Non è per nulla agevole recensire un testo come questo. I racconti sono il frutto di laboratori di scrittura con giovani palestinesi sfollati. Questa raccolta ci lascia esterrefatti sia perché approdiamo a una conoscenza diretta di ciò che succede a Gaza, delle continue sofferenze del popolo palestinese che vive, anzi che sopravvive in quelle zone sia, dal punto di vista letterario, per la forza che questi autori hanno avuto nel voler e saper raccontare fatti ed episodi del genocidio che si sta perpetrando in quei territori. Il testo è, come era da aspettarsi, intradiegetico perché ogni autrice/autore ha comunicato le esperienze che ha vissuto. Chi legge non può che essere fortemente investito da una grande indignazione e un forte senso di colpa in quanto si scopre impotente, incapace di fare qualcosa affinché il genocidio finisca.
Una prima constatazione sull’insieme di questi racconti è che su 18 testi 12 sono stati scritti da donne.
Ciò che soprattutto lascia stupiti è la forte dimensione letteraria in testi di così profonda emotività. È possibile rintracciare immagini di grande intensità poetica. Ne riporto alcune: “Osservavi il volto dei passanti […] Camminavano storditi, come se si fossero ritrovati improvvisamente scaraventati fuori dal loro mondo naturale, familiare, profondamente umano, in un mondo da incubo” (Reema Abu Moussa, “Ogni giorno”, pag. 16); “Il sole del mattino, capriccioso d’inverno, irrompe nella misera tenda e asciuga i residui di rugiada attaccati al soffitto di nylon spesso” (Khuloud Abu Dhaber, “Il suo nome è Salam”, pag.42); “ Come tutte le notti di freddo tagliente, anche quella notte era nuda, avvolta solo da un’oscurità densa, come se non avesse fine. Quando il tempo non scorre e la morte ci vola sopra da ogni direzione” (Ghassan Salem, “Ma’ruf”, pag.45): ”Anche il chiasso dormiva” (Diana Sleib, “La schiuma sulla strada”, pag.55), “ La città era triste, tutto in essa era triste: il cielo che tremava sotto il peso del terrore dei droni israeliani, il sole nascosto tra le nuvole fitte, l’aria in attesa, con il fiato sospeso” ( Saja al Labham, “La mia stanza”, pag.59).
Queste visioni che nascono fra un bombardamento e l’altro, fra schegge che volano da ogni parte, fra corpi umani dilaniati da intense ferite dimostrano il grande senso poetico di questi giovani scrittori e la loro passione per la scrittura. Faccio notare, come avviene in molti scrittori dell’area araba, la tendenza a personificare la natura, che quindi è partecipe del dolore e delle gioie degli uomini.
E’ unitile dire che il libro va comprato e letto sia per rispondere umanamente, almeno con la lettura, all’impegno e alla fatica di queste autrici e questi autori, ma anche perché una percentuale del ricavato dalla vendita di questa raccolta sarà devoluta al Palestine Writes Literature Festival, dedicato alla promozione della letteratura, dell’arte e della cultura palestinese.
Raffaele Taddeo
primo ottobre 2026