Occasioni di epistemologia da caffè del mattino

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Occasioni di epistemologia da caffè del mattino

Mi trovo a leggere x la prima volta

occasioni d’amore di Nadine Gordimer.

Il libro è ingiallito

L’avevo comprato tempo fa

Quando ero ragazza e divoravo le parole stampate dei libri.

con l’appetito di una che torna da una passeggiata

in montagna

e la sicurezza che si prova tenendo per mano

il nonno sui sentieri.

 

O correndo poco più avanti tra il sole e

le ombre della strada

 

di quei mattini di villeggiatura a Serina

sulla strada in salita per Cornalba o

tra le piante ombrose di Lepreno. Bagnella

era per quando eravamo stanchi. In piano

come la vita di chi non fa accelerazioni.

 

Io ne avevo fatte tante e, ora che avevo un ematoma sulla gamba per via di un tombino che non stava fermo dove sarebbe dovuto stare, mi misi a leggere. Con quel nuovo fastidio che ho di non trovare un libro da mangiare con lo stesso piacere. Che non capisco se sono io che ho saziato la fame o se sono loro ad essere meno appetitosi, così edulcorati come sono dalle politiche editoriali.

È il marketing o sono io?

This is the question.

 

Comunque, mi misi a leggere.

Quel libro che avevo tante volte iniziato

Ma che non era riuscito a piacermi.

Era lì.

L’avevo forse comprato per adesso, quando, rientrata anch’io a casa come quel Tom, dopo un periodo di studi e ricerche, per un mondo affascinante che mi aveva lasciato una bava d’ansia vicino alla bocca, mi accingevo a riflettere sulle mie occasioni. Mancate? …per liberarmi di quel sapore di sconfitta in bocca, lavandomi i denti con i pensieri alla menta degli altri. O per tagliare, con la solidità delle lettere scritte a computer, quella rete.

Mi stringeva il respiro della mente.

 

Pensavo a quei giorni a camminare in montagna: nella libertà e nella sicurezza.

Un equilibrio che non ero riuscita a raggiungere quando mi ho sciolto i capelli.

 

Il libro della Gordimer è sempre stato qui che mi aspettava.

L’avevo un po’ ritrovato con la scusa che l’anno prima avevo fatto un giro in Sudafrica a vedere quegli animali che avevo tanto desiderato e sognato.

Era stato per i miei cinquant’anni. Un’età che non si può più chiamare “primi”, come fece qualcuno coi quaranta, perché questi, statisticamente, non si replicano. Un’età che ti fa perdonare e apprezzare gli anacoluti delle frasi e che ti porta a guardare quelli dei percorsi di vita. Quegli snodi del non detto e del non fatto. Quelle strade nascoste dietro un rivo di desiderio. E mi sovviene, non l’eterno, ma una bella poesia che mi aveva incantato in passato sui sentieri:

 

“The road not taken”

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference[1].

Robert Frost ha già scritto quel che ho voluto dire. E, allora, cosa scrivo a fare?

 

Scrivo per congiungere i puntini

Come in quei giochi di bambini

 

Scrivo per raccogliere le idee

Come in quelle sere di maree

 

Scrivo per farmi compagnia

Ora che sono una vecchia zia.

 

E da questa nuova prospettiva di zia senza nipoti a cui donare quel che ho portato nel baule dai miei viaggi colorati di mondi e di melanconici scialli, scrivo.

 

Quella frase era lì, nel libro della Gordimer e mi indusse a scrivere ancora. Dopo anni in cui, posata la penna, mi accingevo a vivere di serie televisive e illusioni rancide come uno yogurt vecchio che non scade, ma inacidisce. Anch’io mi sentivo così, tra tempi presenti a se stessi e passati remoti del presente che mischio nella confusione dell’essere e del vedersi da fuori.

 

Ora, in un’Italia che mi pesa come della dolce melassa

che mi fa ben vivere, ma

m’impedisce di realizzare.

Come se avessi mangiato quella colla che si annusava da bambini,

comprata per fare

quei lavoretti che non avevo mai imparato a fare.

Quella manualità mancata

Elusiva

che mi aveva sempre fatto sentire diversa.

Una diversità di disabilità.

Non propulsiva.

 

Però quella frase mi indusse a scrivere di me. Così, senza un perché, mi interrogava:

“No, con responsabilità, è questo il punto. Non irresponsabilmente, ma al contrario in modo responsabile, nei confronti del lavoro, che è imparziale, per natura e disinteressato”.[2]

Il lavoro che è imparziale!

Subjectivity!, mi verrebbe da rispondere e vorrei essere lì anch’io a parlarne con Jessie e Tom e quel nuovo personaggio che, tra l’altro si occupava di etnomusicologia, una disciplina che mi sarebbe piaciuto studiare, se solo avessi avuto la manualità per suonare.

Oggi sembra impossibile pensare così come ricercatore, pensare che il lavoro sia per sua natura neutro e obiettivo se uno lo conduce in maniera onesta. Ci siamo guardati dentro e abbiamo scoperto che il ricercatore influenza anche se è onesto. Ho passato tutta la vita a capire da che punto vedevo le cose e come la mia prospettiva fosse un posizionarmi e non un neutro e onesto lavoro.

È un po’ come chiedersi: “Chi sono?” e “Dove sto andando?” insieme. Nella stessa domanda. Farlo in riferimento al paper. Alla scrittura che si scrive. E all’epistemologia di ricerca. È un salvagente.

Beh, è più facile che farlo nella vita vera.

Quella lontana dallo scrosciare della carta.

 

 

[1] https://www.poetryfoundation.org/articles/89511/robert-frost-the-road-not-taken

[2] Gordimer, Nadine. Occasione d’amore, traduzione di Pierfrancesco Paolini, Universale Economica, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, Quarta Edizione, 1992, p. 18.

 

Luglio 2026