Interventi

L’identità multipla degli scrittori migranti

«Mi ritrovo nel limbo del migrante,
solo e senza appartenenze,
inadeguato qua e là,
teso alla ricerca di una forma,
di un limite corporeo
che contenga la mia identità,
e sempre più a rischio
di frantumarsi in mille pezzettini»                                                                                   
Miguel Angel Garcia

           La letteratura della migrazione è strettamente correlata alla dimensione transnazionale, in quanto le opere degli autori riflettono il punto d’incontro tra differenti e molteplici spazi culturali, la connotazione di scambio e di dialogo che attiva un processo creativo imprevedibile e dai contorni sfumati, in cui lingua d’origine e lingua italiana si incontrano e si scontrano. La scrittura non si configura come un percorso ben delineato, con un principio e una fine, ma come attraversamento, transito, flusso di coscienza, che si avvale dell’utilizzo di una lingua dislocata.

Salman Rushdie riconosce allo scrittore migrante un ruolo fondamentale perché, nel rinunciare alle radici, alla lingua e alle norme sociali di provenienza, è costretto ad individuare nuove modalità espressive per descriversi[1]. L’emigrazione stessa può essere, a suo avviso, definita per mezzo della figura retorica della metafora, la cui radice greca indica il “trasportare” delle idee in immagini[2]. Lo sradicamento linguistico diventa, dunque, uno degli aspetti più importanti della condizione di emigrato, che Rushdie rappresenta con la lumaca, la cui metafora esprime la lentezza e l’incertezza derivanti dal destino. Lo spazio in cui si muove la scrittura migrante è ibrido, «[…] lo spazio ibrido è per definizione plastico, mobile, aperto a nuovi termini e nuovi linguaggi vi possono fare irruzione amalgamandosi gli uni con gli altri di­namicamente, senza mai imporsi come ‘il’ modello»[3]. Facilitando e fornendo un ‘luogo’ per lo scambio tra le culture, la letteratura spesso funge da perno nei processi di formazione dell’identità.

Nell’attuale società della conoscenza e della comunicazione, nella pratica quotidiana dell’esistenza, il processo di costituzione dell’identità viene ridisegnato; non si parla più di coerenza, durata e continuità, ma di discontinuità, episodicità, precarietà e frammentazione[4]. Comprendere e interpretare come sia ancora possibile rimanere uguali e diversi nello stesso tempo è una questione inevitabile, strategicamente centrale in una fase storica come quella attuale, caratterizzata dalla costruzione, dalla distruzione e dal conflitto continuo di identità, differenze e diversità infinite, precarie, confuse.

           Le identità degli scrittori che scelgono di scrivere in lingua italiana sono “sospese” tra due culture, tra il desiderio comune di essere accettati e quello concomitante di non tradire i legami di lealtà verso la propria famiglia e la propria cultura di origine. Coloro che affrontano l’esperienza della migrazione, si trovano temporaneamente in bilico tra un ‘prima’ e un ‘dopo’ che rimangono incerti, provocando una frattura interna dolorosa.     Vera Lucia de Oliveira, poetessa brasiliana da anni residente in Italia, esprime perfettamente questo stato di indeterminatezza nella sua poesia, tradotta dal portoghese all’italiano, intitolata Pezzi:

Sono frantumata
silenzi escono dalla bocca
tenui,
stavo disegnando
parole,
ho perso il modo di destarmi
sono in tanti pezzi
da essere quasi infinita[5]

La questione dell’identità sospesa emerge in maniera impetuosa anche nelle parole di Primo Levi:

[…] ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga[6].

Coloro che si trovano nella condizione di vivere la propria identità sospesa, sono individui ambigui, irrisolti, a metà tra due mondi. Quella dello straniero, del migrante, è dunque un’identità pendente tra due mondi, quello di partenza e quello di destinazione, ma anche tra due regimi temporali, quello del passato, della tradizione, e quello del presente[7]. Un’identità incerta tra l’esserci e il non esserci.

In realtà, camminare sospesi fra due mondi, due o più realtà differenti, sembrerebbe interessante, ma quando questi mondi diventano molti, diventa complicato ed avvilente. Queste due dimensioni identitarie tentano insistentemente di conciliare le proprie molteplici radici, ovvero di trovare un equilibrio, che seppur labile, consenta loro di partecipare a due culture: quella d’origine e quella di arrivo. Le riflessioni della protagonista di Salsicce, in tal senso, sono paradigmatiche:

L’ho guardata fissa in quegli occhi da rospo che si ritrovava e le ho detto “italiana”. Poi, anche se sono del colore della notte, sono arrossita come un peperone. Mi sarei sentita un’idiota anche se avessi detto somala. Non sono un cento per cento, non lo sono mai stata e non credo che riuscirò a diventarlo ora. Credo di essere una donna senza identità. O meglio con più identità[8].

Il concetto di identità sospesa, così come il processo di definizione della propria identità, non riguarda la sola dimensione individuale, ma soprattutto interessa quella sociale. Infatti, ciascun individuo attribuisce una forma alla propria identità, sia meditando sulla propria diversità rispetto agli altri, che riconoscendosi parte di un determinato gruppo sociale. Il bisogno di differenziarsi dagli altri e quello di sentirsi, invece, uguali vivono in un confronto costante. La frammentazione viene accelerata dall’incontro con l’altro, ma non sempre con effetti negativi. Infatti, questa sospensione identitaria non è necessariamente indice di scomposizione e vulnerabilità, ma può anche essere letta secondo una modalità di apertura, come una possibilità di costruzione. 

La scrittura interviene, in maniera significativa, nella dialettica Io/alterità, consentendoci di spostare lo sguardo verso l’altro:

[…] l’approdo alla scrittura non è mai casuale, ma costituisce un passaggio decisivo nella rielaborazione del distacco dal mondo di origine e dell’inserimento nel mondo di accoglienza[9].

Il confronto costruttivo con la scrittura migrante è un modo per allargare gli orizzonti, superare limiti e convivere nel rispetto di ogni alterità[10]. Lo scrittore migrante desidera essere ascoltato da noi, farsi conoscere, farsi portatore di qualcosa di nuovo che va accettato nella sua diversità, che rappresenta quell’alterità da cui, troppe volte, si sfugge. Si tratta di respingere le ipotesi secondo cui i migranti si muovono tra due mondi distinti, e di aprirsi ad una diversa prospettiva: l’attraversamento dei confini, di cui essi fanno esperienza, che influenza la formazione della loro identità non statica, ma fluida.

La soggettività dei migranti è frutto di questa mobilità. In un nuovo contesto, sia esso spaziale o temporale, le identità, quasi fisiologicamente, iniziano a dissolversi e vengono messe in discussione. Trasferirsi in un altro paese indebolisce, innegabilmente, la percezione dell’essere. Dopo il viaggio intrapreso, lo scrittore migrante deve ricostruire la propria identità e convertirla, per adattarla alla cultura locale, e questo processo di sviluppo non è mai regolare ed organico. Ciò vale anche per chi accoglie, perché da entrambe le parti ci si apre alla diversità, al confronto, alla differenza, alla mescolanza, allo scambio, all’apertura.

La letteratura nazionale dovrebbe valorizzare la diversità insita nella scrittura migrante, in quanto esplicativa di identità plurime, fluide, in evoluzione, che conferiscono alla letteratura stessa un carattere nuovo: quello di poter comunicare e far conoscere le molteplici sfaccettature della realtà, allontanando qualsiasi spettro di omologazione e appiattimento. 

BIBLIOGRAFIA CITATA:

DE OLIVEIRA 1989 = L. DE OLIVEIRA, Geografie d’ombra. Spinea 1989
DE SIMONE 2005 = A. DE SIMONE, Identità, alterità, riconoscimento. Tragitti filosofici, scenari della complessità sociale e diramazioni della vita globale, «Postfilosofie», 1(1), 2005, pp. 165-191.
GNISCI 2001 = A. GNISCI, Una storia diversa, Roma 2001
JEDLOWSKI 2009 = P. JEDLOWSKI, Il racconto come dimora «Heimat» e le memorie d’Europa, Torino 2009
LECCARDI 2000 = C. LECCARDI, Tra i generi: rileggendo le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale, Bologna 2000
LEVI 1986 = P. LEVI, Se questo è un uomo. Torino 1986
PERRI 1997 = A. PERRI, Il “tra e tra”: traduzione, ibridità e sovversione, in H. K. BHABHA, Nazione e narrazione, Roma 1997; tit. or. Nation and Narration, London 1990
RUSHDIE 1991 = S. RUSHDIE, S. (1991). Imaginary Homelands: Essays and Criticism 1981-1991, London 1991; trad.it. a c. di C. DI CARLO, Patrie immaginarie, Milano 1994
SCEGO 2005 = I. SCEGO, I. MUBIAYI, L. WADIA, G. KURUVILLA, Pecore nere, Bari 2005


[1] Vd. RUSHDIE 1991, pp. 297-306.
[2]  Ivi, p. 303.
[3] Cfr. PERRI 1997, cit. p. 30.
[4] Vd. DE SIMONE 2005, pp. 165-191.
[5] Vd. DE OLIVEIRA 1989, cit. p. 51.
[6] Vd. LEVI 1986, cit. p. 36.
[7] A tal proposito, cfr. LECCARDI 2002.
[8] Vd. SCEGO 2005, cit. p. 28.
[9] Vd. JEDLOWSKI 2009, cit. p. 20.
[10] Vd. GNISCI 2001.

L'autore

Luisa Emanuele

Nata a Catania nel 1975, vive per un periodo a Nicosia (En), dove compie i propri studi fino al conseguimento del diploma liceale. Nel ’94 si iscrive all’Università degli studi di Catania e nel ’98 si laurea in Lettere moderne. Nel 2011 consegue una seconda laurea in Filologia moderna, e nello stesso anno collabora con l’Università di Catania, con il ruolo di assistente alla cattedra di Letteratura comparata. Ha frequentato diversi master e corsi di specializzazione, acquisendo competenze nell’ambito della letteratura italiana e delle letterature antiche. Dal 1998 è docente di italiano e latino presso istituti di istruzione superiore, e dal 2008 è insegnante di ruolo presso il liceo scientifico “E. Boggio Lera” di Catania. Attualmente sta conseguendo il titolo di Dottore di ricerca, lavorando ad un progetto sulla letteratura migrante.

Lascia un commento