Vie di fuga

Daniele Comberiati
Vie di fuga
Besa   2015   € 14,00

raffaele taddeo

Scrivere un epitaffio spesso vuol dire portare a mito ciò che mito non è,   “rendere gloriose, o almeno dignitose, le vite normali con una frase o due”, perché se non si tenta questa strada il rischio è che il morto appena seppellito venga da tutti dimenticato e non riesca a dire nulla di sé agli altri, che possono essere gli appartenenti al clan familiare ma anche i componenti di una comunità che ha visto nascere, crescere,  un suo membro e ne ha anche osservato le sue vittorie e le sue sconfitte. Quando un epitaffio è banale o pescato nella tradizione,  dopo un po’ non viene più neppure letto ed è come se non fosse mai  stato scritto. Proprio per questo a volte ci si rivolge a professionisti che a partire dalla storia di un individuo  poi scavano la relazione fra questi e l’ambiente circostante; così come in questo romanzo ove il protagonista Matteo è un necrologo incaricato di scrivere un epitaffio per la tomba di un importante personaggio di un piccolo paese che viene però sepolto assieme ad un altro morto lo stesso giorno: i due avevano espresso il desiderio   di essere sepolti assieme.   Mediante la morte di due persone aventi  però un’anzianità diversa, uno più giovane dell’altro di ben 20 anni il narratore investiga sulla vita di entrambi e sul perché abbiano espresso la volontà di essere sepolti assieme. Ne nasce una sorta di istantanea fotografica delle relazioni che esistono all’interno della comunità con l’apporto di alcuni personaggi chiave e una storia  della comunità del paese Petilia perché in ogni piccola comunità i singoli personaggi non hanno mai una biografia che è vissuta singolarmente ma è intrecciata a quella di tutte le persone della comunità.  Come in ogni paese anche a Petilia ci sono fatti della quotidianità che possono anche essere dimenticati ma anche avvenimenti che ha fatto assurgere a mito chi ne è stato protagonista. E’ come avviene per Scalise che oppositore del regno italico appena fatto, fu tradito dai maneggi di curato e del sindaco.  I due poteri che si alleano per mantenere l’ordine che è poi quello della difesa dei più forti.   L’epitaffio richiede  che si indaghino le ragioni della richiesta dei due defunti, fatto non semplice perché quasi del tutto all’oscuro della maggior parte della comunità. Alla fine l’epitaffio sarà questo “A Marcello,/Ggiocattulo rruttu,/ è ttantu tempu ch’u paisi si rumandu/ si nnon è tutta curpa vostra”.
Sembra che il paese attribuisca a Ciccio Calmierati e Andrea la responsabilità della prematura morte di Marcello figlio prediletto di Ciccio Calmierati. Ai lettori il compito di scoprirne la ragioni.
Il romanzo gioca su questo intreccio fra vita e morte ove non si comprende cosa sia più significativo la vita o la morte e spesso è la morte ad illuminare la vita e ad insegnare che nella vita bisogna sapersi liberare da pregiudizi, pettegolezzi, false credenze, tutte cose che poi in effetti sono i responsabili che conducono alla morte. Matteo cerca di ricostruire i nessi che intercorrono fra le persone e ha quasi bisogno di costruire dal punto di vista urbanistico un intero paese, egli infatti appena può disegna sulla carta un paese ideale con tutte le funzioni che debbono esserci in un territorio abitato. Disegnare un paese è a livello simbolico ricostruire la dimensione, la storia del paese, impossessarsi delle sue profonde radici e vicende.
La caratteristica principale del romanzo sta però nella lingua  che viene usata. Di tanto in tanto vengono adoperati termini del dialetto calabrese. Anche l’epitaffio è scritto in dialetto perché deve essere compreso specialmente dalla comunità di quel territorio  e non si propone di rivolgersi ad altri che non siano i paesani che hanno vissuto e saputo le vicende dei due morti.
Non è però il dialetto calabrese a dominare  e intessere la lingua di tutto il romanzo, ma è il ritmo frastico, la struttura sintattica che riproduce il dialetto calabrese pur in una terminologia che nella stragrande maggioranza delle parole è italiana. Chi   legge ha la sensazione di essere catapultato in quella comunità, di farne parte e di comunicare nella concreazione del romanzo, così come ci ha insegnato Umberto Eco nel suo “Opera aperta”, proprio con quel dialetto, con quel ritmo e quella fraseologia in stretto connubio fra autore e fruitore dell’opera d’arte.

6 aprile 2015