Interventi

La cautiva Rayhuemi

Indie e cristiane in cattività

Appena fuori dalla Gran Aldea, come soprannominavano Buenos Aires ancora dopo la colonia, si apriva sconfinata e silenziosa la pampa. Fertile e promettente, era dominio indiscusso del indio la gran famiglia araucana suddivisa in tribù minori e molto agguerrite: ranqueles, moluches, pehuenches, vorogas, ecc.
A modo di difesa, come fosse un filo spinato, sorgevano le estancias fortificate, vera linea di avanzata, linea di frontiera interna. La vita nei fortines era dura .
L’indio non presenta battaglia, è indisciplinato, non concepisce l’arte dello schieramento né la tattica militare. Il malòn attacca silenziosamente e a sorpresa l’abitato dei bianchi: paese, fortino o convoglio di merci e posta, lanciando frecce incendiarie ai tetti generalmente di paglia, la temibile lancia, chuza, a portata di mano.  Ma è soprattutto il suo grido selvaggio le sue imprecazioni a seminare il terrore. Il suo obbiettivo è il furto: capi di bestiame e cavalli, generi alimentari (zucchero e yerba mate), indumenti e poi donne e bambini.
Sin qui il fatto aneddotico, una narrazione da film.
Una riflessione più minuta ci invita a porgerci degli interroganti.
Sebbene nessun segno, ancor meno uno scritto da parte del indio, ci sveli il perché di questo furto, un filo di chiarimento ci viene da Una excursión a los indios ranqueles, diario-cronaca che il colonnello Lucio V. Mansilla scrive e nel quale passa in rassegna gli avvenimenti a lui accaduti in Salinas Grandes e i suoi rapporti con Mariano Rosas capo dei ranqueles. Mansilla così dialoga e riflette: “…predilige [l’indio] le nostre donne perché le trova più belle delle indie, osservazione che potrebbe indurci a sostenere che il senso estetico è universale.
– Chi ti piace di più, una india o una cristiana?
– Ah, una cristiana.
– E perché?
– Cristiana più bianca, più alta, più capello sottile, quella cristiana più bella.” (Mansilla Lucio 1947: 394)
E poi, la donna può essere prezzo di scambio. “Un indio chiese per lei [per il suo riscatto] venti cavalli, sessanta pesos bolivianos, un poncho di panno e cinque chiripaes (specie di copripantaloni indumento usato generalmente per eleganza e perciò riccamente ricamato, quindi indice di stato sociale), rossi.” (Mansilla Lucio 1947: 371). I bambini erano allevati secondo abitudini, costumi e maniere degli  indios, le bimbe per essere vendute ai capi delle altre tribù. Talvolta anche i cristiani rubarono i bimbi, ma in questo caso l’interesse era per i maschietti figli dei capi tribù.
Che sorte spettava poi alle giovinette catturate?
Ce ne fa cenno un rarissimo documento giunto sino ai nostri giorni: La cautiva o Rayhuemy
In questo racconto storico, il salesiano Lino Carbajal (direttore nel 1898 dell’Osservatorio Meteorologico di Patagones mette per iscritto il resoconto di Manuela Valenzuela o Rayhuemy  anziana signora sull’ottantina che era stata catturata adolescente e presso gli indios era rimasta per ben dieci anni. Tra le mille disgrazie che le erano successe, racconta il supplizio di Asnalhil (Corpo di cielo). La feroce Pathraycanck (specie di strega-demonio-sciamano) fu chiamata per consumare il sacrificio “…preso fuoco, incominciò a bruciarle il viso e voleva che aprisse la bocca per bruciarle la lingua e…poi preso un tizzone acceso glielo applicò alle parti più sensibili e ai piedi… noi per raffinata crudeltà dovevamo assistere…se non lo facevamo avremo subito la stessa sorte.”
E non solo ricevevano maltrattamenti dai maschi, quanto umiliazioni ancor più atroci dalle indias perché gelose. “Molte –continua la narrazione di Rayhuemy– avevano il viso sfigurato, coperto di cicatrici conseguenza degli sfregi ricevuti dalle loro nemiche in bellezza.”(Lino Carbajal 1995: 41)
In ultimo è da considerare un’altra componente non meno interessante: la maternità. La cristiana che ha figli dall’indio e ha ormai perso ogni contatto con la famiglia originaria, non desidera ritornare al vecchio nucleo tra la  popolazione bianca.
Cito ancora una volta de Una excursión a los indios ranqueles: “…che vita sarebbe la mia tra i cristiani dopo tanti anni che manco dal mio paese? Io ero  bella e giovane quando mi catturarono. E adesso, vede, sono vecchia. Sembro cristiana perché Ramón (l’indio suo marito) mi autorizza a vestirmi alla cristiana, ma vivo come una india, mi sento più india che cristiana ma credo in Dio e tutti i giorni gli raccomando i miei figli e la mia famiglia.” (Mansilla Lucio, 1947:370).
E da Rayhuemy: “Altri cristiani [i soldati cristiani che le stavano interrogando una volta liberate e riportate al forte di Bahía Blanca] dissero che anche loro avevano sorelle in cattività e uno aggiunse che sua moglie era stata catturata otto anni addietro dai ranqueles.” (Lino Carbajal 1995:40-41)
Il tema delle donne in cattività molto si addice alla letteratura romantica; poco è il materiale di documenti a nostra disposizione, materiale molto di parte, lasciato da scrittori bianchi.

 

La cautiva Rayhuemi

 

Guardami Ausnalhil corpo di cielo.
Guardami,
sono Rayhuemi in cattività come te
e come te bianca cristiana.
Verranno,
e sarà la nostra redenzione.
Non ascoltare l’ordine della machi
strega infernale che ha martoriato il
tuo corpo di cielo Ausnalhil. Gli infedeli
appiccano il fuoco
all’albero dove
tu sei legata. Loro gridano con gridi rauchi
da far spavento.

Il mio bimbo hanno come il tuo rapito
e la bimba hanno ceduto per venti cavalli
al cacique della tribù vicina.
Ella è piccina, e bianca e bionda
e partorirà bimbi sani
di razza più fine
dice il cacique indio
l’indio selvaggio e impietoso
che comanda il malòn.

Or io non so parlare la lingua dei padri,
mi è estraneo il suono cristiano.

Ma so che verranno,
Ausnalhil resisti.

Allora io non saprò se fuggire con loro
o restare qui
dove
un altro bimbo m’è nato.

 

 

 

Bibliografia

LUCIO V. MANSILLA  Una excursión a los indios ranqueles. 1966. Ed. Fondo de Cultura
Económica. México-Buenos Aires.
LINO CARBAJAL  La Cautiva o Rayhuemy .  Edición de M. Gnobili de Tuminello. Instituto
Superior Juan XXIII. Bahia Blanca 1995

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

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Aurelia Rosa Iurilli

Aurelia Rosa Iurilli è nata a Ruvo di Puglia nel 1941. Con le ultime ondate di emigrazione, nel 1952 si trasferisce in Argentina. Affronta gli studi sino alla laurea in Profesora de Castellano y Literatura. Nel 1984 ritorna definitivamente in Italia e lavora come lettrice all’Istituto Giulio Cesare di Bari, oggi Marco Polo. Propone la sezione “Esecitazioni” per la Grammatica di Spagnolo del Prof. Alfonso Falco, dell’Università della stessa città, (Ed. Levante 1988), dove lei intanto svolge attività di lettrice.
Entrata in pensione, si dedica attivamente all’attivita letteraria. Compone poesie, racconti, pièces teatrali e un libretto per un’opera lirica, “Giusepe d’Egitto”, rappresentata nell’agosto 2012 sul sagrato della Basilica Santa Maria del Pozzo di Capurso, con musica del Maestro Palmo Di Venere. Quest’opera versa ancora sul tema dell’emigrazione, caro ai suoi studi e al suo pensiero, al quale ha dedicato non pochi lavori e pubblicazioni, tra i quali Della lingua ammaliatrice ovvero scritrici argentine nate in Italia (Laterza 2005).
Collabora con il Centro Studi di Americanistica.

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