editoriale

Perchè applaudo alla scelta del tema di questo mese per El-Ghibli? La censura è associata nell’immaginario collettivo a pratiche ottocentesche, anacronistiche, appartenenti a un mondo che non ha resistito ai colpi della modernità.
La prima volta che mi son occupata di censura, si trattava di censura musicale. Erano i libretti di Temistocle Solera scritti per Verdi a farne le spese. C’è una distanza come fatta di trasparenze opache, di tempi passati polverosi che ci separa da quelle carte strappate. La censura politica non andava più di moda da tempo, gli ultimi casi noti in Italia riguardano perlopiù il costume, come il famoso programma di Daniele Luttazzi (attore, comico, scrittore e musicista italiano) ritirato dalla televisione perché considerato osceno. Ci sono alcuni giornalisti che non hanno visto rinnovare i loro contratti nella televisione di stato, alcuni comici che in televisione non ci potevano andare e che han finito col vincere il Nobel o fare politica; qualche libro o film censurato negli anni Settanta. La libertà di pensiero e di espressione è valore supremo, unico emblema che riempie il termine democrazia di significato quando associato all’aggettivo liberale.

Il mondo non è però fatto solo da democrazie liberali occidentali. La mia esperienza personale in Turchia mi ha spinto a spezzare una lancia in favore di questo numero sul tema della censura. Ho dovuto abbandonare la città in cui lavoravo come docente e in cui avevo scelto di vivere, Istanbul, a causa di minacce più o meno velate che ho ricevuto per aver pubblicato notizie note sul sistema di potere alla base del governo di Erdoğan. La mia vita è totalmente cambiata, ho raccolto quattro cose e sono tornata nel mio paese d’origine, l’Italia, dopo aver perso tutto. Senza trovare molto. Avevo una gran voglia di metter le mie competenze al servizio di qualche ente, ma tutto quel che riuscii a fare furono pochi interventi non retribuiti per la radio e per gruppi politici minoritari. Nessuno voleva sentir parlare di Siria, le idee sui curdi erano ideologicizzate, sbagliavo a non organizzare apericene.

Così mi ero pentita di aver lasciato Istanbul, dove esercitavo comunque la professione di docente universitaria. Quando si vive in un paese dove la democrazia non viene applicata, la vita quotidiana è la stessa e nonostante si senta la paura serpeggiare e si intuisca che esiste un pericolo reale per la propria persona, questo non si riesce a quantificare. Si continua a comprare il pane dal panettiere, a vedere gli amici e a fare la lavatrice. Mi è rimasto il dubbio di aver forse gettato la spugna troppo presto, di aver forse dimostrato dei timori ingiustificati. Questa sensazione si è andata affievolendo nei mesi successivi, quando ho visto esplodere il conflitto civile con i curdi nella zona est del paese. Si è smorzata quando ho letto la lunga lista di accademici (più di 300) che hanno perso il lavoro o subito pesanti provvedimenti disciplinari per aver firmato una petizione contro l’aggressione del governo turco nei confronti dei cittadini di origine curda che vivono ad est, vicino a Siria e Iraq; in una zona infiammata della politica internazionale. Questa sensazione si è trasformata in tremore quando ho visto per la prima volta la foto di Giulio Regeni girare su Facebook. Era appena partito, la sua famiglia non riusciva a mettersi in contatto con lui.

Mentre raccoglievamo i contributi per questo numero sulla censura, il caso di questo giovane intellettuale ha tristemente riportato il tema della censura dalle pagine ingiallite dei romanzi romantici, alla ribalta della scena politica contemporanea. Giulio Regeni è cittadino italiano e svolge attività di ricerca per l’università di Oxford; collabora per Il Manifesto. Partito per una ricerca sul campo in Egitto, scompare per qualche giorno. Il suo corpo viene ritrovato torturato. Tante sono le domande che ci si pone al riguardo. Da un lato c’è il sostegno del governo italiano e di quello britannico, dove Regeni lavorava, e più in generale dell’occidente, al governo del general El-Sisi, con i suoi metodi che non sono certo democratici. L’omicidio di Regeni non è un caso isolato, sono centinaia le persone scomode scomparse. Non riesco a smettere di pensare che l’incapacità dell’occidente di operare una politica coerente in medio oriente sia probabilmente legata all’incapacità di fare tesoro della conoscenza che persone come Regeni, come me e come tanti di quei ricercatori che lavorano sul campo, offrono, ma che non viene messa a frutto in campo politico e diplomatico.

Molti di quelli che lavorano nella ricerca a livello internazionale sono italiani. Le nostre vite sono precarie e non siamo in grado di trovare occupazioni stabili, non esistendo come in altri paesi l’interesse politico e amministrativo a integrare ricerca e sistemi di governo. La politica in Italia mi pare si sia ridotta solo a spettacolo per la raccolta del consenso e redistribuzione di una certa ricchezza a livello semi-clientelare. Ne facciamo le spese noi ricercatori a livello individuale. Per fare la carriera diplomatica, un dottorato di ricerca in relazioni internazionali non fa nemmeno punteggio, siamo troppo vecchi per provarci a volte. I criteri di ricerca sono decisi da una generazione più ignorante e cinica, rimasti immutati da quanto tempo? La mia frustrazione individuale si collega però al discorso della censura che viene operata nel nostro paese, una censura che si basa sull’ignoranza. Non si tratta solo di un problema di vite individuali. L’incapacità di fare politica internazionale sta presentando il conto. Si chiama crisi. Si chiama instabilità. Si chiama esodo di rifugiati: il più significativo quantitativamente dalla fine della seconda guerra mondiale. Ero al confine con la Siria e ho provato a scrivere a diversi giornali a proposito dell’esodo di rifugiati, quando è iniziato ben cinque anni fa. Nessuno mi ha risposto dalle grandi testate, non cercavo soldi, volevo solo produrre informazione. Solo un piccolo giornale e una radio, quelle del partito radicale ha pubblicato alcune delle mie riflessioni, fino a quando ho potuto firmarle. Fino a quando non ho avuto paura di firmarmi e ho proposto uno pseudonimo. La pubblicazione a quel punto mi è stata negata. L’omicidio di Regeni ci interroga anche sui sistemi d’informazione e di potere attivi nelle democrazie occidentali.

Ci si chiede anche quali siano state le procedure e le decisioni del comitato etico che ha autorizzato la ricerca di Regeni. So che un gruppo di ricercatori italiani ha firmato una petizione per la libertà di ricerca che deve essere portato avanti anche in condizioni estreme. Mi permetto di dissentire. Le ricerche sul campo devono necessariamente essere autorizzate da un comitato etico. Lo insegniamo anche agli studenti che fanno la tesi di laurea, l’ha detto il mio collega Dan Conway, Senior Lecture in Politics all’Universita’ di Westminster,anche ieri nel  mio corso di metodologia di ricerca politica parlando del metodo dell’intervista. Son nozioni di base. Eppure, qualcuno ha approvato la ricerca di Regeni a Oxford, anche se l’Egitto non è un paese stabile, anche se si temeva per la sua vita. A me l’Unione Europea ha recentemente negato un’ingente borsa di ricerca anche per motivi di sicurezza, forse non a caso dato che prevedeva un periodo di ricerca di almeno un paio di mesi in Egitto. Ha il nostro governo chiesto conto di queste decisioni del comitato etico dell’università di Oxford? Non ne sono a conoscenza. Di certo contro le cattedrali del potere scientifico è difficile mettersi di traverso. E’ come mettersi a fare le pulci alle multinazionali. Questo non sembra più essere il compito della politica di governi occidentali impegnati in dibattiti etici e morali, ma che pare siano intimoriti dalla globalizzazione.

Cos’è nel mondo globale in cui viviamo oggi la censura? Le pagine strappate di ottocentesca memoria erano e sono corpi strappati. Corpi di intellettuali occidentali innamorati della libertà di pensiero e dell’eguaglianza sociale si ergono nel dibattito internazionale a interrogarci sulla situazione dell’informazione nella politica globale, come il cadavere torturato di Regeni. Che tipo di censura caratterizza la società globale? Da sempre, la censura viene operata per impedire la conoscenza; per impedire che cittadini di ogni parte del mondo chiedano conto dell’operato dei loro governanti. Quello che in inglese si esprime con il termine di “accountability” (appunto, chiedere conto ex-post dell’operato dei governanti) è un principio democratico che viene costantemente violato. Anche nelle democrazie liberali. Democrazia non è poter esprimersi su Twitter o su Facebook, ma fare in modo che i cittadini conoscano e possano intervenire nei processi amministrativi e di governo. Di fronte agli imperi finanziari ed economici della sperequazione, dove solo l’1% si arricchisce, il lavoro della politica può essere efficiente solo su scala globale. In questo contesto, l’informazione globale è un processo centrale. Non parlo del cosiddetto “effetto CNN”, dove ci commuoviamo per violazioni dei diritti umani in ogni parte del mondo, veicolate da immagini violente. Parlo della conoscenza vera dei processi politici, istituzionali e culturali di paesi che anni fa riuscivamo solo a ubicare a stento sulla mappa del mondo.

Quando penso al mappamondo, mi viene in mente una bella vignetta di Mafalda disegnata dal fumettista Quino che metteva una sciarpa a un mondo malato. La sciarpa era per tenere il mondo al caldo, non per tappargli la bocca. Il silenzio della Commissione e degli organi istituzionali dell’Unione Europea in tempi di crisi umane come quella dei rifugiati e il moltiplicarsi di egoistiche istanze statali fanno il gioco dei potenti dell’1%. In gergo tecnico si chiama “transgovernmentalism(o?)”, significa che invece del Presidente della Commissione Europea a parlare per l’Europa è Angela Merkel, il Primo Ministro di uno stato che io, cittadina italiana non ho votato. A chi deve dare conto Angela se non ai suoi elettori tedeschi e di centro? E perché si è passati a questa Europa dove i capi di governo esercitano il potere e non le istituzioni europee? L’Europa doveva essere un modello di governance esportabile per l’esperienza non solo economica, ma anche di dialogo politico e culturale tra i cittadini su scala più ampia di quella nazionale. Questo modello di governance condivisa sta fallendo.

Chi imporrà tasse alla finanza globale se non esiste la politica amministrativa globale? Chi fermerà il bagno di sangue nelle terre curde se nessuno si cura della riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Se non si affrontano queste questioni nei dibattiti politici non si parla davvero di politica. Esiste un dibattito mediatico che tiene impegnati gli elettori delle democrazie occidentali. Lo si capisce quando dall’estero si guardano le notizie e i commenti postati su Facebook da colleghi e amici italiani. Probabilmente la televisione e i giornali stanno parlando di qualcosa che viene sentito dai cittadini come rilevante e che diviene oggetto del dibattito politico. Chi sceglie queste notizie? Chi decide l’agenda di discussione della politica nostrana? Ogni giorno insegno che ci vorrebbe una bella riforma istituzionale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Non ne sento mai parlare i cittadini, non sento proposte politiche dai partiti. Da esperta di relazioni internazionali che mi sono trovata, quasi mio malgrado, a diventare, posso insegnare in tutti i paesi, tranne il mio. Non è censura questa? Non lo so. Forse è solo sfiga. Non credo esista un complotto per censurare le notizie in Italia, non siamo la Turchia, la Cina o questo terribile Egitto.

Eppure, i grandi temi della politica sono scomparsi, in alcuni paesi per via della censura e autocensura di intellettuali che vengono minacciati e messi a tacere. Nel nostro per motivi che non capisco. Capisco però l’importanza di riportare conoscenza e informazione al centro del dibattito democratico e, per questo, applaudo alla scelta del tema di questo mese per El-Ghibli. Buona lettura.

Raffaella Bianchi

Si ringraziano i seguenti autori che hanno dato il loro contributo per la riuscita di questo numero: per la sezione “racconti e poesia”: Alberto Chicayban, Anna Belozorovitch, Gentiana Minga;  per la sezione “stanza degli ospiti”: Tiziana Altea, Loris Ferri, Anna Fresu, Aurelia Rosa Iurilli, Eloisa Ticozzi, Francesca Lo Bue, Loretta Emiri, Clementina Coppini; per la sezione “parole dal mondo”: Michael Blackburn, Vladimir Lucien; per la sezione interventi: Angela D’Ambra, Mariangela Lando, Gül Ince Beqo, Valentina Coppini, Božidar Stanišić.

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