Editoriale

Cari amici, l’editoriale di questo numero ha la veste di una proposta.

El-Ghibli ha ricevuto un articolo di Abdelmalek Smari: Letteratura e potere.

Abbiamo pensato di pubblicarlo e promuovere un dibattito sui temi trattati da Smari.
Chi volesse conoscere le opere e i generi letterari ai quali si dedica Smari, potrà consultare il supplemento di El-Ghibli di giugno del 2012. Arrivato dall’Algeria a Milano nel 1990, Smari ha imparato l’italiano nel Centro Culturale Multietnico La Tenda, creato da Raffaele Taddeo. Diventato un insegnante d’italiano ad altri stranieri arrivati dopo di lui in Italia, Smari ha cominciato a dedicarsi a un tema – quello della lingua –  che avrebbe occupato anche i suoi interessi futuri.
Come primo passo, vi invitiamo a leggere il suo articolo. Riteniamo che il testo sia pieno di spunti che favoriscono una presa di posizione su temi da noi vissuti e a noi cari. Se vi attira la proposta, esponete il vostro punto di vista su una o più delle questioni trattate da Smari. Nel promuovere un dibattito, il nostro obiettivo non è una discussione autoreferenziale, ma quello di definire con chiarezza, e una volta per tutte, certe posizioni.
Smari è in disaccordo nell’utilizzare il termine “migrante” per definire la letteratura creata da autori e autrici che:
a) vengono da paesi in cui si parla una lingua diversa dall’italiano e appartengono a una diversa cultura; imparano l’italiano da adulti e in questa lingua scrivono le loro opere;
b) anche se nati e alfabetizzati in Italia, vivono tra due culture perché figli e figlie di genitori migranti.
A provocare le riflessioni di Smari è stato il libro di Raffaele Taddeo La ferita di Odisseo (Besa Editrice, Nardò, 2010) in cui Taddeo esamina il tema del ritorno nella letteratura classica e nella letteratura nascente della migrazione in Italia.
(Potete trovare in El-Ghibli la recensione fatta in data 08.06.2010 da Francesco Cosenza al libro di Taddeo).
Smari avrebbe preferito che la “letteratura nascente della migrazione” fosse chiamata semplicemente “letteratura nascente” per evitare i vecchi preconcetti e gli stereotipi  presenti nel termine “migrante”.
Riteniamo che all’inizio fosse doveroso parlare di “Letteratura nascente della migrazione” per dare una specificazione alla letteratura che sorgeva in Italia intorno al 1990. Oggi, dopo quasi 25 anni, la “letteratura nascente della migrazione” è cresciuta: divulgata non solo in Italia ma in tutto il mondo, ha riceve attenzioni da parte di una critica aperta al nuovo,  alcuni dei suoi autori e autrici hanno vinto in Italia dei premi letterari importanti, è aumentata la partecipazione socio-politica degli scrittori e scrittrici stranieri nella vita italiana, i libri di alcuni di loro sono stati tradotti in altre lingue.
Ormai siamo tutti d’accordo sul fatto che sia la lingua in cui si scrive a definire a quale letteratura appartengano i testi scritti. È inutile ribadire che la letteratura è una sola. Già lo sappiamo. Dobbiamo domandarci, invece, cosa guadagna la nostra letteratura con il tipo di polemica che fa Smari. Meglio sarebbe dirigersi a chi è aperto e cammina avanti con i tempi piuttosto di continuare a insistere in un dialogo che non porta da nessuna parte.
Noi non crediamo che uno scrittore o scrittrice che venga da un altro paese e che scriva in italiano sia in svantaggio nei confronti degli italiani. All’inizio della permanenza in Italia, sì. Ma col tempo, Smari l’ha provato sulla propria pelle, i migranti arrivano a padroneggiare la lingua italiana. Scrittrici e scrittori che vivono tra due lingue e due culture possono trarre vantaggio dagli effetti creativi delle due lingue e delle due culture assieme. Scrivere in una lingua che non sia quella del nostro paese di origine, può rendere più libera la nostra scrittura. Le parole della lingua madre richiamano vecchi problemi, sanzioni, tabù. Usare la nuova lingua crea una distanza protettiva da certe emozioni. Il fatto che la nuova lingua sia una lingua di parole vergini, parole senza una storia che ci coinvolga direttamente, ci permette di usare tali parole con più libertà. Questo aspetto psicologico può aiutare la ricchezza espressiva di chi scrive. Sappiamo pure che gli scrittori e scrittrici transculturali vengono considerati oggi come élite letteraria nel mondo.
Ci ha sorpreso l’insistenza di Smari nel continuare su vecchie posizioni polemiche.
È vero, non tutte le questioni sono risolte, ma nel suo articolo Smari sembra aver abbandonato un discorso più vasto per concentrarsi su posizioni superate. Perché parlare dei critici che ghettizzano la nostra letteratura? Non sarebbe più proficuo dialogare con quelli aperti al nuovo?
L’articolo di Smari ci sembra datato. A proposito della terminologia da applicare alla nostra letteratura, Raffaele Taddeo è d’accordo con Armando Gnisci nel chiamare “Letteratura italiana della migrazione” la nostra produzioni letteraria. (Si veda la Rivista del Dipartimento di Scienze Umanistiche  dell’Università degli Studi di Palermo In Verbis lingue letterature culture, n.1, 2013.
Smari contesta che si possa parlare di “ritorno” quando i giovani della cosiddetta  “seconda generazione di migranti” vanno al paese dei loro genitori perché tali giovani non hanno mai vissuto nella terra dei loro genitori. Non siamo d’accordo. Questi  autori e autrici quando vanno alla patria dei loro genitori, hanno delle aspettative ben precise, sanno quello che troveranno, molti parlano la lingua delle origini. L’educazione ricevuta aiuta a formare un’idea del paese in cui sono nati i loro genitori e al quale effettuano, a nostro avviso, un vero e proprio ritornano. Smari si scorda che autori e autrici figli e figlie di migranti vivono anche loro tra due culture. Crescono in piena “distonia culturale”, concetto elaborato dallo psichiatra Bruno Callieri per indicare la scissione interna che si manifesta nelle persone che crescono tra due culture diverse.
Un’altra questione che teniamo a chiarire è quella del concorso letterario Eks&Tra. Non sappiamo se Smari sia al corrente che il concorso, iniziato nel 1995, non esiste più dal 2007, dopo aver raggiunto in pieno l’obiettivo che si era proposto: soddisfare l’esigenza di tanti migranti di manifestare le proprie risorse creative nel campo letterario. Eks&Tra ha continuato a promuovere il dialogo interculturale tramite laboratori di scrittura meticcia (stranieri e italiani) in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica del Prof. Fulvio Pezzarossa dell’Università di Bologna. Teniamo a precisare che molti migranti hanno iniziato a scrivere in Italia grazie al Concorso Eks&Tra. Nel bando del concorso era scritto che potevano partecipare migranti provenienti dai paesi in via di sviluppo.
Se continuiamo a confutare tesi basate su informazioni non precise, rischiamo di fare osservazioni oziose.
Il punto fondamentale a nostro avviso è abbandonare le polemiche per guardare alle questioni della nostra produzioni letteraria all’interno della letteratura italiana; stabilire un confronto tra le produzioni migranti di paesi diversi; osservare cosa dicono i linguisti sul rinnovamento della lingua italiana dovuto alla nostra produzione e dare la dovuta attenzione alle traduzioni dei nostri testi scritti in italiano. Senza dimenticare la scrittura degli emigrati italiani che hanno scritto e scrivono fuori dall’Italia. Queste sono alcune delle questioni sulle quali dirigere i nostri sforzi.
Sarà naturale la separazione tra le opere che appartengono alla vera letteratura e quelle che saranno legate più all’aspetto sociologico della migrazione. A mantenere il rispetto e la dovuta attenzione alla nostra letteratura sarà, prima di tutto, la qualità dei nostri testi. Poi, la qualità dei nostri interventi nelle università, nelle scuole, nelle biblioteche, nei comuni, nelle associazioni culturali e nei laboratori di scrittura.
Speriamo che il soffio di el-ghibli porti idee nuove e progetti innovativi a tutti noi!
Prima di finire, vogliamo ringraziare il contributo di Ugo Fracassa, uno studioso che ha gli occhi puntati sull’evolvere della nostra letteratura. Con lui abbiamo dialogato tramite internet mentre preparavamo questo editoriale.

                                                                                                Christiana de Caldas Brito

Lo scrittore Abdel Malek Smari ha riproposto a el-ghibli un dibattito che in un certo senso è legato al lessico usato da critici e studiosi per definire, identificare i cosidetti “scrittori della migrazione”. E’ un dibattito aperto da tanti anni. Come Christiana de Caldas Brito scrive nel suo editoriale, le argomentazioni di Smari sono intriganti su alcuni punti e superate su altri.
Essere definito dalla critica o dagli studiosi italiani, con le etichette di scrittore della migrazione, africano, senegalese, italofono o quant’altro, personalmente mi è totalmente indifferente e poi io sono tutto ciò. La mia elementare ossessione e di altri scrittori migranti è quella di trovare tempo e spazio per “consacraci” alla tessitura di parole e frasi. Insomma provare a scrivere al meglio e a trasformare in libri quei assillanti flussi di storie che sgorgano dalle nostre fantasie, dai nostri semplici ricordi o che ci vengono suggerite spesso indirettamente o che sottraiamo a volte con impudenza da realtà circostanti o lontane. Arrivati alla parola “Fine” dell’ultima pagine, rimaniamo con l’illusione di avere elaborato un’opera originale o almeno interessante e poi si spera di trovare tanti lettori pronti a ripagare le nostre fatiche intellettuali. Il ruolo del critico, dello studioso o del giornalista potrebbe essere fondamentale per l’ampia diffusione (il sogno non tanto nascosto dello scrittore) o per l’affondamento di un’opera sia di qualità sia scadente. Questi fanno parte dei rischi che deve affrontare chi ha scelto il mestiere dello scrittore.
Quando si tratta di inclusione o di esclusione, quelle legate alle reazioni istintive, ogni popolo presenta le sue stravaganze. Naturalmente la lingua è uno dei tanti strumenti che vengono usati per distinguere l’appartenenza o la estraneità a un popolo. I francesi che incrocio (fuori dai confini della Francia) mi dicono subito: “Ah, vous etes français alors”, ah, siete francese allora, perché  parlo bene il francese. Gli inglesi (incontrati ovunque) si stupiscono che io non sappia parlare bene l’inglese. Secondo loro il mondo intero, inclusi i delfini, deve parlare bene la loro lingua? I newyorkesi danno per scontato che un “black” parli bene l’americano. I senegalesi s’indignano (trovano vergognoso) quando incontrano (in qualsiasi parte del mondo) un figlio di senegalese nato, cresciuto e educato all’estero che non parla la lingua wolof. Troppi italiani (incontrati in Italia) si stupiscono ancora oggi di vedere “uno di colore” parlare bene la loro lingua. Rispetto ai francesi e agli inglesi che hanno imposto le loro lingue in giro per il mondo, gli italiani non si sono ancora rassegnati di vedere degli originari del mondo intero che ormai sono presenti e vivono in Italia essere anche capaci di parlare la lingua di Dante e di essere anche in grado di scriverci addirittura dei libri. Si può dire che  per i più in Italia contano di più le apparenze. E’ più considerato quello che sei o sembri di essere rispetto a quello che fai concretamente.
Tuttavia capisco chi scrive in italiano e soprattutto scrittori italiani nati qui (da genitori o da nonni di origine straniera) che trovano inopportune quelle etichette qui sopra elencate. Perché chi inventa e scrive storie legate o meno all’immigrazione, deve per forza essere identificato con questi epiteti? Come viene identificato lo scrittore che è italiano da generazioni ma che fa degli immigrati gli interpreti delle storie dei suoi libri?

Questa discussione potrebbe spalancare (qui in l’Italia) un’altra porta, quella delicata legata all’essere italiano. Un’altra questione aperta che ha dei risvolti sociali più profondi e più drammatici. Nella percezione collettiva – basandomi sulle mie esperienze di vita quotidiana, quelle di altri discendenti di africani-, di primo acchito è considerato italiano chi ha un evidente colore di pelle bianca e successivamente se questo colore è collegato a un nome e a un cognome accettati come tipicamente italici. Persone nate qui, che portano nome e cognome tipicamente italici, parlano perfettamente italiano e sono cristiani ma sono neri, meticci o arbitrariamente definite persone “di colore” vengono istintivamente definiti migranti, extracomunitari, cioè eterni stranieri. Se soltanto dei genitori (bianchi) italiani hanno avuto la fantasia di dare un nome “esotico” africano o asiatico, al proprio figlio, lui si sentirà tante volte considerato straniero e gli chiederanno spesso da che paese arriva e dove o come ha imparato l’italiano che parla così bene. In questi casi, se i tuoi documenti d’identità provano il contrario, non sarà difficile trovare persone che insistono sul fatto che hai la cittadinanza italiana ma non sei di nazionalità italiana. Oppure -forse irrazionalmente- cercano di rimandarti fino all’ultima generazione per farti scovare un nonno o bisnonno con origine non italica. In fondo anche essere straniero non è una colpa, è difficile sopportare di essere considerato straniero nel proprio paese o in quello che è diventato il tuo e perciò subire l’emarginazione e vedersi negare opportunità, dignità, meriti. Questo succede a tanti cittadini perché diversamente visibili.

Pap Khouma

 Si ringraziano i seguenti autori: per la sezione racconti e poesie Anna Belozorovitch, Adrian Bravi, Cheikh Tidiane Gaye, Gabriella Kuruvilla, Brenda Porster; per la sezione stanza degli ospiti  Anna Fresu, Antonio Diavoli, Giuseppe Delle Vergini, Aurelia Rosa Iurilli, Giovanna Paolucci,  Gennaro Tedesco, Raffaele Taddeo,  Monica Dini; per la sezione parole dal moindo Clarissa Amerini, Itbisam Barakat, Bruce Bond; per la sezione generazione che sale Angela Giroletti, Cinzia Cirillo, Simona Bacci; per la sezione interventi  Abdelmalek Smari, Hamid Dabashi, Rosa Caputo

 

 

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