Generazione che sale

Un colpo di cannone

Motivazioni per l’attribuzione del premio

Un sottile racconto, pieno di sentimento, psicologicamente perfetto, in cui l’autrice rispetta il tema del concorso “L’incontro con l’altro.”
Fato interessante: solo a metà della prima pagina, si capisce che la voce narrante sia quella di una ragazza.
Scritto molto bene, (qualche piccola distrazione)l’autrice crea due personaggi che si incontrano in spiaggia: la giovane che dopo aver pedalato e nuotato, non vede l’ora di iniziare a leggere sulla sabbia, e una bambina molto piccola (non ha ancora due anni) che le si avvicina e la impedisce di leggere.
Le azioni con cui l’autrice presenta la bambina, sono assolutamente coerenti con il comportamento di una bambina di quell’età. Lo stesso si può dire della ragazza.
Il racconto non è buonista, non è manicheista, non separa i personaggi in non realistiche tipizzazioni ma la giovane donna si mostra come effettivamente è. Difatti rivela non essere particolarmente contenta del disturbo che le reca la bambina, confessando che ha sempre trovato “assai arduo” relazionarsi con i bambini.
L’incontro con la bambina è in realtà, un doppio incontro per la ragazza. Nella bambina lei trova l’altro, ma trova anche una parte di se stessa ossia, la bambina che lei è stata e con la quale ha perso dimestichezza, un suo lato interiore, infantile, dimenticato.
È bello che il mare sia presente e l’autrice descrive con grande maestria il paesaggio che circonda i personaggi. mare, luce, nuvole.
Un colpo di cannone annuncia l’inizio della festa del paese. Si spaventa la bambina che piangendo si abbraccia alla giovane.
Questo contatto e la “conversazione” della bambina, svegliano la bambina interiore della ragazza.

Colpo di cannone

Il momento in cui il sole sta per calare e il cielo si dipinge di rosso, quando il calore soffocante del giorno estivo lascia lentamente il posto alla fresca aria della sera ed è possibile camminare tranquillamente sulla sabbia senza dover correre verso l’acqua per far cessare il bruciore ai piedi, quel momento è il migliore per recarsi in spiaggia. Persino in una giornata di fine agosto come questa la maggior parte della gente rincasa preoccupata dai preparativi per la cena e per la festa del piccolo centro; e la spiaggia, non più soffocata dagli ombrelloni e non più sottoposta al vociare continuo delle ore precedenti, si mostra nella sua interezza. Ed io mi dirigo, come ogni pomeriggio, verso questa, ormai quasi del tutto sgombra, distesa di sabbia. Dopo aver pedalato con foga sul lungomare e aver trovato un posto particolarmente tranquillo, lascio la bici sul limitare della strada sterrata sicura che in un piccolo centro come questo nessuno oserebbe rubarla e scendo correndo giù per le dune di sabbia. Non potendo resistere alla vista scintillante del mare, getto il mio fedele zaino ai miei piedi e mi tuffo tra le onde.
Anche nuotare a questa ora risulta più piacevole; l’acqua, non più costretta ad ospitare un numero eccessivo di bagnanti, diventa ancor più limpida e i pesci, come scomparsi durante le ora di punta, ricompaiono timidamente dal nulla. In questa giornata, inoltre, il mare, agitato dal vento proveniente da nord, è di un’incantevole tonalità che, grazie anche alla tenue luce del sole, varia da un blu acceso tipico del mare aperto a un azzurro più lieve tendente ad una sfumatura rossastra.
Sguazzare in queste onde mi rilassa notevolmente e mi fa provare un grande sollievo, ma al
contempo mi ritempra e mi dona nuove energie.
Solo dopo essere trascorsi circa venti minuti, mi decido ad uscire e mi lascio cadere sulla riva.
Il mare sta ingrossando, le onde si infrangono con più violenza sugli scogli e conquistano porzioni sempre maggiori di spiaggia. Le isole lontane si vedono sempre più con maggiore chiarezza e solo un unico temerario pescatore ha deciso di prendere il largo; le nuvole in cielo si moltiplicano notevolmente, si muovono a grande velocità spinte dal vento e si tingono lentamente di grigio. Il sole ora è coperto, ma non lo sarà per molto e inoltre le nubi, come infuocate, lasciano passare gran parte della luce che riflettendosi sulla superficie irrequieta del mare dona un panorama mozzafiato.
Dopo aver ammirato a lungo questo spettacolo e essermi maledetta per non poterlo immortalare, mi avvio verso lo zaino, afferro il libro che immancabilmente avevo portato con me e inizio a leggere.
Persino leggere risulta più piacevole al tramonto perché non si deve intraprendere una guerra contro la luce accecante del sole e non si soffre più il caldo che obbliga ad abbandonare anche il migliore libro al mondo che si ha tra le mani per andare in cerca di frescura.
Evidentemente questo però non è il giorno adatto per dedicarsi alla lettura perché appena rimuovo il segnalibro mi trovo davanti agli occhi una bambina di poco più di un anno che reggendosi a malapena sulle gambe mi guarda terribilmente incuriosita.
Non ho mai adorato i bambini. Non che non mi piacciano, certo, ma ho sempre trovato assai arduo relazionarmi con loro. Solo quando raggiungono l’età di cinque o sei anni la situazione si semplifica perché o mi rivolgono uno sguardo adorante perché nata prima di loro e una serie di domande da far invidia ai maggiori filosofi, oppure si divertono ad infastidirmi in ogni modo e a darsela a gambe appena mi mostro leggermente alterata. Con i bambini più piccoli invece mi trovo in estrema difficoltà a partire dal fatto che non riesco mai a comprendere cosa cercano disperatamente di dirmi e mi limito a rivolgere loro grandi sorrisi impacciati sperando che qualcuno venga in mio aiuto.
La bambina in questione l’ha avevo notata prima mentre usciva dall’acqua e iniziava a giocare in un angolo della spiaggia con una donna che intuivo essere la madre. E ora allontanatasi dalla sua tranquilla postazione pare andare in cerca di un nuovo compagno di giochi e aver individuato in me la vittima perfetta.
La prima cosa che fa per conquistare la mia amicizia è prendermi il libro dalle mani, osservarlo come se fosse un tesoro inestimabile, chiuderlo, sfogliarlo e gettarlo sulla sabbia non ritenendolo di suo interesse. Quando poi faccio per riprenderlo, lei decide di sedersi con il costume viola ancora zuppo sulle mie gambe.
Sicuramente quando avevo deciso di recermi in spiaggia, non pensavo di dover avere a che fare con una bambina e certamente cercare di relazionarmi con lei non è ciò che vorrei fare in questo momento; penso solamente al libro che ho dovuto lasciare e che lei ha con poco riguardo deciso di buttare per terra facendomi perdere il segno. No, devo trovare la madre e farmi togliere questa bambina dai piedi, letteralmente.
Mi giro in cerca della donna, ma la vedo occupata, incurante della figlia, in una conversazione con un amica e non volendo essere scortese mi volto scoraggiata.
Mi accorgo allora che la bambina è intenta a parlarmi, purtroppo nella sua “lingua”, volgendo lo sguardo prima al cielo, poi al mare e poi alla sabbia fino a posarlo su di me quando finisce il lungo discorso. Mi osserva con un espressione attenta e si aspetta evidentemente una qualche reazione da parte mia e io, pur impegnandomi, non riesco a cogliere niente dalle sue parole, ma deduco dal tono della voce e dai gesti che non sembra arrabbiata, né triste e neppure particolarmente contenta, ma pare unicamente allegra e spensierata. Ma dato che il contenuto del suo profondo discorso mi rimane sconosciuto riesco a rivolgerle soltanto uno di quei sorrisi goffi e impacciati a cui ricorro spesso in queste situazioni; ma a differenza delle altre volte, nelle quali a questo punto ho già trovato una via d’uscita e mi sono già allontanata, in questo caso non ho come sottrarmi al suo sguardo attento e ai suoi discorsi incomprensibili.
Lei non pare curarsi della mia risposta, ma cerca di alzarsi ed io, cogliendo al volo l’occasione, la sostengo fino a quando sembra essere stabile sulle sue gracili gambe sperando che abbia deciso di raggiungere la madre. Ma la bambina invece si dirige velocemente nella direzione opposta, affonda la mano nella sabbia, sorride contenta per ciò che ha trovato e ritorna da me con il suo bottino.
Allora mi afferra la mano e ci lascia cadere ciò che teneva tra le sue; oltre ad un miriade di granelli di sabbia trovo un sasso grigio. Un semplicissimo sasso grigio. Guardo per un attimo il sasso: forma normale, dimensioni normali, nessuna evidente particolarità. Ma lei sembra enormemente contenta per la sua scoperta e allora mi convinco a sfoggiare il migliore tra i sorrisi e la ringrazio per il regalo e mi complimento con lei per l’ottima scelta. Non so se abbia capito ciò che ho detto, ma sicuramente qualcosa ha inteso perché, sorridendo anche lei di rimando e battendo le mani, si allontana di nuovo e ritorna con altri due sassi.
Dopo aver fatto più volte lo stesso viaggio ed essere caduta due volte sulla sabbia, ritorna a sedersi sulle mie gambe guardando pensierosa la piccola montagna di sassi tra le mie mani. Ne aveva trovati di davvero belli, ma senza alcun preavviso afferra ad uno ad uno i sassi e li getta in aria sotto il mio sguardo incredulo. Alla fine rimangono solo i tre sassi più brutti, e tra questi immancabilmente vedo il semplicissimo sasso grigio. Soddisfatta per la sua accurata selezione prende i tre sassi e goffamente li posa sulla sabbia accanto a noi.
Ora deve trovarsi qualche altra occupazione e approfitto di questo momento di tranquillità per chiederle il nome e l’età; lei allora mi mostra la mano tendendo tutte e cinque le dita, ma so che non può avere più di due anni.
Onestamente intrattenermi con una bambina così piccola non è così tanto difficile come pensavo, ma in effetti non mi sono mai veramente messa in gioco. Devo comunque ammettere che il merito è suo: è una bambina molto socievole e intelligente, è lei che “intrattiene la conversazione”.
Non so quanto tempo sia passato, ma adesso mi sento quasi a mio agio; ha cercato di aprire il mio zaino e quando le ho fatto vedere che in realtà conteneva poco lei ha individuato subito gli occhiali sul fondo e con molta poca cura li ha presi per indossarli e poi toglierli un paio di volte non capendo perché con loro addosso non riusciva a vedere bene. Poi abbiamo rivolto lo sguardo alle nuvole che lei guardava tra il preoccupato per il loro aspetto cupo e l’affascinato per le loro forme e le loro sfumature. Alla fine, anche se ho sempre considerato i bambini una realtà a sé stante, non penso di essere stata tanto diversa da lei quando avevo la sua età.
Però proprio mentre guardiamo le nuvole serenamente ecco che rimbomba dalla montagna il botto del cannone che segna l’inizio della festa del paese e lei, in modo totalmente inaspettato, si stringe a me e mi abbraccia scoppiando in lacrime.
Questo è davvero troppo. Dopo essermi ricreduta sia sui bambini che sulle mie capacità ecco che succede ciò a cui non avevo completamente pensato e non so proprio come comportarmi. Dunque mi giro supplicante verso la madre che già da un po’ aveva finito di parlare con l’amica e lei accorre in mio aiuto prendendosi tra le braccia la bambina che, rassicurata smette lentamente di piangere.
La donna, vedendo il sole quasi tangente all’orizzonte, raccoglie la borsa e mi saluta affettuosamente. La bambina, scesa dalle braccia della madre, la segue portando con sé il suo secchiello; a metà strada poi si volge verso di me e mi dice “ciao” agitando la manina.
Finalmente sola guardo il tramonto tenendo tra le mani il libro che non sono riuscita leggere.

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.

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