Stanza degli ospiti

Venivamo da sud, una carovana di occhi…

Venivamo da sud, una carovana di occhi
che brillavano in un giorno infuocato,
eravamo infinite mano di cartone, che i crocchi
oscuravano nella luce di smeraldo dietro le colline,

l’umida ombra eravamo, il polline di una nuova primavera;
il respiro della calura maturava un tempo rabbioso
come un avvoltoio panciuto e lasciava tremare
il vuoto scheletro di ginocchia arrese.

Eravamo il cammino di innumerevoli cuori,
l’azzurro delle risacche, l’ambra del ferro
il battito eravamo, colore della polvere,
quell’immensità del ritmo, quel rosso di un tamburo

primordiale che nel magma vibrava  di pietra
e si faceva il cullare dell’onda e terminava la sua fronte
perduta, dove i petali di una rosa aperta
venivano baciati dalle calde labbra del vento.

Entrammo nelle città segrete, nel regno del carbone
e delle macchine, coperti dalla mole di una tela
tenebrosa; dalle fabbriche sacerdotali spuntarono
i semi dell’oblio, essi nutrirono la nostra gola

e ci divisero col velenoso pane dell’inferno,
a numeri e grappoli, nelle maglie di un grembo
metallico. E la terra si fece il solco del denaro
e l’elettrica luce la invase come un lampo.

Fu il buio dei corpi crudeli, inghiottiti
e dissanguati e inchiodati, ciechi, nelle viscere
delle catene. Essi si definirono i redentori
e si misero, eccitati, a riscrivere la storia!

Venivamo da sud, una folta masnada di briganti
usciti dall’altopiano silenzioso, celati nel guano
dei morti. Eravamo Mohammad, Samira, Gibuti
persi nelle ragnatele, nel fondo degl’occhi palpitanti!

Questa solitaria grandezza del cammino
per le strade buie, per le vie impervie
da cui l’uomo fu generato per seguire il vento
e il richiamo di una danza estinta, per i passi nudi del viaggio

dove le foglie cadono ad ogni stagione,
dove segue il mare l’infinito delle pianure
sotto le immense volte delle costellazioni
a baciarsi e ululare per una falce di pallida luna.

 

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loris Ferri

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