui, il suo preferito, si dilunga, tira in ballo questo e quello, non smette più di spiegare, fa paragoni, suggerisce conclusioni, manco dovesse andare alla Sorbona, sto ragazzo!
Io faccio finta di niente, con questo libro davanti, ma con la coda dell’occhio è un po’ che li curo, sti due. Oggi la vedo su di giri, la prof, gli indica le frasi, gli dice cosa deve sottolineare di qui, cosa deve cancellare di là e, intanto, tra un periodo e l’altro, da cosa nasce cosa e chi lo sa.
Hai capito, la biondina, con la scusa del multiculturalismo, ce sta a prova’, la ragazza! Ma io mi domando e mi chiedo, è il caso di farla tanto lunga per chiedergli se può offrirgli una pizza? Che si decida una buona volta, prima che il corso finisca, almeno troverà un po’ di tempo anche per i miei di errori, e che si godano assieme una bella serata, senza libri e senza la scusa della fratellanza tra i popoli!

Se potessimo leggere nel pensiero di…

(Caroline Braga)
Quattro mesi fa X è arrivato in Italia. È venuto per lavorare con suo zio, in un negozio di strumenti elettronici. Lui è bravo a riparare i computer, i cellulari, ecc. Lavorano tutti i giorni, compresi la domenica, dalle 8,30 alle 19,30, orario continuato.
Sua sorella invece, lavora con la zia, proprietaria di un salone da parrucchiera. Non è che siano bravissime come parrucchiere e manicure, comunque il salone è sempre pieno. Le italiane di solito vanno da loro solo per farsi la piega, costa la metà di quello che pagherebbero in un salone italiano, e come dicono, solo per farsi la piega va be’, che male potrebbe succedere.
X non parla per niente italiano. Almeno nel suo lavoro, non gli serve, c’è sempre lo zio per tradurre quello che hanno chiesto i clienti che arrivano con i loro apparecchi da riparare. Un giorno, una cliente è tornata da loro un po’ arrabbiata, X aveva installato nel suo computer un anti virus in lingua cinese, e spesso saltavano i pop up con messaggi che lei non capiva. Ma niente di grave, lui se la sta cavando. È ancora troppo presto per capire se rimarrà in Italia o se tornerà a casa. X comunque è sempre con i suoi parenti e ha conosciuto certe ragazze del suo paese. Loro di solito vivono così, creano la loro comunità e non si mescolano con gli italiani.
X abita in un quartiere che ha un nome che curiosamente esiste in tutte le grandi città del mondo.

(Marta Cabrini)
Scrivere una storia guardando questi volti mi fa sentire male. Mi invade un senso di pudore. Quale diritto ho io di inventare la storia di un uomo, di uno di questi uomini? Ognuno ha una sua storia. Con un prima e un dopo. E spesso queste vite sono spezzate: da un giorno all’altro sogni, affetti, certezze, tutto può svanire, scoppiare, come una bolla di sapone.
Cosa li ha spinti a patire e a sperare in una vita migliore? Li ha costretti la guerra? La miseria? Poco importa.
Posso solo supporre il luogo di provenienza di queste persone, ma cosa cambia? Sono uomini che hanno sofferto e che continuano a soffrire. Sono stanchi, delusi, arrabbiati. Sono stupiti o rassegnati. Sono uomini fermati: anche ora davanti a loro si erge una barriera. Che li umilia e li esclude.

(Nadia Colella)
Meglio così, uomo di polizia italiana, meglio che tu non capisca la mia lingua… almeno posso parlare liberamente senza peggiorare la mia condizione.
Allora, adesso… io conto lentamente fino a 15, dopo di che, uomo di polizia italiana, per piacere mi fai passare. Mi fai passare perché sono stato convocato dalla Questura per ritirare il mio permesso di soggiorno e questa è già la terza volta che mi presento e non mi fate entrare. Mi fai passare perché sono qui dalle otto, in piedi sotto il sole, e adesso sono le due e alle quattro devo essere al lavoro. Mi fai passare perché ho consegnato da tempo tutti i documenti che mi sono stati richiesti, perfettamente in ordine. Mi fai passare perché manca una settimana allo scadere del mio permesso di soggiorno, e la mia ansia aumenta di giorno in giorno. Ci fai passare perché tutti noi aspettiamo quel pezzo di carta col bollo, non ne possiamo fare a meno.
Ora io conto: 1… 2… 3…

(Angela Colombo)
Questa immagine mostra un assembramento di persone di diverse etnie (indiani, cinesi, africani, europei, sud-americani e via dicendo) in una giornata estiva, probabilmente davanti all’Ufficio immigrazione della Questura di una non identificabile città.
Più che una moltitudine di etnie mi immagino una moltitudine di storie dietro ad ognuno di loro. Storie di chi ha abbandonato il proprio paese in cerca di una vita migliore, di un lavoro, di una casa o a causa di guerre o perché perseguitato.
La persona che ha catturato la mia attenzione è quella che guarda pigramente il poliziotto che, con la mano alzata, cerca di far capire a quella marea di gente che non deve oltrepassare le transenne.
Mi sono fatta l’idea che il mio prescelto sia lì dal mattino presto per riuscire a guadagnarsi una posizione privilegiata a pochi passi dall’entrata in maniera da non doversi accalcare per poter essere fra i primi.
Che si sia recato in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno e proseguire così il suo lavoro.
Dalla sua postura si denota una persona tranquilla che aspetta pazientemente il suo turno guardando ciò che gli succede intorno.
I suoi tratti somatici sono molto simili a quelli europei, forse è nativo dell’ex Jugoslavia, sulla quarantina, di media statura, con baffi e basette ben curati, leggermente stempiato, vestito modestamente ma, per certi versi, alla moda.
Senza entrare troppo nei dettagli credo si possa già individuare la persona descritta.

(Rita Colombo)
Caro fratello,
ho deciso di scriverti perché le nostre telefonate sono sempre difficili e poi nostra madre è già abbastanza disperata, meglio non sappia quanto è dura la vita dell’emigrante anche dopo essere arrivati a destinazione. Oggi è stata una giornata pesante, sono andato all’ufficio immigrazione per richiedere il permesso di soggiorno e mi sono trovato davanti non una coda, ma una folla di persone di diverse nazionalità. Si sentivano parole in molte lingue, ma non ho ascoltato una sola parola nella nostra, all’inizio mi sono sentito più solo che nel deserto. Per fortuna un ragazzo vicino a me mi ha offerto un po’ d’acqua, perché il caldo e l’agitazione non mi facevano respirare. La polizia ci respingeva continuamente dietro le transenne, qualcuno più agguerrito o forse più abituato di me a tutto questo cercava di aprire un varco, anche se i poliziotti armati non ci davano tregua. Dopo l’esperienza in Libia la sola vista di un poliziotto mi spaventa a tal punto che resto impietrito e non riesco a reagire, per fortuna qui non sembra usino gli stessi sistemi, ma quello che ho visto là non potrò dimenticarlo. Comunque dopo ore e ore di attesa sono riuscito ad arrivare allo sportello, dove un poliziotto che parlava un pessimo inglese ha ritirato la mia domanda, senza neppure guardarmi in faccia. Adesso non mi resta che aspettare e sperare che la richiesta sia accolta. Certe volte penso di aver fatto male ad affrontare tutte queste difficoltà che sembrano non avere mai fine per cercare una vita che speravo migliore. Pensaci bene, fratello, prima di seguire la mia strada.
Un abbraccio a nostra madre e alle nostre care sorelle

Simba

Festa da Laura

(Leandro Macasaet)
Una notte indimenticabile! Era la mia prima volta. La prima volta che andavo in una casa italiana per un motivo completamente diverso dal solito: non per pulire la casa, non per raccogliere le foglie secche nel giardino, non per riordinare vetri e metalli nello studio dello scultore, non per eliminare la spazzatura nell’ufficio, non per cambiare le lenzuola nel BnB, non per gestire la roba nella cantina e nel solaio, non per spostare e rispostare tutta la roba negli armadi, non per stirare quindici camicie, non per insegnare la lingua inglese, non per curare i bambini, non per portare a spasso il cane, non per fare il badante, non per assistere i modelli a Milano per le sfilate di moda, neanche per servire degli ospiti a una cena, ma per festeggiare con gli italiani.
L’occasione era l’invito a una vera torre di Babele, con la presenza di ospiti multiculturali. Ci sono filippini (Apolonia, Therese e io), un indiano (Vijay), una cilena (Daniela), un colombiano (Erik), un egiziano (Ahmed), due marocchini (Ottmam e Ahmed), peruviani (Aiko e Anthony), ecc. Quando abbiamo cantato la canzone speciale per l’occasione, avevamo usato l’unica lingua che avevamo imparato nella scuola “La Tenda”, la bella lingua italiana. “Tanti auguri a te. Tanti auguri a te. Tanti auguri, cara Laura. Tanti auguri a te.”
La bottiglia di spumante è aperta. La torta è tagliata. Sono in buona compagnia.

(Apolonia Santo Domingo)
Questo giorno è l’ultimo del corso alla “Tenda”. Abbiamo celebrato la festa di fine anno, mangiando e cantando con il coro di Fiorella.
Io come al solito porto sempre la torta, quando si festeggia il loro compleanno. Dopo la scuola siamo andati a casa di Laura Rizzi, perché siamo invitati al suo compleanno di sessanta anni. Lei ha preparato tante cose. Siccome sono venuti anche tanti amici e amiche sue, allora ho aiutato gli altri a preparare la roba per distribuire alle persone, mettere nei piatti, tagliando i formaggi e Elvira serve anche lei gli altri invitati.
Abbiamo conosciuto i suoi amici, che fanno anche le fotografie. Loro sono tutti contenti. Io ho regalato un paio di orecchini di pietra dura, che le sono piaciuti molto. E Elvira una sciarpa di seta, che viene dal suo paese. Guarda! C’è anche la Theresa, che buffa! Ha messo la tortiera sopra la sua testa. Siamo tutti felici e contenti.

One photo (Nadia Colella)

Bimbo piccolo forse con papà: avrà tre-quattro anni d’età. Non so di dove siano: zingari? Può darsi. Jeans azzurri rimboccati con le tasche blu e un maglioncino rosso con le toppe; lunghi riccioli castano dorato. Mi prende un incontenibile desiderio di fotografarli, estraggo il cellulare ma esito… li sto quasi pedinando: mi pare di derubarli di qualcosa; forse, se li riprendo di spalle, è meno grave; mi attirano le loro sagome controluce e girate.
Una volta adoravo fotografare bambini e vecchi, soprattutto in paesi lontani, soprattutto primi piani. I piccoli, se non sono abituati ad essere ripresi, hanno occhi disarmanti ed espressioni sorprendenti davanti all’obiettivo. Mi piacevano vecchi dai volti imperturbabili: rughe parlanti.
Poi un giorno presi finalmente coscienza – me lo fecero capire – che trovarsi nel mirino di un obiettivo poteva essere cosa molto sgradita. Ero giovane e poco attenta: non ci avevo mai riflettuto a fondo. Spesso i bimbi mi si paravano davanti, in gruppo, sorridenti, sollecitavano una foto… “una foto por favor… “one photo please…” e io scattavo, anche solo per il piacere di esaudire la loro richiesta. A volte invece lo facevo senza che nessuno si accorgesse, senza chiedere, rapita da un’immagine: come se in quei posti abitati dalla miseria si avesse il diritto di fotografare tutto, persone cenciose ma colorate, volti devastati ma pittoreschi. Ma da quella volta in particolare, il piacere del riprendere le persone è lentamente svanito; l’ho fatto ancora, raramente; e comunque, ormai, mi sento irrimediabilmente inadeguata. Forse è vero che fotografare è un po’ rubare l’anima; non si limita a fermare il tempo, cattura qualcosa di essenziale.
E così anche ora non sono a mio agio, sebbene riprenda di spalle: un solo scatto. Chi sono quest’uomo e questo bimbo. Da dove vengono. Dove stanno andando. Dove vai, bambino riccioluto? Con quel giocattolo con le ruote come da noi non esistono quasi più. Ti colgo mentre alzi il braccio per tirare il tuo pullmino e ti fermi sospeso al semaforo rosso in una posa incantevole, con lo sguardo levato al capo estremo del cordino. Dove vai bambino. Dove ti portano, con chi sei, sei col tuo papà? Parlate? Cosa vi dite. In che lingua. Passi tutti i giorni di qui? In questa luce livida di novembre rischiarata da un pallido raggio di sole. In una tarda mattinata di un giorno feriale. Assonnato.

Punto di vista e cittadinanza

 

Tu come la vedi?Adottare diversi punti di vista per raccontare uno stesso luogo

I giardini di piazza Maciachini visti da… (Rita Colombo)
… una lettera del 29 agosto 2016
Gent.ma Assessore, con la presente sono a segnalare le numerose richieste di intervento da parte di cittadini, che abitano in Piazzale Maciachini, gli stessi lamentano forte disagio, causato dai molti avventori, che, durante il fine settimana e a volte anche nei giorni feriali, occupano la struttura coperta ubicata a fianco dei sopra menzionati giardini, sotto questa struttura gli stessi, per la maggior parte di origine sudamericana, ballano cantano e mangiano, purtroppo però la musica è riprodotta ad altissimo volume, anche con l’ausilio di amplificatori, fino a notte inoltrata generando disturbo alla quiete pubblica e recando quindi grave disagio ai residenti dei condomini adiacenti la struttura in oggetto. A riguardo, visto le numerose segnalazioni ricevute, Le chiedo, di intervenire, disponendo dei servizi mirati, affinché le persone che desiderano trascorrere la serata all’aperto lo facciano rispettando i cittadini le norme vigenti e l’ambiente circostante. In attesa di un Suo cortese riscontro, porgo cordiali saluti.

Lettera del 29 agosto 2016 indirizzata all’Assessore alla Sicurezza, Coesione sociale e Polizia locale del Comune di Milano, inviata dall’ Assessore alla Sicurezza, alla Cura del Territorio, allo Sport, Tempo Libero e al Turismo del Municipio 9, Comune di Milano

http://www.farebicocca.it/wp-content/uploads/2016/08/maciachini-disturbo-alla-quiete-pubblica-1.pdf (url consultato il 15/4/2018)

… Paula 
Finalmente sabato, oggi ho appuntamento con le amiche in piazza Maciachini, vamos a bailar! È stata una settimana pesante, non sopporto più i miei datori di lavoro, il nonno è sempre più sordo e tonto, i nipotini sono viziati e non gli va mai bene niente di quello che preparo da mangiare, por no hablar della signora, che pretende tutto perfetto, pulito, lavato, stirato… ma io sono una e loro sono cinque! Però oggi non voglio pensarci, voglio divertirmi, voglio ballare in compagnia. Felipe ha promesso che porterà un nuovo CD di musica salsa, ho già in testa una coreografia, e se siamo in venti, come l’ultima volta, qué bonito! Ci metteremo come sempre sotto la tettoia vicino ai giardini, così se piove siamo riparati, e vamos con la musica! Mi sembrerà per qualche ora di essere di nuovo nel mio pais, quando ballavamo in piazza fino al mattino. Ma qui non si può, c’è sempre qualcuno che si
lamenta, anche se siamo lontano dalle case. Come sono noiosi i milanesi, tutti grigi, seri, tutti sempre deprisa…

… Rita
Mi capita spesso di passare dai giardini di piazza Maciachini rientrando a casa. Se è sabato, trovo sotto la tettoia dalla quale si accede all’area verde un gruppo numeroso di ragazze e ragazzi sudamericani impegnati in balli di gruppo, a volte vere e proprie coreografie, mentre a terra un lettore CD emette musica rigorosamente sudamericana. Le ragazze hanno pantaloni aderenti e si muovono flessuose, i ragazzi, non alti ma ben piantati, le accompagnano come se conoscessero a memoria i passi. A volte sembra che si divertano, scoppiano in risate collettive, a volte sembrano seri e impegnati, come se si stessero preparando per un’importante gara di ballo. Mi piacerebbe fermarmi a guardarli un po’, ma mi sento un’intrusa, non so come potrebbero interpretare la mia curiosità. Tuttavia ogni volta rallento il passo per osservarli: mi piace l’idea che in mezzo al traffico fiorisca nel giardino di piazza Maciachini una scuola di ballo latino-americano.

Piazza Duomo (Aiko Milagros Samanez Flores)

Siamo amiche da più di dieci anni. Il nostro posto preferito è stato, è e sarà il Duomo di Milano. Non solo per la bellissima chiesa, ma per il punto di ritrovo in comune, che è il giardino davanti al cavallo. Che è molto cambiato nel passare degli anni. Lì hanno messo quelle palme orrende che ormai non si può più scattare foto da questa distanza senza quelle cose vero amo? Mah… a me invece piace tantissimo lo vedo il top perché arriverà Starbucks quindi sarà tipo USA. Bellissimo!!! Per me è indifferente. Quello che ho sempre odiato sono i piccioni che ti saltano addosso o lasciano i loro regalini in giro e portano anche malattie. Che schifo!

Lei non sa chi sono io

Raccontare fraintendimenti anche sgradevoli, prodotti da punti di vista diversi

Cittadinanza attiva (Christiana de Caldas Brito)

(in quattro passi e un gran finale)
Passo 1 L’abbigliamento
Sai quel cappotto che ti guarda da dentro l’armadio e tu capisci subito che il suo destino è segnato? È troppo fuori moda! È vecchio! Ebbene, lo userai per venire con noi. Quel cappotto sarà fondamentale per conferirti il giusto look! Le scarpe? Dovranno essere consumate e brutte, basse e allacciate, perché non solo il fondo stradale offre delle voragini, ma i marciapiedi romani rappresentano svariati rischi di fratture. Le buche più piccole- roba non da terzo, ma da quarto o quinto mondo- vanno dai venti ai trentacinque centimetri. Ricordati pure che nella zona c’è molta umidità. Copriti bene. Da voi, in Brasile, non siete abituati al freddo, perciò ti consiglio un berretto come quello che usiamo noi, di lana grezza, quelli che ci lasciano con facce non da ricercatori ma da ricercati. Mi raccomando, non usare borsa. Il documento lo mettiamo nella tasca interna del cappotto. Niente gioielli e niente cellulare. Guanti sì, però bucati.
Passo 2 Il menu
Mi chiamo Silvio e sarò il tuo punto di riferimento nel gruppo. Lunedì mattina riceverai una mia chiamata in cui ti comunicherò il menu di martedì. Sai com’è, noi cuciniamo per persone che a forza di non mangiare o di mangiar poco e male, finiscono per essere estremamente esigenti in materia di cibo. Noi cerchiamo di rispettare questa loro esigenza con un menu ben equilibrato. Antonella, l’altra signora del nostro gruppo, ha già cominciato a migliorare pure la presentazione estetica di quel che portiamo da mangiare. Questo martedì ti toccherà preparare il minestrone. Vedrai, uomini e donne presenti al nostro raduno ti faranno un sacco di domande proprio da intenditori. Di mangiar troppo non importa a loro, ma ci tengono alla qualità di ciò che ingeriscono. Lo sai che uno dei nostri, un certo Mauro, senza impiego, sarà invitato a un programma televisivo in cui dovrà elencare gli ingredienti dei piatti che gli faranno assaggiare? Siamo sicuri che a Mauro non sfuggirà neanche una delle più semplici erbette messe nel menu, è bravissimo. A proposito, oltre ai ditalini rigati o alle stelline, ricordati di aggiungere un bel pezzo di carne al tuo minestrone. Non dimenticare però di tagliarla a pezzettini perché alcuni dei nostri non hanno i denti.
Passo 3 Il trasporto
Non preoccuparti del trasporto. Come ti ho detto, passo io a prenderti, andremo con la mia macchina. Vedi questi? Sono i contenitori dove metterai il minestrone. Troppo grossi? Ma no! Questi contenitori in due portano solo quattro chili. Verrò a prenderli direttamente in cucina, a casa tua e li porto io in macchina. Sarebbe carino offrire, con il minestrone, dei panini con una fetta di formaggio, ma questo è un optional. A te, in realtà tocca solo preparare il minestrone. Nel caso tu volessi portare i panini, devi sapere che è più gradito il panino all’olio.
Passo 4 La destinazione
Il punto d’incontro del nostro gruppo è la stazione Termini, alla sinistra di chi ha davanti a sé l’ingresso centrale. Tieni presente che mettiamo parecchio per arrivarci. A quell’ora, a Roma c’è molto traffico. Ci conviene uscire di casa alle sette di sera per arrivare con un certo anticipo. Abbiamo problemi con il parcheggio. Non è facile trovare un posto libero. Sono sorte anche delle difficoltà con i tassisti che parcheggiano dove serviamo i pasti. Quelli ci stanno a far guerra, ma stiamo arrivando a un accordo, devi sapere che il Vaticano si è schierato dalla nostra parte. A casa torniamo verso le undici, le undici e mezzo. Dipende se c’è troppo da pulire dopo che si è concluso il pasto. Questa sera ti presenterò Antonella e Giorgio, gli altri due volontari del nostro gruppo. Gente molto simpatica. Vedrai.
Gran finale
Silvio era andato a cercare il parcheggio. Dalla macchina avrebbe portato i miei due contenitori con il minestrone. Sembrava un’impresa meno complicata quella del parcheggio, però erano già le sette e mezzo e lui non si faceva vedere. A Termini, gente carica di zaini e valigie, camminava verso la porta centrale e lì prendeva la scala mobile che portava giù ai treni. Ho aspettato ancora un po’ e – che sollievo! – ho visto arrivare i due volontari del gruppo. Li ho riconosciuti dai grossi contenitori che portavano, come quelli che avevo riempito io. Ma come si chiamavano i due volontari? Non mi ricordavo affatto i loro nomi. Ho steso a loro due la mia mano: “Salve, io sono…” Non avevo finito la mia presentazione che ho sentito la voce della volontaria: “Per favore, mettiti in fila!”. Fu allora che vidi dietro a me un sacco di gente ordinata, gli uni dietro gli altri, con cappotti ben più dignitosi del mio, gente con guanti per niente bucati. Andai dal volontario: “Senta, io sono…” Mi tagliò pure lui: “Vedi quel vecchietto là in fondo? Mettiti dietro a lui.” Cercai di spiegarmi: “Ma guardi che io sono venuta per…” Il volontario mi guardò: “Lo so che sei venuta per mangiare, ma sei arrivata tardi e ti tocca aspettare il tuo turno, hai capito?” Con un sorriso buono, mi accompagnò fino all’ultimo posto della fila. A questo punto avevo desistito dal recuperare la mia identità, quando due mani afferrarono con forza le mie spalle. Chi era quel tipo dalle mani così pesanti? “Nun mi riconosci?” e il tipo si fece avanti, avvicinando il suo viso al mio. Con una certa difficoltà mi allontanai da lui: “Mi scusi, ma io non la conosco.” “Ah, fai la finta tonta, bella de mamma?” Sorto dal nulla, un altro tipo mi domandò: “Forse aspettavi me?” Chi erano quei due e che volevano da me? “Senti, Befana” e il tipo dalle mani pesanti riprese la parola: “Ci ha mandato er sindacato, noi siamo i rappresentanti della categoria.” Il compagno suo portò chiarezza a quel discorso: “È méjo nun avé a che fà coi tassinari, specia quelli de Roma. Noi continueremo a parcheggià dove abbiamo sempre parcheggiato, siete voi che ve ne dovete andà.” Un tuono si fece sentire. Quando l’altro disse “Andate a fà i vostri picheniche in fondu ar Tevere che lì non date fastidio a nessuno”, io sentii in faccia le prime gocce di pioggia e andai a rifugiarmi dentro la stazione, vicino a un poliziotto, che, appena mi vide, alzò l’indice della mano destra e mi disegnò in aria, per ben due volte, un movimento da sinistra a destra e da destra a sinistra. Non essendo gradita all’interno della stazione, uscii all’aperto. Pioveva. E Silvio, che aveva definito nei minimi dettagli l’abbigliamento di un volontario, non poteva ricordarsi dell’ombrello? Accidenti a tutta quell’acqua. In silenzio, gli uomini e le donne che prima erano stati davanti a me nella fila, mi si misero attorno e, a poco a poco, si avvicinavano, restringendo il cerchio. Un brivido mi portò in mente vecchie scene dei film di Buñuel. Tutte quelle persone mi circondarono senza nulla dire. Perché Silvio non arrivava? Un omone stava proprio vicino a me. Infilò la mano nella tasca del cappotto. Santo cielo, adesso avrebbe tolto un coltello come minimo. Non avevo voce per gridare. L’uomo era vicinissimo a me. Aprì la sua mano e in quella ruvida mano c’era un panino, un panino all’olio con formaggio. Una signora grassa e sdentata, avvolta in una coperta, venne accanto a me, mettendomi sotto il suo ombrello. Non dissero nulla. Non ebbero fretta. Aspettarono che io finissi il panino, sotto l’ombrello. Già non pioveva. La donna grassa chiuse l’ombrello. E se ne andarono tutti, così com’erano venuti, insieme e in silenzio. Qualcuno di loro mi lasciò pure una mela in mano.

Piccoli equivoci (Aiko Milagros Samanez Flores)

Uno
Avevo appena finito di lavorare come dogsitter ed ero infangata. Ho raggiunto mia zia fuori dal supermercato, per essere esatti all’angolino. Una coppia di vecchietti si è avvicinata e mi stava dando dei soldi. Mi sono sentita molto in imbarazzo. Scossi solo la testa, accennando un no come risposta. Hanno sorriso e si sono allontanati. Vedendo questo, l’addetto alla sicurezza del supermercato mi ha detto: “Smettila di infastidire le persone, vai da un’altra parte!”. In quello stesso momento mia zia era uscita e aveva sentito tutto. Lo ha guardato male e mi ha detto: “Andiamo figliola”. Ho risposto: “Sì mamma”.
Due
Siamo entrate in un negozio di gioielleria mia mamma, mia zia, ed io. C’erano degli anelli, braccialetti e altre cose esposte. Stavamo guardando, ma ad ogni passo ci sentivamo qualcuno addosso. Infatti quando siamo uscite c’era questa signora che ci fissava. Noi ci siamo messe a ridere.
Tre
Sono arrivata in ospedale per prendere un appuntamento dal dottore. Il reparto delle accettazioni era pieno. Ho aspettato il mio turno. Quando è arrivato il mio turno mi sono avvicinata, la signora era tutta agitata e mi ha detto: “Non dirmi che anche con te devo litigare per farmi capire”. Io l’ho guardata, ho sorriso e le ho detto, per sua fortuna no.
Quattro
Una mattina mia mamma mi ha portato al suo lavoro. Sempre col preavviso che venivo. Si sono riuniti tutti per conoscermi. All’inizio ho solo sorriso e anche loro. Ad un certo punto è arrivata la nonna dei bambini, che mi ha guardato, si è avvicinata alla mia faccia, mi ha preso le guance e mi ha detto in tono molto lento: “¿Tu capisci quello che dico?” e io le ho risposto: “Si signora, capisco tutto quello che ha detto”. Ha cominciato a ridere e se ne è andata. Mi sono sentita molto in imbarazzo.

La fotografia (Daniela Winkler)

Giuseppe è in pensione e per ammazzare il tempo, ogni tanto scende a chiacchierare con Carlos, il portinaio del condominio. Lui è ecuadoriano, di Quito, abita e lavora nello stesso condominio da dieci anni. Giuseppe gli parla della sua vita a Roma, di quanto è buono il cibo italiano, della crisi economica, della Juve, del Milan, di tutto un po’ e a volte di niente. “Come sta la tua famiglia?” gli chiede. “Molto bene, grazie. L’altro giorno hanno festeggiato il compleanno di mio padre”. Carlos prende il suo cellulare, scorre ripetutamente il dito sopra lo schermo: “Eccola qua!”. Fa vedere a Giuseppe una fotografia della festa e segnala col dito: “Mio papà, mio fratello maggiore, sua moglie, suoi figli, mio fratello minore, sua moglie e sua figlia”. Giuseppe, in silenzio, sembra prestare attenzione, poi dice: “Ma… sono tutti vestiti!”. Dopo secondi di silenzio, Carlos risponde: “Devo continuare a lavorare. Buonasera”, mentre gli chiude lo sportello in faccia.

A posto (Daniela Winkler)

“Buongiorno-devo-fare-la-dichiarazione-di-presenza”, recita Camila al poliziotto dello sportello all’ingresso della Questura. É il suo secondo giorno in Italia. Passano lei per il metal detector, il suo zaino per i raggi X, le danno un numero di attesa. Cammina attraverso il corridoio, sistemando le sue cose. Guarda la sala, cercando un posto dove sedersi ad aspettare. Fa passare il tempo guardando la gente. Arriva il suo turno sullo schermo, si alza e si avvicina allo sportello 9. “Buongiorno-devo-fare-la-dichiarazione-di-presenza”, ripete. La funzionaria le dà un piccolo modulo da compilare e le chiede di fotocopiare il suo passaporto. “Le fotocopiatrici sono di là”, finisce. Il modulo c’era anche in inglese, le fotocopiatrici erano in vista, fino a questo punto aveva capito tutto. Torna allo sportello 9, la funzionaria prende i documenti, “A posto” dice, e se ne va. Camila, torna con il passaporto in mano al suo posto, dove era seduta prima, ad aspettare. La funzionaria non torna più. Lo sportello 9 chiude, ma pensa che la possano chiamare a viva voce come gli altri. Due ore dopo, trova un funzionario disoccupato, “Buongiorno-ho-fatto-la-dichiarazione-di-presenza-però-non-mi-chiamano”. Quando chiarì tutti i suoi dubbi, aveva già perso tutta la mattina. Capire cosa voleva intendere la funzionaria dello sportello 9 con “a posto”, le prese un po’ più di tempo.

L’ospite

Immaginare il resoconto di un parente di un paese lontano in visita a un proprio familiare in Italia.

Il ritorno (Mariangela Quaini)

Già all’aeroporto la ragazza era rimasta colpita dalla pronuncia: la zia tornata dall’Argentina dopo trent’anni parla come Maradona, dell’accento meneghino così tipico nelle altre sorelle non è rimasto nulla. Adesso è lì da loro, il pranzo domenicale è in suo onore.
La zia si accomoda a tavola e si vede che il pranzo vuole proprio goderselo in santa pace, contrariamente alle altre donne della famiglia, sedute in punta di sedia e sempre pronte a scattare in piedi per recarsi in cucina, lei mangia lentamente, il cibo se lo gusta, la ragazza ci fa caso, a casa deve essere abituata ad essere servita.
La zia racconta tante cose di casa sua, dei disagi che ha dovuto affrontare nei primi duri anni: per molto tempo ha dormito in quella che deve essere stata poco più di una baracca e ha dovuto difendere le figlie piccoline da insidiosi insetti. Riferisce di terreni, di lavoranti e di proprietari, di come una volta si sia trovata, nella sua qualità di moglie del padrone, a dirimere una controversia, anzi, uno scontro molto acceso, e di come solo l’autorità della sua posizione avesse potuto chetare gli animi dei contendenti. Tutte storie che a lei, studentessa liceale, ricordano i rapporti feudali del Medioevo che studia a scuola più che quelli di un paese moderno. Nell’atteggiamento la ragazza scorge un che di padronale, una sorta di attitudine al comando, così estraneo agli altri componenti della famiglia. Probabilmente non è ricca, ma le persone con cui ha a che fare devono essere ancora più povere! La zia ha proprio vissuto in un altro mondo!
Finito il pranzo, la zia, forse perché lei è la più giovane della compagnia, le dice, sbagliando l’accento “Petìnami!”, la ragazza non comprende e lei ripete “Petìnami!”. “Vuole che tu la pettini” traduce qualcuno dei parenti comprendendo l’errore di pronuncia, “Cosa? Io? Cosa dovrei fare io?”, “A casa sempre mi petìnano, le mie figlie” rimarca la zia; l’adolescente, poco avvezza agli imperativi e molto poco abituata a rendersi utile a comando, continua a non capire e chiede sinceramente sbigottita: “Scusa zia, ma perché dovrei pettinarti?”. La madre e le zie “milanesi” colgono il disagio della situazione: “Ah, i giovani del giorno d’oggi! Va beh, chi vuole il caffè?”.
Il giorno dopo, la ragazza ancora incredula chiede “Ma mamma, cosa voleva ieri la zia, pretendeva forse che mi mettessi qui, la domenica pomeriggio, a fare la piega a lei?” e continua scandalizzata “Ma cosa sono in Argentina le figlie, sono forse schiave?”. La madre per un po’ l’ascolta, poi inizia una tiritera sulle ragazze italiane, abituate troppo bene, che schiave no, per l’amor del cielo, ma neppure viziate come quelle che conosce lei che non si può mai chiedervi niente che già sbuffate, che neppure il letto vi rifate, per non parlare dei mestieri di casa. Lo sfogo finisce e il tono della mamma si fa sempre meno convinto, deve ammettere di avere trovato la sorella molto diversa da come la ricordava e ammette che la vita è difficile per tutti, ma per chi deve lasciare tutto e iniziare da capo è ancora più dura. La faccenda della lingua, poi, e ricorda quello che ha raccontato ieri la sorella: fino all’ingresso a scuola della figlia più grande, si è rifiutata di parlare castigliano, lingua a lei estranea e detestata. “Chi non si adatta non sopravvive”, concludono madre e figlia.
Di quello che ha sentito quella domenica una cosa ha turbato la ragazza più di tutto, più ancora del travaglio e degli stenti, e anche di più del “Petìnami!”. Dopo pochi anni dall’arrivo in America, la zia e suo marito avevano deciso di tornare in Italia, tutto era pronto: comprati i biglietti e venduto tutto, fino all’ultima coperta. Proprio il giorno dell’imbarco alla figlia minore compare quello che solo più tardi sarebbe stato diagnosticato come un semplice sfogo cutaneo: sulla nave non li lasciano salire, rimangono a terra, lontano dall’Italia per un altro quarto di secolo!

Mia madre arriva a Milano (Aiko Milagros Samanez Flores)

Quando mia madre è arrivata per la prima volta in Italia, era molto emozionata e anche spaesata. Già al fuso orario di sette ore in avanti, che si doveva abituare. Al pomeriggio aveva sonno e alla sera era sveglia. C’erano altre cose nuove come per esempio: la prima era che si davano due baci sulle guance quando incontravi qualcuno che conoscevi, la seconda che il “Ciao” dell’ inizio e il “Ciao” della fine si pronunciavano uguale ma il significato era diverso, la terza era che al mattino la colazione era solo cappuccino e brioche e la sera si mangiava come a pranzo, la quarta che si mangiava di continuo la pasta al posto del riso ed era di tutti i colori e sapori, la quinta era che in Italia, nei bar, si ordinava e subito si pagava e così non era possibile pagare meno di quanto si consumava, la sesta era che quando si andava sull’ autobus si timbrava il biglietto o la tessera e nessuno veniva a richiedere il pagamento e settimo era che in Italia non si conta mai dal piano terra ma dal secondo piano. Questa era la cosa che la mandava più il tilt.

Tornando a casa

Raccontare un ritorno in patria

Lucia Pilingera (Leandro Macasaet)

Un atto unico

Personaggi
Lucia, una ragazza di ventisei anni che è appena tornata a Manila, dopo cinque anni passati a Milano
Alma
Rodelio tre amici di Lucia
Gilbert
Aling Cora, una collaboratrice nella casa Pilingera per tanti anni

L’ambiente
Nel soggiorno della casa di Lucia, i tre ragazzi stanno aspettando la loro amica che è tornata a Manila per la prima volta dopo cinque anni di lavoro in Italia. La musica da “La Traviata” di Verdi riempie la sala.

Luce.

“Libiamo, libiamo ne’lieti calici che la bellezza infiora…”

Alma: Buongiorno, Aling Cora. Dov’è Lucia? Sono venuta con Rodelio e Gilbert.
Aling Cora: Buongiorno, ragazzi. Vi prego, andate in soggiorno. Lucia è ancora nella sua camera. Ho preparato un aperitivo per voi. Guarda la roba che ha portato. Ci sono formaggi, salami, prosciutto crudo e cotto, ecc. Dai assaggia.
(I ragazzi hanno cominciato a mangiare. Gli occhi hanno girato nella casa con curiosità su tutte le nuove cose. Parlano sotto voce.)
Gilbert: Che musica eh. Sembra di essere in un’epoca lontana. Strano!
Aling Cora: (ha sentito il commento) Hahaha… Lucia ha detto che quella musica è dall’opera di Verdi. Lei non sente nient’altro tutti i giorni. Aspetta, io la chiamo ancora. Lucia… Lucia… (pronunciava il nome come in italiano, con la “ci” invece che con la “si”.)
Rodelio: Lu-ci-a? Ma perché il nome della nostra amica era cambiato?
Aling Cora: No, non c’é niente di cambiato. Lei ha detto che quella è la pronuncia giusta. Lucia con la “ci” non con la “esse”.
Gilbert: Ragazzi, dopo andiamo al Santa Lu“ci”a Mall.
(Stanno ridendo.)
Alma: Sssshhh… corre voce che la nostra amica si è trasformata totalmente dopo i cinque anni in Italia. Non sembra vero eh. Eh, ragazzi, basta mangiare. Non finite il cibo. Che vergogna. Dovete aspettare Lucia.
Gilbert: Ma io ho fame. Non ho mangiato niente a casa.
Rodelio: Anch’io.
Alma: Vergognatevi! Basta mangiare.
Aling Cora: (dalla cucina) Ragazzi, eccola Lucia. Salutatela.
Lucia: (con la faccia truccata e vestita come un’indossatrice) Ciao a tutti! Come va? Tutto bene? Guardatevi, siete bellissimi!
Alma: Ciao, Lucia. Sei veramente migliorata. E più bella anche.
Rodelio: D’accordo. Sei molto bella.
Gilbert: È diventata bianca. Sembra un’attrice di Hollywood. Ce l’hai il segreto di quella bellezza?
Lucia: Hahaha… Grazie, cari amici. Non c’è nessun segreto. Forse perché ci sono quattro stagioni in Europa. Ma fa troppo caldo qui. Bisogna comprare l’aria condizionata domani. Che umido. Sono sudata tutto il giorno. Morirò dopo una settimana con questa temperatura.
Gilbert: (sotto voce) Che arie che si dà!
Rodelio: (sotto voce) Vorrà dire che dopo una settimana diventerai di nuovo negra.
Alma: (sotto voce) Sssshhh… Forse ci sente. Basta.
(Poi torna a Lucia) Aaaahh… Lucia, come va la tua vita in Italia? Benissimo?
Lucia: Si, certo. Va benissimo. La vita a Milano è molto… (ha guardato il tavolino vuoto
e gridato) Aling Cora, Aling Cora, dov’è l’aperitivo?
Aling Cora: Hanno già mangiato. È finito. Dobbiamo prepararne ancora?
Lucia: (In lingua italiana) O Madonna santa! I morti di fame.
Alma: Che cosa hai detto? Tu parli bene in italiano. Complimenti!
Lucia: Huh, di niente. (Ovviamente agitata). Allora, beviamo invece questo vino prosecco. Questo è lo champagne dell’Italia. Ma aprilo.
Rodelio: Non preoccuparti. Abbiamo portato qualcosa di meglio di quello. Eccolo, il gin di Ginebra con volume di alcol dell’80 percento.
Lucia: O, Dio mio. Non sono abituata a quello. Non ho più bevuto quello da un pezzo. Dai, assaggia il prosecco invece.
Rodelio: Ma quanto alcol ha?
Lucia: Aspetta. Volume 14 per cento.
Rodelio: Cosa? Ma è come l’acqua. Beviamo questo gin. Butta quel prosecco. O mettilo invece nell’armadietto.
Gilbert: Sì, ragazzi, ubriachiamoci. Prendi un bicchiere.
Lucia: Aling Cora, porta qui quattro bicchieri per favore.
Rodelio: Quattro? Dai, non sprecare il detersivo. Basta uno da fare girare.
Lucia: (in italiano) Madonna. Che schifo!
Rodelio: Gilbert, tira fuori la tua sorpresa per Lucia.
Gilbert: (ha estratto una scatola dallo zaino) Eccola! Il tuo piatto preferito, Lucia. La “caldereta”. L’ha cucinato mio padre questa mattina.
Lucia: O, Signor Dio. Non ho mangiato questo piatto da un sacco di tempo. Che saporito. Non sono abituata. Prenderò i formaggi e i salumi nella cucina adesso.
Rodelio: Lucia, sei la nostra migliore amica. Non è cambiato niente eh. La tua merda è ancora fresca nel cesso eh. Siamo nelle Filippine, quindi mangiamo la roba delle Filippine. D’accordo? Prima, bevi uno “shot” di Ginebra. Dimentica l’Italia. Dai!
(Con tanta fatica, Lucia ha bevuto e mangiato un pezzo di carne di “caldereta”. I tre ragazzi hanno fatto un applauso ridendo)
Gilbert: La nostra Lucia (pronunciato con la “si”) è già tornata. Benvenuta!
(ridono e applaudono)
Lucia: Ma che buono! È carne di capra?
Rodelio: No. È meglio della capra. Ti ricordi che sette anni fa Bantay ti ha morsicato? Allora, sei stata vendicata oggi.
(Lucia ha gridato e vomitato. Poi è scappata in bagno.)
Gilbert: La nostra Lucia è proprio cambiata. Non vuole bere il gin e non vuole mangiare la carne di cane.
Buio.

Due anni dopo (Aiko Milagros Samanez Flores)

Quando sono ritornata al mio paese natale è stato un po’ difficile ambientarmi. In due anni c’erano costruzioni di supermercati nuovi. Lo spostamento di altri. Tanti nuovi ristoranti ed era tutto nuovo e bellissimo per me. Mi sentivo molto felice, perché la mia cittadina si era sviluppata. Ma d’altra parte un po’ triste perché mi ero assentata dalle nuove cose che succedevano attorno ai miei vecchi compagni di scuola, amici o altri conoscenti. Loro non mi capivano. Pensavano che me la tiravo perché avevo lavorato lontano da loro, perché sapevo una nuova lingua, perché avevo soldi e altre cose. Un’altra cosa buffa era che mi chinavo per salutare e ad essere sincera lo faccio un pochino anche adesso, anche se inconsciamente. I miei invece erano felici che avevo oltrepassato il cerchio e che avevo acquisito molte conoscenze. Mi sentivo molto fiera di quello.

Spazi, tempi e cittadinanza

 

La città

Storie di inclusione ed esclusione disegnate dall’architettura. Non solo in Brasile (Caroline Braga)
Quando Remo ci ha proposto di scrivere un testo con il tema “inclusione o esclusione”, gli ho chiesto se potevo parlare di architettura. Lui mi ha guardata come chi pensava: ma cosa c’entra? Gli ho provato a spiegare, argomentando, che l’architettura, nel senso di costruzione, spazi, influenza il modo in cui i cittadini vivono la città, ovviamente, ma anche quello in cui si sentono accolti da essa. E lui, non tanto convinto, mi ha detto, “Va beh, prova a sviluppare qualcosa in questo senso”. Magari per un italiano non è così ovvia questa relazione tra la città come risorsa e come minaccia, un brasiliano, invece, sa che certe zone o locali di una città possono essere veramente ostili.
Nei paesi “in via di sviluppo”, dove la disuguaglianza sociale è pesante e dolorosa, esiste l’architettura, cioè gli spazi, per i ricchi, quella per i poveri, mentre ci sono pochi esempi di architettura democratica, che riesce a unire tutte le classi sociali nello stesso posto per qualche ora. E questo dispiace a molti.
Penso al Brasile, paragonandolo all’Italia, quando dico che l’architettura ha il potere di includere o escludere. In Italia tutto è per tutti. Certo, esistono ristoranti e negozi con prezzi diversi per pubblici diversi, ma tutti prendono i mezzi, tutti camminano a piedi per strada. Bambini di classi sociali diverse frequentano la stessa scuola. Tutti (o quasi) vanno nello stesso ospedale, nello stesso cinema. Tutti camminano per fare un giro per le stesse vie, piazze, parchi, che appartengono a tutti.
In Brasile, il limite fra pubblico e privato è molto più drastico. I ricchi si muovano con delle auto blindate e praticamente non camminano a piedi per strada, hanno paura di essere derubati. Camminano solo dentro i centri commerciali.
Gli spazi destinati alle classi più elevate prevedono muri alti e ringhiere. Le persone delle classi più elevate di solito abitano nei “residentials”, un fenomeno tipico del Brasile, o nelle ville con guardia alla porta.
Molti di questi residentials, possiedono piscina, palestra, parco giochi… perché i bambini dei poveri e dei ricchi che giocano insieme in un parco pubblico non è una cosa che si vede spesso. E il concetto di piscina pubblica, come vediamo in Italia, dove si può passare la giornata in un lido pagando un prezzo abbastanza conveniente, in Brasile, non esiste. Le piscine si trovano nelle belle case, nei residentials, o nei club.
L’architettura “del popolo” invece, sono gli spazi pubblici, come scuole, ospedali pubblici, centri sportivi, costruiti piuttosto nella periferia. Alcuni di questi spazi sono veramente dei bei progetti, vincitori di concorsi architettonici. Quando dico “popolo”, non intendo “la popolazione brasiliana”, ma mi riferisco alle classi sociali più basse, visto che in Brasile, servizi come scuole ed ospedali pubblici, servono solo a loro. La classe media brasiliana invece, deve lavorare duro per pagarsi questi servizi basici, se vuole educazione e salute di qualità.
Quando dico architettura inclusiva, intendo musei, belle biblioteche, spazi sportivi, mercati comunali, belle sale di teatro o cinema, con prezzi onesti. Spazi che in Italia abbiamo in un buon numero. In Brasile, invece, ne abbiamo pochi, soprattutto a San Paolo. Lì è abbastanza basso il numero di spazi per il tempo libero per una città di 12 milioni di abitanti. Forse per questo, la classe media-alta finisce per passare il suo nei centri commerciali ed i giovani delle classi più svantaggiate non sanno cosa fare. Forse per questo si è formata una società così consumistica.
Ammirare una bella architettura, interagendo con essa e non guardandola da lontano, come ammirare un’opera d’arte o un bel concerto, è un piacere che permette a tutti di godersi delle belle ore, senza che nessuno debba comprarli o consumarli. Oltre che una maniera di acquisire cultura.

La casa

Casa antica (Paola Balotta)
La casa a cui torno ha molte volte i miei anni, è stata la casa del nonno di mio nonno, dei suoi fratelli e delle sue sorelle di cui noi portiamo i nomi. Ogni generazione ha lasciato una traccia; l’ultimo a modificarla è stato mio padre, che ha voluto aprire finestre, fare entrare luce, unire gli spazi. Della struttura antica rimangono le enormi mura perimetrali, il portico, il fienile sopra alla stalla, il grande cortile, il muro curvo in cui si apriva il portone.
Saranno stati forse la pendenza irregolare della strada, il suo stringersi in quel punto o il modo in cui la luce si appoggia invitante sul muro, che portavano i passi di chi scendeva lungo la via ad accostarsi al portone aperto, guardare dentro, salutare, entrare, sedersi, scambiare parole.
Nel corso degli anni sono entrati, senza bisogno di speciali inviti, decine di bambini per giocare a nascondino o pattinare sul cemento liscio, poi i compagni del liceo, gli amici conosciuti in città e quelli che frequentavamo da sempre, i colleghi del lavoro dei miei genitori, i cantori del coro della parrocchia, il baritono giapponese a cui piaceva tanto lo spiedo con la polenta, i ragazzini che avevano bisogno di un aiuto per fare i compiti, il bambino appena arrivato in paese che forse a casa non mangiava abbastanza, perché era così piccolo per la sua età, e finiva tutti i biscotti che mia mamma gli offriva con il the. Veniva chi cercava un libro che la professoressa, a scuola, aveva dato da leggere, chi chiedeva un consiglio sul modo migliore di far rapprendere la marmellata, chi voleva qualcosa con cui mascherarsi a Carnevale o un parere su una pietra trovata in un campo, che aveva incise come delle scritte, sembrava antica; una notte in cui avevamo dimenticato di chiudere la porta della cantina capitò anche un ubriaco che voleva fare testamento. Negli anni ‘80 la varietà dei nostri ospiti si è arricchita con l’arrivo in paese di ragazzi senegalesi che lavoravano nelle fonderie dei dintorni; ci hanno portato poi le mogli, man mano che riuscivano a farle arrivare. Più tardi sarebbero arrivati gli indiani a lavorare nelle stalle delle mucche da latte, e poi le mogli degli indiani; poche però, si crucciava mia mamma: la maggior parte di loro restava sempre in cascina, non imparavano nemmeno la lingua, non si sapeva come invitarle.
Una sera un amico di ritorno da un lungo viaggio ha detto a mia mamma: “Ma la cosa bella davvero è incontrare la gente”.
Mia mamma ha guardato verso il tavolino su cui aveva sistemato il suo zoo di legno: un certo numero di antilopi, qualche elefantino, un dromedario ed un animale che non avevamo mai saputo identificare, e sorrise: “Io sono stata fortunata: non sono mai andata da nessuna parte; ma sono venuti loro”.
Casa è un posto preparato per noi molto tempo prima che fossimo generate, abbastanza stabile da accogliere le andate e i ritorni, la transitorietà delle storie, delle vite, dei secoli, senza essere travolta. L’espressione “cambiare casa” contiene un mistero che mi sfugge. Le persone cambiano; la casa rimane.

Casa crepe (Paola Balotta)
All’inizio sembrava che potesse andare bene, tutti mi dicevano quanto ero stata fortunata a trovar una casa. 23 mq tutti per me, ad un prezzo accettabile.
“Non mi fanno nessun contratto”.
Ma lo dicevo ridendo, che non capissero che ero davvero preoccupata. Sei straniera qui, cosa vuoi anche il contratto? Queste sono pretese della altra vita, quella lasciata nell’altro posto, quella in cui le brave persone facevano tutto in regola. Al telefono con la mamma ho detto solo che avevo trovato un affitto, e lei non ha fatto domande.
“Non ho nemmeno capito bene chi è che mi affitta la casa; le chiavi me le ha date un vicino, ma ha detto che non è casa sua”.
Victoria ha alzato le spalle e si è messa a parlare di uomini. Ho portato qui la mia valigia. Ho pagato l’affitto. Salutato i vicini sulle scale.
Eppure.
Non mi fido di questa casa.
È una cosa difficile da spiegare e quindi non la spiego, ma solo pensarci mi mette di cattivo umore. Se guardo un rubinetto mi viene da pensare che comincerà a perdere; e lo penso così forte da sentire già il gocciolio, la telefonata dell’inquilino di sotto.
Quando poi si brucia una lampadina dico “ancora questa casa”.
Che altro è successo?
Niente, niente di grave.
Ha un modo di scricchiolare che sembra ringhi sottovoce, crepe che mi guardavano storto; ai miei ospiti le crepe sembrano innocue perché è me che guardano, non loro.
Mi consigliano di spostare i mobili. Io non oso stuzzicarla.
Cerco di entrare senza farmi notare, appoggio le mie cose per terra, mi siedo sulla punta di una sedia, guardo fuori.
Tocco di volta in volta solo le cose che mi servono.
Ripeto gesti sempre uguali.
Mi chiedo se me ne libererò mai.
Immagino il sollievo che deve essere vivere a casa di qualcun altro; un albergo, un collegio, un convento: una cella uguale a tutte le altre celle, posto per me e per i miei libri.
Non per questo mi allontano facilmente: questa casa mi preoccupa ancora di più quando sono lontana. Prima di partire chiudo il gas e l’acqua e la corrente, ma non sono mai sicura di averla spenta del tutto; né di poterla riaccendere facilmente al mio ritorno.

A servizio, la casa degli altri (Apolonia Santo Domingo)

Casa Benedetto, questo è il cognome dei signori, che hanno assunto una straniera, che si chiama Clara, e me. Io mi occupo del guardaroba e faccio da mangiare, lei fa le pulizie e le spese di casa. I primi tre mesi che siamo insieme va tutto bene. Un giorno la signora cerca un anello con dei brillantini e ci chiede se per caso l’abbiamo visto. Io ho detto che non l’ho visto e così ha risposto anche Clara. Dopo la signora si è dimenticata dell’anello. Quel sabato che devo lavare gli indumenti dei padroni, miei e di Clara, nel rovesciare tutte le tasche dei pantaloni, anche quelli di Clara, ho visto saltar fuori l’anello con brillantini che cercava la signora. Ho chiamato Clara e le ho fatto vedere quello che avevo trovato dentro la tasca dei suoi pantaloni. Lei ha avuto paura di me, ha temuto che io dicessi tutto alla signora. Io le ho detto: “Restituiscilo subito e dì, come alibi, che lo hai trovato sotto il letto, mentre pulivi la loro camera”. E dopo le ho detto di non fare più questa cosa “perché se qui manca ancora qualcosa, devo dire che sei stata tu”.

Il condominio

Storia di Alice (Nadia Colella)

“Pronto… Buongiorno, ragioniere… Sono la signora Tarli del condominio di via Panizzi 2, sì… secondo piano.”
“Oh buongiorno signora Tarli… se è per il riscaldamento le dico subito che…”
“No, non per quello. La chiamo perché non ce la facciamo più, in questa casa, con questo chiasso di notte… Ogni sera musica a volume altissimo, grida, schiamazzi! Ho trascorso la notte su una sedia dietro la porta d’entrata: urlavano nell’appartamento a fianco al mio… E non si può dire niente! Come si fa a parlare a gente perennemente ubriaca!? Ho paura quando li incontro per le scale… Cosa? Ma certo che sono venuti i carabinieri, ma non ieri sera, e, naturalmente non è servito a nulla. Hanno il permesso di soggiorno: ma io so dalla proprietaria dell’appartamento che hanno perso il lavoro e non pagano più l’affitto… Ecco, mi han detto che dovrebbe essere lei, ragioniere, a fare un esposto per queste “feste” di notte. Cosa? Sì certo, telefoni pure alla proprietaria, sì… ne parleremo alla prossima assemblea… sì, va bene, la lascio andare… la saluto…”. Certo, l’assemblea…: la signora Alice bofonchiò tra sé e sé, tanto se ne fa una all’anno e non raggiungiamo mai il numero legale, e dei problemi che sollevo io non si fa mai in tempo a discutere…
Alice Tarli viveva da sola, in là con gli anni e piena di acciacchi, ma lucida di testa e di lingua tagliente. Usciva solo per fare la spesa ed era attentissima a tutto quello che succedeva nel condominio; era la sua vita quella casa, era nata lì. Quante persone, famiglie, bambini si erano avvicendati nel corso degli anni… se li ricordava tutti… ad esempio il Paolo che era diventato un reumatologo di fama, la Tecla e la Decima che, appena pensionate, si erano trasferite sul lago d’Orta in cerca di un clima più mite, il dentista Brocchi che aveva sempre avuto un occhio di riguardo per i suoi coinquilini. Ormai di anziani non c’era più nessuno, lei resisteva imperterrita nella sua casa grande dai soffitti alti che le costava un patrimonio di riscaldamento per via che non ce la faceva coi soldi a cambiare tutti quei vecchi infissi. Lì avevano vissuto i suoi genitori, le sue due sorelle… a volte le pareva di sentire le loro risatine sommesse… si ritrovava a parlare come se ci fossero ancora. Ma ora… solo giovani coppie che rincasavano tardi, dopo il lavoro, quando ormai lei si era già sprangata in casa. O studenti che nel fine-settimana tornavano dalle famiglie. La signora Carola, di poco più giovane di lei, usciva solo per far fare un giretto al cane, mogi entrambi, e, dopo la morte del marito, non si fermava più a parlare con nessuno… tempo, ci vuol tempo, Carola cara… E quello del terzo piano che era un avvocato, ma non partecipava mai alle assemblee di condominio… E la ragazza del quinto piano neppure, lavorava in teatro e rincasava sempre tardi (così diceva). Gli unici bambini erano cinesi (cinque… un po’ tantini, o no? La madre era sempre incinta…) o filippini che la guardavano sempre ridendo e non rispondevano ai suoi tentativi di moine… D’estate li sentiva giocare in cortile… francamente le davano un po’ fastidio… il rimbombo della palla sui muri, grida, richiami… Una volta non la infastidivano i bambini in cortile. Difficile invecchiare “bene”, si diventa acidi, pensava Alice.
La spazzatura… sempre maleodorante, sempre tutto fuori… L’umido mescolato col resto, plastica e vetro fuori posto… ogni tanto un materasso lercio… Eppure c’erano i cartelli, in tre lingue! No, non è vero che siamo anche noi come dice l’amministratore, pensava Alice… sono gli stranieri: vengono, si avvicendano a casa dei parenti, si fermano un po’ e poi se ne vanno, e ne subentrano altri, e, quando sembra che le cose migliorino, ecco che ne arrivano di nuovi, che non parlano italiano, che non capiscono le regole… Fisse solo quattro famiglie: i peruviani (sempre ubriachi), i cinesi (che ancora, dopo anni, non parlano l’italiano), le filippine con le due bimbe (ma i filippini stanno solo tra di loro), e gli indiani (o forse Bangladesh?), che hanno il negozio di alimentari e quindi riempiono la cantina di sacconi di riso… e, infatti, da quando ci sono loro… due disinfestazioni di scarafaggi l’anno… Il marciapiede davanti era spesso costeggiato da lattine e bottiglie vuote, e questo perché sotto casa avevano aperto un locale di scommesse davanti a cui vedevi certi ceffi… da brivido; a dire il vero talvolta c’erano anche delle cacche di cane… e, per essere oneste, si diceva Alice, quella non era colpa degli stranieri: mai visto uno straniero con un cane. E così la signora Alice sfogava la sua frustrazione con l’amministratore, lo chiamava in media due volte la settimana, e si lagnava; si lagnava pur sapendo che le sue proteste non avrebbero avuto seguito. La verità era che si sentiva “invasa”: non era più il suo quartiere, non era più la sua via; persino il piccolo parco dove una volta si trovava con le amiche a chiacchierare e si sedeva sulla panchina al sole o all’ombra, a seconda della temperatura, e con loro commentava le notizie del giorno… e ci scappava anche qualche confidenza, o qualche innocente pettegolezzo… Anche il parchetto era stato “invaso”: se le capitava di passarci non si fermava, le panchine erano sempre occupate, spesso qualcuno sdraiato sopra, e il sabato e la domenica grandi picnic e l’erba piena di cartacce e non solo. Tanti ragazzi col cappellino a visiera, come se fossero una squadra, davanti al super, di fianco al panificio, ad ogni angolo chiedevano soldi…; non erano messi così male, vestiti decorosamente… chiedevano soldi… e altri volevano sempre venderle dei fiori… “Straniera” nel suo quartiere, a casa sua: ecco, era così che Alice si sentiva.
Quella mattina si alzò un po’ prima del solito: non aveva dormito granché, l’aria era già afosa ed era così presto… Bevve subito un bicchiere d’acqua fresca: da vecchi, pensò, bastano poche ore di sonno e bisogna bere molto per contrastare il caldone, bere molto anche se non si ha affatto sete, così dicono di continuo in televisione.
Si affacciò sul balconcino che dava sul cortile con una bottiglia piena d’acqua, le piante… le piaceva innaffiare il mattino presto. Uno sguardo alle finestre di fronte: tapparelle ancora abbassate, al terzo piano ante spalancate… un bimbo cinese sdraiato sul letto e ancora immerso nel sonno. Poi, improvvisamente, qualcosa attirò la sua attenzione, ma cos’era… era qualcosa… come uno sfarfallio che veniva da giù. Si sporse dalla ringhiera un po’ arrugginita, scostò del tutto il tendone a strisce verdi e beige… Le persone procedevano ordinate, in fila, attraversavano il cortile andando verso l’uscita dello stabile senza fare il minimo rumore, neanche uno scalpiccio si sentiva… non un bisbiglio… come uno sciame di farfalle… come se scivolassero senza quasi appoggiare i piedi. Erano tante, uscivano dal box, ma come potevano aver dormito in quello spazio esiguo… ma quanti erano…? Uomini, donne e bimbi piccoli in braccio, ragazzi… zaini borse fagotti scialli colorati. Le sembrò durasse del tempo, ma in realtà tutto si era svolto in una manciata di secondi. Come un sogno.
Alice rivide nella mente quell’immagine tutto il giorno, e anche nei giorni seguenti. E, no, non telefonò all’amministratore. Non lo chiamò più.

Nota: Un finale, tante interpretazioni

Chi sono i personaggi di questa interminabile, silenziosa e ordinata fila di persone? Cosa c’è in quel box misterioso? Cosa succede, all’alba nel cortile di quel condominio? Perché Alice smette di telefonare all’amministratore? Il racconto, sapientemente, non fornisce queste risposte, che lascia alle inferenze del lettore. Così, nel gruppo, ci sono stati diversi modi di interagire con questo finale. Li riassumiamo per chi si imbatterà in questo testo, raggruppandoli in due orizzonti interpretativi.
a) Una chiave di lettura realistica (confortata dal fatto che il racconto riferisce un episodio realmente accaduto). Alice vede effettivamente un gruppo di profughi uscire dal box. Si tratta di stranieri, che trascorrevano solo una notte nel box e di mattina molto presto (perché il passaggio non attirasse l’attenzione) venivano condotti chissà dove. Nessuno se n’era mai accorto prima di Alice. Che ne rimane colpita, forse anche commossa, ci pensa e ripensa nei giorni seguenti e decide di lasciar perdere, di non denunciare la cosa all’amministratore. Questa lettura naturalistica vede nelle ultime righe del racconto la rappresentazione di ciò che effettivamente succede in molti condomini di grandi città e che viene giudicato in modo diverso a seconda delle sensibilità e delle convinzioni politiche.
b) Una chiave di lettura fantastica (e allegorica), che sembra richiesta da alcune allusioni nel testo (sciame di farfalle… come un sogno…) e dalle caratteristiche vagamente inverosimili della scena. Quei migranti che escono dal box non sono un piccolo gruppo reale di persone, ma un allegorico fiume di gente che placidamente, pacificamente, ma inesorabilmente, esce, giorno dopo giorno da quel box, diventato a sua volta metafora di un buco, una falla nel muro difensivo della città. Come in un finale fantastico e inquietante, tutta quella gente entrerà nelle vie, nelle case, fino a saturare tutti gli spazi di quella città e di tutte le altre: è l’immagine letteraria della “paura dell’invasione” che c’è nella testa della gente. A questo punto ad Alice non resta che guardare “sconfitta” ciò che accade. (r.c.)

Mediazione (Nadia Colella)

“Te la dico così come me l’hanno raccontata. Alcuni avevano cominciato a lamentarsi…
“Dove? In quale casa?”
“Quella del 27, due edifici, il cortiletto fra uno e l’altro… Hai presente? Borbottavano perché i cinesi del primo piano della scala interna avevano da tempo appeso una specie di lenzuolo sulla ringhiera, solo sulla ringhiera… per coprire alla vista quello che tenevano lì fuori, mercanzie, le loro cose”
“E quindi? Dava fastidio?”
“Sì, perché questo telo, con il passare del tempo, da bianco era diventato giallino e poi grigio, insomma, con l’aria e lo smog era sempre più sporco. E chiunque facesse capolino nel cortile, come prima cosa vedeva questo grande telo sudicio e… non era un bel vedere. Soprattutto l’avvocato e il dentista si lamentavano. Ma non solo loro. Faceva un po’ schifo a tutti”
“E l’amministratore?”
“E l’amministratore ha spedito un paio di lettere, ha telefonato un paio di volte… Lì il problema è la lingua: l’italiano lo parlano solo i figli, quei due ragazzini sempre di corsa; per forza, loro vanno a scuola. Eppure, pensa che marito e moglie vengono a tutte le assemblee, stanno zitti, sorridono, non capiscono niente, eppure non mancano mai. Vabbè, l’amministratore ha pensato di andare di persona, di pomeriggio tardi, sperando così di trovare i ragazzi e poter comunicare con loro. E così ha fatto. Suona il campanello, una specie di carillon, niente; insiste, ed ecco che si presenta alla porta il signor Wu: grandi saluti e inchini. L’amministratore, che è giovane e timido, tenta di spiegare la faccenda; scandisce le parole. Appare anche la moglie, piccola e silenziosa. I figli, constata tristemente, non ci sono. Ripete, sempre più sudato, ridice le stesse cose in inglese. Niente. I due gli offrono gentilmente una tazza di the fumante. Li porta sul balcone, mostra il telo, gesticola. Sorrisi e inchini.
Gli pare di cogliere un barlume di comprensione…: i due annuiscono con le mani sul petto. Meno male, rinfrancato beve il the, poi saluta e si inchina più volte anche lui, esce stravolto ma speranzoso”
“E come va a finire?”
“Il giorno dopo il telo è scomparso: l’amministratore gongola tra sé e sé. Dopo una settimana, fa ancora un salto e….”
“E??”
“Alla ringhiera fa bella mostra di sé un nuovo grande telo”
“L’avevano lavato?”
“Oh no… un enorme drappo nuovo di zecca a bande verticali… bianco, rosso e verde: in pratica la nostra bandiera in formato gigante…”
“E nel condominio??”
“E nel condominio nessuno ha avuto più niente da dire”

Enclaves

Cervelleria (Leandro Macasaet)

Ci sono novità all’angolo di via Livigno e viale Jenner, un negozio che si chiama “Cervelleria La Tenda”, dove si può comprare il cervello. È l’unico in tutto il mondo. Andiamo dentro per vedere le cose:
Cervelli italiani, due euro e ottantotto centesimi per cento grammi, offerta solo oggi: paghi uno, prendi due.
Cervelli cinesi, cento per cento naturale, senza coloranti artificiali, costano quattro euro e quarantacinque per cento grammi.
Cervelli africani, sette euro per cento grammi Si vince una vacanza indimenticabile da safari in Kenya quando si comprano cinquecento grammi.
Confezioni di cervelli latino americani, promozione con il CD Latin pop in omaggio, costano venti euro e trentuno centesimi.
Cervelli indiani, cinque euro e novanta per cento grammi. Dopo lo sconto alla cassa, raccogli cento punti con la carta fedeltà per ogni spesa.
Cervelli magrebini, scegli il tuo preferito a partire da nove euro e novantanove per cento grammi.
In fondo al negozio c’è una cosa nell’armadio di vetro con serratura e allarme. Che prezioso! Dai, dobbiamo leggere: Cervelli filippini costano duecento euro per un grammo. Incredibile!
Scusami eh, sono filippino. Una curiosità… sono un po’ orgoglioso, ma perché i cervelli del mio paese sono più cari di tutti?
Perché sono molto difficili da trovare!

Spazi che cambiano

Archistar e cittadinanza (Mariangela Quaini)

Cammino cammino, in questa nostra “mal combinata città” e, ad ogni passo, scopro qualcosa di nuovo che mi stupisce: i grattacieli al posto della Fiera, costruzioni in acciaio e vetro dove prima c’era la Carlo Erba e, ancora più fitti, nuovi edifici dall’altezza vertiginosa nella zona Isola/Garibaldi.
Certo un bel colpo d’occhio, non posso negarlo, fanno proprio una gran scena; dal belvedere di Palazzo Lombardia, dove sono salita, poi, la vista è veramente strepitosa. Non c’è niente da fare, penso, il Duomo non è più il simbolo di Milano, adesso sono questi giganti a farla da padroni, la nuova icona della città sono loro.
Scendo tra gli umani, a livello del suolo; di architettura non mi intendo, ma avverto subito che tra questi palazzi manca un raccordo, un amalgama, qualcosa che li tenga assieme, non so, da sotto mi sembrano non colloquiare tra loro e isolati dal resto della città, come se fossero stati costruiti senza tenere conto di tutto quello che c’è attorno. Forse non è tutt’oro quel che luccica, temo. Ma il Comune di Milano, mi domando, la pubblica amministrazione, che ruolo ha avuto? Già, i soldi però erano delle banche e delle assicurazioni, quindi… Faccio delle congetture: chi ha progettato, finanziato da investitori privati, deve avere deciso di giocare la carta degli effetti speciali, e probabilmente è riuscito nel suo intento, ma la città nel suo insieme? E i cittadini? Qualcuno ha tenuto conto della loro opinione?
Dopo la lunga camminata della mattina mi fanno male i piedi e, per evitare conclusioni sballate, decido di godermi il pomeriggio e di rimandare le risposte, ma il dubbio mi rimane: e se tutta questa architettura da archistar fosse un caso di cittadinanza negata?
Dove c’era Fumagalli (Apolonia Santo Domingo)
Una volta, quando abitavo in via Galvani, vicino al nostro appartamento, dove lavorava mio marito come portinaio, c’era il grande giardino vivaio di Fumagalli. In quello spazio adesso hanno costruito il nuovo palazzo della Regione Lombardia. Ed è diventato un posto bello e fatto per divertire: ci sono ragazzi e ragazze che passeggiano, e famiglie che guardano negozi e i ristoranti fino a Porta Garibaldi. È diventato proprio un bel posto dove andare.

Monumenti

L’ultima cena (Leandro Macasaet)

“Uno tra di voi mi tradirà” (Matteo XXVI, 21). Il genio di Leonardo da Vinci ha selezionato quel momento per il suo dipinto murale più famoso in tutto il mondo, “L’ultima Cena”. L’opera si trova nel refettorio dei frati a Milano. In questa città abitano trentatremila filippini, la prima comunità straniera, secondo il rapporto di Zita Dazzi da “La Repubblica” online (6 luglio 2012). Dal confronto di queste due realtà (Cenacolo e filippini) nasce una domanda: perché nelle Filippine ci sono sempre copie dell’Ultima Cena soprattutto in sala da pranzo? Io non ho mai visto simili riproduzioni nelle case milanesi dove lavoro. Qualcuno in Italia conosce i significati simbolici di questo affresco?
“Nel paese dove tanta gente passa la giornata con lo stomaco vuoto, ogni pasto sostanzioso è una cosa di cui dovrebbe ringraziare Dio,” ha detto George Baclor, jr, un professore di storia nelle Filippine. “Questo è il motivo per cui, nelle Filippine,” ha aggiunto, “il Natale è più importante della festa di Pasqua, perché durante le festività natalizie ci sono tanti cibi e regali da condividere, mentre a Pasqua si raccomanda il digiuno”. Ma nelle Filippine la scarsità di cibo è la condizione normale per la maggior parte della popolazione. A questo proposito, ci sono molte regole o superstizioni che girano attorno alla tavola o al pranzo. Per esempio, si deve pregare prima e dopo pranzo e cena, perché anche il cibo più semplice è una grazia di Dio. Poi non si può litigare a tavola. Mio padre dice che, quando si fa un giro nel quartiere, non si deve accettare o prendere il cibo che non è nostro. Non bisogna mettere due piatti nello stesso posto. Vuol dire sposarsi due volte. Se i piatti sovrapposti sono tre è per tre volte che ci si sposa. Soprattutto, non si deve lasciare la tavola prima che tutti abbiano finito, come aveva fatto Giuda Iscariota nell’Ultima Cena.

Statue a Milano (Mariangela Quaini)

Giro per la città e vedo statue che parlano di eroismo e coraggio. In piazza Cairoli ammiro la Libertà, figura femminile sul piedistallo della statua di Garibaldi, che rinfodera la spada: ha appena ucciso la tigre della tirannide; in piazza Mentana, incontro l’Italia turrita che la spada la brandisce in atteggiamento quanto mai belligerante; dappertutto, vedo generali e garibaldini che stringono l’elsa, pronti alla pugna; insomma, a giudicare da queste scene, devo proprio dedurre che i milanesi dell’unità italiana e dell’autonomia della loro città siano sempre stati strenui difensori.
Il fatto è che alla magniloquenza di certe statue io non sono immune; pennuti dal becco adunco, fiere e personificazioni femminili hanno su di me un grand’effetto ed è logico che davanti al nostro Arco della Pace, il più celebrativo dei monumenti milanesi, io trovi di che stupirmi: le figure maschili nei timpani rappresentano i fiumi, che bella scena che fanno sdraiati su un fianco, il Po, l’Adige con le loro cornucopie! Per non parlare della Vittoria, sull’attico, che guida i sei splendidi destrieri. Che meraviglia! E che ardore i milanesi! Poi ci sono le epigrafi, scritte in linguaggio aulico, sono forse un po’ altisonanti, naturalmente, ma si sa, per le celebrazioni un po’ di scena bisogna pur farla.
Sono i libri, a casa, a salvarmi dalla retorica: leggo che le scritte sui due fronti sono state cambiate più volte poiché l’arco, originariamente dedicato a Napoleone nel 1808, ha poi cambiato l’oggetto (e quindi anche la targa) della sua celebrazione. Dopo il Congresso di Vienna fu dedicato a Francesco I, nel 1838, a Ferdinando I, per poi tornare, nel 1859, solo dopo la sconfitta degli austriaci a Magenta, a celebrare Napoleone I.
Mi sa tanto che ai milanesi, nonostante tanti leoni e aquile dalle ali spiegate, la capacità di adattamento non ha certo fatto difetto nel corso dei secoli, e meno male che almeno le Cinque Giornate le abbiamo fatte davvero, altrimenti tutto questo cambiare targhe e dedicazioni a qualche maligno potrebbe ricordare l’antico adagio: “O Francia o Spagna, basta che se magna!”.

Un tema

 

Il lavoro

Potere (Marta Cabrini)

Aveva un bel viso. Vestiva in modo elegante. Nonostante fosse piuttosto basso e tarchiato, camminava sempre a testa alta, impettito. Quasi sospeso a mezzo metro da terra. Tutto il suo corpo emanava sicurezza, boria, potere. Era il direttore amministrativo. Era famoso per la sua passione per le donne. Così si vociferava nei corridoi. La sua segretaria, la sua amante da sempre. Servile e sottomessa pendeva dalle sue labbra. Ma anche altre erano cadute, con motivazioni diverse, nella sua rete. Quando lei entrò a lavorare, in uno degli uffici dell’amministrazione, aveva circa trent’anni e non passava inosservata. Era nuova e per lui nuovo territorio di caccia. Ogni volta che si incontravano nei corridoi, lei si sentiva trapassare da quegli occhi. Una sensazione fastidiosa, sgradevole. Lui pretendeva che qualunque decisione passasse sempre da lui. Così spesso accadeva di perdere ore facendo anticamera anche se in ufficio con lui non c’era nessuno. Era uno dei suoi modi di farsi sentire e sentirsi importante. Lei aveva da subito sentito repulsione verso questo uomo meschino che occupava un posto importante in modo indegno. Tutti gli accadimenti glielo rendevano sempre più odioso. Sentiva che lui le stringeva sempre di più un cerchio attorno. La costringeva nel suo ufficio sempre più a lungo quando lei era costretta ad andarci per avere il via libera su qualsiasi cosa. Le faceva spesso l’offerta di riaccompagnarla a casa all’uscita. Lei rispondeva sempre di avere già un altro passaggio. Gli uffici erano fuori città. I passaggi facevano risparmiare molto tempo ed erano sempre graditi ma non con lui! Un giorno che la sua segretaria era assente e lei si trovava nell’ufficio per alcune pratiche, lui le disse di andargli a prendere un the alla macchinetta, i gettoni erano nel cassetto della scrivania della segretaria. Lei detestava quel ruolo e lui così arrogante la faceva sentire una serva, una nullità. Allora andò, prese due gettoni, si recò alla macchinetta, prese due bicchieri di the e tornò da lui. Gli porse il bicchiere e si sedette al suo posto, dall’altra parte della scrivania a sorseggiare la propria bevanda. Lui rimase interdetto. Non disse nulla. Ma non le chiese più questo servizio. L’altra sua fama di taccagno aveva fatto sì che lei lo stendesse. Da allora le cose andarono molto meglio!

Il lavoro della mia vita (Erik Castillo)

Quando ero un sedicenne ed abitavo a Buenos Aires, ho iniziato il mio primo lavoro, che ho continuato a fare fino all’età di 22 anni. Furono sei anni veramente meravigliosi della mia vita, e quello è stato forse l’unico periodo che non ho cancellato dalla mia mente del mio soggiorno in Argentina. Potrei raccontare tante cose brutte di quel tempo, ma non ho proprio voglia di farlo. Desidero solo dire che l’ultimo anno sono stato due mesi in ospedale, mi hanno fatto un intervento per guarirmi dall’appendicite. Questo intervento è andato male. Per questo sono stato ricoverato tanto tempo. Prima di allora ero grosso e grasso come i bei personaggi di cui mi prendevo cura.
Tutti diranno: è stato davvero un lavoro meraviglioso? Per me lo è stato veramente. Certo. In quell’ epoca facevo l’allevatore di maiali. A volte ne curavo più di 1000. I più belli erano quelli piccolini. Lo dico col cuore: mai ho pianto tanto in vita mia, come quando morivano le femmine partorienti: io non potevo fare nulla se ero da solo, perché quel lavoro lo doveva fare il veterinario. Questa esperienza mi è servita per amare la mia professione, per dimagrire e per amare i maialini. Mi ricordo che quando sono tornato al lavoro dopo l’intervento neanche i miei cari amici maialini mi hanno riconosciuto, perché avevo perso quasi 30 chili… Dai, dovete mangiare tanto maiale…

Rider (Apolonia Santo Domingo)

Io amo le persone che lavorano in strada e soffro per loro. Immagino quando fa freddo e un ragazzo riceve l’ordine di fare una consegna, per esempio di cibo, per le case, specialmente se gira in bicicletta. Uno di questi ragazzi è mio figlio Joseph, che ha provato questo lavoro per avere un’esperienza e ha usato la sua bici da corsa. Lui ha lavorato tre mesi e ogni volta che tornava a casa era tutto bagnato di sudore. Io avevo paura che si ammalasse di bronchite. E non mi sono sbagliata: Joseph si è ammalato davvero.
Poi, con tutti i curriculum che ha mandato, alla fine ha avuto un bel lavoro in Booking. com e adesso guadagna bene. Ma ogni volta che vedo i ragazzi che girano in bici con grandi borse sulle spalle, specialmente con questo freddo, soffro per loro.

Io, gambiano, addetto alla sicurezza (Oumar Sy)

Per raccontare il mio lavoro come addetto alla sicurezza nei supermercati, dirò che non è facile o semplice farlo. Cos’è la sicurezza? Cosa bisogna fare? Quali sono i doveri dell’addetto?
Tante domande che dovrei essere capace di dargli la risposta giusta. Cos’è la sicurezza? Prima di tutto essere presente nel luogo di lavoro, la presenza è importante, non puoi firmare un foglio di presenza e andare via o essere fuori dal luogo di lavoro.
Importante perché tu sei la prima persona che i clienti devono vedere quando entrano. E poi devi essere corretto, vuol dire che devi essere ben vestito, ben rasato e dare il buongiorno col sorriso. Anche se la persona non ti risponde non fa niente. Tu lo fai perché l’accoglienza devi farla tu; sei la prima persona che vedono.
Cosa bisogna fare?
A parte i controlli che devi fare all’inizio del tuo servizio, devi essere disponibile verso gli altri addetti del supermercato. Pronto ad aiutarli, non è che devi essere lì come una statua con il viso fermo.
La disponibilità ad aiutare tutti in ogni momento. Perché in quel posto ci sono bambini, persone vecchie, disabili, diciamo tutti perché ognuno ha bisogno di mangiare, è un fatto universale.
Ci sono persone veramente educate, buone, ma ci sono i cattivi, i coglioni e i pazzi.
Però tu devi essere sempre gentile e avere il rispetto altrui, anche se la persona è maleducata.
È vero che ci sono tanti addetti di sicurezza che non sanno come devono comportarsi con il cliente.
Anche se la persona ha sbagliato a fare una cosa bisogna parlare con gentilezza e trattarla come un umano non come un animale.
È importante trattare una persona bene perché se lo tratti bene hai l’85% di chance di avere un buon finale per tutti. Non bisogna fare casino quando qualcuno ha rubato qualcosa. Non serve a niente.
Quali sono i doveri dell’addetto di sicurezza?
Prima cosa da fare è controllare se le uscite di sicurezza sono libere, che l’estintore, il defibrillatore, l’attacco del gancio dell’acqua siano tutti a posto.
Dopo fare il giro del punto di vendita per controllare se non c’è qualcosa che può essere pericoloso per alcuni.
Bisogna essere sempre attenti per tutti. Gentile, cortese e disponibile per tutti. Soprattutto per i bambini e le persone vecchie.
Tra tutti questi doveri deve essere anche pronto a ascoltare i clienti con le loro domande. Ogni tanto arriva una persona vecchia per raccontarti la sua vita o parlare con te, perché non hanno nessuno a casa con cui parlare bisogna essere psicologi oppure come un figlio o un consigliere.
Ma non fare il cattivo o mostrare un viso di qualcuno di non socievole.
Certo che ci sono persone cattive che arrivano da te per dirti qualche parola cattiva ma non bisogna rispondere con la violenza o essere maleducato.
M’è capitato che arriva un ragazzo con sua mamma e la sua sorella; mi dice: “Come mai l’azienda non mi ha chiamato perché ho lasciato il mio CV?”. Ho risposto: “Io non lo so. Però vuoi fare questo lavoro?” mi dice di sì.
Ho detto: “Va bene, se vuoi mandami il tuo CV io lo trasferirò al mio capo per vedere cosa mi dice”.
Dopo lo hanno preso per lavorare ma io sapevo che lui non rimaneva perché lo stipendio è pochissimo.
Dopo due mesi ha lasciato il lavoro.
Perché non gli bastavano i soldi che guadagnava.

Quattro scenari

 

Breve nota introduttiva (Remo Cacciatori)

Il tema della cittadinanza può essere affrontato da centinaia di angolazioni, ciascuna delle quali ne metterà in evidenza particolari aspetti. Quello che a noi serviva per il nostro lavoro di scrittura creativa era da una parte uscire dalla genericità dell’argomento e dall’altra vederne i risvolti narrativi, le storie che potevano raccontarlo. In questa direzione dovevamo quindi evitare questioni teoriche e individuare, invece, concrete circostanze che suggerissero possibili “copioni” da approfondire e sviluppare. Ispirandoci liberamente ad una classificazione di E.Landowski , abbiamo immaginato quattro “scenari”: Esclusione, Non Inclusione, Non Esclusione, Inclusione nella cittadinanza. Per ciascuno di essi ci siamo posti una serie di domande: “Che cosa succederebbe se… fossimo soggetti Esclusi, Non Inclusi, Non Esclusi, Inclusi nella vita regolata da diritti e doveri di una collettività? Quali sarebbero i personaggi delle nostre storie? Quali i “buoni” e i “cattivi”? Quali gli oggetti nelle nostre mani e gli spazi da noi frequentati? Quali le situazioni ricorrenti? Vissute con quali sentimenti ed emozioni? E se il punto di vista fosse di qualcun altro? Dalle discussioni fatte è uscita una tabella, la cui funzione non era di ingabbiare le storie, tra le quali, ne siamo consapevoli, ci sono innumerevoli elementi di sovrapposizione, ma, al contrario, di generarle attraverso le associazioni d’idee suscitate da ogni suo elemento. Questa macchinetta non era, insomma, uno schema, ma piuttosto una “pasta madre”, impiegata per fare lievitare il processo narrativo. Cerchiamo di chiarire.
Esclusione. I soggetti di questo scenario sono individui privati di ogni diritto, a partire da quelli civili. Sono quelli che Dal Lago chiama “non- persone” e Bauman “vite di scarto” . Considerati minacce per la società occidentale, la loro disperata condizione di vita diventa per legge una colpa, la loro presenza un crimine: sono “clandestini” e per questo sono punibili. I loro spazi sono il limbo infernale dei vari centri di “accoglienza” (CDA, CPSA, CARA, CAS) e di identificazione ed espulsione (CIE). Chi riesce a sfuggire alle loro maglie incappa nei “non luoghi” della non-cittadinanza: stazioni, case abbandonate, prigioni. Le loro storie di naufragi, respingimenti, detenzioni sono sotto gli occhi indifferenti di tutti. A volte le raccontano, tornando a casa, pescatori, poliziotti, medici, volontari, passanti, le cui vite intersecano per caso, per scelta o per necessità quelle dei migranti.
Non Inclusione. Se l’escluso è colui che è lasciato “fuori”, il non incluso è chi è tenuto “ai margini” della vita sociale. Vi è entrato, ma è visto con diffidenza, spesso con disprezzo. Per questo cerca di essere invisibile, anche perché il più delle volte non ha le carte in regola. Se non è fortunato ad avere parenti o amici che lo ospitano, condivide stanze con estranei o va e viene per dormitori. Col lavoro si arrangia come può, ma la sua condizione di irregolare lo rende facile vittima di sfruttamento e lavoro nero. Frequenta chi è in grado di proteggerlo: segregato, si auto-segrega a sua volta in enclaves, che non interagiscono con la realtà italiana. Vive sulla soglia, davanti alla vetrina della vita di chi è arrivato. È in attesa: il suo è il tempo del “non ancora”.
Non esclusione. Questo tipo di straniero, il più frequente, sta “nel mezzo” (in between): tra la sua lingua madre e quella appresa, tra i luoghi che frequenta con i suoi connazionali e quelli condivisi con gli italiani con cui lavora, fa la spesa, si cura e si diverte. Non si nasconde, anzi, vorrebbe farsi vedere e valere. Vorrebbe contare di più, essere riconosciuto per quello che è e sa fare. Invece, per il fatto di essere “straniero”, è ancora vittima di ingiustizie o anche solo di fraintendimenti, sgarbi, incomprensioni. A soffrire di più in genere sono i suoi figli, i cosiddetti “immigrati di seconda generazione”, cittadini a tutti gli effetti, del tutto uguali per formazione, lingua, abitudini agli italiani, ma senza cittadinanza.
Inclusione. Il termine sembrerebbe suggerire la fine del travaglio del migrante, il traguardo raggiunto della cittadinanza. In realtà, anche dentro questo scenario si annidano pericoli e contraddizioni, a partire dalla parola, che viene spesso confusa con “integrazione”, cioè assimilazione, mentre, suggerisce don Ciotti , deve essere intesa come “interazione”, reciproco riconoscimento tra cittadini di diverse provenienze. Molte possono essere le storie che nascono da tale ambiguità, da quella dell’italiano che pretende la totale rinuncia ai propri usi e costumi da parte degli stranieri, agli stranieri che assumono mimeticamente mentalità e costumi italiani. Fondamentale, a questo proposito, è tenere presente la differenza tra cittadinanza come fatto giuridico, come attestazione ricevuta dallo Stato e cittadinanza come azione politica, esercitata da tutti. Ci possono essere cittadini italiani che non si sentono tali (come nella canzone di Gaber Io non mi sento italiano, che abbiamo letto) e stranieri i cui comportamenti rappresentano ammirevoli esempi di senso civico. Se la cittadinanza non è un fatto di radici e di sangue, ma di agire sociale, il libro delle sue storie può essere infinito.

La cittadinanza percepita

Mi sento brasiliana quando… (Caroline Braga)

Mi sento brasiliana quando: 1) mangio la papaia a colazione; 2) vado in palestra con i leggings stampati colorati; 3) esco con Camilla, la mia unica amica brasiliana a Milano e parliamo in portoghese; 4) mi fermo a bere un caffè, mi siedo e ci metto almeno un quarto d’ora per berlo.
Mi sento italiana quando: 1) faccio un giro a piedi; 2) mi muovo coi mezzi; 3) indosso giubbotto pesante, sciarpa e guanti per uscire di casa; 4) vado ai musei; 5) vado in Brasile e mi lamento che non trovo le cose che mi piacciono al supermercato; 6) uso l’anticalcare.

Io non mi sento italiana. A volte (Nadia Colella)

LA MAESTRA E IL BUROCRATE RAZZISTA (dalla rubrica di Concita De Gregorio su “La Repubblica” del 14-3-2018)
NDR: I funzionari di cui si parla sono dipendenti dell’ambasciata italiana in Tanzania. Dunque personale di nazionalità italiana selezionato, assunto e retribuito anche per rendere un servizio ai connazionali all’estero. Questa la storia.
“La maestra africana di mia figlia – abito in Tanzania da un anno e mezzo – è una stupenda ragazza di 28 anni. Ha una laurea, un lavoro, una famiglia e parla perfettamente l’inglese. La invito in Italia per le vacanze di Pasqua e Anna è contenta ed emozionata; è la prima volta che lascia il suo paese! Presentiamo tutto quanto dovuto all’ambasciata italiana di Dar es Salaam per l’ottenimento del visto turistico: dal suo contratto di lavoro al suo estratto conto, dall’assicurazione medica a una mia lettera che garantisce vitto e alloggio per il periodo della sua permanenza in Italia nonché il biglietto aereo (andata e ritorno).
Anna si reca in ambasciata quattro volte e attende ogni volta per tre ore. Ogni volta aggiungono un documento, una copia, una contestazione. Vado con lei, veniamo trattate con una maleducazione e una mancanza di rispetto di cui ancora non mi capacito e di cui, da italiana, mi vergogno profondamente. Tralascio la mancanza di professionalità e competenza: il front man allo sportello non parla inglese (e tanto meno swahili), quindi si esprime poco e a gesti; nei casi estremi, chiama una collega incattivita che traduce con impazienza e irritazione. Il libro dei commenti in ambasciata è fitto di lamentele (da parte di locali come di italiani) e menziona episodi inquietanti di incompetenza, maleducazione e razzismo.
Il visto di Anna viene negato perché ‘le informazioni fornite per giustificare lo scopo e le condizioni del soggiorno previsto non sono affidabili’. Nelle osservazioni finali si menziona (solo in italiano): rischio migratorio. Insieme al suo vengono negati i visti di tanti locali che in Italia intendono visitare la famiglia (partner e figli) o amici. Tutti hanno preso le ferie per poter attendere gli innumerevoli appuntamenti (spesso disattesi) e le lunghe attese in ambasciata.
È una storia come tante e solleverà scarso interesse. Personalmente mi ha riempito di tristezza e di indignazione. Anna è una persona che è contenta di stare dove sta e, alla fine della sua settimana di vacanza in Italia sarebbe tornata molto volentieri nel suo paese, dove ha famiglia, amici e lavoro. Quanta arroganza, quanto egoismo, quanta paura nel modo di pensare generalizzato e nell’agire delle istituzioni.
Lavorando per una ONG viaggio molto e sono all’estero. Ho una visione dell’immigrazione che non è quella della stragrande maggioranza delle persone oggi in Occidente. Non pretendo che tutti la pensino come me. Ma mi chiedo che mondo sto lasciando a mia figlia, che sta crescendo nella coscienza della ricchezza che la diversità apporta e nell’amore dell’umano per l’umano. Mi preoccupano, e anzi mi disgustano, questa paura generalizzata del diverso, questo terrore a condividere il nostro benessere e questo continuo erigere muri e protezioni. La nostra società sta diventando terribilmente disumana, con mille nefaste conseguenze sulla pace sociale. Se la pubblicazione di questa lettera desse anche solo un po’ fastidio a questi burocrati razzisti e maleducati sarebbe già un risultato. Io continuerò a battermi perché Anna venga a trovarci in Italia”.
LETTERA FIRMATA

Pensieri di una terrestre (Rita Colombo)

Ebbene sì, lo confesso: i concetti di patria, patriottismo, senso di appartenenza a una nazione non mi rappresentano, mi sono del tutto estranei. Non parlatemi nemmeno di bandiere, confini, inni patriottici. Sarà perché ho avuto la fortuna di nascere in un paese dove la cittadinanza è un diritto acquisito, non più una conquista per cui lottare, sarà per via dei molti viaggi che mi hanno permesso di apprezzare la bellezza e la cultura di ogni paese visitato e al ritorno mi hanno fatto sentire di volta in volta un po’ marocchina, un po’ cinese, un po’ islandese, e via di seguito. Il termine corretto per definire questo sentirmi cittadina del mondo è “cosmopolita”, ma io preferisco definirmi diversamente. Alla domanda: Cittadinanza? mi piacerebbe poter rispondere: Terrestre, oppure Umana. Mi sa che non riuscirò a vedere un mondo dove questa risposta sia possibile, vista l’aria che tira: muri, separazioni, divisioni, ostilità, frontiere sono all’ordine del giorno e il traguardo di un’Europa veramente unita, che sembrava a portata di mano ai tempi della mia giovinezza, si allontana sempre più. Mi pare naturale considerarmi senza patria, eppure ho un po’ di ritegno a dichiararlo, provo un fastidioso senso di colpa per non essere allineata al pensare comune, che vorrebbe ogni cittadino orgoglioso del proprio paese. L’unica traccia che mi resta di un senso di appartenenza si manifesta in occasione delle elezioni: mai e poi mai rinuncerei a esercitare il diritto al voto, non l’ho mai fatto, e credo non lo farò mai, nonostante le difficoltà crescenti di scelta che la situazione politica attuale pone agli elettori.

Mi sento peruviana quando… (Aiko Milagros Samanez Flores)

Mi sento peruviana quando: 1) mangio tutti i lunedì riso e lenticchie per darci fortuna durante la settimana; 2) parlo spagnolo con la mia famiglia e i miei amici in Perù; 3) festeggio il 28 luglio l’indipendenza del Perù; 4) mangio cibo peruviano tutti i sabati; 5) quando bevo l’Inka kola; 6) ascolto la radio peruviana quando sono al lavoro o in giro; 7) la sera decido di bere latte e biscotti.
Mi sento italiana quando: 1) mangio pizza; 2) parlo italiano; 3) tifo l’Inter; 4) faccio colazione cappuccino e brioche; 5) gesticolo; 6) bevo tanta acqua durante la giornata; 7) ascolto musica italiana e so le canzoni.

Storie di Esclusione

Migrazioni (Marta Cabrini)

Anche io sono stata una migrante. Una migrante bambina. In quegli anni erano migrazioni interne. Un vero esodo. Le ricche città del nord, dove si pensava ci fosse la ricchezza, erano il miraggio di tanti in difficoltà e venivano prese d’assalto. Da tutte le regioni del sud ma anche dal Friuli e dal Veneto c’erano fiumi di uomini che arrivavano alla stazione centrale, in cerca di lavoro e di una vita migliore. Anche allora molti abitanti delle città erano ostili verso questi invasori. Anche se italiani, venivano considerati inferiori. Soprattutto quelli che arrivavano dal sud d’Italia. Si potevano vedere anche cartelli con la scritta “Non si affitta ai meridionali” o peggio ai “terroni” come questi venivano chiamati nel linguaggio comune. Questi uomini all’inizio vivevano come potevano, alla stazione o in strada. Poi una volta trovata una occupazione ed una casa, cosa non sempre facile, arrivavano le famiglie. Anche questi erano viaggi della speranza. Molto più semplici di quelli dei migranti stranieri di oggi, si era tutti cittadini italiani e l’incubo del permesso di soggiorno non esisteva, ma comunque emotivamente difficili e dolorosi.
Mio padre e mio nonno, ad esempio, vennero a Milano. Erano entrambi ottimi muratori. La città cresceva. Non fecero fatica a trovare lavoro. Ma che vita dura dovettero affrontare. Avevano preso in affitto una camera in casa di una signora terribile che non permetteva loro di mangiare neppure un panino nella stanza che occupavano. Il loro pasto lo consumavano su una panchina. Non potevano permettersi una trattoria. Tutto questo durò solo sei o sette mesi, poi trovarono un appartamento in affitto di tre locali in un palazzo appena costruito e così mamma, nonna ed io potevamo raggiungerli. Io avevo solo cinque anni ma ricordo, come avvolto in una nebbia, tutto il parlare che si faceva su quel viaggio, nella piccola stanza dove mamma cuciva al paese, con tutte le ragazze che erano lì per imparare. Ricordo la mia cugina di soli tre anni oggetto di orribili scherzi da parte delle ragazze. Le dicevano di andare a preparare il suo cestino dell’asilo con le sue cose così poteva venire a Milano con noi. La piccola andava nella sua casa accanto e poco dopo tornava con cestino e biberon in mano pronta a partire. Ma trovava porte chiuse, scuri accostati e silenzio. Le sciagurate, chiuse nella stanzetta da lavoro, la osservavano dal buco della serratura trattenendo le risa. La piccolina si sedeva sui gradini della scala, succhiava il suo biberon consolatorio, poi cominciava a piangere ed a spogliarsi. Veramente perfide e cattive anche se penso fossero inconsapevoli del dolore e forse altro che procuravano alla bambina. Ancora oggi mamma dice che lo facevano per ridere. Loro ridevano ma a lei cosa accadeva? Mi ricordo che io alloro non mi divertivo affatto. Mi sentivo privilegiata a non essere vittima di quegli scherzi ma non ero forte per reagire. La mia cuginetta mi faceva pena. Io, poi, avrei voluto che tutto quel chiacchiericcio sul viaggio si fermasse. Io non volevo partire. Io avrei voluto che babbo e nonno tornassero a casa. Mi piaceva il posto dove vivevo. Avevo le amiche e le certezze. Non desideravo proprio quel viaggio. Quell’ignoto che non capivo mi faceva un po’ di paura. Ma arrivò quel giorno. Mio padre era tornato ma solo per il trasloco. Il grande camion di Secondo, il figlio dell’Alpino e della Sabina, che abitava lì accanto, era lassù sulla strada, pronto per essere riempito con i nostri mobili e con quelli dei nonni. Mio padre, con l’aiuto forse di qualche suo fratello, aveva, per tutto il giorno, trasportato mobili e scatoloni su per la lunga scala che dalla casa arrivava al camion sulla strada. La casa si svuotava ed io sempre più sospesa tra il desiderio di restare e quello di partire al più presto per far finire quel tormento. Il tormento che ho continuato a sentire sempre ogni volta che devo partire. All’imbrunire, tutto era pronto. Il sole tramontava dietro il campanile della chiesa, in quel giorno di aprile del 1956. Nella cabina del camion salimmo mamma ed io sdraiate nel lettino alle spalle dell’autista mentre il babbo e la nonna si sedettero davanti con lui. Non so se tutto questo affollamento fosse regolare ma forse allora non c’era molto traffico e tanto meno controlli. Partimmo ed a poco a poco quel senso di lacerazione provato alla partenza lasciò il posto alla curiosità per tutto quanto vedevo dall’alto della mia postazione e con la mamma accanto. Il buio della notte e tutte quelle luci che si incontravamo. Forse facemmo la via Emilia ed era un susseguirsi di paesi. Tutta la notte durò il mio viaggio. Un viaggio comodo. Sicuramente ad un certo punto mi addormentai. Poi c’era il nonno che mi aspettava. Non lo vedevo da troppo tempo e andavamo ad abitare tutti insieme. A Milano comincia una nuova vita. Un appartamento con più comodità. Il palazzo, abitato da giovani coppie, pieno di bambine e bambini. Nell’ottobre successivo iniziai la prima elementare. Ma nonostante tutto questo, amavo andare col nonno nelle vie del quartiere più vecchie, nelle poche cascine con gli orti rimaste che mi ricordavano il paese lasciato. Ero già una bambina nostalgica.
I viaggi, le fughe dei bambini migranti di oggi, ben altra cosa. Stenti, fatica, paura, possibilità di morire ad ogni istante. Viaggi interminabili che durano mesi, a volte anni. Mancanza di tutto. Fame, freddo o caldo eccessivo. Possibili prede di incontri pericolosi, sfruttamenti e violenze. Poi arrivano alla frontiera e trovano muri, filo spinato e guardie armate che li respingono indietro. Come è possibile. Io ricordo il mio dolore dopo sessant’anni. Questi bambini come potranno liberarsi da tutta la paura, i traumi e gli abusi che hanno subito. Questo il vero problema che in futuro bisognerà affrontare e riuscire a sanare. Questa la responsabilità dei nostri ricchi paesi occidentali.

Dove siete finiti (Nadia Colella)

Si alzò con un mal di testa incipiente. Inciampò in una scarpa della moglie che doveva essere uscita di gran fretta per portare i bambini a scuola. Provò quasi subito una sensazione strana: cosa c’era che non andava? Un gran casino in casa: piatti sporchi della sera prima in cucina, le cose di Elena sparse in giro, la cameretta nel caos, aria viziata dappertutto… Ah ecco… Jereni, la colf, (la chiamava Irene per comodità) non era venuta. Strano che non avesse avvisato, insomma, avrebbe potuto farlo. Lo prese una sorta di irritazione: aveva bisogno di una camicia stirata per la riunione e aveva contato su di lei. Sbuffando raccolse in un fagotto un po’ di indumenti per portarli in tintoria. Mentre stava uscendo staccò un biglietto di sua moglie infilzato nella maniglia della porta: “Irene è in ritardo… Non risponde al telefono. Non ho tempo di stirarti la camicia, sono di fretta”. Scese spedito le scale a piedi e si imbatté nella vicina di sotto, molto alterata, mentre cercava di spingere in casa la mamma novantenne che, avvolta in una camicia da notte svolazzante, e insospettabilmente agile, voleva sgusciare fuori. “Che succede? Bisogno di aiuto?” “Sono nei casini… la badante è sparita e io devo andare in ufficio ma non so come fare con mia madre!”. Nell’atrio, insolitamente non profumato di cera, aleggiava il malumore. Frotte di condomini si contendevano la posta che giaceva ammucchiata per terra: Alì, il portiere, era irreperibile e il postino aveva lasciato tutto in un mucchio. Ci voleva un bel caffè, forte, al bar appena sotto casa… Il bistrot Aphrique era chiuso: saracinesca completamente abbassata. E così anche il panificio egiziano che sfornava quelle focaccine deliziose. Prese un caffè da schifo al McDonald, s’infilò in macchina e accostò all’angolo per portare le camicie… chissà se sarebbero state pronte per il giorno dopo (anzi se avessero potuto stirargliene una subito, si sarebbe potuto cambiare in macchina): i cinesi erano velocissimi nelle consegne. Niente, alla tintoria nessun segno di vita. Arrivò in ufficio trafelato… erano tutti agitati, molti in ritardo, nervosi; una collega insostituibile arrivò, scusandosi a lungo, con in braccio un bimbetto di due anni paonazzo per la febbre: la tata Sofia… (“Sofia? Hai trovato una tata italiana??” “No… sarebbe Safiya, Sofia è più facile”), la tata era irreperibile, non aveva nessun altro che le tenesse il piccolo. La riunione si svolse in un clima pessimo, le relazioni che avrebbe dovuto presentare non c’erano: le aveva affidate per la traduzione al suo assistente-stagista Faruk (un mostro di bravura nelle lingue), ma Faruk non si era presentato; e quindi aveva dovuto improvvisare, malamente. La mensa era chiusa perché non c’erano inservienti. Sua moglie lo chiamò con l’ansia nella voce: mancavano tutti i suoi studenti stranieri… la classe era dimezzata e i ragazzi presenti erano apatici, niente battute, niente domande, un clima surreale.
Tornando a casa, si fermò per comprare qualcosa di pronto per la cena, aveva una gran voglia di kebab, e di quei ravioli cinesi deliziosi, o di un take-away al ristorante indiano in via Castaldi. Niente locale turco. Quartiere cinese deserto e triste: sembrava un set di un film abbandonato. Ristorante indiano serrato. S’immaginò ospedali senza infermieri, case di riposo nel caos.
Si sarebbe ricordato a lungo di quel primo giorno. Del senso di spaesamento che lo aveva colto. Del silenzio. La città era monca.
Nell’atto di rincasare gli balzò all’occhio la saracinesca all’angolo, dove era solito parcheggiare: un manifesto a caratteri cubitali pendeva in parte staccato; una scritta gigante -A CASA LORO- volteggiava nell’aria, il resto non era più leggibile. Si avvicinò e staccò del tutto il manifesto, lo fece a pezzettini.
Entrò e fissò desolato l’ascensore rotto dal mattino, pensò che non sapeva neanche il nome di quel giovane sorridente sempre pronto a riparare ogni guasto. Che non era venuto.

Empatia (Nadia Colella)

L’appuntamento è nell’atrio dell’edificio. Scale bianche di marmo. Laura arriva un po’ di corsa, in ritardo: ci sono tutti, entrano bisbigliando guidati dal professore di comunicazione visiva. La mostra occupa tre grandi sale. Molte fotografie, pannelli giganteschi. Foto, foto, foto. Video. Immagini grandi, la geometria di corpi indistinti, colori suggestivi, blu il cielo, blu il mare, rossi e arancioni; imbarcazioni riprese da lontano, dall’alto, dalle angolazioni più diverse, come un tutto unico. L’estetica la irrita: le riprese sono perfette, ma le pare che stridano, che distraggano dall’orrore della realtà.
Si allontana dal gruppo dei compagni per concentrarsi sui ritratti delle persone. La voce del professore si fa sempre più distante, non l’avverte più. Certe immagini invece urlano. Sente le onde del mare, le sferzate del vento e il sole sulla pelle, sente le grida, l’odore acre del combustibile. Ha sete come se fosse in quell’arsura. La donna ritratta ha gli occhi fondi e le mani sulla pancia, protettive: potrebbe… potrebbe avere la sua età. Nel video il medico dell’isola racconta con parole semplici di vite salvate e di persone che invece, no, non è stato possibile. Corpi distesi, tanti.
Paolo la spinge nella sala accanto, ci sono gigantografie un po’ sgranate di migranti italiani stipati su grandi navi dirette in Argentina, in bianco e nero. Fine Ottocento: scappavano dalla fame, molti morivano in mezzo all’oceano. Atlantico ieri. Oggi Mediterraneo. Non leggono tutti i testi, guardano a lungo: nessuna scenografia spettacolare, il bianco e nero racconta la realtà senza fronzoli. Escono insieme, gli occhi sazi di immagini; si siedono a un tavolino all’aperto; fa freddo, Laura estrae una sciarpa dallo zaino; lui incurva le spalle.
“Io non credo che ce la farei a partire. Lasciare tutto”
Lo guarda seria: “E magari non farcela”.

Attraversamento (Leandro Macasaet)

Novembre 2011. Italia. Joseph e Nick, grandi amici, si sono incontrati dopo non essersi visti per sette anni. Per tutto questo tempo Nick è rimasto nell’isola dove insieme erano cresciuti e avevano pescato. Joseph è andato a prendere Nick all’aeroporto di Malpensa. Il primo è in Italia da tanti anni e lavora come capo di una impresa di pulizie; il secondo è appena arrivato con visto turistico, ma in realtà con il proposito di cercare lavoro nero.
“Fratello, sei veramente migliorato qua. Nelle Filippine si guida solo un peschereccio. Che bella macchina!” ha gridato Nick. Ci sono saltati dentro e hanno iniziato a raccontarsi un sacco di storie.
Passata la mezzanotte, stanno navigando attraverso viale Monza. Nick ha notato alcune ragazze truccate e in minigonna a piedi in tante pose sulla strada. Nick, ancora una volta, è stupito e dice: “Fratello, anche le ragazze qua sono più belle delle filippine eh. Sono più alte, sexy, e bianche.” Joseph ha riso e ha avvertito il suo amico: “Fratello, fai attenzione. Queste sono pescivendole.” Loro ridevano e cantavano, “Maddalena, sei molto sfortunata…”, una canzone nota nel vostro paese, perché dedicata alle prostitute. Al semaforo rosso, hanno fermato la macchina. Ma quando sono ripartiti, Nick ha abbassato il suo finestrino e ha gridato alla donna: “Torna a casa. Metti sale al pesce per domani!” Joseph era scioccato. Ha tirato dentro il suo amico e gli ha sferrato un pugno in faccia.

Novembre 1981. Austria. Joseph ha contato le ore che ha passato dentro il cassone del camion. Quasi nove ore da quando è salito lì con altre sette persone. Tutte filippine. Ormai non hanno più cose da raccontarsi e hanno deciso di stare in silenzio. Ma il silenzio fa una grande paura tra di loro. Meglio comunque non rompere quello stato per pensare e riflettere. Ora il camion si è fermato. Un uomo con la mano fa il gesto di scendere. Sono scesi in un luogo ignoto. Tutto buio. Solo la torcia era fonte di luce. Lì hanno incontrato un altro gruppo. Ci sono anche filippine in un numero consistente. Uno dà gli ordini per questo viaggio attraverso il confine tra l’Austria e l’Italia: “Stai zitto. Non dire niente. Segui la persona davanti a te”. Loro possono portare solo una valigia, quella meno pesante. Tutta l’altra roba la devono lasciare. Prima di andare, hanno ricevuto dei sacchetti con due panini e una bottiglia di acqua da consumarsi durante il viaggio. Da poco hanno iniziato a camminare.
Un giorno è già passato, ma non si sono ancora fermati. Hanno pensato che il confine fosse vicino, che c’erano da camminare due o tre ore. Sembra proprio di no. Quello era il secondo giorno, ma non c’era ancora un segnale di un posto dove fermarsi. Il cibo dei due panini è finito. Non c’era neanche più l’acqua. Che grande fame! È visibile negli occhi delle persone, che non possono parlare. Hanno iniziato a bere le gocce sulle foglie. Non solo hanno sentito la neve sulla pelle per la prima volta, ma l’hanno anche assaggiata sulla lingua per dissetarsi. Joseph aveva assaggiato anche le sue lacrime. Durante il viaggio ha pensato di ritornare e di non sognare più alla grande. Ma come potrebbe la sua famiglia pagare i soldi che loro hanno preso in prestito per questo viaggio? In silenzio ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.”
Dalla coda, un urlo. Hanno sentito uno che diceva: “O Dio, non ne posso più. Voglio ritornare!” Tutti si sono fermati. Poi hanno sentito un fischio… ancora uno. Hanno capito che cosa voleva dire. La polizia di frontiera li aveva trovati. I fischi della polizia e l’abbaiare dei cani provenienti da ogni parte sono diventati assordanti.
Gli altri sono scomparsi, ma undici persone sono finite in carcere. Joseph era tra di loro, in coda per il “briefing” con l’autorità. Joseph ha notato che nella stessa aula c’erano anche tre persone, che però stavano per lasciare il carcere. Erano anche di altri paesi. E da come si vestivano era ovvio che si prostituivano. Joseph ha dato un pezzettino di foglio a una donna, che si era avvicinata. A lei ha detto: “Questo è il numero di telefono della mia famiglia nel mio paese. Per favore, dica a loro che sono al sicuro, ma che c’è solo un po’ di problema.” La donna ha preso il foglio senza guardarlo e lo ha messo nella tasca della sua giacca.
Rispetto ai giorni nel cassone, la foresta e la neve, i giorni nel carcere sono meglio. C’erano anche razioni di cibo e altre cose. C’erano alcune persone che portavano capi di abbigliamento usati e nuovi per loro. Al quarto giorno, molto presto di mattina, la guardia del carcere ha chiamato: “Joseph Tanggero, al telefono!”. Corre, prende il ricevitore. In quel momento ha sentito una voce familiare sulla linea del telefono. Joseph ha pianto e con la voce tremante ha risposto: “Mamma!”

Manu ( Daniela Winkler)

Manu si sveglia nel cuore della notte, ha il respiro affannoso e il petto gli stringe il cuore. Di fianco a lui si trova sua moglie che dorme abbracciata al loro bambino. La tocca, la sente un po’ fredda e la abbraccia per scaldarla. Sentendo il profumo di Ada si addormenta.
Manu si alza per andare al lavoro come tutti i giorni. Monta in sella alla sua bicicletta e pedala. Pedala in mezzo alla strada. Sente il fruscìo delle foglie secche sul pavimento schiacciate dalle ruote della sua bicicletta. Attraversa il Qasr al-Nil. Sente il mormorio della gente che si mischia con le onde del fiume. Sente il vento freddo sulla faccia. Pedala più velocemente. Sente il vento più forte e più freddo. Si agita ma non si ferma. Pedalare lo fa sentire libero. Lo svegliano le sirene. Si sente perso. Si rende conto che tutto era un sogno. Cioè, non tutto. Sua moglie e suo figlio sono veramente lì. Loro e altri duecento che hanno attraversato il mare. Sono arrivati. Arrivati?

Storie di Non Inclusione

Rimborso 18 settembre 2017 (Marta Cabrini)

Quanto sto per raccontare è accaduto oggi. Jean, il caro e dolce ragazzone che da anni ormai è entrato a far parte delle nostre vite e che ha una perfetta conoscenza della nostra lingua ed un regolare permesso di soggiorno, ha ricevuto da una banca, per conto dell’Azienda elettrica, un assegno di ben 25,41 euro come rimborso di una bolletta. Mi ha chiamata per chiedermi come poteva incassarlo. Lui non possiede un conto corrente in banca. In nessuna banca. Visto che proprio vicino a dove alloggia ora c’è una filiale della banca che ha emesso l’assegno, gli ho detto di recarsi presso gli sportelli che sicuramente glielo avrebbero cambiato. Mi sbagliavo! Una zelante cassiera gli ha infatti detto che poteva andare solo presso la sua banca e versarlo. Non c’erano altre possibilità. Jean mi ha di nuovo chiamata. Ci siamo incontrati e mi ha dato l’assegno firmato. Speravo di poterlo versare sul mio conto e poi dare a lui il corrispettivo in contanti. Non è stato possibile! Sull’assegno oltre al solito “non trasferibile” che con la sua firma di girata mi permetteva di procedere, c’era una nuova scritta “Pagare solo al beneficiario del quale sia certa l’identità”. La validità dell’assegno due mesi. Mi sono arrabbiata. Sono tornata a casa ed ho telefonato alla filiale della banca che aveva emesso l’assegno. Dopo una lunga attesa, l’impiegato al quale ho spiegato il problema, mi ha risposto “Ma è già stato qui da noi?” “Certo, venerdì scorso” E lui:” Si ma l’assegno deve essere versato presso la propria banca”. Ho cominciato ad alterarmi. Gli ho rispiegato che purtroppo questa persona non ha un conto corrente e che sarebbe stato felice di poterlo avere! Ho poi aggiunto: “Posso accompagnarlo io e lasciare, se volete, copia dei miei documenti”. Il funzionario, dalla voce incolore, mi ha ripetuto che la legge prevede che si debba versare nel proprio conto corrente! Davanti a tanta ottusità, stupidità e cattiveria la mia voce si è ulteriormente alterata. L’impiegato me lo ha fatto notare dicendomi che se andavo al loro sportello così aggressiva non si sarebbe risolto nulla!!! Ed io: “Assolutamente no” gli ho risposto cambiando il tono della voce: “Sarò dolcissima come è mia abitudine”. È seguito ancora per un po’ questo dibattimento. Fra le altre cose mi ha anche chiesto se conoscevo bene quello straniero. “Da molti anni” ho risposto. Poi volle sapere se parlava bene l’italiano! “Certamente meglio di tanti italiani”. Ma cosa c’entra tutto questo con il cambio di un regolare assegno intestato a Jean. Mi sono fatta dare gli orari del loro sportello. Ho aspettato che Jean finisse di lavorare e ci siamo trovati davanti alla banca incriminata. Ero molto curiosa di guardare in faccia quel funzionario. Ma alla fine non sono riuscita a vederlo. Probabilmente era il direttore a detta del cassiere al quale ci siamo rivolti. Quando siamo entrati alle 13,10 la banca era completamente vuota. Solo due impiegati alle casse. Nessun altro cliente. Uno dei due ci ha ripetuto la solita litania; poi, dopo che gli ho spiegato che avevo già telefonato, ha preso l’assegno e la lettera di accompagnamento ed è sparito. Dopo un po’ è tornato, con il volto senza espressione ma si percepiva che ci avrebbe con piacere mandati al diavolo. Si è fatto dare carta d’identità e codice fiscale da Jean. I miei non servivano. Ho aspettato che finisse la pratica ed appena Jean ha avuto in mano finalmente il suo contante, ho chiesto come mai non avevano fatto, il venerdì precedente, quanto fatto oggi. Mi ha risposto che la legge non li obbliga a pagare questo tipo di assegni. Oggi lo hanno fatto perché “hanno deciso così”. “Allora è una politica della banca?” ho chiesto “No, è la legge che lo prevede. Per la legge antiriciclaggio bisogna versare questi assegni sul proprio conto corrente”. Antiriciclaggio 25,41 euro? Con tanto di documenti a prova dell’identità dell’intestatario?” Mi ha risposto che ci sono state truffe anche con documenti presentati e che poi il cassiere ne è responsabile. Jean poteva andare presso gli uffici dell’Azienda elettrica e trovare un’altra forma di rimborso visto che non possiede un conto corrente. Perché allora ora l’assegno lo avevano cambiato? Non mi è sembrato fosse più il caso di andare oltre. Abbiamo salutato e siamo usciti. Il viso solitamente sorridente di Jean era teso e cupo. Mi ha detto: “Uno straniero per poter incassare un assegno intestato a lui deve farsi accompagnare da un italiano?” Non ho saputo rispondere. Certo è che se Jean non avesse avuto una persona italiana a cui rivolgersi e disponibile ad aiutarlo avrebbe perso i suoi 25,41 euro. Importo ridicolo per la legge antiriciclaggio. Preziosi per lui!

L’ultima occasione (Rita Colombo)

Da alcuni giorni in classe non si parla d’altro e gli insegnanti fanno più fatica del solito a mantenere l’attenzione. I genitori di Bianca le hanno finalmente concesso di organizzare la festa tanto attesa per i suoi 14 anni. È quasi estate ormai, la scuola sta finendo e questa sarà forse l’ultima occasione per la III B di ritrovarsi tutti insieme prima degli esami. L’anno prossimo ognuno prenderà la sua strada e chissà se ci sarà tempo per rivedersi. Adesso che l’ostacolo dell’approvazione dei genitori è stato superato (quante scene ha fatto Bianca nei giorni scorsi raccontando parola per parola le discussioni con suo padre), l’oggetto principale delle chiacchiere femminili si è spostato sulla scelta del vestito giusto per la festa, mentre i maschi, captando qualcosa dalle conversazioni a bassa voce delle compagne, già fantasticano di vedersele davanti con un look che li lascerà senza fiato.
Halima ascolta le compagne e sta zitta. Se le chiedono: “E tu, Hali, come ti vestirai?” cerca di temporeggiare: “Non ho ancora deciso” come se avesse chissà quante possibilità tra cui scegliere. In realtà il problema è un altro, o meglio, il problema maggiore è un altro (non che il “cosa mettersi” non sia un problema): suo padre non le ha ancora dato il permesso di partecipare alla festa e forse non glielo darà mai, altro che i finti divieti del padre di Bianca sceneggiati così bene dalla figlia. Halima non ha il coraggio di dirlo alle compagne. E stata così felice quando Bianca ha invitato anche lei (non sa che Bianca ci ha messo un po’ a decidersi, dopo lunghe conversazioni con le amiche più strette), che non ha neppure pensato alla possibilità di dover rinunciare alla festa, finché non è arrivata a casa. Ha sempre avuto l’impressione che Bianca la tolleri solo perché può sfruttarla per i compiti di matematica, ma quando ha ricevuto l’invito si è sentita ricompensata per tutti i compiti passati di nascosto, anche perché alla festa potrà incontrare per la prima volta fuori da scuola Tommaso, di cui è nascostamente innamorata da tre anni. Finché non è arrivata a casa…
Il secondo problema, ammesso che alla fine suo padre per intercessione della mamma acconsenta a lasciarla andare, è come vestirsi, non nel modo in cui ne parlano le compagne (canotta semitrasparente o top di lamé aderentissimo? Abitino corto senza spalline o calzoncino in jeans debitamente sfrangiato?). Ma di cosa stiamo parlando? Le alternative non sono certo queste per Halima, che da un anno porta il velo, come sua madre. All’inizio lo trovava naturale, ma poi in alcune situazioni ha cominciato a sentirsi a disagio, come questa volta: presentarsi alla festa con l’hijab vorrebbe dire togliersi dalla testa di competere con le sue compagne per attirare l’attenzione dei ragazzi. Insomma, l’idea della festa da fonte di gioia inaspettata si sta trasformando in una vera sofferenza, tanto che in certi momenti vorrebbe che il giorno della festa fosse già passato, per non tormentarsi più.
Quel sabato Halima, con la complicità della mamma, attende che il padre esca nel pomeriggio per avviarsi verso la casa di Bianca, seguita dalla raccomandazione di rientrare prima dell’arrivo del padre. Potrà restare alla festa un paio d’ore, meglio che niente. Ma quando si ritrova per strada, i dubbi che l’hanno tormentata nei giorni precedenti si ripresentano e rallentano i suoi passi. Si ferma davanti a tutte le vetrine senza osservare ciò che è esposto, vede rispecchiato il suo viso incorniciato dal velo e si convince sempre più che alla festa si ritroverebbe come un pesce fuor d’acqua, che non si sente di condividere l’allegria esagerata di tutti quanti. Si siede su una panchina nei giardinetti vicino a casa di Bianca, con la testa piena di pensieri. Vede passare da lontano un gruppo di compagni tutti in tiro, sembrano diversi da come sono in classe e ridono eccitati per il pomeriggio che li attende. C’è anche Tommaso. Halima resta lì, sulla panchina, giocherellando distrattamente con il fiocco del regalo per Bianca, fin quando incomincia a sentire freddo. Poi riprende la strada di casa, dirà a sua madre che si è divertita, è andato tutto bene, ma è rientrata prima per studiare. Domani interrogazione di matematica, gli altri saranno impreparati e pronti a mille giustificazioni, sa già che toccherà a lei farsi interrogare.

Storia di Carla (Theresa Lee)

Carla lavora come domestica ed è senza documenti. Ha un figlio che ha lasciato nelle Filippine senza padre. Lavora qua per dieci anni. Ogni giorno pensa a suo figlio e a come sarà la loro vita futura… Lo vede solo al computer, al “video call”. Carla cerca la possibilità di fare avere i documenti o di portare qua suo figlio. Carla è molto coraggiosa e non perde la speranza. Sa che arriverà il momento di rivivere insieme con lui.

Il biglietto (Leandro Macasaet)

Primo giorno dell’anno 2016. Ho fatto un giro tutto il pomeriggio nel Villaggio Crespi D’Adda. Sono molto contento che ho realizzato il mio primo progetto di questo nuovo anno. Dalle cinque e mezzo del pomeriggio ho iniziato a camminare per cercare la fermata dell’autobus, in via Biffi, a Trezzo. Col passare del tempo la felicità è diventata “nervosità”. Si è fatto buio più presto. Non solo buio, ma troppo nebbioso anche. Alla fine sono arrivato alla fermata.
Aspetto da solo, ma da qualche minuto è arrivato un uomo. Ho visto solo il suo profilo e sentito la voce che parlava al telefonino. È un po’ strano, perché lui è sempre dietro un cespuglio. Da poco è arrivato un altro uomo. Ora c’erano due uomini, che parlavano sotto voce dietro il cespuglio. I miei occhi guardavano il digital monitor e volevano accelerare i minuti che rimanevano per l’arrivo del mio salvataggio. Finalmente ho visto un paio di fari. L’autobus è appena arrivato.
Un problema, se è in direzione Monza invece che Milano. Meno male, volevo lasciare questa fermata. Almeno muoversi. Un altro problema: l’autista ha detto che il mio biglietto non è valido per quella corsa. Ma non ci sono biglietterie e tabaccherie aperte a quest’ora o magari in questo giorno. Nei miei due anni in questo paese non ho mai preso i mezzi pubblici senza biglietto in mano. Ho girato la mia testa tra l’autista e la stazione, volevo lasciare e poi ho chiesto: “Signore, posso viaggiare senza biglietto?” Lui ha risposto: “Io sono l’autista. La mia funzione è di guidare. Quando un’altra persona viene per controllare, non è il mio problema. È tuo. Capito?” Con grande tristezza ho iniziato a scendere, ma l’autista mi ha chiamato, “Dai. Dai.” Ho visto la sua mano che faceva il gesto di dire “Torna. Vieni.”
C’erano solo tre o quattro passeggeri dentro. Ho preso il posto davanti a tutti, a destra, quello più vicino al mio nuovo amico autista.
Alla successiva fermata ho visto un uomo vestito con una camicia blu sotto una giacca nera con un logo sul petto, a sinistra. In testa aveva un borsalino. Mi sono detto: “Mio Dio, la vita è un grande scherzo.” Quando l’autobus era fermo, l’uomo è salito e ha salutato: “Buonasera!”. Ha parlato un po’con l’autista, poi ha preso il suo posto. Lui era il sostituto. Ho respirato forte.
Qui, quando sono bravo, non esisto. Io vivo. Ma quando diventerò cattivo, esisterò. Ma morirò.

Direzione (Leandro Macasaet)

“Buongiorno, signore”
“Buongiorno, signora”
“Dove si trova la più vicina farmacia?” chiede Letty al personale dell’albergo. “Quando esce, vada a destra e poi giri ancora a destra. È vicino, signora. Cammina solo per due minuti,” dice l’addetto alla reception.
“Grazie mille, signore”
“Niente. Arrivederci!”
Letty è andata in direzione completamente opposta a quella delle istruzioni dell’uomo. Dopo avere camminato velocemente per un quarto d’ora, è arrivata all’angolo di via Montenapoleone. Ieri pomeriggio, la sua padrona ha fatto un grande shopping lì. Mentre la sua padrona sorrideva soddisfatta, lei sembrava Babbo Natale con tutta quella roba nelle sue braccia: Gucci, Prada, Bottega Veneta, Brunello Cucinelli, Buccellati, Valentino, Chicco, Dolce & Gabbana, ecc.
“Torna nell’albergo di prima. Metti tutto nelle valigie ancora libere e poi prepara la vasca per la mia doccia. Ci vediamo alle 9 stasera,” ha raccomandato la padrona.
Nella camera dell’albergo, Letty ha iniziato a preparare le valigie. Intanto ha acceso il suo account su Facebook. La donna dalle Filippine che ha incontrato quella mattina nel Parco Sempione ha già accettato la sua richiesta.
“Ciao! Sono pronta per domani. Come ci incontreremo?” ha scritto Letty sul suo messaggio privato.
“Hai detto che sei nell’albergo vicino al Duomo? Allora, la linea rossa della metropolitana è lì vicino. Prendi il metro in direzione Rho Fiera o Bisceglie e poi scendi alla fermata Lotto. Io sono lì ogni mattina dalle 10 fino alle 12. Ci vediamo!” ha risposto la sua nuova amica. Quella sera, la sua padrona con il marito e il figlio bambino sono arrivati. Sembravano molto contenti della loro ultima sera a Milano. Letty ha presentato le valigie che aveva preparato per la partenza del giorno successivo alle 11 di mattina per ritornare in Kuwait. Dopo che i padroni hanno fatto la doccia, sono andati a letto a dormire più presto. Subito i suoni del russare hanno riempito la lussuosa “suite”. Li sentiva dalla porta un po’ aperta dei suoi padroni. Lei invece ha iniziato a prepararsi: ha indossato tre mutande e due reggiseno sotto due vestiti e poi ha messo la sua uniforme di lavoratrice domestica. Così vestita è andata a letto. Ma non riusciva a dormire. Si doveva alzare più presto di tutti. Ha passato tutta la notte con gli occhi aperti.
Alle 6 di mattina, Letty si è alzata. Ha preso la sua borsetta. Con il movimento di un gatto è uscita dal soggiorno della suite.
Poi ha trovato la fermata della metropolitana. La rossa insegna ha scritto Palestro. Prima di scendere ha visto il cestino della spazzatura nell’angolo. Letty ha tolto la sua uniforme domestica e l’ha buttata dentro il cestino. Ha respirato più forte. Il nuovo giorno, il nuovo capitolo.

Storia di Antoneta (Mariangela Quaini)

Ancor prima di varcare la porta del reparto di lunga degenza al terzo piano, ne ha viste un paio in giardino e una all’ingresso. Sono dell’Europa dell’Est, pensa, probabilmente ucraine, si capisce dagli zigomi. “Aveva la faccia piatta come una zucca di Moldavia”, le viene in mente un personaggio di Gogol e se ne vergogna, vorrebbe che le sue reminiscenze letterarie fossero più “politicamente corrette”, ma a un’impressione non si comanda: queste badanti, con i loro tratti somatici particolari e ancor più con le loro storie la sprofondano nella Russia dell’Ottocento.
Qualche anno prima, durante una visita guidata in una chiesa milanese, di domenica pomeriggio, se ne era trovate davanti parecchie di donne dell’Est, e a officiare non c’era un prete dei nostri, il rito era quello greco ortodosso. Le avevano spiegato che quello era un luogo di ritrovo della comunità ucraina. Non era stato difficile notare che la stragrande maggioranza dei presenti era costituita da donne.
Nella sala da pranzo bacia la nonna, e fa un cenno di saluto alla straniera del tavolo accanto, Antoneta. Anche lei dell’Est, è intenta a imboccare la signora Rosa, una paziente dallo sguardo perso, immobilizzata su una seggiola a rotelle. Durante le precedenti visite ha avuto modo di scambiare qualche battuta, sa che è in Italia da quasi dieci anni, che a casa ha lasciato una figlia e che da quando è qui si è sempre occupata di anziani.
Nel reparto c’è più confusione del solito, due anziane signore litigano lanciandosi insulti, un ricoverato ultranovantenne chiede il numero di telefono della mamma e un’altra degente grida frasi senza senso. Il clima è particolarmente deprimente, oggi, e sta pensando a una buona scusa per accorciare la visita.
Proprio mentre si interroga sulla vita e sulla morte, e su quanto la fatal quiete sia invocabile in certe condizioni fisiche e mentali, apprende dagli addetti ai lavori che in occasione delle imminenti consultazioni elettorali l’ospedale allestirà, per i degenti, un seggio speciale: ogni cittadino ha diritto al voto, quindi anche i signori che qui sono ricoverati, se sono residenti a Milano, devono poter votare, spiega solerte un infermiere. Antoneta ha ricevuto in proposito precise indicazioni e tira fuori dal portafogli il bigliettino, dove i famigliari della signora Rosa le hanno scritto come deve farla votare, quando la accompagnerà al seggio.
La nonna richiede la sua attenzione e la distoglie dalla conversazione. Ha sporcato di cibo tutta la bavaglia. Dovrà aggiungerla alla biancheria sporca da portare a casa per il prossimo cambio. Mentre cerca di pulirle la bocca pensa a quante donne straniere, lontane dai figli, lavorano qui da anni; eppure per molte di loro, che lavorano in nero, anche il solo utilizzo di un mezzo pubblico può comportare un rischio (nel venire qui, sulla 94, ha visto coi suoi occhi un controllore che si accaniva con una donna straniera che pure aveva un regolare biglietto). Ha ancora in mente il sorriso cattivo del tranviere, e intanto porge il bicchiere alla nonna che reclama acqua a gran voce.
È ormai sull’ascensore. Ha bisogno di aria fresca; viviamo più a lungo di una volta, riflette, ma è una vita che in tanti casi crea nuove schiavitù: quella degli anziani e quella di coloro che degli anziani devono prendersi cura. Elettori e non. Chissà come voterebbe la signora Rosa se ci fosse con la testa, pensa, e chissà se Antoneta rispetterà gli ordini scritti sul biglietto che tiene ben custodito nel portafogli.

Storia di Khaled (Apolonia Santo Domingo)

Khaled è un siriano, arrivato qui in Italia come rifugiato. Lui è stato preso dai poliziotti e messo insieme a degli altri stranieri a Roma. Lì ha conosciuto un romeno.
Loro qui hanno difficoltà a vivere, perché sono tanti in un piccolo appartamento. Hanno solo due stanze per dormire e loro sono in dieci persone.
Khaled ha detto al suo amico romeno “Andiamo a Milano”. Loro hanno preso il treno senza prendere il biglietto. Perché loro non avevano soldi per pagare.
Queste due persone hanno imparato come si vive a Milano e riuscirono almeno a salvare il loro stomaco. A mangiare due pasti al giorno.
Loro non sanno cosa fare. Loro hanno pensato di rubare una macchina, però purtroppo sono stati beccati dalla polizia e adesso sono in prigione. Segregati dalla comunità.

Il mondo in bianco e nero. Al Politecnico di Milano (Daniela Winkler)

Lui ha la pelle nera, i capelli neri e gli occhi neri. Indossa un berretto nero, una giacca nera, pantaloni neri e scarpe nere. Si siede in un angolo formato da due tendine nere. Sulla sua scrivania immersa nella penombra, un computer nero. L’angolo nero è una macchia nera in un’aula bianca, piena di tavoli bianchi, dove ci sono dei ragazzi bianchi che studiano con i loro appunti bianchi e lavorano su modellini bianchi. Lui è sempre lì, scrutando il cielo nero di fuori, come un’ombra, eterea e silenziosa. L’accecamento bianco rende difficoltoso il guardarlo. Lo fanno soltanto con la coda dell’occhio, che ironicamente, è anche bianca. Io, una donna bianca, in quest’aula bianca, lo guardo negli occhi con miei occhi neri. Lui si rende conto di essere osservato e anche i suoi occhi neri guardano nei miei. Non faccio altro che prendere un foglio bianco per scrivere questo racconto nero. Mentre scrivo, sento come la mia indifferenza bianca fa che la mia anima diventi nera.

Storie di Non Esclusione

Un matrimonio felice (Paola Balotta)

Dorina è contenta della sua nuova casa. L’ha scelta Tommaso, suo marito. Si sono sposati da poco, ed è normale che non si conoscano ancora bene: è anche bello così, avere tante cose da scoprire. Meglio delle coppie che si sposano già stanche dopo troppi anni di fidanzamento.
Tommaso non poteva sapere che lei ha sognato per tutta l’adolescenza il momento in cui avrebbe scelto con il suo futuro sposo la casa dove avrebbero abitato. L’ha scelta lui, poi l’ha accompagnata a vederla quando il contratto era già firmato. Una casa grande, nel paese in cui Tommaso è cresciuto. Suo marito l’ha anche arredata, si è fatto aiutare dalla madre e dalla sorella.
Dorina non ha un lavoro; in Romania si è laureata, ma qui trovare un lavoro qualificato per lei è difficile; ha fatto tante cose, lei è un tipo che si adatta, senza lamentarsi, che non serve mai. Era sempre di buonumore, anche quando si alzava prima delle cinque per fare le pulizie negli uffici; anche per questo Tommaso si è innamorato di lei. Adesso ha una casa di cui occuparsi, può cercare con calma, qualcosa sarà, andrà tutto bene.
Esce con la borsa della spesa. È la prima volta che va da sola per le vie del paese; avrebbe voluto farlo prima, ma Tommaso ci teneva ad accompagnarla sempre o a sostituirla nelle commissioni, fino a quando è stato a casa per il congedo di matrimonio; lo faceva per essere gentile e lei ha apprezzato. Adesso è piacevolmente eccitata. Sorride alla vicina di casa che la guarda da dietro la siepe del giardino
– Buongiorno
– Buongiorno. Tutto bene?
La signora urla, deve essere un po’ sorda; Dorina non lo aveva mai notato quando l’ha incontrata le altre volte.
– Si, tutto bene, grazie
– Dove va? È successo qualcosa?
– Vado a fare la spesa!
Dorina agita la borsa di stoffa che ha in mano. È gentile la vicina.
– Cosa le serve?
A Dorina viene un po’ da ridere. Ha sempre vissuto in grandi città, la stupisce questa libertà nel farsi i fatti degli altri; ma c’è anche il lato bello: non sei sola quando ti succede qualcosa. La vicina di casa si è avvicinata alla siepe. Dorina ha un po’ fretta, ma si avvicina anche lei sorridendo
– Cosa vuoi comperare?
– Quello che serve per preparare il pranzo e la cena. E il detersivo per la lavatrice
– Ah, la lavatrice. Lo sai come si usa?
– Si, grazie
– Ti ha fatto vedere tuo marito?
Dorina la guarda. Non sa bene cosa rispondere.
– Avevi già visto una lavatrice, nel tuo paese?
– No, nel mio paese non ci sono lavatrici.
– Ah, certo. Ma l’acqua in casa ce l’avete?
– Eh no, non tutti. Si va a lavare al fiume.
Dorina pensa a quanto rideranno stasera lei e Tommaso. Sa che non è una cosa gentile da fare, la vicina di casa è una signora anziana, ma non riesce a resistere
– Laviamo con le pietre, sai? C’è una pietra che fa la schiuma, la usiamo per lavare.
Questa cosa della pietra che fa la schiuma gliel’ha raccontata il padre di Tommaso, e non è sicura che sia vera. Ma è uno scherzo che si può fare, come altri che le hanno fatto, solo per ridere un po’.
Mentre fa la spesa immagina quello che dirà a suo marito la sera: della vicina, del panettiere, della gente di questo suo paese. Lui non se ne accorge perché ha sempre vissuto qui, ci vuole lei per fargli vedere quanto sono buffi.
La sera Tommaso quando rientra ha l’aria stanca, va a fare una doccia e non parla. Mangia senza commentare niente di quello che Dorina ha preparato. Parleranno dopo cena.
Sono sul divano del salotto, Tommaso ha in mano il telecomando, accende la tv e Dorina comincia a raccontare. Si è preparata le frasi, e le pause, e le espressioni per farlo ridere:
– Le ho detto che laviamo nei fiumi, con la pietra che fa la schiuma
– Ah sì? Non mi avevi detto che da voi non c’è? Mi hai detto che nel tuo appartamento a Bucarest ce l’avevi il bagno; perché non lavate in bagno?
– Ma no… era così… per ridere.
Lui però non ride. E nemmeno la guarda. È cominciata la partita. Le deposita un bacio veloce sula guancia e le chiede di lasciarlo guardare.
Dorina va in bagno e chiude la porta. Si rannicchia sull’asse del water, stringe forte le braccia intorno alle gambe e piange.
Tommaso non vuole vederla piangere, ma non è un problema: ha tutto il tempo, prima dell’intervallo.

Storia di Jean (Marta Cabrini)

2001. Jean era dovuto fuggire. Gruppi di potere, lobby di affari, interessi economici internazionali avevano portato morte e distruzione nella sua città. Aveva da poco finito la scuola superiore di elettrotecnica e stava facendo uno stage presso un’azienda. La sua giovane vita impostata poteva scorrere su un binario tranquillo. Aveva un futuro. Poi improvvisamente il caos. La sua famiglia? Chissà! Lui poteva solo fuggire e nella fuga portò con sè il fratello e la sorella più piccoli di soli cinque e tre anni. Via, attraverso la foresta che faceva da frontiera. Davanti la salvezza. Dietro la fine di un tempo. Raggiunse il nuovo paese. Sistemò i due piccoli presso una missione. Lui non era nelle condizioni di poterli accudire. Doveva trovare il modo di integrarsi e sopravvivere. Riuscì ad avere un lavoro. Si trovava bene in questa nuova terra così vicina a quella che aveva dovuto abbandonare. Ma dopo un po’ di anni anche in questo nuovo paese scoppiarono disordini e fu costretto di nuovo alla fuga. Questa volta da solo. I piccoli andavano a scuola e comunque nella missione erano in una situazione in qualche modo protetta. Quanto dolore Jean si portava dietro. Quanta nostalgia. Quanta malinconia. Arrivò in Libia. Non era nei suoi pensieri l’Europa. Lui voleva restare in Africa. Anche qui trovò lavoro. E poi musica e canzoni che lui amava. Ma la sua fuga non era ancora finita.
Quando scoppiò la guerra di tutti contro tutti ed i negri erano considerati mercenari al soldo di Gheddafi e correvano il rischio di essere uccisi, non trovò altra via che attraverso il Mediterraneo. Lampedusa, l’approdo! Impronte digitali. Un foglio come permesso di soggiorno della durata di sei mesi, in attesa di andare in Commissione per avere il riconoscimento di rifugiato per motivi umanitari. Poi Milano, centro di accoglienza, era il mese di febbraio del 2011.
Nel 2012 la biblioteca del nostro quartiere aderì ad un progetto del Comune di Milano e della Fondazione Cariplo. Tema, la multietnicità. Il fine, facilitare la conoscenza e l’integrazione. Erano tre i progetti. Un corso di scrittura creativa, un altro il racconto del proprio viaggio ed il terzo la costituzione di un coro. La partecipazione era aperta a tutti, italiani e stranieri. Non era necessario presentare documenti. Giuliano, mio marito, non ebbe dubbi e scelse il coro. Lui aveva le canzoni dentro, le conosceva tutte. Era pieno di entusiasmo per questa nuova e gioiosa esperienza. Una sera tornò a casa dopo le prove e mi disse: “C’è un ragazzo al corso con me che ha bisogno di aiuto”. Così Jean entrò nella nostra casa e nelle nostre vite. Anche io lo avevo visto al corso sul viaggio che dal proprio paese, ognuno dei partecipanti aveva intrapreso per necessità e con la speranza di una vita migliore. Eravamo tantissimi a quel corso. Più di ottanta persone di cui forse solo una decina erano italiane. Ragazzi e ragazze da tutto il mondo. Abbiamo dovuto ricostruire, con gli innumerevoli materiali a disposizione, il luogo della nostra partenza e quello del nostro arrivo. Il durante invece, era affidato ad un disegno con i pastelli a cera. Ogni lavoro era accompagnato da una piccola storia che narrava gli eventi. Quel salone della biblioteca brulicava di umanità. Ognuno doveva ricordare. Momenti felici e lontani. Poi dolori, fughe, paure, rimpianti, speranze. E di nuovo paure. L’emozione era palpabile. Avevo visto Jean in quelle mattine di lavoro profondo e nostalgico ma non avevo mai parlato con lui. Non eravamo vicini nel salone o forse la carica emotiva, l’onda del ricordo mi avevano molto isolata. Jean cominciò a venire spesso a cena da noi nelle serate del coro. Lui e Giuliano mangiavano ed andavano via scherzando come due amici o come un padre ed un figlio. Era dolce vederli uscire insieme. Lui aveva bisogno di tutto ma soprattutto di vicinanza, di affetto, di famiglia. Era ancora in un centro di accoglienza fuori Milano. Viveva in condizioni precarie. In quattro in una piccola stanza dove non si riusciva a passare e senza neppure un cassetto dove poter tenere le proprie cose. Era finito purtroppo presso una associazione che non gestiva i ragazzi loro affidati con competenza e che non diede loro l’aiuto che doveva, utilizzando per esempio le borse lavoro per prepararli una volta usciti dal centro. Così, infatti, quando il periodo di accoglienza finì, Jean, come tanti altri, si ritrovò senza nessuna via aperta. Ma Jean con la sua dolcezza e disponibilità si era fatto molti amici italiani ed uno di questi gli offrì ospitalità presso di lui. Aveva un diploma di elettrotecnico, aveva lavorato per anni come elettricista nei paesi che aveva attraversato in Africa e proprio per questo provammo a chiedere a due diversi amici artigiani se erano disposti a farlo lavorare per un po’ con loro. Questo per valutare se era preparato a fare questo lavoro anche in Italia. Non chiedevamo uno stipendio ed eravamo disposti a pagare una assicurazione infortuni per lui o quant’altro. Non ci siamo riusciti. La risposta “Non abbiamo abbastanza lavoro neppure per noi…”. Ma per Jean doveva essere solo una specie di scuola di formazione da poter indicare sul suo curriculum. Per mesi nonostante parlasse già molto bene l’italiano, non riuscì a trovare una qualsiasi occupazione e così si lasciò convincere da alcuni suoi connazionali ad andare da loro a Parigi dove dicevano avrebbe potuto lavorare come elettricista e magari costituire una “band”, un suo sogno nel cassetto. Jean canta molto bene. Quando saliva sul palco del circolo Arci di zona e si esibiva era un piacere ascoltarlo e guardarlo. Jean, infatti, è anche uno splendido ragazzo alto e ben fatto e con un sorriso che lo illumina e tutto il suo viso diventa ridente. Da solo riempiva il palcoscenico. Quello, forse, avrebbe dovuto essere il suo mondo. Lui era molto deciso. Aveva appena rinnovato il suo permesso di soggiorno. Un anno a disposizione per intraprendere questa nuova avventura. Giuliano, anche se dispiaciuto, diceva: “Se questa è la sua strada. Se questo gli consentirà un futuro…”. Io assolutamente non capivo questo viaggio. Non ci vedevo nessuna soluzione. Anzi, qui aveva tante persone che lo conoscevano e gli erano anche affezionate. Forse, forse prima o poi saltava fuori un lavoro. Ho sperato fino all’ultimo in un miracolo che impedisse questo viaggio. Mi illudevo che potesse accadere. L’ultima sera prima della partenza venne a cena da noi. C’era anche una nostra amica. Anche lei gli era stata vicina. Era luglio. Mangiammo sul terrazzo. Bella serata. Chiacchiere. Sorrisi. Fotografie. Brindisi. Una normale serata fra amici ma sotto l’apparente allegria una sensazione di perdita profonda. Partì. Ogni tanto mandava un messaggio di saluto. Nessuna notizia di cosa stesse facendo. A fine agosto ci scrisse che aveva trovato lavoro per tre mesi in Bretagna in un paesino vicino a Lorient sul mare. Nessuna altra informazione. Alla fine dopo diverse nostre richieste ci disse che era presso una azienda alimentare e lavorava alla catena di preparazione del pesce surgelato. Altro che elettricista. Dopo i primi tre mesi venne riconfermato per altri tre per una nuova sostituzione. Di sostituzione di personale andato in vacanza nel paese di origine. Poi più nulla. Si spostò nel sud della Francia ospite, per circa due mesi, di un amico che faceva controsoffittature. Jean si pagò probabilmente l’ospitalità aiutandolo nel suo lavoro. All’inizio di aprile del 2014 rientrò a Milano. Anche questo sogno infranto. Un’altra speranza delusa. Anche se lui non diceva nulla. Jean è molto schivo. Tornò senza lavoro e con un problema ai denti per un intervento fatto male in Francia. Per fortuna l’amico italiano, che lo aveva ospitato l’anno precedente, lo accolse di nuovo. Ricominciò la ricerca di una occupazione. Una parte della rete di amicizie che aveva, in quell’anno di assenza, si era un po’ persa. Ogni tanto qualcuno lo chiamava per piccoli lavori di elettricità, di pulizia o poco altro. Passò anche l’estate. Continuo invio di curriculum. Un pomeriggio di settembre, eravamo in auto, stavamo portando sacchi di indumenti in un centro di raccolta, quando arrivò una telefonata. Era una cooperativa che si occupava di vigilanza. Avevano ricevuto il suo curriculum. Doveva presentarsi. Nell’auto esplose l’euforia e la speranza. Venne assunto con un contratto di un anno. Gli diedero una divisa ed un paio di scarponi troppo stretti che solo dopo parecchio tempo riuscì a farsi cambiare. Il lavoro consisteva nel girare nel parcheggio di vari supermercati Esselunga come deterrente per furti e scippi. Lavoro duro, noioso. Turni anche di dieci-dodici ore sempre in piedi. Sempre solo. Esposto sempre al caldo, al freddo ed alle intemperie. Lo stipendio sempre lo stesso indipendentemente dalle ore o dalle festività. Buste paga piuttosto incomprensibili. Col passare dei mesi il volto di Jean mutava. Vi si leggeva, sempre di più, tutta l’amarezza della sua condizione. Tenne duro. Durante quell’estate gli venne scoperta un’ernia. Dovette farsi operare. Allo scadere dell’anno il contratto non venne rinnovato. La ricerca di lavoro, che non si era mai interrotta, riprese con più intensità. Nel frattempo l’amico che lo ospitava si era sposato ed il contratto di affitto era passato a Jean. Piuttosto oneroso per le sue modeste entrate ma che riuscì sempre ad onorare. In quel periodo venne a sapere che una seria cooperativa che gestiva centri di accoglienza cercava personale a tempo per sostituzioni di ferie o malattie. Si presentò e venne preso. Lavorò bene con loro nel 2016. I contratti, sempre inferiori ai tre mesi ciascuno si ripeterono più volte. Durante questi periodi di lavoro Jean era riuscito a prendere la patente ed anche un patentino per poter guidare il muletto nei magazzini. Sempre con la speranza di avere più opportunità di lavoro. Frequentò anche un corso per mediatore culturale. Il suo curriculum si arricchiva. Nella primavera del 2017 un’altra associazione gli propose un’assunzione con un contratto fino al dicembre 2019. Sembrava un sogno. Erano passati i cinque anni di permanenza in Italia necessari per chiedere il permesso illimitato. Cambiò il suo permesso per motivi umanitari in permesso di lavoro, passaggio assurdo ma indispensabile per poter richiedere questo agognato documento. Rinunciò all’ennesimo contratto di un mese della solita cooperativa e venne assunto dalla nuova associazione. Venne mandato, come mediatore, in un centro di accoglienza per minori non accompagnati. Lavoro difficile. Molte ore. A turno dormiva anche nel centro. A Jean piaceva. Era contento. Poteva finalmente procedere alla richiesta di permesso illimitato. Il suo solito permesso annuale era in scadenza e lui aveva tutto quello che serviva per questo nuovo passaggio per sentirsi finalmente a posto. Presentò la domanda. Tutto lasciava ben sperare. Invece no. Dalla Questura venne respinta la sua richiesta. Motivazione: “Il suo reddito nel 2014 non aveva raggiunto l’importo necessario! Mentre per il 2015 e 2016 era a posto anzi in eccedenza.” Nel 2014??!! Permesso concesso due anni! Parlando poi con due diversi sindacati è stato riferito che per questo tipo di permesso non era necessario avere un reddito sufficiente nei tre anni precedenti e che se lui non avesse firmato in Questura un certo documento si poteva impugnare il provvedimento. Ma Jean aveva firmato quello che gli avevano detto di firmare. Chi non lo avrebbe fatto in Questura al suo posto! Nel frattempo anche nel nuovo luogo di lavoro le cose si complicavano. Passò il primo mese, passò il secondo ma lo stipendio non arrivava. La sua difficoltà ad affrontare le spese era diventata insostenibile. Al terzo mese si accorge poi che ad alcuni colleghi lo stipendio era stato pagato. Monta la rabbia e la frustrazione. Si rivolge alla cooperativa precedente che subito gli propone un contratto di un mese e mezzo. Era periodo di ferie e Jean arrivava al momento giusto. Senza pensarci troppo, senza confrontarsi con qualcuno, forse proprio a causa dello stato mentale in cui si trovava, si licenzia dall’associazione, butta al vento quel contratto così lungo e torna alla cooperativa precedente forte anche del buon lavoro continuativo svolto l’anno precedente. Ma finito quel periodo un nuovo contratto non arriva. In questo anno turbolento ha lasciato anche il monolocale che aveva in affitto. Non riusciva più a pagarlo. Un’amica che si assentava da Milano per molti mesi gli aveva offerto ospitalità nella sua casa. Un’altalena continua tra speranze e nuove cadute. In questi anni molto si era cercato di fare anche sul fronte casa. Abbiamo provato lui ed io a rivolgerci, pieni di fiducia, a due diverse cooperative edificatrici popolari. La prima una storica realtà nel quartiere. Ci siamo presentati, quella mattina, con tutti i documenti a posto. Il modulo, che una socia ci aveva procurato, debitamente compilato. Tutto in regola quindi. Peccato che tali documenti non siano stati neppure guardati. E neppure Jean. La persona dietro la scrivania parlava solo con me. E vedendo Jean mi disse: “Il nostro statuto dice che non si affittano case a stranieri!”. Mentre io, piena di rabbia, rispondevo a questo signore che era assurdo e che lo statuto poteva essere cambiato, uno statuto dei primi anni del 1900, il volto di Jean si era fatto cupo. Non vi era più alcuna espressione o meglio si leggeva solo dolore. Ce ne andammo. Appena fuori lui mi disse:” Vedi, qui noi non siamo mai uguali a voi anche se lavoriamo e paghiamo le tasse.” L’ennesima umiliazione subita da Jean ci pesava addosso. Arrivata a casa telefonai ad un’altra cooperativa edificatrice, domandai subito se avevano controindicazioni ad accettare come socio uno straniero. Assolutamente no e che anzi la settimana successiva ci sarebbe stato un incontro per presentare ai nuovi possibili soci il percorso per arrivare ad avere una casa. Percorso molto rapido. Non più anni di attesa ma solo pochi mesi. Pieni di nuova speranza andammo a questo incontro. Tutto molto semplice e scorrevole. Tutto molto facile. Peccato il costo. Tra iscrizione, deposito, quota a garanzia per eventuali future morosità, anticipo di tre mesi e quant’altro la cifra da investire si aggirava intorno ai 10.000-12.000 euro. Demoliti tornammo a casa. La mattina successiva mi recai presso l’ufficio della cooperativa del quartiere dove una gentile signora mi disse: “Oramai noi non procuriamo più la casa a chi ne ha bisogno ma solo a chi se la può permettere.” I principi che erano le fondamenta di queste cooperative dove erano finiti? Persi, dissolti negli anni. Ora sono solo immobiliari che si spacciano per cooperative. A Jean restava solo provare a mettersi in lista alle case popolari del Comune. Erano gli ultimi giorni prima della chiusura del bando. Riuscì ad iscriversi. Numero 14350 nella lista di attesa.
Autunno 2017. Tra un mese Jean sarà senza casa. Lavori in nero. Sono passati più di sedici anni da quando iniziò la sua fuga. Ha sopportato paura, dolore, umiliazioni. Ha lottato. Ha sbagliato forse. Si è impegnato. Ha studiato. Cosa deve ancora fare, cosa deve ancora accadere per trovare il suo posto nel mondo. Un posto dove poter cominciare finalmente a vivere?

Cosa succede a trovare una busta (Erik Castillo)

Un pomeriggio di una bella domenica d’aprile Federico andava verso il Parco Nord a fare una passeggiata, mentre si mangiava una pera. Era il suo pranzo, perché in Italia non se la passava tanto bene. Aveva girato il mondo: il Cile, l’Argentina, la Spagna, persino Dubai. Ed ora Milano. Ma non aveva lavoro, né amici. In tasca un passaporto scaduto e sette euro e cinquanta. Sarebbe bastato un niente per far saltare il delicato equilibrio della sua vita: un poliziotto che ti ferma, che ti chiede i documenti e in un attimo ti trovi cacciato con un foglio di via. Finita la pera, Federico si mise a cercare una pattumiera dove gettare il torsolo. Ce n’era una non lontano, ma era piena. Avvicinatosi, notò, appoggiata sul bordo, una bustina marrone di pelle con dei bei disegni. Incuriosito la prese in mano, ma quando l’aprì rimase molto sorpreso. Dentro c’erano quattro passaporti, quattro carte d’identità e quattro permessi di soggiorno appartenenti a dei russi, che però abitavano negli Emirati Arabi, proprio a Dubai. Dentro c’era anche un biglietto da visita d’una certa Cristina. Che strano: la sua data di nascita era la stessa di Federico, il 7 aprile. Anche la presenza di quei quattro passaporti in quella busta era strana. Lui non era in grado di leggere i caratteri cirillici e quindi non poteva capire a chi appartenevano quei documenti e che cosa poteva legarli al nome di Cristina. Erano suoi parenti? O forse suoi clienti, fuoriusciti che le avevano commissionato dei documenti falsi? Criminali? Spie? Federico si affretta ad inviare una mail all’indirizzo stampato sul biglietto da visita di Cristina, ma non succede nulla. Telefona allora a Dubai. Qualcuno gli risponde in inglese. Gli dice che è il fratello di Cristina. Federico gli spiega quello che era successo e gli lascia i suoi dati. Tuttavia non riesce a sapere di chi sono quei documenti, né il reale senso delle sua azioni: sta facendo un’opera buona, dando una mano a delle persone sfortunate o sta aiutando dei delinquenti? Magari dei terroristi? E se fosse diventato una pedina di un complotto internazionale? Dopo quindici minuti Federico riceve una telefonata dal Consolato russo a Milano. Come fanno a sapere il suo numero di telefono? Un funzionario gli chiede spiegazioni sulla busta: dove l’ha trovata, cosa c’era dentro, cosa ci faceva al parco, se c’era qualcuno con lui. Federico risponde ad ogni domanda e dice che avrebbe consegnato volentieri i documenti a qualcuno dell’ambasciata. Così si mettono d’accordo. Si troveranno quel lunedì pomeriggio in piazza San Babila. Federico guarda sconfortato il suo cellulare morto: crediti e batteria sono finiti. All’appuntamento sono arrivati Cristina e un personaggio che si presenta come suo padre. Federico è disorientato: non dovevano esserci i funzionari dell’ambasciata? L’uomo porta un vestito elegante e si dimostra molto gentile con lui, tanto che per ringraziarlo gli regala 200 euro. Federico si vergogna ad accettarli, ma loro gli dicono: “Non preoccuparti, hai fatto un bel gesto”. Però, appena se ne vanno e Federico ha ancora i soldi in mano si avvicinano due tipi alti due metri, uguali uguali ai personaggi russi dei film dei mafiosi e gli chiedono di nuovo di raccontare quello che era successo a proposito della busta. Federico risponde ancora a tutto e si dice disposto anche a fare una dichiarazione a un commissariato di polizia, sebbene sappia che questo potrebbe comportare la sua espulsione come clandestino. Ma i due sembrano soddisfatti delle sue parole e lo lasciano andare. Con tutti i suoi dubbi, ma con i suoi quattro pezzi da cinquanta.

L’abbandono (Angela Colombo)

Raj è un giovane cingalese originario dello Sri Lanka, arrivato in Italia tre anni fa. Grazie alla sua voglia di fare, ha imparato velocemente l’italiano ed è riuscito a crearsi un giro di lavoro tale da garantirgli uno stipendio, che con un po’ di sacrifici, gli consentirà un avvenire abbastanza sicuro.
Come collaboratore domestico, in parte in regola, lavora a Milano principalmente presso una farmacia e per il resto della settimana per alcune famiglie.
Raggiunta una certa sicurezza economica, Raj organizza il viaggio in Italia di Aralija, la moglie rimasta a Colombo, in attesa di ricongiungersi a lui.
Con l’aiuto di Silvia e dei suoi connazionali le prepara un’accoglienza degna di un grande amore.
Silvia, una signora per la quale Raj lavora, ha chiesto alle amiche, tramite e-mail, se avessero da offrire mobili in buono stato per arredare una camera da letto matrimoniale e parte di una cucina.
C’era chi offriva due letti matrimoniali, chi tre materassi, chi due cassettiere, chi un armadio, chi andava oltre l’essenziale e offriva tende e quadri, chi una batteria di pentole nuove, chi una cucina a gas.
Due giorni prima che Aralija arrivasse, Raj noleggia un camioncino e, con due connazionali, ritira ciò che serve per arredare una delle due camere da letto e parte della cucina dell’appartamento di periferia che insieme alla moglie condividerà con una coppia di cingalesi.
Aralija finalmente arriva e Raj, non appena la vede, si illumina di tutta la sua bellezza. Carnagione scura, bellissimi occhi neri grandi, capelli neri sciolti sulle spalle. Senza dire una parola, la stringe a sè in un caloroso e lungo abbraccio e fra mille emozioni la bacia e la ribacia.
Il tanto desiderato incontro con sua moglie merita di essere festeggiato anche con tutte le persone che si sono prestate a collaborare con lui nei preparativi per la nuova vita. Silvia, persona sensibile, non ci pensa un attimo a mettere a disposizione la propria casa per una cena fredda con piatti tipici indiani, preparati dagli amici cingalesi, e italiani cucinati da lei.
Una festa bellissima con Raj raggiante e Aralija ancora un po’ persa circondata da persone a lei sconosciute che parlano una lingua che non capisce.
Passano i giorni, le settimane e i mesi e Aralija non riesce ad adattarsi alla nuova vita.
Si rifiuta d’imparare l’italiano, non fa niente per emanciparsi e per trovare un lavoro, sente una forte nostalgia di sua madre alla quale telefona più volte al giorno. Tende sempre di più ad autosegregarsi: non esce di casa nemmeno per fare la spesa, non partecipa alla vita sociale nonostante gli inviti da parte di connazionali e di alcuni conoscenti italiani. Accusa Raj di lavorare troppo e di lasciarla tutto il giorno sola.
Il suo unico desiderio è quello di un figlio.
Dopo alcuni mesi rimane incinta. Raj strafelice, fra qualche mese sarà padre. Lei, con il pensiero sempre da qualche altra parte, tiene per sè la gioia di aver realizzato il suo grande sogno.
Intanto le discussioni con Raj si fanno sempre più accese. Chiusi dentro la loro camera lei non perde occasione, quando il marito torna dal lavoro, di rimproverarlo per gli orari sballati e per aver addirittura accettato un lavoro anche il sabato e la domenica. Lui si giustifica dicendo che si sente la responsabilità di assicurare a lei e al bambino che nascerà un futuro dignitoso.
Lei si lamenta di non sentirsi seguita nel modo giusto dai ginecologi italiani e di non capire ciò che dicono. Lui, invece, le dice di sentirsi soddisfatto non solo riguardo al trattamento medico, ma anche al servizio offerto dai mediatori culturali che aiutano, chi non conosce la lingua, a capire.
Lei lo minaccia di voler tornare a Colombo. Lui, incredulo, non sa come affrontare la situazione. Ha bisogno di parlarne con qualcuno. Si confida con un amico connazionale a cui esprime tutta la sua preoccupazione per il malessere di Aralija. Questi lo conforta e, sulla base della propria esperienza, lo invita ad avere pazienza perché le cose cambieranno. A suo parere, non è facile per nessuno, tantomeno per le mogli, lasciare i propri usi, costumi, affetti e vivere in un paese dove, soprattutto all’inizio, non si sa come compensare le carenze.
Si è fatto tardi, Raj saluta e ringrazia l’amico. Torna a casa carico di ottimismo e fiducia nella speranza che le cose si risolveranno al meglio e cioè che la moglie fra un paio di mesi partorirà un maschietto, come hanno detto i medici, e che insieme si impegneranno a crescerlo nel modo più armonioso possibile.
Ad aspettarlo a casa, però, non c’è Aralija. C’è, invece, uno dei due conviventi che, a fatica, gli dice che la moglie se n’è andata ed è tornata a Colombo. Gli riferisce anche che ha lasciato detto che le sue intenzioni sono quelle di non tornare più in Italia e di voler rimanere a vivere a Colombo con il suo bambino.
Raj si sente morire, le forze lo abbandonano…

Il tesoro di Obi (Angela Colombo)

Una domenica mattina, passeggiando nei giardinetti con la mia amica Silvana, vediamo sotto una panchina una busta di plastica con dentro dei fogli.
Con una certa curiosità l’apriamo e dentro troviamo un permesso di soggiorno intestato a Obi XXX, un biglietto da visita di un Centro di accoglienza di Milano e una serie di numeri di telefono con a fianco nomi stranieri.
Rientrate a casa telefoniamo subito al Centro di accoglienza sicure della presenza di qualche operatore, nonostante la festività. In effetti, dopo pochi squilli, ci risponde una voce femminile chiedendoci di che cosa abbiamo bisogno. Spieghiamo in modo concitato, per l’emozione, l’oggetto del nostro ritrovamento. Alla nostra domanda su come fare a recapitarlo alla persona interessata ci conferma l’indirizzo del Centro e ci chiede se, data l’importanza del documento e la necessità di Obi di esibirlo ad ogni evenienza, possiamo gentilmente consegnarlo di persona, accelerando così i tempi.
Nel pomeriggio ci rechiamo con il “tesoro” al Centro di accoglienza dove troviamo ad aspettarci non solo un responsabile, ma anche Obi che per ringraziarci quasi si inginocchia. Obi è una ragazzo di colore, ha vent’anni ed è proveniente da Maiduguri, una città in una zona della Nigeria sempre in guerra. Il segno della disperazione l’ha portato ad attraversare il deserto del Sahara per poi passare alle atrocità della Libia e, dopo un giorno di mare sul gommone, giungere a Lampedusa.
E uno dei tanti ragazzi che ci capita d’incontrare nei negozi, ai mercati, alle Poste, sui mezzi pubblici che fuggono dalla guerra nel proprio paese per crearsi un futuro.
Per la legge italiana, un migrante senza permesso di soggiorno viene considerato clandestino e, quindi, respinto alla frontiera o espulso.
Con un italiano d’emergenza Obi riesce ad ottenere il documento per garantirsi la regolarità della presenza in Italia in attesa del riconoscimento di status di rifugiato con la possibilità di asilo politico.
Nel caso di smarrimento, i tempi tecnici per il avere il duplicato comportano, comunque, qualche complicazione nella quotidianità del migrante.
Ora risulta chiaro, a Silvana e a me, il modo plateale con cui Obi ci aveva ringraziate. Aveva dato al nostro gesto un senso quasi miracolistico.

Diritti e pregiudizi (Angela Colombo)

A
Giuseppe è un imprenditore brianzolo, titolare di una piccola fabbrica di mobili.
Fael è emigrato in Italia dal Marocco con la speranza di garantirsi una vita migliore.
Il destino vuole che Giuseppe e Fael s’incontrino, il primo in cerca di mano d’opera a basso costo e il secondo in cerca di un lavoro.
Giuseppe offre a Fael, senza casa, ospitalità, dandogli la possibilità di dormire in un angolo della fabbrica.
Fael, obbligato, si rende disponibile a fare, in nero, qualsiasi tipo di lavoro, anche quelli dannosi per la salute. Accetta di fare orari impossibili. Non rimane mai assente dal posto di lavoro.
Un operaio modello, insomma. Che Giuseppe porta in palmo di mano.
Fino a quando, dopo un bel po’ di tempo, Fael da clandestino non diventa regolare.
Poi, come tutti i clandestini che regolarizzano la loro posizione, anche Fael continua a fare figli, ne ha già quattro da tre mogli diverse ed è in attesa del quinto. Giuseppe ne parla scandalizzato con la moglie, che è d’accordo con lui. Non si sa se i musulmani fanno così tanti figli per la religione o per ignoranza riguardo alla contraccezione. Ciò che è certo è che Fael sa di poter godere dei sussidi statali: è riuscito a farsi assegnare la casa popolare a scapito dei nostri bisognosi; si fa raggiungere in Italia dai suoi parenti stretti per farli curare nelle nostre strutture ospedaliere, sfruttando il nostro sistema sanitario.
In ambito lavorativo poi, Fael, succube dei dettami religiosi, accompagna personalmente la moglie ogni volta che deve andare dal medico, assentandosi spesso dal posto di lavoro. Poi è diventato “esperto” in materia di sicurezza sul lavoro e tutte le mattine, prima di iniziare a lavorare, pretende una mascherina e un paio di guanti. Se questo non basta, con il pretesto della famiglia numerosa, rifiuta di fare gli straordinari.
In ambito religioso: la pratica islamica è a volte incompatibile con l’alimentazione italiana, ma Fael non si smuove dal suo credo, anche a costo di esporre i figli alla denutrizione.
In ambito sociale: non interagisce con gli italiani, frequenta solamente i suoi connazionali.
Perché Giuseppe non ha assunto da subito un operaio italiano?
Questa sequela di lamentele, nei riguardi di Fael e degli stranieri che ce l’hanno fatta, riempiono le serate di Giuseppe e di sua moglie Antonietta che non manca di mostrargli tutta la sua approvazione rincarando la dose. Infatti aggiunge all’elenco di recriminazioni di Giuseppe un suo giudizio sui migranti che è quello di farsi considerare poveri anche se possiedono tutti lo smartphone.
Da parte sua Fael, presa coscienza dei suoi diritti, decide di scrivere un libro dove rivendica la sua identità personale, lavorativa, sociale e religiosa in un paese dove paga le tasse e rispetta le leggi. Poi mette in evidenza una serie di pregiudizi legati alla paura di Giuseppe, e di molti italiani, che considerano il migrante un diverso che mina tutte le loro sicurezze. Il titolo del volume, Diritti e Pregiudizi, racchiude in queste due parole lo scopo del libro stesso, che è quello di spiegare come ogni pregiudizio sia frutto di ignoranza e che, nella fattispecie, ad ogni pregiudizio degli uni corrisponda un diritto degli altri.

Il mendicante (Angela Colombo e Leandro Macasaet)

A mezzanotte meno un quarto Roberto insieme alla sua squadra di lavoro sta scavando alacremente, con un grosso badile, nel cimitero di Lissone, 200 metri quadrati di terreno per poter dissotterrare prima dell’alba parecchie salme. E lasciare così il posto ai nuovi arrivati.
Mentre spala il fango sotto i suoi piedi, la terra si apre, formando un’enorme crepa. Roberto controlla con la torcia, quando viene colpito al volto da copiosi schizzi di sangue. Dallo spavento lancia un urlo. Le mani di un cadavere gli prendono i piedi. Si gira verso i suoi compagni per chiedere aiuto, ma vede che anche loro stanno lottando con un gruppo di mummie accanite. Un cadavere gli morde il collo, poi un altro gli tira i capelli, un altro ancora lo sbatte a terra. Grida sempre più forte aaahhh…
Agitatissimo si sveglia in un bagno di sudore. Che incubo! Ha una febbre da cavallo. Sente bussare alla porta. È il suo compagno di lavoro che, come tutte le mattine, passa a prenderlo. Roberto gli dice che quel lavoro per lui non va bene, perché è troppo stressante: lo distrugge nel fisico e nella mente. L’amico gli raccomanda di curarsi e gli chiede la cortesia di procurargli una persona che lo sostituisca.
Roberto è sempre più malato, dimagrisce a vista d’occhio, è magro come un chiodo, non ha più un lavoro ed è senza un centesimo in tasca. Ha dovuto per questo lasciare la camera che aveva in affitto e si è visto costretto a vivere in strada.
Ormai la sua malattia è cronica come sono cronici i suoi sogni, nel senso che ogni notte ha gli incubi delle mummie che lo attaccano furiosamente.
Un giorno, passando davanti all’ingresso del cimitero dove aveva lavorato, notò la calma che vi regnava. Lì la gente arrivava tranquilla e silenziosa. Quella pace era ciò di cui aveva bisogno e non gli veniva in mente nessun altro luogo dove poterla trovare. Decise, quindi, di vivere chiedendo l’elemosina davanti a quel cimitero.
Dopo qualche tempo, Danilo che si occupava della manutenzione del verde intorno al cimitero, vedendolo sempre lì: “Perché non fai un lavoro dignitoso e smetti di chiedere l’elemosina? E poi, proprio davanti ad un cimitero. Che tristezza!”
Roberto pensava tra sé e sé che Danilo parlasse in quel modo perché non sapeva niente della sua storia. Tuttavia gli rispose: “Perché che tristezza? Adesso che non tratto più i cadaveri non mi sento triste, anzi le persone che vengono al cimitero mi vogliono bene e venire in questo luogo le fa sentire piene di buoni sentimenti e propense ad essere generose”.
Nel frattempo arriva la signora Angelina, che viene al cimitero non solo a far visita ai suoi defunti e a pregare, ma per pulire le croci poste sulla lapide della tomba di famiglia. Angelina rallenta il passo incuriosita dalla discussione fra i due e Danilo ne approfitta per chiederle di appoggiarlo nel riprendere l’amico: “Glielo dica anche lei, signora, che è da scansafatiche chiedere l’elemosina quando si potrebbe lavorare”.
Angelina e Roberto si scambiano uno sguardo d’intesa, dopodiché Angelina gli chiede: “Mi aiuteresti a pulire le croci della tomba di famiglia?”
Roberto, contrariamente a quanto sostenuto da Danilo, si rende subito disponibile, facendo un lavoro così accurato da meritarsi dalla signora Angelina un compenso di 50 euro.
Adesso è girata la voce che Roberto non chiede l’elemosina perché è un lazzarone, ma perché la vita non è stata sempre facile per lui e così la gente del posto sa a chi rivolgersi ogni volta che ha bisogno di qualche servizio di manutenzione delle tombe.

Da allora i sogni di Roberto sono popolati da angeli, santi e persone buone e giuste.

Il giardino delle spezie (Rita Colombo)

Amir è arrivato da poco dall’Egitto, non parla quasi italiano e avrebbe bisogno di aiuto per organizzare la sua nuova vita. Ha in tasca il numero di cellulare di un compaesano partito prima di lui, unico filo che lo lega al suo passato e che potrebbe essergli d’aiuto per orientarsi in questa città sconosciuta. Ricorda quando al villaggio lui e Youssef sognavano insieme di farsi una vita in Europa, poi l’amico era riuscito a partire, gliel’aveva comunicato solo all’ultimo momento e Amir era rimasto male, aveva sempre pensato che sarebbero partiti insieme. Quando si erano abbracciati però Youssef gli aveva consegnato un numero di cellulare, l’avrebbe aspettato, gli aveva detto, avrebbe preparato la strada anche per lui, e sembrava sincero. Sono passati due anni e da Youssef più nessuna notizia. Poi è stata la volta di Amir di affrontare il viaggio.
Appena arrivato in Italia Amir cerca di contattare l’amico, ma quando chiama gli risponde una voce italiana di donna e lui va in confusione. Le prime volte chiude subito la telefonata, pensando di avere sbagliato numero, poi si decide a parlare, in arabo naturalmente, ma la donna non capisce e riattacca. È sconfortato, gli sembra di essere stato tradito per la seconda volta da Youssef. Avrà cambiato numero, oppure ormai si sarà sistemato con una donna italiana e non si ricorderà nemmeno più dei vecchi amici. Amir ha una grande nostalgia del suo paese e teme che non riuscirà a cavarsela in questo mondo così diverso dal suo, senza nessuno che gli dia una mano.
Nel Centro di accoglienza dove vive il cibo è insapore, privo dei profumi delle spezie a cui Amir è abituato, per non parlare dei prodotti in scatola che si adatta a consumare quando di giorno è in giro alla ricerca di un lavoro e di un posto per dormire che non sia la camerata del Centro. Cibo comprato in un supermercato dove nessun buon odore di cucina lo stuzzica, dove tutto è inscatolato e asettico. Ricorda i colori e i sapori dei cibi sulle bancarelle al mercato del villaggio, i profumi che invadevano casa sua quando la nonna e la mamma cucinavano per la loro grande famiglia. Quando può entra a curiosare in un negozio di prodotti etnici che hanno aperto vicino al Centro, sente i profumi familiari, legge le scritte nella sua lingua sulle confezioni e sogna. Sogna di aprire un ristorante egiziano, ha già pronto il nome: Da Amir Il giardino delle spezie, ma per cominciare si accontenterebbe di lavorare in una cucina, dove potrebbe riprodurre le meravigliose ricette di sua nonna, sarebbero un successo assicurato. Talvolta si ferma davanti alle vetrine di uno dei molti ristoranti etnici presenti in città, cercando di non farsi notare osserva la gente ai tavoli, i gesti dei camerieri, e pensa che se qualcuno, straniero come lui, è riuscito ad aprire un locale così, anche Amir ce la farà. Se solo riuscisse a ritrovare Youssef!
E intanto eccolo lì con la sua scatoletta di tonno e un pezzo di pane, consumato in un parco della città, in attesa di mettersi in coda per l’ennesima volta. Il suono del cellulare interrompe i suoi sogni, riconosce la voce di Youssef, la sua compagna italiana gli ha riferito delle telefonate ricevute e lui ha capito che si doveva trattare del vecchio Amir. No, non è stato facile all’inizio, per questo non si è più fatto sentire, ma ora le cose vanno meglio, sta lavorando nella cucina di un ristorante marocchino nel quartiere Isola… Amir, ci sei? Amir? Ma Amir non lo ascolta più, sta già correndo verso quello che tra qualche anno, ne è certo, diventerà Il giardino delle spezie.

Cittadinanza o carattere nazionale? (Mariangela Quaini)

Sulla Metro Lilla si siede sempre davanti, proprio a ridosso della facciata in vetro del vagone: il treno scorre veloce nel tunnel illuminato e lei ha la sensazione di guidare, prova un’illusione di consapevolezza, quasi tenesse salde in pugno le redini della sua vita. Ma la sensazione svanisce presto, almeno avesse una vaga idea di dove stia andando quella che gli altri definiscono la sua giovane vita. A sedici anni si sente vecchia, ma la sua vita, lo sa bene, non è certo lei a determinarla: voleva provare l’accademia, e le hanno fatto fare ragioneria, le piacerebbe starsene a casa tranquilla a leggere, invece le prenotano il tennis due volte la settimana, vorrebbe passare le vacanze coi suoi amici in montagna, e si mettono in testa che d’estate deve andare a Londra, a imparare l’inglese.
Certo, la scuola, i compagni, gli amici; quelli ci sono, però ci sono anche i compiti, le interrogazioni e poi i professori. Non sono così male, in fondo, ma chi li capisce, quelli. La scorsa settimana, per esempio, la professoressa di diritto ha detto alla classe di sviluppare un componimento dal titolo “Cittadinanza o carattere nazionale?” e ha consegnato a tutti il testo di una canzone di Gaber. “Ma prof”, aveva domandato subito Mario, “cosa c’entra Gaber col diritto?” e il Guerzoni, in ultima fila, a bassa voce, imitando la voce un po’ stridula della professoressa, “Bianchi, cerca di pensare di più e parlare di meno”. Scemi che erano quei suoi compagni, però avevano pure ragione: cosa c’entra la canzone? E che differenza ci sarà mai tra cittadinanza e carattere nazionale? Ci pensa su un po’, poi rimanda il problema: il busillis sarà presto oggetto di discussione in classe.
Pochi giorni dopo, al ritorno da scuola, è seduta al suo solito posto sul vagone della M5. Non ha voglia di tornare a casa e sorbirsi sua madre, le sue ansie, le raccomandazioni, i baci, a cui porge svogliatamente la guancia; si sforza di distrarsi e cerca di riassumere mentalmente il dibattito che hanno appena concluso durante l’ora di diritto sulla canzone di Gaber.
Allora, Gaber non è orgoglioso di essere italiano, non va fiero del nostro passato e fin qui lo capisco, poi dice che siamo poco patriottici, beh, anche lui però non scherza, ci va giù pesante, dice che da noi non funziona niente, che siamo allo sfascio e che l’Italia a livello internazionale non conta niente. La prof ha detto che è vero, la fama di essere un popolo di poeti, di musicisti, di essere persone un po’ opportuniste e voltagabbana ce l’abbiamo proprio appiccicata addosso, anche all’estero, dice che tutte queste caratteristiche messe assieme costituiscono il carattere nazionale.
D’un tratto le sovviene la domanda di Guerzoni: “Mi scusi, prof, e se uno vive qui ma è straniero o figlio di stranieri? Con mandolino, pizza e maccheroni come la mettiamo?” e subito aveva ribattuto Marco: “Cosa c’entra, quello è uno straniero”; “Ok, ma vive qui, anzi, magari qui ci è pure nato, come Jasmina, è cittadina pure lei!”, aveva insistito Guerzoni. “No” – ha interrotto l’insegnante- non è cittadina, anche se è nata qui”, e Marco di rimbalzo: “Ma cosa cambia, tanto fa lo stesso tutto quello che vuole”. No, non è vero che possa fare tutto quello che vuole, pensa lei mentre il convoglio si avvicina a San Siro, Jasmina è sua amica e lei sa che vorrebbe fare l’Erasmus e trascorrere un anno in Inghilterra, ma ci sarebbero problemi con la residenza, non si ricorda bene quale questione all’anagrafe; magari potesse spedircela al posto suo in Inghilterra, e lei andarsene per boschi coi suoi amici!
Si alza e mentre raccoglie lo zaino si scopre a sorridere: l’ho sempre detto io che il Guerzoni non è solo figo, è anche intelligente, mi sta simpatico Guerzoni, non come quella secchiona della Cristina, che senza i suoi libri non saprebbe neppure spiccicare parola, che per fare bella figura ripete a memoria anche quando discutiamo tra noi. Anche oggi ci ha fatto la sua lezioncina, la simpaticona: per dire che negando lo ius soli si dà più importanza a mandolino pizza e maccheroni che non la realtà di fatto, la saputella, con tanto di labbra a cul di pollo, ha ripetuto a pappagallo quello che in un articolo “molto pregnante” (parole sue) ha letto ieri sul giornale: “Chi nega lo ius soli privilegia un dato culturale rispetto a quello fattuale, ma dimentica che con la globalizzazione il rapporto tra popolo e territorio è saltato”. Parlasse come mangia! Bastava dire che non siamo più nell’Ottocento, che gli stati sono cambiati, che la gente si sposta e che al mondo d’oggi cercare di fare coincidere il carattere nazionale con la cittadinanza non è patriottismo, è un’ingiustizia!

Tornata filippina per un giorno (Apolonia Santo Domingo)

Mi ricordo ancora quel momento in cui io e mio figlio Joseph abbiamo deciso di andare a dare l’ultimo saluto alla mia mamma, dopo che ho avuto la notizia che lei era morta. Ho guardato il mio passaporto e ho scoperto che era scaduto da due giorni. Credo che fosse una domenica, però sono andata lo stesso all’Ambasciata delle Filippine e ho trovato qualcuno che lavorava. Gli ho chiesto il favore di rinnovare il mio passaporto, perché dovevo andare al funerale di mia mamma. Alla fine al documento mancava una firma. Gli impiegati hanno avuto pietà di me, hanno telefonato a casa dell’ambasciatore, uno di loro è andato a prenderlo e lui ha firmato e mi ha fatto anche le condoglianze.
Ho preso due biglietti con Air France.
Quando siamo arrivati a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, il bus che portava i passeggeri è stato fermato e un signore ha fatto scendere me e mio figlio. Ci hanno portato in un ufficio, davanti a un poliziotto nero, alto, che faceva paura. Questo dice: “Passaporto!!”. Comincio a tremare, le gambe non mi tengono in piedi e mio figlio, che ha solo dieci anni, se ne accorge e anche lui ha paura. Intanto il poliziotto inizia a girarci intorno. Si rivolge a me in inglese, mi mostra il passaporto e dice: “Sei tu?” “Yes, e lui è mio figlio”. Passa un minuto e fa: “Ok”. Subito ce ne siamo andati senza guardare indietro. Io so perché hanno fatto così: perché alcuni filippini che andavano a Manila avevano fatto qualcosa di illegale. Intanto il bus era ancora lì ad aspettarci, per portarci al transito passeggeri. Così arriviamo a Manila, in casa di mia mamma. Lì la abbiamo trovata già composta nella sua bara. Provai un dolore forte, che sento ancora dopo tanti anni, perché non ero riuscita ad arrivare in tempo. Però, nella mia mente ringrazio il Signore, perché la mia mamma non soffre più.

Storie di Inclusione

Gionni (Marta Cabrini)

Quella mattina del 3 gennaio, le vacanze di Natale erano finite per il figlio e la nuora, lei era venuta per restare con la nipotina. Appena entrata, le fu detto che lo scaldabagno perdeva acqua e le fu chiesto di provare a sentire se si trovava una soluzione. Dopo una lunga catena di telefonate finalmente trovò il manutentore di quell’apparecchio. Uscì un tecnico per la verifica. Verdetto “Meglio sostituirlo”: Si accordarono ed il giorno dopo arrivò l’idraulico per la sostituzione. Mentre l’operaio lavorava con grande professionalità lei chiacchierava con lui. La nipotina giocava con una compagna che quel giorno ospitava. Così parlando scoprì che quell’uomo abitava, da qualche anno con la sua famiglia, nella via sulla quale si affacciava una stanza dell’appartamento che lei aveva abitato per molti anni. Quanti ricordi di lei bambina o ragazzina a quella finestra. Sullo sfondo i gasometri della Bovisa. La via Lambruschini che saliva a formare il ponte sotto il quale passavano i treni delle ferrovie dello Stato per scendere poi a destra fino al casello delle ferrovie Nord Bovisa attraverso fabbriche e fabbriche a destra e sinistra. Quante ore a quella finestra per osservare il mondo che sotto passava o nella speranza di veder passare chi in quel momento le faceva palpitare il cuore. Proprio sotto quella finestra, via Negrotto. Dal primo grande cancello a destra, sempre spalancato, si entrava in una grande corte. Su tre lati piccole case di ringhiera ad un piano. Al quarto lato, orti. Proprio in questo cortile abita ora questo signore. Un territorio conosciuto da condividere. Anche se in epoca diversa e con le tante trasformazioni avvenute, comunque un luogo che li accomunava. Chiacchierarono a lungo mentre lui sistemava. Poi a lavoro finito, che sembrava fatto proprio bene, lei gli chiese di lasciarle il numero di cellulare per eventuali bisogni futuri. Dopo circa due mesi, infatti, si presentò un problema ad uno scarico. Lo ricontattò e Gionni, questo il suo nome, già il giorno successivo, all’uscita dal suo lavoro, era disponibile a venire per vedere di sistemare. Così fu. Alle 18,30, risolto il guasto, mentre usciva lei gli chiese che strada avrebbe fatto per tornare a casa. Lui anziché risponderle le disse che se voleva un passaggio, visto che abitavano dalla stessa parte della città, lui poteva aspettarla. “Fra quanto torna tuo figlio?” le chiese. Lei, un po’ sorpresa da questo “tu” rispose: “Di solito fra dieci, quindici minuti”. “Allora ti aspetto in macchina.” Lei cercò di dire che non era proprio il caso, che non poteva accettare, che c’era traffico a quell’ora e che lui dopo una lunga giornata di lavoro…” Lui con calma e pacatezza non cambiò idea: “Provo ad aspettarti. Fra un quarto d’ora ti chiamo al telefono e poi vediamo”. Suo figlio arrivò quasi subito tanto che gli chiese se per caso avesse incontrato l’idraulico. Ma no, non era accaduto. Lei si stava preparando, non poteva far perdere tanto tempo a quello strano signore gentile, ma il figlio le chiese se poteva fermarsi ancora un po’ per dare a lui il tempo di farsi una doccia. Non poteva dire di no. Anche quella sera c’era una compagna di classe della nipotina che aveva la baby sitter ammalata, le bambine felici di poter continuare a stare insieme dopo la scuola. Per lei un gran piacere che, ai tempi della scuola dei suoi figli, non era mai riuscita a provare pur desiderandolo molto, perché lavorava. Il papà della compagna sarebbe passato a prenderla ma non si sapeva a che ora. Doveva aspettare. Peccato. Era molto stanca ed anche un po’ triste quella sera. Il passaggio fino a casa o nelle vicinanze avrebbe fatto bene. Quasi un’ora di viaggio e di cambio mezzi risparmiato. Suo figlio entrò in bagno e lei chiamò quel signore per spiegargli la situazione e pregarlo di andare. Lui tranquillo ribadì che non era un problema. L’avrebbe aspettata ed intanto faceva qualche telefonata. Molto stupita da quella che sembrava una eccessiva gentilezza, aspettò che suo figlio fosse libero e poi scese. Gionni era ancora lì, nel furgone della ditta, che la aspettava proprio accanto al cancello del palazzo. Un po’ sconcertata ed incredula salì. Attraversarono la città, evitando la sempre intasata circonvallazione. Traffico molto tranquillo. Parlarono molto, di tante cose. Forse fu più lei a parlare. Lui sempre calmo e gentile rispondeva alle sue domande. Due figli di dieci e quindici anni. Entrambi avevano frequentato la stessa sua scuola elementare. Una moglie che aiuta ogni giorno, per qualche ora, un signore anziano. Lei, più volte, gli chiese di lasciarla ad una fermata e, una volta giunti nel suo quartiere, ad un angolo che avrebbe permesso a lui di accorciare il tempo per tornare a casa. Fu irremovibile. “Ti porto sotto casa. Dov’è il problema!” Per sdrammatizzare questo “tu” confidenziale lei disse: “Beh diamoci del tu” anche se lui lo stava già facendo. Poi ancora senza sapere il perché: “Di dov’è tua moglie?” “Albanese come me!” Mai, mai lei avrebbe pensato che questo uomo potesse essere uno straniero. Le venne spontaneo domandargli: “Ma allora tu sei uno di quelli che arrivavano con i gommoni… i primi invasori… gli albanesi criminali e ladri… quelli che formavano gruppi ai lati delle strade e facevano paura… gli albanesi responsabili di tutto ciò che di brutto accadeva nel paese?” “Sì” le rispose “Sono stato uno dei primi!” La accompagnò fino al cancello di casa. Le disse che aveva visto che era in difficoltà e si era comportato di conseguenza. Una grande lezione di solidarietà.
Allora c’è ancora speranza che anche questa moltitudine di povera gente in fuga, che approda nel nostro paese, fra poche decine di anni sia un tutt’uno con noi. Proprio come avvenne solo sessanta anni fa per i meridionali del sud d’Italia. Per i terroni ai quali non si affittavano case. Che mescolanza. Che meravigliosa umanità!

Storia di Valentina (Angela Colombo)

Per dare una svolta alla sua vita, Valentina, una ragazza ucraina di vent’anni, decise di migrare in Italia.
Arrivata a Milano, trovò ospitalità in una struttura gestita da suore che, oltre ad offrire vitto e alloggio a ragazze straniere clandestine, cercavano loro una sistemazione lavorativa.
Nonostante la laurea in campo medico-sanitario ed una buona conoscenza della lingua italiana, Valentina, in quanto clandestina, si dovette accontentare di fare la badante ad una signora di più di novant’anni. La sua grande capacità di adattamento l’ha aiutata a svolgere il suo nuovo lavoro d’assistenza con passione.
Faceva parte di questo centro di accoglienza Francesco, un operatore di quarant’anni il cui compito era quello di stendere mensilmente un rapporto sullo svolgimento del lavoro, sul rispetto degli orari, sulla soddisfazione delle assistite o della famiglia nei confronti delle ragazze.
L’unico contatto che Valentina aveva nel nostro Paese era quello con Francesco, che, approfittando della sua posizione lavorativa, la raggiungeva nelle sue ore libere e con la scusa di farle compagnia, abusava sessualmente di lei.
Questa situazione continuò sotto silenzio di Valentina per paura di perdere il posto di lavoro e di dover vivere da vagabonda. Fino a quando, al seguito della signora anziana e della sua famiglia, tutti insieme partirono per le vacanze.
Qui risultò evidente a tutti il vero interesse di Francesco, che telefonava a tutte le ore del giorno e della notte.
Finite le vacanze, fu organizzato il ritorno di Valentina in treno, nascondendo a Francesco sia il giorno del viaggio che il fatto che al suo arrivo la ragazza sarebbe andata a lavorare presso una nuova famiglia in un’altra città, uscendo così da quella brutta storia. Per iniziarne una nuova con un suo compaesano.
Per sentirsi veramente integrata però, Valentina sentiva il bisogno di far valere le proprie competenze. Riuscì ad ottenere dal suo paese d’origine, con non poche difficoltà, tutta la certificazione riguardante gli esami della sua laurea al fine di farsene convalidare alcuni per iscriversi all’Università degli studi di Milano-Bicocca al Corso di laurea di igiene dentale”.
Si laureò, trovò lavoro come assistente alla poltrona da una sua connazionale, che gestiva in proprio uno studio dentistico.
In Valentina ora affiorava un forte desiderio di un figlio. È così che è nato Igor, che, se crescerà con la dignità e il coraggio della madre, si sentirà orgoglioso di essere parte della sua crescita e della realizzazione dei suoi sogni. E forse un giorno potrà diventare cittadino italiano.

Museo e cittadinanza (Mariangela Quaini)

È contenta di poter tornare alla GAM, questo sabato. Non ci va solo per i capolavori dell’800, è un posto dove riesce a trascorrere qualche momento di contemplazione e di tranquillità. Di quell’ambiente le piace tutto: l’ariosità delle sale, la luce che entra dai finestroni, le vedute sul giardino, l’armonia degli spazi; per lei è innanzitutto un luogo ideale per il relax.
Già al pianterreno avverte qualcosa che stride, qualcosa che non si amalgama con il resto, sono dipinti che non aveva visto durante le precedenti visite, ma passa oltre, è ansiosa di rivedere i quadri dei naturalisti francesi. Entrata nella sala, proprio sotto un Corot e un Millet, vede una cassetta con della ferraglia, è buttata lì come se qualche addetto alla manutenzione l’avesse dimenticata per sbaglio; ci pensa su e si ricorda che all’ingresso ha letto che c’è una mostra in corso, deduce che la catena arrugginita che vede nel contenitore dev’essere appunto una delle opere previste dall’allestimento. Decide di non fare l’intransigente: a me non piace, pensa, ma se uno non ci inciampa e non si fa male, danno non ne fa. Anche chi si occupa di mostre deve pur campare!
Sale al primo piano e con grande stupore si accorge che proprio davanti ai quadri della Scapigliatura i responsabili della mostra hanno pensato bene di posizionare un nucleo abitativo, una sorta di miniappartamento con tanto di frigorifero e cucina a gas. L’ingombro dell’opera in mostra rende fisicamente arduo il passaggio e impedisce la visione dei Cremona. Lo sbalordimento si tramuta in disappunto e decide di chiedere spiegazioni a un’addetta: “È il pregio delle contaminazioni” le viene risposto “sono accostamenti stridenti, ma voluti, si vuole far dialogare l’arte contemporanea con quella del diciannovesimo secolo”.
Comincia a domandarsi se sia accettabile che una mostra possa invadere con tanta sfacciataggine uno spazio museale storicamente così importante, alterandone gli spazi e impedendo la fruizione dei quadri, spera però di rifarsi con l’ala non ancora visitata. Nello spazio dedicato a Segantini, però, si imbatte in una struttura metallica – è l’ennesima opera in mostra! – piazzata senza tanti complimenti proprio nel bel mezzo della sala. Cerca una posizione, ma non trova la distanza giusta per gustarsi “Le due madri” e a questo punto è proprio arrabbiata: non può che concludere che i soldi pubblici sono talvolta spesi in modo arbitrario.
Per sbollire lo sdegno, prima di uscire, vuole consolarsi con un’opera che lei ama molto, nella sua personale classifica è tra le più belle di Milano: è la “Cleopatra” di Mosè Bianchi. Quasi a contrasto col travaglio interiore, sensualmente adagiato su un cuscino, in tutta la sua impareggiabile bellezza, si allunga il corpo latteo della regina. “Speriamo che a nessuno venga in mente di piazzarle davanti un kit di creme o un set di cerette depilatorie” mugugna tra sé “per poi venire qui a raccontarmi il pregio delle contaminazioni”. In cuor suo inveisce contro “il felice connubio tra stili diversi”, che le ha rovinato il sabato pomeriggio, e si sfoga con gli incolpevoli custodi, ma si rende conto che loro non c’entrano: deve scrivere ai responsabili.
Già in metropolitana medita il testo della sua protesta, non servirà a niente, si dice, ma vuole dire la sua; dopo averla formulata per iscritto, a casa, si sente meglio: la soddisfazione di avere espresso il suo pensiero – è cittadina o no? – la ripaga dell’arrabbiatura del pomeriggio.

<

L'autore

Avatar

El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.