Editoriale

Il mondo che abbiamo creato  è il risultato del nostro livello di riflessione, ma i problemi che genera non potrebbero essere risolti a questo stesso livello. Albert Eisntein.

Cari lettori,

il 10 giugno 2015 viaggiavo su un treno italiano da Milano per arrivare a Bolzano.

Ero invitato come relatore a una degli incontri organizzati dal professore Adel Jabbar, sociologo italo/iracheno, in collaborazione con l’associazione culturale Cedocs. L’incontro conciliava nel contempo letteratura della “migrazione”, arte e musica suonata da Alena Savina, violinista italo/bielorussa. I brani che portavo quel pomeriggio a Bolzano, sarebbero stati letti al pubblico dall’attrice italiana Mara Da Roit. Illustravano, tra realtà e finzione, l’essere clandestini, esiliati, rifugiati, cittadini, minoranze.

Avevo preso la coincidenza a Verona. Ora viaggiavo su un treno tedesco, per il tratto Verona/Bolzano. Il treno tedesco si sarebbe fermato a Trento, Bolzano, ecc, avrebbe attraversato tutta l’Austria e avrebbe terminato suo viaggio in Germania. Erano saliti sul treno una trentina di giovani viaggiatori, circa quattro erano ragazze, due o tre potevano essere mediorientali, tutti gli altri erano senza dubbio di origine del Corno d’Africa. Erano viaggiatori smarriti, occhi scavati, esili, trasandati, alcuni senza neppure uno zaino o qualcosa che poteva somigliare a un bagaglio. Esibivano con delicatezza i loro biglietti per chiedere, a me e a qualche altro viaggiatore, informazioni con voce soffocata in un misto di inglese e non mi ricordavo di quale altra lingua. Viaggiavano verso la Germania.

Erano probabilmente dei sopravvissuti dal Mar Mediterraneo approdati a Lampedusa o ad un altro porto o spiaggia della Sicilia e riconducibili alle immagini drammatiche di sbarchi , naufraghi, salvataggi, morti che ci mostra ogni settimana la televisione in Italia e all’estero.

Io non davo nessuna risposta a questi viaggiatori, questi rifugiati. Ascoltavo loro a malapena. Tre ore più tardi avrei dovuto affrontare un pubblico molto sensibile e impegnato che avrebbe domandato come si narrava  l’essere esiliati, senza diritti, nelle pagine di un romanzo, di un saggio, di un giornale. Come ci si sentiva da clandestino nella realtà? Già, come si sentivano quei ragazzi seduti di fronte a me che avevano iniziato un viaggio  lungo mesi o forse anni? Erano sbarcati in Italia sognando un futuro in Germania o in un altro paese del nord Europa. A Roma, Milano, Parigi sono stati accampati in condizioni tragiche vicine alle stazioni ferroviarie che portano in Germania o nei paesi scandinavi.

Quella cruda realtà mi aveva accidentalmente scaraventato indietro nel tempo, nelle ferite del mio proprio passato in Europa. Ferite che mi illudevo di avere superato, metabolizzato, guarito.

Intanto quella cruda realtà, viaggiava insieme a me sul treno tedesco, era seduta affianco, mi fissava, non parlava più ma sentivo forte le sue silenziose richieste. E’ più facile indignarsi, essere solidali o ostili,  trovare risposte, escogitare soluzioni ad hoc guardando le immagini di quella cruda realtà alla televisione, comodamente seduti sul divano di casa. Intanto guardavo altrove, mi sforzavo di leggere il giornale.  Qualche articolo del giornale era venuto in mio aiuto, parlava precisamente di sbarchi a Lampedusa. Rappresentava le immagini di quella cruda realtà simile a quella seduta vicino a me. Il giornale riportava le prese di posizione del mondo politico, sociale e religioso. Come accade sempre, chi era favorevole all’accoglienza e chi era per il respingimento in Libia, paese di partenza  dei gommoni dei migranti.  Chi era contrario al salvataggio dei naufragati, meglio lasciarli affondare nel Mediterraneo. C’era chi diceva di bombardare i gommoni, per stroncare lo sbarco di terroristi islamici sospettati di mescolarsi con i futuri richiedenti asili. Chi invece voleva dichiarare (ancora) la guerra contro la Libia per fermare gli arrivi.

Accoglienza?

Questo è il problema! E’ imperativo rendere omaggio agli uomini e alle donne della Guardia Costiera italiana che moltiplicano i salvataggi dei migranti in alto mare. Essere riconoscenti  agli abitanti delle isole di Lampedusa e della Sicilia e di gran parte delle regioni del sud Italia per la loro generosità. Loro reggono il primo e continuo impatto degli sbarchi di eritrei, somali, sudanesi, etiopi, siriani, iracheni,ecc. Il giornale riportava le proteste del Primo Ministro italiano a Bruxelles per la mancanza di politica coesa e solidale da parte degli altri paesi dell’Unione Europea. L’Europa non ne voleva sapere dei migranti sbarcati sulle coste italiane o greche. Questi paesi si dovevano sbrigare da soli. Nell’Europa unita da parecchio tempo, l’Italia si deve gestire da sola i suoi flussi migratori. In tutti i paesi ci sono troppe tensioni sociali dovute in parte alla lunga crisi economica che attraversa l’Europa. Le popolazioni locali, l’opinione pubblica, hanno paura, si sentono invase e accusano i migranti regolari di rubare loro il pane. Allora accogliere questi irregolari che ogni settimane sbarcano a Lampedusa significa consegnare i governi e i destini dei paesi dell’Unione Europea nelle mani dei partiti di estrema destra xenofoba. In questo modo parlano i giornali, le immagini, i politici, l’opinione pubblica, i numeri … Nel 2013 sono sbarcati sulle coste italiane 60.000 immigrati. Nel  2014 sono stati  circa 140.000 migranti. Quest’anno a giugno le cifre si stanno avvicinando a 100.000 migranti sbarcati. I numeri dei morti in mare aumentano drammaticamente. Numeri e non esseri umani. Numeri rifiutati ed espulsi dalla propria dignità, dalla propria casa, dalla propria terra da regimi dittatoriali, da presidenti guerrafondai africani, da governanti pazzi potenti che distruggono l’Africa cacciando in massa i giovani, la parte più sana e produttiva del continente. Ebbene sono loro i principali responsabili di queste fughe in massa dal Corno d’Africa e dalle altre aree  africane.

Alla stazione di Trento erano saliti sul treno tanti poliziotti italiani. Erano dei viaggiatori per lavoro. Dovevano controllare i  migranti diretti verso nord e mi ero rivisto  giovane, goffo e disarmato come quei ragazzi del Corno d’Africa seduti vicino a me. Mi rivedevo insieme ai miei giovani compagni di sventura negli anni ’80 mentre in treno, in macchina o a piedi, tentavamo di varcare senza nessun titolo tutti i confini che separavano Italia, Francia, Belgio, Germania, ecc e venivamo fermati, schedati e riconsegnati ai doganieri e ai poliziotti del confine di fronte. C’è chi veniva incarcerato perché non sapendo dove andare aveva tentato più volte di oltrepassare il confine proibito (tutti erano proibiti a noi) e più volte aveva ritentato e tutte le volte veniva fermato.

Quel pomeriggio del 10 giugno 2015 sul treno per Bolzano insieme ai carabinieri e ai poliziotti italiani viaggiavano tanti poliziotti con divise austriache, tedesche. Erano saliti a Trento pure loro. La Germania e l’Austria mandavano la loro polizia fino a Trento, in pieno territorio italiano, per stroncare i sogni di questi disperati. L’Italia andava a Bruxelles per chiedere invano legittima solidarietà e condivisione europee per l’accoglienza di questi  rifugiati e, contemporaneamente, accoglieva legittimamente sul proprio territorio le polizie austriaca e tedesca che impedivano ai rifugiati di uscire dall’Italia? I poliziotti viaggiatori delle tre nazioni chiedevano il passaporto ai viaggiatori maschi bianchi o neri. I loro modi erano corretti. Quando ho esibito la mia carta d’identità i poliziotti mi hanno chiesto se ero diretto in Germania. In tale caso avrei dovuto presentare un passaporto, secondo loro. Falso. Si sa che i trattati consentono a un cittadino di un paese membro dell’Unione Europea di potere circolare liberamente anche con la carta d’identità all’interno dei confini dell’area Schengen.

Carabinieri e poliziotti delle tre nazioni avevano raggruppato tutti i rifugiati del Corno d’Africa e mediorientali che non avevano un passaporto o un altro documento d’identità e fatto scendere alla stazione di Bolzano che a sua volta aveva tutti gli accessi piantonati da poliziotti e da militari italiani. Sia sul treno sia alla stazione non ho visto un uomo in divisa tirare fuori un’arma o usare violenza fisica o verbale.  Avevano il ruolo ingrato di interrompere quotidianamente il viaggio della speranza dei sopravissuti del Mar di Sicilia e quel giorno l’avevano  svolto senza troppo infierire. Tra l’altro quei pochi giovani africani e mediorientali erano molto calmi, non protestavano malgrado la loro odissea senza fine. Saliranno su un altro treno, proveranno ad oltrepassare un altro confine, saranno respinti dalla polizia francese come sta succedendo al confine con Francia a Ventimiglia.

Sarà possibile fermare i flussi migratori di queste famiglie, donne, bambini, uomini che hanno sfidato e superato con pochi risparmi e con la vita tutti i pericoli immaginabili? Sono fuggiti da guerre e da dittature in Africa subsahariana, hanno attraversato il deserto del Sahara su mezzi di fortuna,  patito la fame, le intemperie, scampati agli spietati carcerieri  e ai mercanti di esseri umani  libici, attraversato il Mediterraneo stipati sui gommoni, sopravvissuti al naufrago e alla morte in mare. Più facile immaginare che questi esseri umani attraverseranno le montagne delle Alpi e andranno avanti anche di fronte ai poliziotti delle tre nazioni riunite.

Ceuta e Melilla

Cari lettori,

il 18 maggio 2015 maggio 2015, Adou Ouattara un bambino ivoriano di 8 anni viaggiava dentro la valigia di una donna marocchina che passava il confine europei di Ceuta, enclave nel Marocco. Mi spiego, siamo in Spagna ma nel cuore del Marocco, cioè in Europa. Le enclave di Ceuta e anche di Melilla sono dei pezzi di Spagna quindi terre d’Europa ma in terra d’Africa. E’ lì a Ceuta, che è in Africa ma è Europa che si è svolto lo psicodramma con al centro il piccolo africano Adou Ouattara, diventato clandestino in Europa senza avere mai attraversato il Mediterraneo o lasciato il continente  africano. Suo padre che viveva in Spagna, aveva reclutato una donna per realizzare il sogno di ricongiungersi finalmente con il proprio figlio. Il metodo usato dal papà era irrazionale. I figli non devono  viaggiare sui gommoni per attraversare il Mar di Sicilia e tanto meno viaggiare rinchiusi dentro una valigia per superare un confine terrestre, in nessun parte del mondo. Per fortuna Adou Ouattara è sopravissuto. Purtroppo, il suo tenero padre e la donna corriere di bambini sono stati arrestati. Ma perché  un padre immigrato deve essere costretto a usare questo metodo per potere abbracciare e vivere col proprio figlio?

Questi confini europei all’interno del Marocco sono spesso presi d’assalto da candidati migranti o rifugiati arrivati dal Mali, Senegal, Camerun, Guinea, Burkina Faso, Nigeria … Chi riesce a valicare l’alto recinto di filo spinato sorvegliato da guardie armate si guadagna l’ingresso in Europa. Nelle foreste del Marocco attorno a Ceuta sopravvivono da anni sotto delle tende  improvvisate dei candidati migranti dell’Africa subshariana che sognano di entrare in Europa. Gli immigrati tentano di oltrepassare il recinto di filo spinato e le guardie armate spagnole e marocchine spesso aprono il fuoco. Ci sono morti, ci sono feriti, ci sono arresti e incarcerati.

Si ringraziano i seguenti autori che hanno dato il loro contributo per la riuscita di questo numero: Per la sezione “racconti e poesie”, Cheikh Tidiane Gaye, Gentiana Minga, Muin Masri, Melita Richter; per la sezione “stanza degli ospiti”, Alessandra Magherini, Anna Fresu, Raffaella Bianchi, Francesca Lo Bue, Giusy Nicosia, Eloisa Ticozzi, Loretta Emiri, Loris Ferri, Emiliano Rolle, Valentina Coppini; per la sezione “parole dal mondo”, Bruce Mayer, Dorit  Weisman, Karen Alkalay; per la sezione “generazione che sale”, Susanna Zhao,  classi I D, II D, III E, della scuola media Cassinis – Milano; per la sezione “interventi”, Armando Gnisci, Angela D’Ambra, Valeria Marino

Pap Khouma

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