1. Scintillanti agglomerati di occasioni poetiche
The gleaming clouds (2013), seconda raccolta poetica di Murray Alfredson, per varietà di temi, atmosfere e per sperimentalismo stilistico, è un libro che supera le aspettative del lettore.
Così scrive Valerie Penny al termine della sua recensione:
Questo caloroso invito alla lettura, rivolto da chi ha già letto ad altri virtuali lettori, è forse il più lusinghiero dei giudizi.
2. Un canzoniere politematico
The gleaming clouds non è un canzoniere alla maniera di Petrarca. Non c’è, insomma, un perno d’ispirazione intorno a cui tutto ruota – tema isolato o filo conduttore – a coordinare le poesie. L’antologia è assemblata e strutturata secondo nessun altro principio organizzativo se non, appunto, l’intenzione di colligere testi politematici, scritti a partire da occasioni esistenziali e impulsi creativi disparati, come il poeta conferma a Marie Lavender in un’intervista:
Le poesie contenute nella raccolta, di metro e argomento vario (religione; mito; amore; morte; natura; caducità delle cose; malattia mentale; critica politico-sociale), sono distribuite in quattro sezioni: Myth and reflection, Turns, Songs of Joy, Translations, e attestano una conoscenza trans-poli-inter-disciplinare, secondo la nota formula moriniana. In Alfredson, insomma, la conoscenza assurge a vera sapienza in virtù dell’applicazione del principio ologrammatico, di una rilettura e metabolizzazione dei singoli ‘saperi’ in modalità personale, dunque originale e creativa. Le nozioni non sono, insomma, mera erudizione, ma tessere cognitive dinamiche che danno vita a un mosaico vivente: quello di un’esperienza autenticamente formativa da comunicare agli altri.
3. Buddhism, a rule-strewn path to mindfulness
Una complessa – sempre in accezione moriniana – sapienza filosofica, religiosa, letteraria, esistenziale, spirituale, si avverte nitidamente nelle parole di Alfredson: non solo nei suoi versi, ma in tutto ciò che scrive. Anche quando dialoga amabilmente via email[3], e mentre leggi ciò che scrive hai l’impressione di ascoltare un mentore: un Maestro.
Nelle poesie, non si può non percepire, fra le tante suggestioni culturali dichiarate, il sostrato di quel pensiero buddista[4] che impronta lo stile di vita e il pensiero dell’autore:
4. Guerre sante
La sensibilità poetica, l’interesse di Alfredson per la vita in tutte le sue sfaccettature, la curiosità intellettuale, lo portano a riflettere sulle tradizioni religiose e mitologiche, per coglierne i riflessi nei molteplici ambiti del sociale/politico. Si veda la poesia Hamas, incentrata sul tema della jihad: guerra santa combattuta nel nome di un Dio, di una fede che, in realtà, si fa schermo ideologico per giustificare le efferatezze compiute dagli uomini nei confronti dei loro fratelli. Ne diamo di seguito alcuni versi:
Analogo tema troviamo nella poesia Words of Joachim the prophet[5] (dello stesso filone cui appartengono le tre proposte in versione originale e in traduzione) in cui la voce del profeta, tramite fra Elohim,/the Lord of loving-kindness e il suo popolo, si leva a gridare il dolore e lo sdegno di Dio di fronte alla guerra fratricida ingaggiata dagli ‘eletti’, ormai irrimediabilmente sviati dalle sue vie e insegnamenti (you rob their life and livelihood,/ your cousin people;/ you took their lands and water/ by power of your wealth and arms,/you drove them from their homes,/built walls against them […] You match in ill/your enemies of old) per restare inascoltata: una voce che, come quella del profeta, grida nel desolato deserto dell’umano disamore.
5. Of Gods & Thruts: l’ineffabile relatività del vero
La religione come sistema di dogmi e verità assolute, nucleo di credenze di un gruppo etnico, che assurge a base per regolare comportamenti etici dei membri di un’etnia ed applicata (coercitivamente) ad altre etnie; l’idea di un’autorità divina posta a fondamento della norma morale e dell’azione politica: questi sono i temi particolarmente cari da Alfredson, in cui è vivo il senso della caducità del tutto: fedi, ideologie e idee incluse.
La poesia Of Gods and truths è un monito sul rischio, per l’uomo, di considerare la propria relativa verità (divinità, dogmi, modelli etici, sociali, politici) dei valori eterni, assoluti e validi universalmente:
E non è, forse, proprio la convinzione che una certa verità sia eterna, assoluta, universalmente valida, la radice prima di ogni fondamentalismo, sia esso cristiano, islamico, giudaico, o di altra natura, fino a quei micro-fondamentalismi individuali che si sostanziano in pregiudizi e cristallizzano in sistemi singolari: quelli che inconsapevolmente ogni uomo si crea?
Riguardo al rischio insito in tutti gli assetti etici basati su un’autorità divina, allo spettro dei fondamentalismi, la posizione di Alfredson è netta. In un’email, parlando dei nove Divine Poems (tre dei quali sono riproposti anche nella raccolta The gleaming clouds) dice:
E in relazione alla base dell’etica:
Miti orientali, greci, egizi, islamismo, ebraismo, cristianesimo, niente sfugge all’occhio del poeta. Si arriva così ad alcune vicende bibliche di cui Alfredson offre la sua originale rilettura nei già citati Divine Poems, un gruppo di nove poesie i cui titoli sono: Lot, Isaac’s Boyhood, For his glory, When Elohim through Moses, Yahweh’s pique, God’s payback, Agnus dei, It passes understanding, Sophia.
In questi testi, come sottolinea il poeta[9], Dio non ci fa una gran bella figura:
Una vena satirica è alla base della stesura dei Divine Poems la cui interpretazione, secondo le indicazioni di lettura d’autore, è sempre suffragata dal testo poetico, sebbene si possano leggere in una chiave diversa, lasciando spazio allo sguardo e alla sensibilità del lettore:
6. Nel nome del Padre: Isacco, della fiducia tradita. Cristo, o l’inanità del sacrificio
Veniamo al primo dei testi proposi Isaac’s Boyhood, una rilettura del sacrificio (non compiuto) di Isacco da parte di Abramo il quale, per provare a Dio la sua fede incondizionata, tradisce la fiducia del proprio figlio. La storia biblica è letta qui “attraverso gli occhi e dalla parte dell’adolescente” la cui fede nel proprio padre terreno, Abramo, è incondizionata, come quella di Abramo verso Dio, improntata a un’obbedienza che può porre domande (“la legna l’abbiamo, ma chi ci darà l’agnello?”), e tuttavia non discute mai la parola del padre. È un gioco di specchi, uno spostamento dal piano divino (Dio-Abramo) a quello umano (padre-figlio) del tema della fede/fiducia. Una fede assoluta, quella di Abramo, che non viene scalfita dalla richiesta divina, ma che viene scossa, nel rapporto esclusivamente terreno padre-figlio, dall’atto proditorio con cui egli si fa sacerdote sacrificante, cioè carnefice pronto a immolare il suo stesso figlio, Isacco – unigenito, come sarà Cristo, il cui sacrificio effettivamente si compie – nel nome della sua fede assoluta nel Padre dei padri.
Alfredson, riguardo all’ottica assunta nella poesia (il punto di vista di Isacco), ammette la sua dipendenza da Kierkegaard:
Dal sacrificio di Isacco, il pensiero corre a quello di Cristo, un sacrificio umano consumato per la salvezza dell’umanità. Anche qui l’efficacia della purificazione tramite il versamento di sangue innocente è messa in questione dal poeta e, con essa, l’utilità, anzi, il senso stesso di quel sacrificio e di tutti i sacrifici umani passati, presenti, a venire.
Conclusione.
Per concludere questo cursorio “avviamento all’autore”, ci affidiamo a una citazione che sintetizza bene i tratti (afflato spirituale, respiro poli/interculturale, relativismo aletico: our gleaming truths are … exquisitely ephemeral) che informano la poesia di Murray Alfredson: