editoriale

Cade un muro, se ne fanno subito altri.
Care lettrici e cari lettori, su quest’ultimo numero di fine 2015, la nostra rivista el-ghibli torna di nuovo sul tema dei muri. Ogni anno che passa, in tante regioni del mondo si alzano mattoni adornati da fili spinati e muniti di guardie armate per tenere a distanza esseri umani completamente spogli, senza distinzioni di età, etnie, religioni, costretti a errare alla ricerca di un asilo. Sono muri di odio, di razzismo, di follia. I loro fautori sono seduti in cima al potere del loro paese oppure aspirano a guidare il loro popolo, che manipolano con la propaganda basata sull’odio e sul rifiuto dell’altro.

Il popolo rohingya, minoranza etnica della Birmania o Myanmar, è stato cacciato dal proprio paese. I suoi membri sono stati destituiti dalla loro nazionalità birmana e sono stati loro tolti tutti i beni, soprattutto su richiesta della gerarchia dei preti buddisti (la religione maggioritaria del loro paese). I rohingya sono i nuovi boat people dell’Oceano Indiano. Quasi nessun paese asiatico vuole far approdare i barconi su cui sono costretti a girovagare via mare e offrire loro ospitalità. La loro colpa è di essere di religione musulmana. Myanmar è il paese dove il Premio Nobel par la Pace Aung San Suu Kyi e il suo partito politico hanno appena vinto le elezioni generali e conquistato il potere. La signora Aung San Suu Kyi è considerata quasi come Nelson Mandela, ma fino a oggi è rimasta colpevolmente in silenzio sul dramma del popolo Rohingya.

Altri muri a casaccio

Nella stessa aerea geografica esiste ancora oggi la linea tracciata dopo la guerra nel 1945 su una mappa, era solo per rendere più agevole il disarmo delle truppe giapponesi sconfitte. Si trova al 38° parallelo, viene chiamata Linea di Demarcazione e spacca in due la Corea dal 1953.

C’era una volta un muro che divideva la città di Berlino in due, la Germania e il suo popolo in due repubbliche ostili e l’Europa dell’Ovest e dell’Est in blocchi nemici. C’è ancora la Linea Verde che divide l’Isola di Cipro dal 1974. Passa in mezzo alla capitale, Nicosia. Da una parte ci sono i greco-ciprioti e dall’altra i turco-ciprioti. Per ora solo metà dell’isola, la parte dei greco-ciprioti, fa parte dell’Unione Europea. C’è un  muro lungo 3.140 km, costruito sul confine tra Messico e Usa (dal Texas alla California), per impedire i flussi migratori di poveri in cerca di lavoro negli Usa. Dal 1959 esiste un muro invisibile ma tangibile tra Cuba e Usa. Muro fatto di mare e di ideologie contrastanti. Quanti  muri esistono tra i due popoli semiti israeliano e palestinese? Lì i muri si moltiplicano molto più degli ulivi. Lì i muri sono fatti di vero cemento, di odio crescente e reciproco. Lì si abbattono gli ulivi, simboli di pace, le case, gli esseri umani, per sostituirli con muri di separazione.

Il Marocco ha edificato un muro di sabbia e di mine esplosive in mezzo al deserto del Sahara, al confine con la Mauritania. Il muro è lungo 2.700 km e vuole arginare le incursioni armate dei combattenti del Fronte Polisario, che rivendicano dal 1974 i territori del Sahara Occidentale (ex colonia spagnola). I muri più assurdi sono costruiti dalla Spagna nel cuore del Marocco. Ceuta e Melilla, come già scritto su queste pagine, sono due borghi spagnoli in Africa, dunque giuridicamente sono borghi europei insieme ai loro abitanti, anche se sono di origine africana e vivono in terra d’Africa. I muri, i fili spinati e le guardie armate che circondano Ceuta e Mellila servono per proteggere i confini europei d’Africa e scoraggiare i candidati migranti africani.

Il primo muro a cadere, se mi ricordo bene, fu quello di Berlino il 9 novembre 1989. Il crollo quasi imprevedibile di questa cortina di ferro o linea di demarcazione tra Est e Ovest sancì la fine di ventisette anni di spartizione del mondo in due blocchi ideologici in assetto di guerra. L’evento fu accolto con sollievo dai popoli di tutta l’Europa e acclamato come l’inizio della fine della guerra fredda, linguaggio spudoratamente inadeguato, che era cominciata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Brevi storie di invasioni e di attentati

Lo sappiamo, la guerra fredda era condotta dagli Usa (capofila del blocco occidentale capitalista) e dalla Russia trasformatasi in Urss (blocco dell’est comunista) e aveva costretto paesi europei, africani e di quasi l’intero pianeta ad allinearsi con uno dei due blocchi. Chi ha vissuto in quel periodo sa che concretamente la guerra fredda, simbolizzata dall’esistenza del muro di Berlino, significava sottomettere la propria sovranità nazionale e spesso la libertà del proprio popolo alla Russia, agli Usa o ai loro paesi alleati o satelliti. La propaganda? O con noi o contro di noi! NATO contro Patto di Varsavia! Impero del male contro Impero del bene! Democrazia e Libertà contro Dittatura e Oppressione! Ogni blocco si sentiva di incarnare l’impero del bene, della democrazia e della libertà e trattava l’altro da impero del male, della dittatura e dell’oppressione. In poche parole, l’era della guerra fredda fu costellata da golpe militari pilotati nei paesi latino americani, che erano le riserve di caccia geopolitica degli Usa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Africa, che cercava di affrancarsi dal colonialismo europeo, diventò campo di feroci battaglie dei due blocchi che addestravano e armavano movimenti di liberazione nazionali contrapposti e mercenari internazionali, manipolavano le società civili, sostenevano i nuovi tiranni africani. Il Vietnam pagò le sue aspirazioni alla sovranità con trenta e più anni di guerra e di invasione del suo territorio, prima con la Francia, poi con gli Usa. Il Vietnam umiliò e sconfisse Francia e Usa, grazie all’appoggio in denaro e in armi di paesi comunisti, URSS e Cina. Subito dopo il Vietnam umiliò e sterminò ingloriosamente milioni di vietnamiti colpevoli o innocenti, tanto per fare pulizia dell’ideologia domestica. E’ stato forse rimosso il dramma dei boat people vietnamiti che scappavano in massa dal loro paese via mare ed erano ammucchiati su barconi di fortuna. Succedeva tra il 1975 e il 1979 e una seconda fase tra il 1988 e il 1990. All’epoca, intellettuali come Jean-Paul Sartre e Raymond Aron contribuirono a rendere nota la loro sorte e a farli accogliere in Francia, nei paesi dell’Africa francofona, nel Quebec. Più o meno negli stessi anni l’Afghanistan, che non voleva essere comunista, fu invaso dalle truppe e dai carri armati dell’URSS. L’Afghanistan  sconfisse le truppe Russe, grazie all’appoggio in denaro e in armi dei paesi capitalisti, Usa, Inghilterra… e grazie al sacrificio supremo di mujahidin o talebani arrivati dall’estero. Tra questi apprezzati combattenti filo-occidental-capitalista contro il nemico comunista c’era Osama Bin Laden. Dopo, l’Afghanistan umiliò e sterminò beatamente milioni di afgani colpevoli o innocenti, tra cui molte donne perché avevano la colpa di essere donne, tanto per fare pulizia in chiave ideologica religiosa e misogina.

Durante la guerra fredda, gli europei che erano convinti di essere dalla parte buona e libera del muro di Berlino, francesi, inglesi, tedeschi dell’Ovest, italiani, spagnoli ancora sotto la dittatura franchista, subivano nelle proprie città (Parigi, Bonn, Londra, Milano, Bologna … nelle strade, dentro i ristoranti, sui treni, nelle metropolitane) brutali attentati. Questi atti criminali erano causati da frange terroristiche domestiche di sinistra o di destra. E chissà, dicono le malelingue, che non fossero manipolate o meno da agenti dei propri stati collusi con servizi segreti stranieri?

Gruppi palestinesi e servizi segreti israeliani regolavano i propri conti armati insanguinando strade, alberghi di città europee: prese di ostaggi (Olimpiadi di Berlino, ecc), agguati ed eliminazione di nemici e di innocenti in Scandinavia o in piena strada a Cipro, Roma, Parigi … Navi da crociera dirottate nel bel mezzo del Mediterraneo, bombe alla stazione ferroviaria (Bologna), aerei di linee dirottati o fatti esplodere mentre sorvolano il Sahara.

Dritto contro il muro

Caduto il muro di Berlino, gli abitanti del villaggio mondo non vissero felici e contenti come nel lieto fine di una fiaba. La saga degli umani finirà forse quando tutti insieme ci schianteremo a morte contro un muro. Per citare qualche evento sintomatico, gli anni ’90 iniziarono con i tumulti dello smembramento dell’Impero Sovietico, il disgregamento della Federazione della Iugoslavia segnato da cruenti massacri interetnici, le continue guerre in Africa e lo scoppio della prima Guerra del Golfo contro l’Irak. L’iracheno Sadam Hussein – grande alleato del blocco Occidentale – dopo dieci anni di sanguinosa guerra di aggressione contro la Repubblica Islamica d’Iran -grande nemica dell’Occidente –  mandò le sue truppe a invadere il Kuwait. I paesi Occidentali e i loro alleati attaccarono e disfecero le truppe del loro ex più fedele alleato. L’11 settembre 2001 doveva ancora arrivare.

Questo mondo pervertito e autodistruttivo ha generato e cresciuto consapevolmente tutta questa ripugnanza che oggi si chiama Al qaeda e i suoi invasati talebani e successivamente l’Isis, Boko Haram, che si fingono musulmani mentre stuprano le donne, rubano tutto ciò che capita a tiro, seminano terrore, morte, distruggono monumenti a Kabul, New Delhi, Londra, Madrid, New York, Los Angeles, Boston, Tombouctou, Bagdad, Istanbul, Mosca, Cairo, Tunisi, Algeri, Parigi, Bamako… La loro propaganda? O con noi o contro di noi! Islam contro cristianità! Califfato del bene contro Impero degli infedeli!

Crescono altri muri

Ora, ogni mese decine di migliaia di disperati, forse molti di più, iracheni, siriani, scappano dalle loro terre trasformate in inferno dagli attentati dei terroristi musulmani, dalle bombe statunitensi, europee, russe, arabe, turche, iraniane, dalla presenza di avidi mercenari accorsi da tutto il mondo.

Arrivano in Europa sui barconi con la famiglia. Inutile ripetere che uomini, donne, bambini, mediorientali e africani muoiono annegati nel Mediterraneo. I sopravissuti tentano di varcare i confini in treno o a piedi e si ritrovano di fronte a nuovi muri di cemento, di filo spinato, di soldati armati, eretti in fretta e furia da paesi al confine dell’ex Europa dell’Est. Sono l’Ungheria, la Polonia, la Slovenia i cui abitanti, fino al giorno 9 novembre 1989, si sentivano oppressi all’interno della cortina di ferro e mettevano a rischio la propria vita e quella della propria famiglia per scappare e rifarsi una vita nei paesi dell’Europa dell’Ovest. Il popolo ungherese non ha certamente dimenticato l’invasione sovietica di Budapest nel 1956. In poche settimane più di duecentomila ungheresi scapparono e furono accolti in Europa Occidentale. Il dramma dei rifugiati si replicò a metà degli anni ’90. Tanti cittadini dell’ex Iugoslavia chiesero e ottennero asilo umanitario in Italia, Francia, Scandinavia, Germania,Svizzera.

Care lettrici e cari lettori,

per fortuna non tutti costruiscono muri. Attualmente sono i soldati, i poliziotti, i volontari dell’Italia e della Grecia che salvano tante vite e offrono la prima accoglienza agli attuali dannati della terra. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha avuto la temerarietà di aprire i confini della Germania, accogliendo in pochi giorni moltissimi rifugiati soprattutto di origine siriana e promettendo di accoglierne in un anno circa ottocentomila. In ogni caso Angela Merkel e la Germania hanno fatto cadere per la seconda volta quel muro di Berlino che la cancelliera ha conosciuto meglio di tutti. Muri, fili spinati, soldati armati, confini aperti o paesi accoglienti, nessun immigrato o rifugiato è contento di abbandonare la propria terra. Quasi tutti nutrono il sogno celato o palese di ritornare a casa un giorno.

Si ringraziano i seguenti autori che hanno dato il loro contributo per la riuscita di questo numero: per la sezione “racconti e poesia”: Gregorio Carbonero, Duska  Kovacevic, Candelaria Romero, Yousef Wakkas, Helene Paraskeva, Genta Minga, Rahma Nur. Muin Masri; per la sezione “stanza degli ospiti”: Federico Federici, Guarini Serena, Eloisa Ticozzi, Loris Ferri, Anna Fresu, Lorena Emiri, Tiziana Altea; per la sezione “parole dal mondo”: Shirin  Fazel Ramzanali, David Huddle, Apirana Taylor; per la sezione interventi: Angela D’Ambra, Aurelia Iurilli, Pinuccia Corrias, Yousef Wakkas

Buon natale e buon anno.

Pap Khouma

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