Zucchero Filato

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Zucchero Filato

La ragazza davanti a me piange. Grosse lacrime calde si aprono la strada lungo le guance e si estinguono tra le sue mani. I palmi rivolti verso l’alto, appoggiati nel grembo. Sembra che li abbia lasciati lì apposta, per raccogliere il suo dolore e non disperderlo.
«Tutto bene?» le chiedo. Oltre a noi la carrozza è desolata. Lei si scuote e inizia a guardarmi con un’intensità che solidifica. Divento roccia.
«Baakir» dice «tu sei Baakir» il volto ancora bagnato. Non fa nulla per ripulirsi. Le allungo un fazzoletto ed è l’ultimo della confezione. Lei lo prende.
«Ci conosciamo?» domando perplesso.
«Abbiamo fatto le scuole insieme» risponde.
«Oh», inclino il capo e la guardo meglio, ma i suoi lineamenti restano anonimi.
«Non ti ricordi, vero?» mi punzecchia. Poi smette di piangere proprio come ha iniziato: d’improvviso. Mi sento a disagio per la situazione, guardo fuori dal finestrino. Dense nuvole coprono il cielo e avanzano come un’armata da ovest. Non ho un ombrello e il pc nello zaino finirà per bagnarsi. Il treno si muove rumoroso e mi trascina per la schiena contromano.
«Non sei cambiato dalle medie».
Eppure, ho fatto il possibile per essere diverso. Il Baakir di allora aveva lunghe braccia, giganti occhi e spalle ricurve. Camminava come se fosse sempre sul punto di cadere, anche se poi non succedeva mai. Era un tronco sottile che si allungava verso il cielo con la sua altezza sproporzionata.
«Mi dispiace» le dico. E le mie parole racchiudono il mondo. Mi scuso per tutto, per non ricordarmi di lei, per essere lo stesso di allora, per il male che sente.
Lei capisce «Hai avuto una vita facile?»
«No», gli altri mi hanno masticato.
«Mi dispiace» ci invertiamo di ruolo. Non capisco questa intimità improvvisa. Sarà il poco spazio che ci separa, il resto della carrozza vuota, le sue lacrime. Forse la pioggia fuori e il riscaldamento dentro.
Divento coraggioso «Cosa ti ha spezzato il cuore?»
«Non cosa, ma chi»
«E chi è stato?»
«Una ragazza» fa una pausa «Ti somiglia, sai?»
«È nera anche lei?» scherzo.
«Non è per quello» scuote la testa «Penserai che sia stupido, però avete lo stesso profumo».
Certa gente si somiglia non per il colore della pelle ma per l’odore che si porta addosso. E un po’ è una puzza, sappiamo di aspro, di anni di colonialismo, di corpi sfruttati e poi dimenticati.
«L’ami» le mie parole sono una condanna a morte.
«Sì», il suo viso butterato dall’acne sembra una luna piena. E la compatisco per il dolore che ha ricevuto in dono senza averlo mai preteso.
«Credi sia stupido piangere per così poco?» mi domanda.
«A me non sembra poco» la rassicuro.

Alla stazione d’arrivo il controllore mi chiede il biglietto. Gli altri ci passano accanto e provo a convincermi che ci abbia pescato dalla massa senza un motivo particolare. Sbatte il piede per terra a ritmo con la pioggia. Io mi comporto come se la mia pelle non fosse scura e frugo sul fondo dello zaino, la ragazza mi copre con il suo ombrello.
«Scivola sempre in mezzo alle altre cose» esclamo tirando fuori il portafoglio. Ostento una leggerezza che non mi appartiene.
«Uhn» si limita a dire seccato. Si rigira l’abbonamento tra le mani e me lo restituisce. Poi si volta verso la ragazza aspettando di esaminare anche il suo.
«Pensava che non ce l’avessi» ride lei, il treno è ripartito con dentro il controllore e il binario è vuoto. Lunghi metri di asfalto bagnato ci riempiono gli occhi.
«E infatti non ce l’ho» le mostro la foto sulla tessera
«Idrissa Faye» legge ad alta voce.
«È mio fratello» dico.
«Potrei farlo anch’io con il mio se avessi più barba e meno capelli» scoppia a ridere, io con lei.
«Siete in due?» le chiedo
«Sì», risponde.
Siamo ancora fermi, a dividere un ombrello con su disegnate grosse margherite. Lei con il braccio completamente sollevato per cercare di coprirmi. Mi piego un po’ per facilitarle il compito e in silenzio esprimo gratitudine per la sua premura. Lei sospira forte e si perde a guardare oltre la mia spalla
«Come glielo dirò? Come dirò a lui e ai miei parenti che mi piacciono le ragazze?» i suoi occhi si riempiono nuovamente di lacrime, ma io ho finito i fazzoletti da darle.
«Hai paura?»
«Ho paura di deluderli». Vorrei dirle che la capisco. Che non siamo poi così diversi, le nostre ossa sono dello stesso colore. E sì, sarà difficile ma – eventualmente – tutto si risolverà. Vorrei avvicinarmi e prenderle l’ombrello di mano, tenere entrambi al riparo con il mio metro e ottanta di altezza. In fondo lei mi conosce perché dalle medie non sono cambiato. Sono il ragazzino timido che ha imparato la differenza tra verbi attivi e passivi fuori dai banchi di scuola. I giorni consumati davanti alle palazzine popolari assieme ai cani randagi a subire le azioni degli altri. Sempre a incassare: paziente, calmo, senza lamenti. Ma finisce che di bocca cavo una frase povera, il soggetto sottointeso «Troverai un modo», riassumo. La pioggia si è fermata, lei chiude l’ombrello e io raddrizzo la schiena.
«Forse sì» mi sorride «è il caso che vada» aggiunge.
«Va bene» la saluto con la mano. La guardo mentre si allontana, trascina i piedi, le mani nascoste nelle maniche lunghe. Di colpo la ricordo come se gli anni non si fossero accumulati: le sue felpe larghe, i ricci tinti di mille colori diversi ogni quadrimestre, i nove in pagella, le caramelle Haribo mangiate all’intervallo.
«Hasina» grido. Al suono del suo nome si ferma «Di che colore sono i tuoi capelli?»
Si tocca l’hijab, e lo trova ancora lì a coprirle la testa «Rosa» risponde «Come lo zucchero filato».